Possiamo parlare con i nostri morti?

spiritismoDi Luigi Caratelli

“Non andai più a nessun’altra seduta. Avevo provato gli spiriti e avevo visto che non erano da Dio”.
Con questa dichiarazione, Victor Ernest, si congeda per sempre dal movimento spiritista, per iniziare una ricerca sulle vie della Rivelazione biblica. Confesserà in seguito: “Quella che avevo ritenuto una grande forza di Dio, il vertice dell’esperienza in campo religioso, era scoppiata come una bolla di sapone. Compresi di essere stato in relazione con la contraffazione di ciò che Iddio ha da offrire, mentre io ne ricercavo la realtà. Da quel momento cominciai ad esaminare la Scrittura per scoprire la verità”(1).
Victor aveva creduto, come tanti. Ma, come tanti, non sapeva che ci poteva essere una ‘mappa’ per mettere alla prova e riconoscere le entità.

Necessità di certezze

In molti cresce la coscienza di essere catapultati verso un domani incerto nel cui regno il dominio è dato alla disgregazione; e cresce anche il bisogno di fissare, all’orizzonte, un punto di riferimento valido, grazie al quale costruire la propria vita con sicurezza e tranquillità. Invece in ognuno si agita uno spettro, capace solo di mandare in frantumi ogni appiglio conquistato; uno spauracchio in grado di relativizzare, e anche vanificare ogni meta: la morte.
Ad essa nessuno sfugge. Gli enigmi e le angosce che essa proietta negli animi e nelle intelligenze, hanno spinto una gran parte di umanità a cercare risposte e consolazioni nelle ‘braccia’ degli spiriti.
Ma gli spiriti sono affidabili? “In realtà – afferma il dottor Diaz – quello che occorre precisare non è tanto l’esistenza o la non esistenza dei fenomeni (e degli spiriti, ndr)…ma la loro origine. Se gli uomini sono ragionevolmente sicuri della loro esistenza, non sono altrettanto sicuri della loro provenienza. E’ questa una delle grandi incognite della nostra epoca”(2).
Ma è proprio questa la condizione nella quale vengono a trovarsi tutti quei sinceri ricercatori quando vivono l’esperienza dello Spiritismo: non sanno da che parte vengono le entità; eppure vi credono senza approfondire la ricerca della loro identità.

Nuova religione, o antica bugia?

Frustrando le pretese spiritistiche la Bibbia, quella stessa che gli spiriti ci autorizzano a studiare, ci parla dello Spiritismo non come una rivelazione, ma come un’antichissima forma di religione.
Notiamo il controsenso: gli spiriti ci invitano a consultare la Bibbia, e la Bibbia proibisce la consultazione degli spiriti. Scrive infatti il profeta Isaia, indirizzandosi al fiorente culto magico degli egiziani: “Lo spirito che anima l’Egitto svanirà, io (Dio) frustrerò i suoi disegni; e quelli che consulteranno gli idoli, gl’incantatori, gli evocatori di spiriti e gl’indovini. Io darò l’Egitto in mano d’un signore duro…”(3).
Il profeta Daniele ci da ragguagli sulla stessa credenza in ambito babilonese: “Il re fece chiamare i magi, gli astrologi, gli incantatori e i Caldei, perché gli spiegassero i suoi sogni…”(4). Ancora, nel capitolo quarantasettesimo di Isaia, troviamo un accenno alle pratiche spiritistiche e magiche presso i popoli cananei. Questi testi, e numerosissimi altri ancora, testimoniano di una credenza spiritica e occultista in seno alle antiche civiltà, da tempi immemorabili, ma pure del netto rifiuto che Dio oppone a tali pratiche. Davvero sconcertante, se si pensa che tali pratiche sono sostenute da entità che dicono di provenire da Dio e che al Suo Libro si rifanno: qualcuno mente!
Così si legge nel libro del Levitico, sulla Bibbia: “Non vi rivolgete agli spiriti, ne agl’indovini; non li consultate, per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono l’Eterno, l’Iddio vostro “(5). E ancora: “…se qualche persona si volge agli spiriti e agli indovini per prostituirsi dietro a loro, io volgerò la mia faccia contro quella persona:::”(6).
Anche nel libro del Deuteronomio troviamo indicazioni simili: “…non imparerai ad imitare le abominazioni delle nazioni che sono quivi. Non si trovi in mezzo a te chi…eserciti la divinazione, né pronosticatore, né augure, né mago, né incantatore, né chi consulti gli spiriti, né chi dica la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all’Eterno”(7).
Fu proprio a causa di queste pratiche, alla cui attrazione il popolo di Israele non sempre seppe resistere, che Dio punì i suoi figli: “…si applicarono alla divinazione e agli incantesimi, e si dettero a fare ciò ch’è male agli occhi dell’Eterno…Perciò l’Eterno si adirò fortemente contro Israele, e lo allontanò dalla sua presenza”(8).
Strano contrasto tra queste dichiarazioni bibliche e quelle spiritistiche, dal momento che, non smetteremo di ripeterlo, le entità si assumono la responsabilità di volerci portare a Dio, e il Dio della Bibbia sembra deciso a volerci portare lontano dalla loro presenza.
Dio, infatti, non sceglie il popolo di Israele perché lo ritiene migliore di altri popoli: ma perché aveva fatto una promessa ad un uomo, ad Abramo, da cui gli israeliti discendono. A questi uomini e ai loro discendenti, il Signore aveva affidato il delicato e importantissimo compito di far risplendere la Sua luce, contro le tenebre dei falsi dèi. Proprio perché una rivelazione scritta giungesse sino a noi, Dio ha chiamato degli uomini a tramandarla. Gli israeliti avrebbero dovuto non imitare i popoli idolatri e superstiziosi, ma liberarli dalla ragnatela mortale dello Spiritismo.

