Il Next Age

lotusfL’espressione Next Age è emersa soprattutto in Europa per indicare la consapevolezza – ampiamente diffusa sia fra i new ager, sia fra gli osservatori esterni – del passaggio a una fase ulteriore del fenomeno un tempo noto come New Age. È certamente sbagliato sostenere che «Next Age» è una etichetta «americana», dal momento che negli Stati Uniti questa espressione è pressoché ignota al grande pubblico e usata soprattutto in ambito musicale; coesiste del resto con altre assai più popolari, come Next Stage («nuovo stadio»), Next Edge («nuova angolazione»), e con altri termini ancora. L’espressione «Next Age» si è affermata invece soprattutto nell’Europa continentale. Anche in Italia il termine Next Age – più facilmente comprensibile e traducibile – ha avuto successo anzitutto fra gli stessi new ager, come dimostra il fatto che il Salone del New Age di Milano si chiama, a partire dal 1998, Salone del New Age e Next Age.

Descrizione

Il Next Age può essere descritto come il passaggio del New Age dalla terza alla prima persona singolare. Per il Next Age il Pianeta Terra, nel suo insieme, entrerà (o è già entrato) in un evo di superiore consapevolezza, felicità, benessere. Dopo la delusione il Next Age ammette che forse per il Pianeta Terra, o per la società nel suo insieme, non è in vista nessuna gioiosa trasformazione. Le cose, anzi, potrebbero perfino peggiorare.

Il singolo, invece, può entrare nel suo New Age personale e raggiungere uno stato superiore di prosperità, salute, soddisfazione (anche sul piano sessuale, che nel Next Age viene spesso in primo piano). La società può anche andare alla rovina: ma la singola persona che ha accesso a determinate tecniche entrerà comunque in una sua età dell’oro personalissima e privata.

Come ha notato acutamente J. Gordon Melton, questo passaggio è accompagnato da dichiarazioni – da parte di alcuni portavoce importanti del New Age (ma non di tutti) – secondo cui, in realtà, il New Age non ha mai promesso una trasformazione sociale, globale o planetaria. Nel New Age l’elemento importante sarebbe sempre stata la trasformazione individuale. Si tratta, in realtà, di un semplice escamotage: uno sguardo anche superficiale alla letteratura del New Age negli anni 1980 e (soprattutto) 1970 mostra una forte carica di millenarismo progressista.

Nell’abbandono della fase utopica e nel ripiegamento sull’individualismo – con accenti spesso narcisistici – il Next Age è effettivamente «nuovo» e diverso dal New Age. Il Next Age, naturalmente, è meno nuovo se si guarda alle tecniche e alle idee di fondo, che rimangono in gran parte le stesse.

Cenni storici

Il Next Age rappresenta una corrente da sempre presente nel New Age, ma minoritaria nel New Age «classico» precisamente per il suo carattere individualistico, che si prestava ad accuse di disinteresse egoistico (e poco «politicamente corretto») nei confronti delle prospettive utopistiche, planetarie e globali un tempo prevalenti. Come si vedrà, il Next Age ha poi radici ancora più antiche, fra l’altro nel cosiddetto «pensiero positivo» e nel movimento del self-help.

Il precursore – certamente riluttante, e oggi critico – dell’attuale Next Age è uno psicologo americano, il dottor Morgan Scott Peck, passato dal buddhismo zen a un battesimo cristiano «non denominazionale» ricevuto nel 1980. Nel 1978 Morgan Scott Peck aveva pubblicato un volume famosissimo, The Road Less Traveled.

Il testo – che esprime talora idee condivisibili, di semplice buon senso – insegna a concentrarsi sulle proprie azioni e responsabilità individuali, senza troppo preoccuparsi del contesto sociale. La disciplina proposta da Morgan Scott Peck comprende quattro tecniche.

La prima consiste nel rimandare la gratificazione, «programmare» l’alternanza di piacere e dolore insita in tutte le realtà umane, in modo da sperimentare e superare prima il dolore, così che in una seconda fase rimanga soltanto il piacere.

La seconda consiste nell’accettare la responsabilità per le proprie azioni, senza pensare che del nostro agire siano responsabili gli altri o la società.

