Fenomeni paranormali: L’ipotesi spiritica

esp-fenomeni-paranormali-foto-dal-film-6_midSecondo insigni studiosi, il revival del “magico” e dell’esoterico, cui si assiste oggi, è in diretto rapporto con la caduta e la crisi di valori della società contemporanea.

Il prof. Alfonso Di Nola afferma:

“Noi viviamo in un orizzonte in cui sono scomparse non solo le ideologie, ma anche le grandi utopie. Queste ultime cadute in parte all’interno dello stesso cristianesimo, sono crollate anche, in parte, all’interno del grande movimento marxista. Per questo motivo la gente si volge altrove, spesso nel magico, per trovare una risposta ai problemi e certezze che innalzino il senso della propria esistenza”.

Il dr. Kurt E. Koch, dichiara:

“Possiamo notare che l’abbandono della fede in Dio rende finalmente l’uomo schiavo della magia e delle forze occulte” (op. cit., pag. 73 – cit. da Chistian Klopfenstein, La Bible e la Santé, ed. La Pensée Universelle, pag. 230, 1977 (Paris)

Un’ultima delusione si evidenzia proprio nell’ambito della scienza; così si esprime Felice Mondella a riguardo:

“Contro la pretesa della scienza di controllare tutto e contro la sua presuntuosa onnipotenza, la magia, l’occulto, tutto ciò che è incantato e fantastico si presentano come un rifugio ad una ragione ormai in crisi o al delirio di una scienza che rischia di produrre mostri”.

“L’uomo insicuro si sforza con tutti i mezzi di sfuggire al tormento dell’incertezza relativo alla scomparsa dei loro cari, alla minaccia de futuro, del suo stato di salute e della sua stessa esistenza”. (Kurt E. Koch, op. cit., pag. 184 – cit. da Chistian Klopfenstein, op. cit., pag. 230).

Gli addetti ai lavori del mondo dell’occulto sostengono che esiste una differenza tra l’occultismo e lo spiritismo. Scrive Maurice Ray a proposito:

“…spiritisti e occultisti sono tutt’altro che d’accordo fra di loro, anzi, essi stessi negano di avere una qualsiasi somiglianza”, e secondo uno di loro è tanto ridicolo associarli quanto è ridicolo “pensare che il cameriere del refettorio della scuola politecnica faccia matematica superiore” (Ray Maurice, “L’occultismo alla luce del Cristo”, ed. Uomini nuovi, Marchirolo, Varese, 1980, pag. 12).

L’occultismo vero e proprio riunirebbe un insieme di filosofie, scritti sacri e di saggezza antica, allo scopo di formulare delle verità sull’origine del cosmo, la vita, la morte, il divino. Lo spiritismo, pur considerando tale “patrimonio”, si occupa del lato più pratico del fenomeno: l’evocazione delle entità. Esistono ulteriori e più complicate differenze, anche nello stesso ambito occultista, ma un loro esame ci porterebbe troppo lontano.

Il movimento spiritista si fonda su due postulati fondamentali:

1) non esiste la morte,

2) ci si può mettere in contatto con i defunti.

Come l’occultismo e la magia anche lo spiritismo ha origini antichissime, probabilmente radicate nelle profondità dell’animo umano. L’uomo, non s’è mai rassegnato al pensiero di dover un giorno sparire per sempre, lasciando come ricordo ai posteri una misera manciata di polvere; ogni essere umano, in un modo o nell’altro, alberga nel suo cuore un viscerale desiderio d’immortalità: nessuna epoca in ciò ha fatto eccezione.

Già nel VI secolo a.C., in Cina, si trovano tracce di una credenza di comunicazione tra i vivi e i morti; accenni in tal senso si trovano anche nel IV secolo in coincidenza con la predicazione del Buddha. Non costituiscono eccezione le società Indù ed egizie; persino nella raffinata Grecia il culto dei morti era rinomato. Nell’antica Roma, l’evocazione degli spiriti assumeva un’importanza tale che per ogni fatto rilevante della vita si era soliti chiedere consiglio agli indovini. Quando C. Colombo sbarcò nelle Americhe non scoprì soltanto il nuovo continente, ma le già stabilizzate pratiche dell’evocazione dei defunti da parte degli indigeni. Attraverso il Medio Evo, questa credenza spiritica è infine giunta fino a noi presentandosi con abiti nuovi. Dal XIX secolo, infine, lo spiritismo inaugura una nuova fede.