Cristiani o spiritisti?

Anche il Nuovo Testamento, contiene anatemi nei confronti delle pratiche magiche e spiritiche.
La predicazione degli apostoli toccava i cuori di molte persone, e tra queste si trovavano anche molti cultori dell’occulto: “Molti che avevano creduto, venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatto. E un buon numero di quelli che avevano esercitato le arti magiche, portarono i loro libri assieme, e li arsero in presenza di tutti; e calcolatone il prezzo, trovarono che ascendeva a cinquantamila dramme d’argento”(9).
Tale fatto, raccontato dall’evangelista Luca, insegna che non si può essere cristiani e spiritisti nello stesso tempo. Anzi, pare proprio che la fede nella parola dio Dio, escluda automaticamente la credenza nello Spiritismo; infatti il versetto 20 del testo succitato dice: “Così la Parola di Dio cresceva potentemente e si rafforzava”.
Quando Gesù dice: “Io sono la Verità”, o anche “La Tua Parola è Verità”, vuole affermare che, in materia di dottrina, tutto ciò che non concorda con l’insegnamento biblico, è da respingere, compreso lo Spiritismo.

L’uomo è immortale?

Lo Spiritismo poggia tutto il suo edificio dottrinale, sulla supposizione di una vita ultraterrena e sull’esistenza di un’anima immortale. Ciò permette al medium di credere che molte delle entità evocate nelle sedute medianiche siano le anime dei nostri cari defunti. Come vedremo, questo non è assolutamente possibile. La Bibbia, infatti, non parla mai di un’anima immortale.
Il libro del Genesi ci informa che l’uomo, creato libero, scelse di vivere indipendentemente dalle leggi e dai consigli di Dio; l’immortalità era condizionata a questa ubbidienza: “E l’Eterno Iddio diede all’uomo questo comandamento: ‘Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare: perché, nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai’” (10).
I nostri progenitori mangiarono del frutto – si resero cioè indipendenti da Dio – volendo essi stessi determinare cosa fosse bene e cosa fosse male; l’operazione non riuscì, e il mondo conobbe il peccato, l’allontanamento dalla sorgente della vita.
E’ da notare che se la trasgressione al consiglio di Dio avesse dovuto ricevere, come punizione, la morte fisica, non si capisce perché dopo aver trasgredito, Adamo ed Eva non muoiono affatto. E’ chiaro che il rischio risultava associato alla perdita della vita spirituale, dell’immortalità. Infatti il testo genesiaco lo spiega correttamente: “Poi l’Eterno Iddio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo”(11).
L’uomo conosce e sperimenta il male, ma Iddio non vuole che il male duri in eterno: quindi è costretto a togliere alla sua creatura il dono dell’immortalità. Questo stato iniziale di immortalità non potrà essere riacquistato mediante ‘gnosi’, ‘tecniche’ o ‘iniziazioni’; ad esso l’uomo non può più avere accesso, se non a mutate condizioni, che poi vedremo: “Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto. Così egli scacciò l’uomo: e pose ad oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita”(12).
Nella sua semplicità, con mirabile profondità, la Bibbia così descrive la condizione dell’uomo. Condizione tragica, se non fosse stato trovato da Dio stesso, un ‘rimedio’: il Messia Salvatore, Gesù Cristo.