La terza tecnica è l’«impegno nei confronti della verità», tenendo tuttavia conto del fatto che la verità è una sorta di bersaglio mobile: la realtà cambia continuamente, e così cambia la verità. La quarta tecnica è l’equilibrio (balance), che consiste nell’essere flessibili e nell’adattarsi alle circostanze che – come la verità – mutano continuamente. Un elemento importante nel volume di Morgan Scott Peck è l’analisi dell’amore, che ultimamente è sempre amore di se stessi. «Non faccio mai qualcosa per qualcun altro se non lo faccio anzitutto per me stesso» – insegna lo psicologo americano – «Un altro dei maggiori equivoci sull’amore è che consista nel sacrificio di sé […]. Quando pensiamo a noi stessi come a persone che fanno qualcosa per qualcun altro, stiamo negando in qualche modo la nostra responsabilità. Qualunque cosa facciamo è fatta perché scegliamo di farla, e compiamo questa scelta perché è quella che ci soddisfa di più. Qualunque cosa facciamo per qualcun altro, la facciamo in realtà perché soddisfa un nostro bisogno personale».

Anche se l’autore afferma che – ultimamente – facendo del bene a noi stessi aiutiamo anche il mondo che ci circonda, l’essenza del messaggio è strettamente individualistica: devi voler bene a te stesso, devi curare te stesso, devi fare centro sulla tua vita, sul tuo benessere, sulla tua felicità. Negli stessi anni il New Age affermava che nella nuova era tutti sarebbero diventati felici in conseguenza dei cambiamenti planetari. Morgan Scott Peck, invece, rovesciava il discorso, affermando che sono le persone a dover cambiare, e che – forse – da questo cambiamento nascerà anche una trasformazione sociale.

Lo psicologo americano non è ancora un esponente del Next Age perché – attraverso la trasformazione individuale – l’obiettivo della trasformazione sociale rimane ben presente, anzi emerge in primo piano dopo il «battesimo non denominazionale» – qualunque cosa questo significhi – che avrebbe ricevuto grazie ai buoni uffici di una suora cattolica nel 1980. Questi temi emergono in People of the Lie del 1983, dove Morgan Scott Peck rilegge in modo originale la figura di Satana e soprattutto in A Different Drum, del 1987, dove lo psicologo sotto l’influenza delle idee dell’ex-domenicano Matthew Fox – una figura chiave nel mondo del New Age – propone le sue idee sull’importanza delle comunità, dal livello locale fino a quello sovranazionale. L’opera più letta e diffusa di Morgan Scott Peck – a prescindere dagli sviluppi successivi – rimane comunque The Road Less Traveled, che possiamo considerare una pietra miliare sulla strada che porta al Next Age.

I best seller della metà degli anni 1990 nel mondo del New Age sono, a loro volta, momenti di passaggio che annunciano la successiva svolta individualistica. Così La profezia di Celestino di James Redfield, del 1993, può essere considerata sia l’apice del New Age, sia l’annuncio della sua crisi. L’esegesi che l’autore stesso ne fornisce nel successivo La visione di Celestino (1997) insiste infatti sul passaggio dalla visione planetaria degli anni 1980 all’attenzione alla cura di sé che è tipica degli anni 1990. Anche nel romanzo di Paulo Coelho L’alchimista – che passa, non a torto, per un classico del New Age – in luogo di un grande contesto storico e sociale viene proposta una ricetta per la felicità individuale.

Il protagonista, Santiago, è chiamato a realizzare la sua «Leggenda Personale», il cui perseguimento – tramite l’attenzione tutta esoterica alle coincidenze – è il solo compito di ogni persona umana. James Redfield e Paulo Coelho appartengono all’ultima generazione del New Age: una generazione che ne percepisce la crisi e che – pur mantenendo i piedi ben saldi nella tradizione del New Age «classico» – cerca di salvarsi insistendo sulla felicità individuale.

Un personaggio tenuto tipicamente in sospetto dal New Age «classico» – a causa del carattere individualistico e anti-utopistico del suo insegnamento – è Anthony Robbins, che si è formato in quella singolare zona di incontro fra tecniche per la felicità individuale ed esoterismo che è la Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) di Richard Bandler e John Grinder. Dopo l’incontro con la PNL, nel 1983 Anthony Robbins comincia a tenere seminari caratterizzati dal firewalking, la camminata sui carboni ardenti (diffusa in diversi nuovi movimenti religiosi e magici), intesa a convincere i partecipanti che nulla nella vita è davvero impossibile.