1. Lo spiritismo moderno

“Siamo nel 1848. Giovanni e Margherita Fox, con le loro due giovani figlie, Margareth quindicenne, e Katie dodicenne, si trasferiscono in una casetta di Hydesville, un villaggio della contea di Wayne, stato di New York. Durante la notte la famiglia è svegliata da alcuni colpi secchi che potevano essere uditi in tutta la casa. Le due ragazze, per nulla spaventate, iniziarono per scherzo a rispondere ai colpi battendo le mani. Ogni battuta di mano ricevette un colpo per risposta. Allora Katie formò con le dita dei numeri chiedendo a Piedefesso (nome dato dalle ragazze all’entità) di dirle i numeri che via via andava formando. Siccome le risposte che ottenevano per mezzo di colpi erano sempre esatte, Katie osservò: «Ci vede e ci sente bene!». Margareth allora aggiunse: «Conta uno, due, tre e quattro», e i colpi risposero esattamente. Le ragazze si convinsero che l’autore dei colpi misteriosi era un essere intelligente che aveva la possibilità di rispondere battendo i colpi che gli erano richiesti” (Leroy E. Froom: Lo spiritismo moderno, Edizioni A.d.V. Firenze 1976, pag. 3).

Nacque così un codice improntato sullo schema di un rudimentale alfabeto Morse, e la famiglia Fox poté facilmente appurare le generalità del misterioso ospite che asserì di essere lo spirito di un merciaio ambulante assassinato e poi sepolto nella cantina della casa. Le indicazioni dell’entità risultarono esatte allorché l’indomani, fatte le debite ricerche, veramente i Fox scoprirono delle ossa nel luogo indicato dallo spirito. Le comunicazioni continuarono, e l’entità affermò che avrebbe rivelato cose meravigliose e, addirittura, i fondamenti di una nuova religione col fine di arrecare benefici all’umanità.

Nel 1854 il movimento spiritista contava già adepti in ogni parte degli Stati Uniti, e nel 1857 gettava le sue radici in Europa: Allan Kardec pubblicò «Il Libro degli Spiriti» e gli spiritisti ebbero il loro «vangelo». Nel 1883, a Chicago, sorse l’Associazione nazionale degli spiritisti, il più importante raggruppamento spiritista e il primo a definirsi addirittura «chiesa». Da allora le congregazioni spiritistiche si sparsero ovunque, si crearono …dei ministri ordinati e consacrati; crebbero altre chiese con culti simili ai servizi religiosi protestanti.

Il 27 settembre 1893 si tenne a Chicago la Convenzione dei Delegati delle Società Spiritistiche degli Stati Uniti d’America dalla quale nacque e fu organizzata l’Associazione Nazionale spiritistica delle chiese negli USA. Fu susseguentemente formulata una dichiarazione dei principi grazie alla quale lo spiritismo si proclamava «Religione Universale» (ibidem pag. 8, 11).

“Si stima che in Francia ci siano più guaritori che medici, e sola Parigi contava, nell’anno 1977, 5000 veggenti. La professione di un astrologo sarebbe la più retribuita”. Maurice Ray, “Occultisme à la lumiere du Christ, pag. 174 – cit. da Chistian Klopfenstein, op. cit., pag. 230, 1977 (Paris).

“In occasione di una mostra sulla superstizione a New York, è stato valutato che la somma destinata annualmente in America, per la divinazione supera i 125 milioni di dollari… A Berlino, circa 1000 persone guadagnano la loro vita praticando la divinazione, chiromanzia e come astrologi… Si stima che nel mondo ecclesiastico, in Germania, ci siano più indovini che pretendono di avere un potere soprannaturale che pastori e preti” (K. E. Koch, op. cit., pag. 331 – cit. da Chistian Klopfenstein, op. cit. pag. 230, 231).

2. L’immortalità dell’anima

Un dato interessante che desidero sottoporre alla vostra attenzione, riguarda il postulato, comune a molte religioni: cristiane, orientali, animistiche, filosofiche e al New Age, relativo alla credenza nell’immortalità dell’anima. Conseguentemente, l’ipotesi spiritica, parrebbe accreditata, quindi esisterebbe la possibilità di entrare in contatto con i defunti. Tra le varie religioni cristiane, indubbiamente quella Cattolica è quella che maggiormente sostiene la dottrina dell’immortalità dell’anima. L’inferno, il purgatorio, il paradiso, la messa ai defunti, le indulgenze, la beatificazione dei «santi martiri»: i miracoli e le apparizioni mariane ne sono la cornice.

