Il “rito” della discoteca

13840_discotecaSecondo Bloch (marxista revisionista) l’uomo è alienato perché incompiuto, perché non è pienamente riconciliato con se stesso, con il mondo e con gli altri. Egli aspira alla patria dell’identità, cioè al superamento di ogni alienazione nel pieno dominio della natura e nella piena socializzazione, cioè nella piena

coincidenza di sé con sé, con la natura e con il mondo. La patria dell’identità sarà il regnum humanum, cioè il compimento pieno dell’uomo nella pienezza immanente del mondo” (Ateismo nel cristianesimo, Milano 1071, p. 310).

La patria dell’identità indica un “luogo” in cui è possibile trovare se stessi e dare un significato alla vita. Questa patria in primo luogo è la famiglia, ma la famiglia oggi è in crisi, è diventata «un motel o albergo per automobilisti». Essa stessa vive una fase delicata di ricerca d’identità e il suo nucleo relazionale e affettivo è indebolito ed esposto a gravi rischi di compromissione, quindi non risponde ai bisogni fondamentali dell’individuo, conseguentemente la cultura del provvisorio pervade i giovani e le loro scelte. In questo contesto i giovani vivono in maniera più drammatica il disagio adolescenziale.

Anche la solitudine può essere vissuta come luogo in cui il giovane cerca di trovare se stesso, ma se teniamo conto della sua triplice natura: di fronte a Dio, a se stessi e al prossimo; questi tre momenti di un’unica sofferenza sono portatori di disperazione e di profonda angoscia. La solitudine, conseguentemente non è creativa, ma distruttiva, essa spinge i giovani alla deriva lontano dai luoghi comuni quali la famiglia e la comunità dei valori.

I giovani d’oggi sono accomunati da una base generale di fragilità, di inadeguatezza di contenuti esistenziali e di prospettiva e, tra essi, il più debole e il meno dotato ad affrontare il rapporto con se stessi e la società diviene tossico, nel senso che crea dei legami depersonalizzanti con luoghi o “patrie” quali, ad esempio: l’alcol, la discoteca, patrie dell’evasione e dell’illusione.

Un altro aspetto da non minimizzare della ricerca della “patria dell’identità” è il ritorno al primitivismo e al tribalismo, ovvero: la morte della civiltà, per accedere a una dimensione in cui l’uomo cessa di essere uomo e sceglie di diventare un animale guidato dai propri istinti. Proprio come accade in uno dei rituali della Chiesa di Satana americana.

Fra le espressioni più evidenti di questo fenomeno c’è il mondo delle discoteche e dei «rave» (delirio), dove negli ultimi anni è accaduto veramente di tutto.

Un «sabba» moderno

La discoteca si può considerare un grande «rito esoterico» di massa. Un gruppo di persone si riunisce in un particolare tipo di ambiente, al chiuso o all’aperto, per muoversi al ritmo frenetico di una musica assordante, che non permette alcun tipo di comunicazione verbale, contemplativa, empatica. E’ il trionfo della bestialità sull’essere umano, che regredisce a livello primitivo.

Cellulare, sigaretta, bicchiere e musica a tutto volume. Birra a fiumi al rave (delirio), meglio se in bottiglia. Caipirinha, mojito, daiquiri per «quelli che l’aperitivo». Tutto ciò è diventato lo status symbol dell’adolescente.

Una definizione perfetta dello scenario della discoteca è stata data dallo psichiatra Jean-Paul Regimbal nel suo libro il Rock’n’roll:

«Isolati gli uni dagli altri da una musica assordante, esposti a fasci di luce accecanti, i ballerini fanno tutto quello che passa loro per la testa, senza mai guardarsi né rivolgersi la parola, come se ciascuno si muovesse davanti a uno specchio, gridando senza sosta: “io! io! io!”».

Un altro psichiatra, Vittorino Andreoli, ha definito la discoteca «una cattedrale primitiva», in cui si compie «un grande rito di trasformazione collettiva». E ha ragione. Il «ballo» delle discoteche non è altro che un moderno rituale, monotono ed esibizionista, in cui il linguaggio umano viene sostituito da un limitato numero di gesti e di movimenti.