La conclusione da trarne è che ciascuno di noi può fare tutto quello che vuole, se crede veramente di esserne capace e se riesce a mobilitare la «magia» che già vive dentro ogni persona umana. Fra i suoi clienti e i frequentatori dei suoi seminari – vivi o defunti – Anthony Robbins cita celebrità come Bill Clinton, George Bush, Lady Diana, André Agassi.

Insieme ad Anthony Robbins, la figura che si trova al centro dell’attuale Next Age è il medico indiano – residente da molti anni negli Stati Uniti – Deepak Chopra. Partendo da posizioni scettiche, Deepak Chopra ha scoperto dopo il trasferimento in America la Meditazione Trascendentale, di cui negli anni 1980 è diventato uno dei dirigenti più affermati.

A causa di diversi contrasti, Deepak Chopra ha rotto con la Meditazione Trascendentale nel 1993. Già in precedenza, tuttavia, alcuni suoi libri avevano un taglio decisamente personale, come Quantum Healing del 1989. Deepak Chopra è un autore estremamente prolifico.

Forse uno dei suoi titoli più significativi è Le sette leggi spirituali del successo, del 1994. Le regole per la guarigione del corpo ispirate a una branca di medicina tradizionale indiana (Ayurveda) diventano regole fondamentali per pretese molto più «forti», come non invecchiare e superare non solo le malattie, ma anche l’infelicità psicologica e spirituale e la povertà.

Per Deepak Chopra il cosmo e il corpo costituiscono un’unità. La comprensione di questa realtà – a sfondo sostanzialmente panteistico – dovrebbe permettere di non invecchiare (l’attrice Demi Moore, una delle più fedeli discepole del medico indiano, si dice certa di vivere fino a centocinquanta anni), e nello stesso tempo di raggiungere un livello superiore di consapevolezza spirituale e di felicità.

Deepak Chopra ha anche cercato di presentare le sue ricette di felicità come radicate in una tradizione spirituale secolare. In questa chiave si è accostato – anche tramite la narrativa – alla simbologia, oggi di moda, del Graal e della Tavola Rotonda. Dal ciclo arturiano ha ricavato un corso di spiritualità in venti lezioni, pubblicato nel 1995 con il titolo The Way of the Wizard, che ha ottenuto un notevole successo di vendita in tutto il mondo.

I critici più attenti potranno peraltro notare come alcuni degli insegnamenti di Merlino al giovane Artù – che Deepak Chopra ricorda e commenta – non siano particolarmente «tradizionali», in quanto sono ignoti alle fonti medievali e derivano invece dal film a cartoni animati della Walt Disney La spada nella roccia, che il medico indiano conosce evidentemente piuttosto bene. Peraltro, se alcuni degli insegnamenti di Deepak Chopra possono sembrare banali – quando raccomanda, per esempio, di seguire una dieta equilibrata o di fare un po’ di moto dopo i pasti – non si deve dimenticare che la stessa medicina ayurvedica è vissuta in India in un rapporto di continuo interscambio con dottrine di tipo occultistico o esoterico, e in particolare con una «alchimia interna» di tipo magico-sessuale.

Venuto in Italia nel 1997 sull’onda del successo – anche nel nostro paese – dei suoi libri, Deepak Chopra ha scandalizzato i new ager nostrani con dichiarazioni come: «La miseria non aiuta a essere spirituali. I poveri pensano ai soldi più dei ricchi». Al di là della provocazione, emerge qui l’individualismo radicale tipico del Next Age: l’accesso alla consapevolezza è un obiettivo individuale, non sociale, e i poveri – molto semplicemente – non sono nelle condizioni psicologiche (e materiali) per potere perseguire questo obiettivo. Da un certo punto di vista, come si vede, il Next Age di Deepak Chopra è veramente «nuovo» per la sua rinuncia scandalosa all’utopia. Da un altro punto di vista, autori come Deepak Chopra dicono semplicemente in modo aperto quello che nel New Age molti già pensavano.

Aspetti sociologici

Dal punto di vista sociologico il Next Age si presta a due osservazioni, necessariamente preliminari dal momento che è difficile osservare una realtà in piena formazione ed evoluzione (dopo tutto, le prime ricostruzioni sociologiche del New Age sono avvenute a oltre vent’anni dai suoi esordi).