Secondo Papa Wojtyla, lo scopo dichiarato del giubileo è quello di fornire al popolo di Dio “un’esperienza particolarmente profonda di grazia e di misericordia divina”. Questa grazia si manifesterà in modo particolare attraverso la concessione dell’indulgenza plenaria a tutti quelli che adempiranno quanto richiesto nel documento apposito che accompagna la bolla di Indizione per il Grande Giubileo. In esso troviamo le seguenti parole:

“L’indulgenza plenaria può essere applicata per modo di suffragio alle anime dei defunti: con tale offerta si compie un insigne esercizio di carità soprannaturale…” (pag. 29).

Questo significa che si è liberati da tutte le pene temporali che l’anima dovrebbe patire nel purgatorio. E questo può essere fatto non solo a proprio favore ma anche a favore delle anime che sono già defunte. Il solo limite è che non si può ottenere più di un’indulgenza al giorno.

Comprendiamo bene che cosa significa per la chiesa Cattolica la dottrina dell’immortalità dell’anima? Che cosa succederebbe se la si mettesse in discussione, scoprendo che in realtà è falsa? Quali conseguenze economiche e di credibilità scaturirebbero per la Chiesa Cattolica? Quale profonda delusione proverebbero i fedeli che per anni, nell’intimo del loro cuore hanno creduto nella dottrina dell’immortalità dell’anima!

Oggigiorno la Chiesa Cattolica, e in parte il mondo protestante, fondano la loro ragion d’essere e il loro insegnamento su due mappe: la Tradizione e la Bibbia.

Secondo il concilio di Trento (sessione IV, dell’ 8 aprile del 1546), la Chiesa Cattolica, accetta e venera con uguale affetto, pietà e riverenza, tanto le Scritture dell’antico e nuovo testamento, quanto le tradizioni pertinenti alla fede e alla morale, conservate e trasmesse oralmente alla chiesa dopo l’ascensione di Gesù Cristo e gli apostoli.

Questa interpretazione fu di certo sostenuta dal card. Bellarmino (V 1621) che così scrisse:

“La Scrittura è una regola di fede non totale, ma parziale. La regola di fede è la Parola di Dio, ossia la rivelazione di Dio fatta alla Chiesa: essa si divide in due regole parziali, La Scrittura e la Tradizione. La Scrittura, essendo regola di fede non totale ma parziale, non comprende tutto, vi sono elementi di fede che non sono contenuti”. (Bellarmino, Disputationes de controversiis Christianae fidei adversus huius temporis, Venezia 1596, vol. 1 De verbo Dei 4, 12., cit. da Fausto Salvoni, in Dal Cristianesimo al Cattolicesimo, pag. 250).

Anche il Vaticano II mette la Scrittura e la Tradizione su di un piano di parità, quando afferma che devono essere accolte con «pari pietà e riverenza» (Dei verbum 9, ibidem, pag. 251), ma sempre sotto l’occhio vigile del Magistero, il quale «garantisce la genuina espressione della Parola di Dio» (ibidem, pag. 254)

Questo principio egualitario contrasta con i padri della Chiesa.

Ireneo – «Le scritture sono perfette, perché sono parola di Dio data per mezzo dello S. Santo; solo le Scritture sono la tradizione apostolica manifestata al mondo intero e che, nella chiesa, si indirizza a tutti quelli che desiderano ascoltare la verità» (Contro le eresie, lib. III, cap. 1).

San Girolamo, che ha tradotto la bibbia in latino (IV sec), scrisse: «Se voi volete chiarire le cose in dubbio, andate alla legge e alla testimonianza della Scrittura; fuori di lì siete nella notte dell’errore. Noi ammettiamo tutto ciò che è scritto, rigettiamo tutto ciò che non lo è. Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione apostolica senza l’autorità della Scrittura sono colpite dalla spada di Dio». (Sul cap. I del profeta Aggeo).

Giovanni l’apostolo, fece la seguente dichiarazione:

“Io lo dichiaro a ognuno che ode le parole della profezia di questo libro: Se alcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali le piaghe descritte in questo libro; e se alcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Iddio gli toglierà la sua parte dell’albero della vita e della città santa” (Apoc. 22:18,19; cfr. Deut. 4:2; 12:32).