Salvi per miracolo!

“L’anima che pecca è quella che morrà”, ricorda il profeta Ezechiele. Quindi, nessuna vita dell’anima dopo la morte.
Nella Sacra Scrittura l’aggettivo ‘immortale’ è menzionato una sola volta, nella lettera di Paolo a Timoteo: “Or al Re dei secoli, immortale, invisibile, solo Dio”(13), con chiaro riferimento al Creatore. Il sostantivo ‘immortalità’ viene invece menzionato cinque volte, e mai applicato alla natura presente dell’uomo (14). In definitiva l’unico ad essere immortale è proprio Dio: “…il Re dei re, Signore dei signori, il quale solo possiede l’immortalità”(15).
Il teologo Henry Martin, in un’opera approvata da Pio IX, afferma che:”…la dottrina filosofica dell’immortalità dell’anima non si trova in alcun posto nella Bibbia”(16); più esplicito è Olshausen, che dice: “La Bibbia non conosce l’espressione ‘immortalità dell’anima’ e non sa niente di questo dogma moderno” (17); uguale affermazione fa pure il Petavel: “La tesi filosofica dell’immortalità e dell’indistruttibilità dell’anima umana è del tutto estranea alla religione biblica”(18).
Ciò che invece la Bibbia mette in luce chiaramente, è il significato e le conseguenze dell’atto redentivo di Cristo: Egli con il suo sacrificio ha ridato alla creatura la possibilità di vivere in eterno: “Il salario del peccato è la morte – dice l’apostolo Paolo -; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”(19). Ancor più incisivo è Giovanni, che scrive: “Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna…Iddio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel suo Figliuolo. Chi ha il Figliuolo ha la vita; chi non ha il Figliuolo di Dio non ha la vita”(20).
Con una grande quantità di testi la Bibbia insegna inequivocabilmente che l’immortalità deve essere ricercata, quindi riguadagnata, camminando costantemente con Gesù.
Se, anche dopo il peccato, l’uomo avesse mantenuto la condizione di immortalità, non si comprende perché l’intera Bibbia insista nell’esortazione a riappropriarsene. Infatti che senso avrebbe l’atto redentivo di Cristo se l’uomo, pur peccando, può ugualmente continuare a vivere in eterno.
Se Cristo è venuto a morire per l’uomo, significa che l’uomo non può continuare a vivere se non in Lui; così lo spiega l’apostolo Paolo: “…il quale (Dio) renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quelli che con la perseveranza del bene operare cercano gloria, onore e immortalità”(21). E’ indiscutibile: si cerca ciò che non si ha, o che si è perduto.
Scrive il teologo Roland de Pury:

La dottrina pagana dell’immortalità dell’anima è la negazione su tutte le linee dei dogmi fondamentali della Chiesa cristiana. Non solamente della Resurrezione, ma soprattutto della creazione. Poiché un’anima immortale non è creata. Secondo le diverse dottrine platoniche o induiste, secondo tutte le grandi mitologie pagane, d’altronde in ciò perfettamente conseguenti, l’anima non è mai creata, essa è un’emanazione della divinità, una particella, una scintilla divina, caduta ed imprigionata in un corpo, e che liberata da questo corpo con la morte, ritorna a fondersi nella divinità. Così la morte non è più una maledizione, non è più il salario del peccato, al contrario. E’ una liberazione (22).

E’ dagli ambiti pagani che l’idea dell’immortalità dell’anima si insinua all’interno della chiesa cristiana. Sospinta dalla concezione platonica dell’aldilà, la dottrina dell’immortalità approda prima in seno al giudaismo alessandrino e, successivamente, grazie a Tertulliano e a Origene, anche nel cristianesimo. Sarà poi Tommaso d’Aquino a dare costrutto e base teologica alle idee di Platone: “L’anima è immortale – scriveva l’aquinate -, come dice il grande Platone”. Tommaso, da buon cristiano, avrebbe dovuto riferirsi al Cristo, anziché a Platone, ma tant’è! E per questo grossolano errore (23), milioni di sinceri credenti si trovano in contrasto con la base della loro stessa fede, la Bibbia, in ciò che concerne la visione della vita post-mortem. Invece il Moraldi non può fare a meno di ammettere:

(nella) nostra indagine sulle concezioni dell’uomo a proposito dell’aldilà dai Sumeri agli Ebrei, ci troviamo di fronte a un singolare vuoto: è impressionante constatare come le fonti della religione cristiana e il Nuovo Testamento (i Vangeli e gli altri scritti), manifestino sotto questo aspetto una sobrietà. Sembra di poter dire che il Nuovo Testamento si sia posto nel solco della tradizione tracciata dall’autore del libro della Sapienza: ‘Colui che solo possiede l’immortalità’ è il Cristo. Lui solo ridà all’uomo l’immortalità perduta in Adamo, e solo in unione con Lui l’uomo ha la vita (24).