Anzitutto, si può osservare come la figura del network – che descrive adeguatamente il New Age – si applica male al Next Age. Certo, anche i maestri del Next Age collaborano qualche volta fra loro: per esempio l’università privata aperta alle Hawaii da Anthony Robbins ha invitato fra i suoi docenti Deepak Chopra. Ma in realtà – in un mondo dove si insiste sulla ricerca della felicità individuale – difficilmente nascono vere comunità, e i rapporti con ciascun maestro assomigliano piuttosto a quelli fra un terapista – o un organizzatore di seminari motivazionali – di successo e i suoi clienti. La formula – per usare i termini di Rodney Stark e William Sims Bainbridge – è quella del client cult, del «culto di clientela», e non quella del vero e proprio cult movement, «movimento religioso» (recentemente – in diversi interventi a convegni internazionali – i due studiosi hanno peraltro invitato chi si serve della loro tipologia del 1985 a sostituire l’espressione cult – letteralmente «culto», ma meglio tradotta come «setta» in italiano –, ormai carica di contenuti negativi e pressoché diffamatori, con altre più neutre come «cerchia» o «gruppo»).

Più che di un network si può parlare di un arcipelago, dove le isole hanno qualche cosa in comune fra loro ma non comunicano necessariamente né continuamente. Al centro di ciascuna isola dell’arcipelago Next Age non c’è la figura tipica del leader religioso, ma piuttosto quella del terapeuta o del fornitore di servizi. Personaggi come Deepak Chopra mettono in primo piano la laurea in medicina, non il radicamento (che pure esiste) in una tradizione indiana, e il loro abbigliamento preferito consiste non nella tunica tradizionalmente associata al guru ma nella giacca e nella cravatta (possibilmente «firmate»). Tutto questo rende – in linea di principio – più difficile prevedere l’evoluzione di questo o quel gruppo del Next Age nella direzione di un nuovo movimento religioso (come è invece avvenuto per il New Age). Meno improbabile è che persone formatesi nell’ambiente del Next Age possano aderire a nuovi movimenti religiosi che insistono sul potenziale umano e sul suo sviluppo tendenzialmente illimitato.

Questi movimenti – come la Chiesa di Scientology o il Movement for Spiritual Inner Awareness (MSIA), per citare due esempi peraltro diversissimi fra loro – sono molto più antichi del Next Age, che – semmai – si è talora servito di alcune loro idee, temi e slogan.

L’arcipelago del Next Age permette anche una considerazione sociologica, per così dire, più impegnativa. Uno dei temi più studiati nella sociologia delle religioni – particolarmente in questi ultimi anni, con l’approssimarsi dell’anno Duemila – è quello degli esiti del millenarismo «quando la profezia fallisce», secondo il titolo del classico studio di Leon Festinger, Henry W. Riecken e Stanley Schachter – When Prophecy Fails (1956) –, all’origine della cosiddetta «sindrome di Festinger», ossia il fenomeno sociale per cui, «quando la profezia fallisce», un movimento religioso non scompare, ma può perfino rinforzarsi. Se è vero che la maggioranza degli studi riguarda il millenarismo catastrofico, proprio la crisi del New Age ha attirato un’attenzione di tipo nuovo sugli esiti di forme di millenarismo progressista quando le loro profezie (ottimistiche) non si verificano.

Se si volesse esplorare a fondo questa ulteriore problematica, sarebbe forse necessario allargare l’orizzonte e studiare – più ampiamente – le possibili trasformazioni di movimenti religiosi che (come i millerarismi progressisti) si trovano – dopo qualche decennio o qualche secolo di vita – a dovere fare i conti con una certa difficoltà di riproporre grandi prospettive di rinnovamento cosmico, o sociale, di cui continuano a non manifestarsi segni o sintomi empiricamente verificabili. Un certo numero di tradizioni religiose e spirituali ha così conosciuto una fase di involuzione individualistica, nel corso della quale ha ridotto a ricette per la felicità e la salute individuale quelle che alle origini si presentavano come proposte spirituali per la salvezza del mondo e la redenzione della storia. Naturalmente – a seconda delle idee tipiche della tradizione religiosa di partenza – gli esiti di queste riduzioni individualistiche possono essere, in concreto, molto diversi. L’attenzione alla felicità e al benessere dell’individuo rimane però, in un certo senso, comune.