Gesù denunciò il comportamento dei Farisei nei confronti della Scrittura – Matteo 15:1-9.

La Chiesa Cattolica ha una sua mappa. Papa Giovanni Paolo II, ha dedicato l’udienza del mercoledì 24 giugno 1992 a questo tema. I criteri di discernimento che egli ci insegna si possono così riassumere:

1. la concordanza con la fede della Chiesa Cattolica;

2. la presenza dei frutti dello Spirito Santo: amore, gioia, pace;

3. la conformità con l’autorità della Chiesa e l’accettazione delle sue direttive. (Osservatore Romano del 25. 6. 1992) cit. in Messaggi Carismatici Cattolici, pag. 6)

Si evidenzia chiaramente che il riferimento alla Bibbia è in pratica inesistente. La fede Cattolica, con i suoi dogma e prescrizioni del magistero, indipendentemente dalla conformità evangelica, costituisce la norma.

Se voi avete qualche dubbio sulla veridicità della dottrina dell’immortalità dell’anima, credo sia indispensabile che vi rivolgiate alla Bibbia quale unica norma di fede e di condotta.

“Oggi si nota un notevole divario dalla dottrina che esse (Chiese protestanti) insegnano, ed è perciò necessario un ritorno al grande principio protestante: la Bibbia, solo la Bibbia come «unica» regola di fede e di condotta” (E. G. White, Il Gran Conflitto, pag. 150).

Ritorniamo alla concezione dell’uomo che muore e non muore, perché parte di esso si ritrova, dopo la morte in una dimensione diversa dalla nostra e che mediante una seduta spiritica si può rievocare.

Il concetto dicotomico anima – corpo è già presente nell’antica letteratura greca, dove l’anima è presentata in stretta connessione con il corpo, e secondo Omero, «Quando questa lo abbandona, gli viene a mancare al vita» (Hom. Od. 14, cit. nel Dizionario dei concetti Biblici del Nuovo testamento, ed. Dehoniane – Bologna, pag. 111).

Platone si fa interprete di un concezione secondo la quale con la morte, l’anima, è separata da corpo per tornare a se stessa e all’originaria immortalità. (Plato, Leg. 873 A\B, cit. ibidem, pag. 112)… Egli fonda (giustifica) la necessità dell’immortalità con il fatto che il tempo della vita è troppo breve perché ci sia un’incidenza morale sull’uomo. Quest’ultimo, in quanto anima, dovrà perciò sperimentare e valorizzare l’esperienza di più incarnazioni. Il corpo è per l’anima un vestito, una specie di prigione. La liberazione di questa prigione avviene tramite consacrazioni a Bacco, tramite la grazia di redentori, e con il distacco ascetico del medesimo essere terreno (Ibidem, pag. 113).

Il dogma dell’immortalità dell’anima risale al 1513, con il concilio di Laterano.

G. Miegge, scriveva:

“L’anima non è di essenza divina. Quando Dio dà il suo spirito (ruah), appare l’uomo-persona, l’anima vivente. L’anima muore quando Dio ritira il suo soffio (Eccl. 12:9). Non è immortale… La concezione di una immortalità naturale dell’uomo, dipendente dalla sua struttura fisica e spirituale (dualismo) deriva dal pensiero greco (Platone: “Il fedone” e Repubblica”. Nella concezione biblica la morte, a causa del peccato, fa perire l’uomo intero “corpo ed anima” (Dizionario Biblico, G. Miegge, voce Immortalità).

Claude Tresmontant, precisa che:

“L’antropologia ebraica… è caratterizzata dall’assenza di dualismo anima – corpo, l’uomo è un’anima vivente. In ebraico, l’anima è l’uomo nella sua interezza. Non è possibile allora affermare che l’uomo abbia un’anima, ma piuttosto che egli sia un’anima. Allo stesso modo, dal punto di vista biblico, l’uomo è un corpo”.

G. von Rad, chiarisce il pensiero affermando che il termine «nephesh», tradotto impropriamente per anima:

“indica ciò che costituisce un corpo essere vivente, animale o uomo… Se nephesh è reso con psyche, quest’ultima designa la «vitalità dell’uomo nel senso più largo» o semplicemente l’essere umano vivente” (G. von Rad, Teologia A.T., 1, 1972, cit, nel Dizionario dei concetti Biblici del N.T. pag. 114).