Il ritmo della musica è talmente forte che la droga diventa quasi una «medicina» indispensabile per riuscire a stargli dietro, una «porzione magica» che permette di dare libero sfogo ai propri istinti.

Il volume è così alto da impedire qualunque tipo di comunicazione. Infatti, i brani della musica da discoteca non si possono suonare con la dolcezza di un pianoforte o di una chitarra classica. Per esistere, hanno bisogno di essere «sparati» a tutto volume.

La musica da discoteca deve per forza essere «gridata». Altrimenti, non esisterebbe. Questo è un particolare importante, che deve spingerci a riflettere. In genere, le persone che urlano sono quelle che hanno ben poco da dire. E infatti, hanno bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Lo stesso accade con la musica da discoteca. E’ talmente misera e artisticamente povera che per farsi ascoltare deve necessariamente essere «urlata» dagli amplificatori.

Ma succede anche di peggio. In certe feste, chiamate «rave», gli elementi tipici delle discoteche vengono estremizzati.

Con questa parola inglese “rave”, che significa «delirio», si definiscono grandi raduni in cui si balla anche ventiquattr’ore di seguito, consumando droga e alcolici.

Non si può fare a meno di notare la somiglianza tra i «rave» e i «sabba» dell’antica stregoneria. Lo scrittore Rino Cammilleri, in un articolo sulla rivista Studi Cattolici, ha osservato:

«La trance sciamanica è provocata dal battere ossessivo del tamburo e dalla danza invasata continua. Quando lo sciamano è “cotto”, a quel punto viene “cavalcato” dal demone. E adesso pensiamo a una discoteca di quelle trendy, dove disco-music, droghe e sesso fanno la parte (moderna) del sabba stregonico medievale. Nei “secoli bui” tutta questa preparazione aveva uno scopo preciso: evocare il diavolo. Oggi, naturalmente, satanasso non compare nelle discoteche. Ma, stando agli effetti su certi appassionati, non si può dire che sia rimasto del tutto estraneo». (R. Cammileri, il diavolo in Musica, in studi cattolici, maggio 1996).

Un’estasi diabolica

Anche il nome della più popolare droga venduta in discoteca, «ecstasy », racchiude un significato satanico. Più volte i seguaci del diavolo utilizzano il «contrario» come simbolo. Ad esempio, con le croci e le preghiere rovesciate.

La parola «estasi», nel suo significato originale, indica lo stato di astrazione dell’anima dalle cose terrene verso la contemplazione di cose divine. In discoteca, invece, accade l’esatto contrario. La pasticca di «ecstasy» riduce i giovani a uno stato di schiavitù degli istinti, perché elimina ogni freno inibitorio. E quindi, il risultato finale è la vittoria del corpo sull’anima (spirito o la ragione).

Questa dimensione di «estasi rovesciata», che si realizza nelle discoteche, è un ulteriore passo nella realizzazione di una «società al contrario». La stessa musica, a volte, viene studiata a tavolino per creare veri e propri rituali esoterici di massa.

Un caso clamoroso è quello degli Enigma, gruppo che ha utilizzato i canti gregoriani al contrario in uno dei suoi brani più famosi: Principles of lust (I principi della lussuria). Alla base di questa musica c’è una profonda conoscenza dell’esoterismo. Gli Enigma, infatti, sono riusciti a dissacrare un particolare canto gregoriano in latino che si riferisce alla purezza, tratto dalla liturgia cattolica della Domenica delle palme:

«Cum angelis et pueris fídeles inveniamur. In nomine Christi. Amen » (Cerchiamo di essere fedeli con gli angeli e i bambini. Nel nome di Cristo. Amen).

Nel brano Principles of lust, questo canto sacro viene registrato al contrario e accoppiato ai sospiri di un atto sessuale. Perciò il suo significato originale, riferito alla purezza, viene completamente stravolto e dissacrato.