Questo significa che l’attuale Next Age non soltanto ripete, partendo dal New Age, un itinerario storicamente noto, ma anche può attingere suggestioni, temi e ricette da altri fenomeni e correnti molto più antiche (con cui ha in comune appunto il trovarsi a valle di un processo di riduzione individualistica di temi utopistici).

A titolo di esempio – senza pretendere di offrire una lista esaustiva – il Next Age utilizza materiale che proviene da almeno cinque precedenti processi di riduzione individualistica di tradizioni filosofiche e religiose, processi di cui – nel suo rapporto con il New Age – ripercorre in qualche modo l’itinerario:

a. Non si può anzitutto omettere di menzionare il processo di riduzione individualistica a cui è stato, nei secoli, sottoposto il tantrismo. Certo, la problematica relativa al tantrismo è estremamente complessa, e non può essere adeguatamente affrontata, neppure per accenni, in questa sede. Non manca chi ritiene la stessa nozione di tantrismo equivoca, impossibile da delimitare, o addirittura in gran parte inventata da orientalisti occidentali (è il caso di Donald S. Lopez). Peraltro la tradizione che viene comunemente chiamata – almeno in Occidente – tantrismo ha esercitato una indubbia influenza sui maestri del Next Age, in particolare su Deepak Chopra.

Il medico indiano parte infatti dalla medicina ayurvedica (da ayurveda, «scienza della longevità»), che in epoca tardo-medioevale è stata ampiamente influenzata dalle tecniche tantriche (delle quali si era originariamente presentata piuttosto come rivale). Si è sostenuto che il tantrismo come oggi lo conosciamo – non soltanto in Occidente, ma anche in India – è un tantrismo tardivo, in cui l’interesse si è gradatamente spostato dai problemi cosmologici e dalle corrispondenze fra il microcosmo e il macrocosmo a una concentrazione su tecniche, in cui giocano un ruolo importante la sessualità, l’alchimia di laboratorio e la respirazione, che dovrebbero assicurare a chi le utilizza poteri straordinari, una salute perfetta e – tendenzialmente – l’immortalità (cfr. David Gordon White, The Alchemical Body. Siddhi Traditions in Medieval India, 1996).

Il tantrismo avrebbe così precisamente subito un processo di riduzione individualistica, fino a giungere alla sua forma attuale che è appunto quella influente sul Next Age.

In ambiente Next Age, anche italiano, vengono spesso proposti corsi di tantrismo che, senza certamente escludere ulteriori approfondimenti di tipo psicologico e religioso, mirano anzitutto a offrire una vita sessuale più soddisfacente. È il caso dell’Istituto di Tantra Maithuna animato a Montecerignone – in provincia di Pesaro – da Elmar e Michela Zadra (di cui cfr. Tantra. La via dell’estasi sessuale, 1997).

b. Nell’Ottocento il mito del progresso ispira diverse forme di millenarismo progressista sia all’interno del protestantesimo, sia del mondo laico. Il protestantesimo liberale è una religione dei buoni sentimenti, di cui si assicura che finiranno per addomesticare la ferocia degli uomini assicurando la pace e l’armonia universali, mentre le malattie e le povertà saranno progressivamente sconfitte dalla scienza. Negli anni in cui il fondamentalismo diffida della scienza moderna – di cui teme le implicazioni teologiche – il protestantesimo liberale la abbraccia invece con fervore ed entusiasmo.

Quando le promesse del protestantesimo liberale tardano a realizzarsi su scala sociale, si afferma con grande successo una sua versione individualistica e privatistica, il New Thought («Nuovo Pensiero»). Il New Thought afferma che non la società, ma l’individuo può diventare capace di sconfiggere l’infelicità, la povertà e la malattia sviluppando le capacità del pensiero e della mente di influire sulla realtà. Rimane un riferimento al cristianesimo, in quanto Gesù Cristo avrebbe per primo dimostrato in modo esemplare e perfetto – con la sua vita, i miracoli, e la stessa resurrezione – come non vi siano limiti ai poteri di una mente totalmente libera e, quindi, totalmente padrona della realtà che la circonda.