Il termine «anima vivente» (dall’ebraico nephesh o dal greco psyche, 873 volte nella Bibbia) a seconda del contesto in cui si trova, può significare vita (Es. 4:19; Mat. 10:39; 1 Re 17:21,22; Giov. 10:15,17), che è localizzata nel sangue (Lev. 17:11; Deut. 12:23); persona (Sal 19:7; Atti 27:37; 1 Pietro 3:20), individuo (Gen. 27:4,19). Non è mai associato al concetto dell’immortalità, anzi l’anima spesso rimanda all’idea della morte (Sal. 40:14; Ezech. 18:4,20). «Anima per anima» equivale a «vita per vita» (Es. 21:23).

In Genesi 2:7, si legge che Dio formò l’uomo dalla polvere e fece un corpo. Poi lo unì all’alito vitale e l’uomo divenne «anima vivente». Pertanto nella Bibbia la definizione di anima è: Corpo + Alito vitale = Anima o Persona vivente. Un essere che respira è un’anima. Noi siamo Anime! Noi non abbiamo un’anima, ma siamo anime, vale a dire persone viventi, esseri viventi. L’anima non è un elemento, ma il risultato. Infatti, l’anima: ha sete e fame (Sal. 107: 9; Ger. 31: 14); ha desideri (Prov. 13:4); prova gioia (Sal. 35:9); ama (1 Sam. 18:1); è vanitosa (Sal. 24:4); può essere gonfia (Hab. 2:4); prova amarezza (1 Sam. 1:10); può peccare (Mich. 6:7); muore (Ezech. 18:4-20; 13:19; Sal. 66:9).

Solo Dio possiede l’immortalità (1 Tim. 6:15-16).

“Essa è dunque il complesso di tutta la personalità, dell’individualità dell’uomo, per cui «anima» può equivalere a «io stesso», «tu stesso», ecc. (1 Sam 18:1). Possono essere designati come anime gli esseri viventi, intendendo in senso collettivo tutto ciò che ha vita, che vive (Lev. 11:10; Gen. 1:24). Nella legislazione, un’«anima» vuol dire l’uomo interessato dalle varie prescrizioni (Lev. 4, 25:1,2-4, 15). Nel censire la popolazione, si conta «per anime» (Esodo 1:5; Deut. 10:22)… L’AT può parlare di un morto designandolo con l’espressione «l’anima di un morto», e questo per indicare il suo cadavere (Num. 6:6)” (Dizionario dei concetti Biblici del N.T. pag. 114).

R. Koch, biblista cattolico afferma:

“L’anima è l’uomo nella sua totalità. L’uomo non ha un’anima egli è un’anima. Non ha un corpo, è un corpo”.

Victor Frankl, psichiatra e padre della logoterapia, scriveva:

“Non si può trascurare il fatto… che la persona è spirituale. Infatti, non “ho” una persona, ma “sono” la mia persona. Non posso propriamente dire: “il mio io”; infatti “io” sono io, e non “ho” un io… L’essere umano, per il fatto di essere individuato, è centrato intorno ad una persona, è per ciò stesso anche integrato” (Dio nell’inconscio, Morcelliana, Brescia 1977 p. 22).

Conseguentemente, i morti, non pensano (Sal. 146:4); non sanno nulla (Eccl. 9:5); non conoscono le meraviglie e la giustizia di Dio (Sal. 88:10-12); non rendono culto al Signore né lo lodano (Sal. 6:5; Sl. 115:7). Non provano amore, odio o invidia e non possono comunicare con i vivi (Eccl. 9:6). Non vedono ciò che sta accadendo alla loro famiglia in vita (Giob. 14:10-21) e non svolgono alcun’attività (Eccl. 9:10; Is. 38:18-19).

Roland du Pury , precisava:

“L’immortalità dell’anima è la problematica speranza dell’incredulità; mentre la risurrezione dei morti è la sicura attesa della fede” (cit. da C. Gerber, op. cit. pag. 238).

L’ipotesi spiritica alla luce della parola di Dio pare infondata. Ora, se i morti dormano, nell’attesa della beata speranza della risurrezione, che cosa c’è dietro alle presunte manifestazioni spiritiche?

Past. Francesco Zenzale

Segue: Fenomeni paranormali: L’ipotesi demoniaca.

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