Corpo, anima, spirito

Scrive lo psichiatra Viktor Frankl: “Non si può trascurare il fatto che la persona è spirituale. Infatti, non ‘ho’ una persona, ma ‘sono’ la mia persona. Non posso propriamente dire: ‘il mio io’; infatti ‘io’ sono io, e non ‘ho’ un io…L’essere umano, che per il fatto di essere individuato, è centrato intorno ad una persona,è perciò stesso anche integrato”(25). Detto in termini biblici anziché psichiatrici, suonerebbe così: “L’Eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l’uomo divenne un’anima vivente”(26). Il testo del Genesi qui riportato, non dice che l’uomo ‘ricevette’ un’anima alla creazione; ma che egli “divenne anima vivente”. Parafrasando i termini psichiatrici, vuol dire: l’uomo, propriamente parlando, non ‘ha’ un’anima; egli ‘è’ un’anima. Non è un ‘composto’, ma un ‘tutto’. Il brano genesiaco sottolinea decisamente che l’uomo non ha vita in se stesso, ma la riceve da Dio. Afferma Adelio Pellegrini: “Questo breve racconto (del Genesi, ndr) non ha solamente il vantaggio di stabilire i legami che esistono realmente tra Dio e l’uomo, ma ancora di dirci tutto ciò che è possibile affermare quanto alla natura intima dell’uomo, cioè: che l’uomo è formato da due principi correlativi; che la sintesi di questi due principi costitutivi dell’essere umano formano un tutto: l’uomo; che la caratteristica dell’uomo è di essere una anima vivente. Di conseguenza l’anima non è divina; non è preesistente alla creazione dell’uomo; non è una sostanza materiale, separata e separabile dall’uomo…Nel pensiero biblico l’uomo forma un tutto indivisibile”(27).
Il ‘nephesh’ (anima) è dunque il risultato finale dell’azione divina, e una realtà contemporaneamente fisica e spirituale…è il risultato del ‘basar’ (carne) animato dal ‘ruach’ (spirito). Per cui, rileggendo il testo del Genesi, abbiamo che: “L’Eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici il ruach (l’alito vitale), e l’uomo divenne nephesh (anima vivente)”.
Con l’esperssione ‘anima’ la Bibbia presenta l’uomo intero nelle sue varie manifestazioni. Se, per processo inverso, si togliesse il ruach (il principio vitale) alla povere, non rimarrebbe nulla. In questo senso si esprime l’autore del libro dell’Ecclesiaste: “Ma ricordati del tuo Creatore…prima che la polvere torni alla terra com’era prima, e lo spirito torni a Dio che l’ha dato”(28). Questa verità è confermata anche dall’autore del Salmo 104: “Tu nascondi la Tua faccia, essi sono smarriti; tu ritiri il loro fiato, ed essi muoiono e tornano alla terra”(29). Per cui, afferma il Gerber:

Se l’anima si identifica con il corpo animato dallo spirito e la morte si identifica con la separazione del corpo dallo spirito – ciò che è incontestabilmente attestato in tutta la Bibbia -, allora la nozione di anima immortale diviene assurda. Insistiamo per essere chiari: l’anima esiste solo se dotata di coscienza, nella perfetta fusione di corpo e di spirito. Parlare dunque di anima immortale quando il soffio è reso e il corpo è dissolto nella polvere, diviene, dal punto di vista biblico, un controsenso (30).

Per usare un semplice esempio, immaginiamo un pianista (simboleggiante il ruach, lo spirito) davanti ad un pianoforte (simbolo della polvere della terra). Quando l’artista tocca i tasti dello strumento nasce una musica (l’anima). Ma se togliete uno dei due elementi principali (il pianista o il pianoforte), allora non si potrà produrre nessuna musica: così è per l’anima.
Gli autori biblici, quando parlano delle istanze che costituiscono l’essere umano, affermano che la persona intera si manifesta concretamente come ‘spirito’ nelle attività intellettuali e spirituali; come ‘anima’, nelle attività sentimentali; come ‘corpo’, nelle attività fisiche. Citando il Bultmann, potremmo dire che “l’uomo non consiste in due parti e tanto meno di tre…l’uomo è una unità vivente”(31).