Dalla stessa radice del New Thought nasce anche la Christian Science, che tuttavia se ne distacca in quanto rifiuta – anzi, denuncia come dannoso – qualunque tentativo di una mente umana di influenzarne un’altra, e insegna – nel quadro di un sistema metafisico e religioso più sofisticato – che è la mente sovrana di Dio a garantire guarigione e benessere. Gli uomini possono, al massimo, operare per sgomberare gli ostacoli che ciascuno inconsciamente frappone all’azione liberatrice della mente divina. Di qui l’interesse tipologico per la Christian Science – nonostante il declino nel numero dei suoi fedeli – in tempi di Next Age. Quest’ultimo appare peraltro più direttamente influenzato dai piccoli movimenti del New Thought, dove la conquista della guarigione e del benessere grazie alla forza del pensiero – in un contesto più o meno vagamente spirituale – offre ricette certamente più semplici e dirette.

c. Nel mondo laico ottocentesco il mito del progresso non era meno forte che nel mondo protestante liberale. Il progresso doveva essere assicurato non soltanto dalla scienza, ma anche dall’avanzata universale dell’istruzione e della democrazia, che avrebbero sconfitto – insieme con le malattie – la povertà e le guerre.
Lo sviluppo dell’economia e numerosi conflitti si incaricarono di smentire questa visione rosea del futuro, a cui il dramma della Prima guerra mondiale assestò un colpo decisivo. L’ottimismo sociale laico si trasforma però in ottimismo individuale nel movimento del pensiero positivo, che costituisce una delle influenze più evidenti sul Next Age ed è alle origini del precursore immediato di quest’ultimo, il movimento del self-help.

Gli esponenti più tipici del pensiero positivo sono Napoleon Hill (1883-1970) negli Stati Uniti ed Émile Coué (1857-1926) in Europa. Molti anni prima delle versioni canore di Jovanotti, Napoleon Hill insegnava nel suo best seller internazionale Think and Grow Rich, del 1936, che «pensando positivo» è possibile diventare sani, felici e ricchi. È sufficiente rimuovere sistematicamente dal pensiero le «negatività» che ci rendono infelici, e attendere con fiducia la realizzazione dei nostri desideri riaffermati con vigore. Per Napoleon Hill «i pensieri sono cose» e «il desiderio può essere trasmutato in oro: la ricchezza inizia con uno stato della mente».

La tecnica suggerita da Napoleon Hill ricorda i magnetizzatori ottocenteschi: pensando in positivo «i nostri cervelli diventano magnetizzati dai pensieri dominanti che manteniamo nelle nostre menti e, tramite mezzi con i quali nessun uomo ha veramente familiarità, questi ‘magneti’ attraggono verso di noi le forze, le persone, le circostanze della vita che si armonizzano con la natura dei nostri pensieri dominanti». La spiegazione non rinuncia a un riferimento in qualche modo «spirituale», sia pure laico: «Quando la fede si mescola con il pensiero, il subconscio immediatamente raccoglie la vibrazione, la trasforma nel suo equivalente spirituale e la trasmette all’Intelligenza Infinita», che si incarica di trasmutare alchemicamente il pensiero positivo nell’oro della realtà.

Quanto a Émile Coué, la sua tecnica insiste sull’autosuggestione e nel ripetere ogni mattina davanti allo specchio, incuranti delle smentite del mondo esterno: «Ogni giorno vado di bene in meglio». In Francia l’espressione «metodo Coué» è passata in proverbio, per indicare l’atteggiamento di persone che non vogliono accettare le smentite che la realtà apporta alle loro illusioni.

In realtà, al di là delle caricature, Émile Coué offre – nella Francia laicista dei maestri di scuola anticlericali che avrebbero dovuto sconfiggere, insieme alla religione e all’ignoranza, le divisioni e le guerre – una versione europea del pensiero positivo americano, che ha esercitato una notevole influenza.

d. Il New Thought, in linea di principio religioso, e il pensiero positivo, in linea di principio laico, hanno molto in comune. Un autore la cui influenza sul Next Age (e sul precedente self-help) può essere difficilmente sopravvalutata è il pastore metodista – più tardi presbiteriano – statunitense Norman Vincent Peale (1898-1993), Nel 1952 questo pastore protestante americano pubblica uno dei best seller del secolo, The Power of Positive Thinking. Sintesi perfetta delle idee di Napoleon Hill e del New Thought, il libro insegna che la felicità si può raggiungere «semplicemente praticando un pensiero felice». Giacché Norman Vincent Peale è un pastore protestante, tuttavia, il pensiero positivo non è semplicemente una ricetta laica: accanto alla visualizzazione è necessaria la «preghierizzazione» (prayerization) della felicità.