Immaginiamo, quindi, quello che può accadere in una discoteca, con centinaia di giovani che ballano questa musica. Un oltraggio blasfemo degli Enigma viene amplificato e si trasforma in un vero e proprio «rituale esoterico di massa».

Tra droga, alcolici e rituali blasfemi, l’atmosfera della discoteca è proprio quella di un «sabba » moderno, che vede protagonisti/vittime i giovani. Il risultato di certi meccanismi, ancora una volta, è la strage degli innocenti: ragazzi che muoiono per colpa della droga, o a causa degli incidenti stradali del sabato sera, dopo aver trascorso una serata con gli amici.

Tutto questo dovrebbe spingerci a riflettere. Che cosa significa «divertirsi»? La musica, il ballo, le discoteche, l’alcool, la droga e esoterismo, sono diventati in centinaia o in migliaia di casi strumenti di morte?

“Le patrie dell’identità” accompagnano liberamente i giovani ritardandone lo sviluppo adolescenziale e il raggiungimento della maturità affettiva.

La società dell’abbondanza, dei microcip, nasconde in sé un errato concetto della vita: “fai ciò che vuoi”. Ma è proprio vero che i giovani fanno ciò che vogliono? Che sono veramente liberi e disinibiti? Pensiamo all’ebbrezza dell’onnipotenza che la loro psiche sperimenta quando ingeriscono sostanze tossiche fino a morirne; quando pugnalano una suora, un padre, una madre o un fratello; quando tutte le mattine interrogano l’oroscopo per meglio gestire la giornata, oppure telefonano alla «maga» di turno, per sapere se il partner approda nel suo cuore o deve aspettare. Quando percepisce il sesso come fino a se stesso e il corpo più che dono, oggetto ad uso e consumo dei sensi. Sono pienamente liberi quando, dopo il delirio di onnipotenza, subentra la solitudine interiore che sfocia nell’angoscia.

“Basta che uno si dichiari libero, ed ecco che immediatamente si sente limitato. Se ha il coraggio di dichiararsi limitato, subito si sente libero” (Johann Woligang Goethe, 44).

Qualcuno dice: “Se trovi uno schiavo addormentato, non svegliarlo, forse sta sognando la libertà”. Ed io rispondo: “Se trovi uno schiavo addormentato, sveglialo, e parlagli della libertà” – (Tutte le poesie e i racconti, Gibran, p. 597).

Conclusione

Tra i più gravi problemi della discoteca oltre alla presenza della droga e dell’alcool, è l’incomunicabilità forzata dei giovani che la frequentano. Il volume assordante che impedisce il vero contatto umano, per favorire quello più disumano e animalesco.

Paradossalmente, in mezzo a tanto rumore, è il silenzio a trionfare. Il silenzio, meglio la solitudine che «cresce come il cancro». In discoteca i giovani hanno l’illusione di stare in compagnia. In realtà, ognuno è protagonista della propria profonda solitudine.

L’uomo ha bisogno di sapere chi è e non può vivere se non scopre che senso ha il suo vivere: rischia l’infelicità. Ma, l’identità non è un dato biologico, inscritto nei cromosomi, “o dei semplici tratti somatici” facilmente rilevabili; neppure è semplicemente una verità da contemplare e da credere in modo più o meno statico e passivo dentro di noi. L’identità è un punto d’arrivo, una vocazione del tutto personale da realizzare, cioè Cristo: «la via, la verità e la vita».

“L’uomo più felice è quello che è in grado di collegare la fine della sua vita con l’inizio di essa” (Johann Woligang Goethe,140).

Infatti sta scritto:

“Ascoltatemi, o casa di Giacobbe, e voi tutti, residuo della casa d’Israele, voi di cui mi son caricato dal dì che nasceste, che siete stati portati fin dal seno materno! Fino alla vostra vecchiaia io sarò lo stesso, fino alla vostra canizie io vi porterò; io vi ho fatti, ed io vi sosterrò; sì, vi porterò e vi salverò“. – Isaia 46: 3-4

“I giovani s’affaticano e si stancano; i giovani scelti vacillano e cadono, ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non s’affaticano“. – Isaia 40: 30-31

Past. Francesco Zenzale

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