Il “Soggiorno dei morti”

A questo punto può sorgere spontanea la domanda: “Ma allora, l’uomo, dopo la morte, dove va?” La Bibbia ci risponde affermando che gli esseri umani scendono, tutti, nel “luogo del silenzio”, che chiama anche “soggiorno dei morti”, oppure Sceol-Hades (32).
Questo luogo non ha nulla a che vedere con il paradiso o l’inferno della tradizione cattolica. E’ il luogo ove i defunti, buoni e cattivi insieme, attendono nell’oblio il giorno della resurrezione. In quel luogo, i nostri cari defunti “dormono”, per usare un’espressione biblica: “Non sono i morti che lodano l’Eterno – dice il salmista – né alcuno di quelli che scendono nel luogo del silenzio”(33); e ancora: “Nella morte non c’è memoria di Te; chi ti celebrerà nel soggiorno dei morti?”(34). Mentre Isaia e Salomone rispettivamente affermano: “Non è il soggiorno dei morti che possa lodarti, non è la morte che ti possa celebrare; quei che scendono nella fossa, non possono più sperare nella tua fedeltà”(35). “I viventi sanno che morranno; ma i morti non sanno nulla, e non v’è più per essi alcun salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore, come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti; ed essi non hanno più ne avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole… Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c’è più né lavoro, né scienza, né sapienza”(36).
Significativo è anche un testo del libro del profeta Daniele; nel contesto è Dio che parla per comunicare al suo servo che sta per giungere l’ora della sua morte: “Molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per l’obbrobrio, per una eterna infamia…ma tu avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi sorgerai per ricevere la tua parte d’eredità alla fine dei giorni”(37).
Da prendere in attenta considerazione l’espressione “alla fine dei giorni”. Una espressione che ritroviamo anche nel Nuovo Testamento, in un testo giovanneo che tra poco prenderemo in esame.
Non ci resta che riportare per esteso le parole del teologo Berthoud, a sottolineare il fatto che la Bibbia eccelle per uniformità e compattezza quando proclama una verità:

Gesù si raffigura i defunti con lo stesso aspetto indicato dall’Antico Testamento e cioè in uno stato di assoluta incoscienza, incapaci di pensare e di volere. Essi non possono conoscere Iddio né servirlo, lodarlo o sfidarlo. Ogni rapporto fra loro e Lui è cessato e se non risuscitassero, sarebbe di loro come se non fossero mai esistiti…la dottrina di S.Paolo è ancora più esplicita…Tutto lo spazio di tempo che intercorre fra la morte e la resurrezione è nullo, è come non avvenuto, in modo che, se non ci fosse la resurrezione, bisognerebbe rinunciare ad ogni speranza di oltre tomba e non sarebbe più il caso di parlare di vita futura (38).