A differenza di Émile Coué, Norman Vincent Peale non insegna a ripetere ogni mattina «sono felice», ma suggerisce di «ripetere ad alta voce» affermazioni del tipo: «Dio sta riempiendo la mia mente di coraggio, pace, fiducia in me stesso. Dio mi sta proteggendo da ogni danno», e così via. Praticando queste tecniche, non si diventerà più felici, ma anche più sani e perfino più belli: alle donne il pastore americano promette che «Dio gestisce un salone di bellezza».

A differenza di Napoleon Hill – che affermava di avere studiato il successo dei grandi capitani d’industria degli Stati Uniti – Norman Vincent Peale assicura che il pensiero positivo, così come lo espone, non è altro che «la formula contenuta negli insegnamenti di Gesù». Con il prestigio che gli deriva da relazioni ad alto livello con la politica americana – fu amico e consulente apprezzato di diversi presidenti degli Stati Uniti – e da un apprezzabile impegno per la libertà religiosa nel mondo, Norman Vincent Peale rimane un autore di straordinaria influenza anche al di là dell’area linguistica anglofona. Il Next Age ne riprende spesso le formule, senza troppo curarsi della sua auto-presentazione come semplice, fedele interprete della Bibbia.

e. Almeno perché si tratta dell’ambiente in cui si è formato – come si è accennato – uno dei più importanti maestri del Next Age, Anthony Robbins, occorre almeno fare un cenno al tentativo di riduzione in chiave individualistica e psicologica di una parte dell’esoterismo contemporaneo operato dalla già citata Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) di Richard Bandler e John Grinder. Largamente ispirata dalla psicologia (e dalle tecniche ipnotiche) di Milton H. Erickson (1901-1980), la PNL è spesso intesa semplicemente come una delle tante nuove psicoterapie, particolarmente attente ai bisogni reali della persona e critiche nei confronti del materialismo e del meccanicismo tipici di un’ampia parte della psicologia moderna.

In realtà, tuttavia, la PNL – particolarmente in Europa – mantiene un costante interscambio con ambienti esoterici, e i suoi fondatori pretendono – per la prima volta dopo il Rinascimento – di avere compreso la «struttura della magia» e di essere in grado di mettere quanto di effettivamente vero e valido si trova nella tradizione esoterica al servizio dell’individuo e dei suoi bisogni, precisamente tramite una riduzione di tipo psicologico. Si può certamente osservare che l’ambizioso progetto della PNL non è riuscito a trasformarsi in un movimento internazionale come il New Thought o il pensiero positivo, né i suoi fondatori hanno raggiunto la fama di un Norman Vincent Peale. Peraltro – proprio tramite Anthony Robbins e il Next Age – le idee della PNL hanno oggi raggiunto un vastissimo pubblico, che difficilmente potrebbe avere accesso ai testi complessi e raffinati di Richard Bandler e John Grinder.

Come si vede il Next Age – fenomeno relativamente nuovo, sul cui futuro è difficile fare previsioni – non manca di un retroterra culturale e storico che continuamente gli offre materiali da rielaborare. Il suo punto di riferimento non è costituito soltanto dal New Age, di cui costituisce una trascrizione radicalmente (talora perfino brutalmente) individualistica, ma anche da altre – per qualche verso analoghe – riduzioni individualistiche di forme filosofiche o religiose che, nel corso dei secoli, hanno offerto ricette più o meno «spirituali» all’eterna aspirazione di ogni persona umana a una vita più piena, più felice, e possibilmente anche più lunga. Per la fede cristiana il Next Age può essere un rivale perfino più insidioso del New Age, di cui del resto ripropone le idee di fondo.

Il New Age, infatti, coltivava almeno il sogno di un mondo liberato dal male e dall’infelicità, obiettivo generoso anche se perseguito con mezzi inadeguati o sbagliati. Nel Next Age cade anche il velo dell’utopia, e l’aspirazione a vivere individualmente uno stato superiore di consapevolezza e di felicità si rivela apertamente per quella forma di narcisismo spirituale che era forse sempre stata.

Questo studio è stato tratto dal tascabile “New Age”, ed. AdV, Falciani Imprunete (Fi).

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