La resurrezione di Lazzaro

L’analisi del Berthoud trova piena conferma nell’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro, l’amico fraterno di Gesù. Il testo biblico (39) informa che Gesù, dopo aver appresa la notizia della malattia di Lazzaro, si trattiene ancora due giorni nel luogo dov’era, poi si mette in cammino. Ai discepoli dice: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo “; i discepoli nel sentire queste parole, titano un sospiro di sollievo: “Signore, s’egli dorme, sarà salvo”. Ma Gesù precisa: “Lazzaro è morto”.
Gesù sta qui insegnando ai suoi discepoli, e a quanti avrebbero letto l’Evangelo, la verità sul sonno dei morti: “Or Gesù aveva parlato della morte di lui ( di Lazzaro); ma essi pensarono che avesse parlato del dormir del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: Lazzaro è morto”.
Dopo l’accostamento del binomio morte-sonno, Gesù rivela la verità della resurrezione: “Gesù, dunque, arrivato, trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro…Come dunque Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro…Marta dunque disse a Gesù: Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quel che chiederai a Dio, Dio te lo darà. E Gesù disse: Tuo fratello resusciterà. Marta gli disse: lo so che resusciterà, nella resurrezione dell’ultimo giorno…”(40).
Ritroviamo, come già nel testo di Daniele, l’espressione “ultimo giorno”, o fine del mondo. La Scrittura insegna qui che la morte è un sonno senza coscienza, dal quale ci si risveglierà alla resurrezione della fine del mondo (ultimo giorno), e non subito dopo il decesso. L’ultimo giorno è infatti il “giorno del giudizio”, nel quale Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e per porre fine alla tragedia del peccato e della stessa morte.
Se Gesù avesse avuto un pensiero diverso sulla realtà della morte, l’evento della dipartita di Lazzaro sarebbe stato indubbiamente utile per insegnarlo; invece coglie l’occasione per confermare quanto la Bibbia insegnava già. Gesù stesso, per usare un’espressione dell’apostolo Paolo: “…è resuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono”(41). Gesù è, cioè, il primo resuscitato dai morti (42), l’esempio, il modello per tutti coloro che dormono e che verranno resuscitati.
Se Gesù è stato il primo a resuscitare dai morti, vuol dire che tutti gli altri sono ancora nel sepolcro ad attendere l’ultimo giorno. Giorno glorioso, di resurrezione totale, del quale il giorno della resurrezione di Cristo è stato una anticipazione.
Cristo stesso, con la sua morte, ha insegnato e confermato la dottrina del sonno incosciente dei defunti. Dopo essere stato tre giorni nel sepolcro, resuscita e si rivolge alla donna venuta a visitare il sepolcro: “Gesù le disse: Maria! Ella, rivoltasi gli disse in ebraico: Rabbonì! Che vuol dire: Maestro! Gesù le disse: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli, e dì loro: Io salgo al Padre Mio…”(43). Se Gesù, al momento della sua resurrezione, non era stato ancora in cielo, vuol semplicemente dire che dopo la sua morte nessuna ‘anima’ non era salita al cielo, e da quello ridiscesa. No, la Bibbia insegna che Gesù stesso ha dormito incosciente nella tomba sino al terzo giorno, dopodiché è risorto con tutto il suo essere completo; e soltanto al terzo giorno.

Rivivremo!

Grazie al giorno della resurrezione di Gesù, ci potrà essere un meraviglioso giorno per la resurrezione dei credenti:

Or fratelli – afferma Paolo-, noi non vogliamo che siate in ignoranza circa quelli che dormono, affinché non siate contristati come gli altri che non hanno speranza. Poiché se crediamo che Gesù morì e resuscitò, cosi pure quelli che si sono addormentati, Iddio, per mezzo di Gesù, li ricondurrà con esso Lui. Poiché questo vi diciamo per parola del signore, che noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati (44).

E’ stupendo! Se Cristo tornasse oggi, i credenti che sono vivi lo vedrebbero scendere dal cielo e nel contempo assisterebbero alla resurrezione dei credenti che, nel corso dei secoli, sono scesi nel sepolcro. Se Cristo tornasse in questo momento noi potremmo assistere alla resurrezione dei morti, poiché sarebbe giunto “l’ultimo giorno”; l’unico giorno in cui possono risorgere i morti. E se i morti risorgono soltanto all’ultimo giorno, alla fine del mondo, vuol dire che in questo momento in cielo non è possibile trovare l’anima di nessun defunto; e tantomeno è possibile incontrare un’anima nel corso delle sedute medianiche. Si incomincia ad intravedere qualcosa del rischio spirituale.
Se la Bibbia ci toglie false e nebulose consolazioni, ci offre però una certezza incrollabile: non l’indistruttibilità dell’anima, ma il risveglio dell’essere intero.
Dio è il Dio dei vivi, non dei morti. Egli vuole che si viva in eterno. Ma non ha mai affermato che sia possibile contattare un’anima, poiché le anime non ci sono.
Non più, quindi, il vagare in cerca di risposte dall’aldilà spiritico; bensì una certezza per l’aldiquà, in un incontro sereno e fiducioso con la Parola del Signore: “Dio…ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità”(45); questa Parola ci dice che ogni uomo è stato creato per vivere eternamente. In definitiva l’uomo aspira all’immortalità,perché Dio voleva che restasse immortale: lo aveva creato per questa gioia.
E’ vero, l’uomo continua a morire, a scomparire nell’oblio; ma un paradiso reale lo attende: questa è la speranza che il Creatore dell’universo continua a far risuonare di generazione in generazione, fino all’ultimo giorno. Questa è la speranza che sosteneva il patriarca Giobbe: “Io so che il mio Vindice vive e che alla fine si leverà sulla polvere, e quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo mio corpo…vedrò Iddio. Lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli di un altro. Il cuore dalla brama mi si strugge in seno”(46).
Gesù è resuscitato nella storia; noi resusciteremo nella storia. Questo è il Vangelo, la Buona Notizia di una vita dopo la morte. Ma non certamente secondo i dettami dello Spiritismo: la stessa resurrezione di Cristo ne distrugge le basi dottrinali. Come già detto, Gesù rimase nella tomba tre giorni: in quel periodo avrebbe potuto avvalorare le tesi dello Spiritismo e confermare l’esistenza di un’anima disincarnata, apparendo qua e la. Non lo fece, semplicemente perché la realtà della morte non è come vuol fare intendere lo Spiritismo.
Ho intervistato, prima della sua morte, il gesuita Padre Virginio Rotondi, dottore in teologia, eminenza del Cattolicesimo; mi ha confermato che Dio non permette a nessun defunto di apparire in nessuna seduta spiritica. In una trasmissione televisiva si rievocava la vicenda dell’avvocato Albertini che, avendo perduto un figlio, dopo iniziali riluttanze, si affidava ai servigi di una medium. Il suo parroco, ugualmente dopo gli iniziali sospetti, consigliava all’Albertini di portare avanti il consulto medianico. In un’altra intervista televisiva, veniva invece chiamato a dibattere sulla posizione della Chiesa Cattolica in materia di evocazioni spiritiche un giovane sacerdote teologo, la sua risposta si avvicinava a quella del padre Rotondi: “La Chiesa cattolica proibisce l’evocazione dei defunti nel corso delle sedute medianiche”.
Ci si può domandare: per quale motivo, pur avendo a disposizione le chiare indicazioni bibliche, studiosi di teologia della stessa chiesa sono così discordi sui contenuti di questa verità? Un sincero fedele cattolico a chi dovrebbe dar retta? Al giovane teologo che sconsiglia di ricercare contatti medianici, oppure al parroco che ha ceduto alla tentazione del consulto?
La risposta giusta è di vitale importanza.

Ritorni dall’aldilà

Rimane da prendere in considerazione il dubbio di quanti si sono convinti della realtà di una vita dopo la morte, grazie alle testimonianze, ormai numerose, di quanti creduti morti, sono invece tornati a vivere.
Lo spazio non ci permette di affrontare il tema come meriterebbe. Crediamo però che Hans Kung abbia studiato il problema in maniera esauriente e delle sue conclusioni vorremmo riportare i passaggi più significativi.
Il teologo ha fatto notare alcune somiglianze tra gli stati psichici di coloro che, dopo un coma, tornano in vita, e i tossicodipendenti. Molte delle esperienze di persone ritornate dall’aldilà assomigliano troppo a quelle di individui colpiti da schizofrenia, isteria, suggestione, narcosi da LSD e da mescalina. Identiche sono anche le esperienze di orientamento; le percezioni sensibili ottiche, acustiche, tattili e di altro tipo; le sensazioni in riferimento al tempo e allo spazio. Le stesse sensazioni le provano coloro che sostengono di viaggiare fuori dal proprio corpo.
Viene il sospetto che questi ‘viaggiatori’ vivano le loro esperienze soltanto nella propria mente: nessun viaggio astrale, ma solo allucinazioni il cui luogo è la sede mentale, il cervello.
Si accoda un altro sospetto: che i cosiddetti ‘resuscitati’, alla stregua dei ‘viaggiatori fuori dal corpo’, vivano anch’essi esperienze mentali, e basta. E se queste esperienze mentali, sono semplici allucinazioni, ne consegue che le ‘certezze’ delle esperienze pre-mortem non si fondano su nessuna base consistente.
Si sa che al momento della morte, la coscienza, l’organismo fisico, cadono preda di una specie di euforia prodotta dal cervello che, in questo modo, distrae il morente dall’evento traumatico. Eccitazioni del sistema nervoso centrale, provocherebbero sentimenti euforici, stimoli luminosi molto forti, visioni di vario genere, di una intensità e di una rapidità febbrili. Scrive a riguardo Hans Kung:

Il morente scivolerebbe in un mondo senza tempo e senza spazio, senza passato e senza futuro. Il cervello altamente attivo del morente produrrebbe allora, ‘ininterrottamente’, senza posa e senza ostacoli, immagini del passato…Tutto ciò significa che le esperienze di vicinanza alla morte dovrebbero, quindi essere comprese come una specie di estrema ‘inspirazione di emergenza’ del cervello morente; il ben noto ultimo divampare del fuoco prima di spegnersi definitivamente (47).

Per molto tempo si è creduto di poter stabilire, con la massima semplicità, l’avvento della morte quando erano assenti i segni di vita: battito cardiaco, respirazione ecc. Oggi, la medicina può essere più precisa; non sono pochi i casi di coloro che, dichiarati morti dopo sperimentazione di elettroencefalogramma piatto, siano invece tornati a vivere: ad esempio in casi di ipotermia. Spiega così il fenomeno Hans Kung: “…la morte non interviene necessariamente in un colpo, ma può verificarsi in maniera graduale. Nei diversi organi e tessuti, infatti, le funzioni vitali si estinguono in tempi diversi, il chè può influire sull’intero organismo in maniera totalmente diversa. Questo estinguersi dei singoli organi, vitalmente importanti, viene detto in medicina ‘morte organica’ o ‘morte parziale’; a esso possono fare seguito l’estinzione di altri organi, in particolare del cervello (la ‘morte centrale’), e , infine, la morte dell’intero organismo (la ‘morte totale’) (48).
Infatti, grazie alla rianimazione, è possibile riportare in vita persone per le quali sono emesse diagnosi di ‘morte clinica’, Quando tale ‘rivitalizzazione’ non è possibile, allora subentra la morte biologica, o morte definitiva. Quando Raymond Moody (49), racconta delle centinaia di casi di persone tornate dall’aldilà, dimentica che soltanto in uno solo dei casi da lui esaminati si era dichiarata la morte, mentre per tutti gli altri si è trattato di persone tornate in vita dopo rianimazione. Quindi, questi presunti resuscitati, non sono mai andati nell’aldilà; hanno solo sperimentato il morire, ma non la morte.
“Il morire e la morte – afferma ancora hans Kung – vanno, quindi, rigorosamente distinti: il morire, è i processi fisico-psichici immediatamente precedenti la morte, processi che vengono irreversibilmente arrestati dall’intervento della morte. Il morire è, quindi, il cammino, e la morte la ‘meta’. Ora questa meta non è mai stata attraversata da nessuna delle persone studiate (dal Moody,ndr). In altri termini, le esperienze di prossimità alla morte non sono esperienze vissute della morte”(50).
Le persone tornate in vita, non hanno sperimentato ancora una ‘fase della morte’, bensi una determinata ‘fase della vita: “Sono esperienze…di persone che sono state certamente molto vicine alla morte reale e pensavano, erroneamente di morire, ma che alla fine non sono morte. Esse si sono avvicinate alla soglia della morte, ma non l’hanno varcata da nessuna parte”(51).
L’unica persona, delle centinaia catalogate da Moody, che avrebbe potuto realmente riferire qualcosa del mondo dell’aldilà, purtroppo non è mai tornata a riferirlo: è morta.
Certamente una parola definitiva riguardo le esperienze pre-mortem non è ancora stata pronunziata; questo campo di indagine è aperto a nuove scoperte e ad ogni possibilità interpretativa ma riteniamo di poter dire alcune cose precise. La prima è che i racconti dei ritornati dalla morte si assomigliano quasi tutti; i simboli dell’esperienza si ripetono e sono un tunnel tenebroso e una abbagliante luce al suo termine; pure si ripetono le sensazioni fisiche: senso di soffocamento all’inizio, senso di pace e di leggerezza al termine. Non è difficile concludere che tali sensazioni, peraltro identiche a quelle di chi subisce una anestesia, un trauma cerebrale o uno shock da tossicodipendenza, rappresentano più una semplice produzione fisio-patologica che un viaggio nel mondo dell’aldilà. Nel caso, invece, che le esperienze siano genuinamente spirituali e nell’ordine della trascendenza, allora è importante saperle vagliare alla luce di una ‘mappa spirituale’. E’ anche possibile che Dio si presenti a questi soggetti che sperimentano lo stato di ‘quasi-morte’ per infondere loro coraggio, o per convincerli dell’esistenza di una vita ultraterrena; ma allora si deve aggiungere che, date le premesse di carattere teologico-scritturali, ogniqualvolta i soggetti, nel raccontare la loro esperienza di viaggio ultraterreno, riferiscono incontri con persone defunte, queste stesse esperienze sono sospette e possono essere inquadrate nella casistica degli inganni di carattere spiritistico. Se la Bibbia ci informa che tutti i morti dormono, allora nessuno di essi può apparire al viaggiatore in coma: sarebbe un controsenso e una menzogna che la Bibbia non potrebbe mai autorizzare.

Conclusioni

Se i morti ‘non vivono’ ma, come afferma la Bibbia, aspettano nella tomba il giudizio finale per risorgere, allora non possiamo attribuire ad essi la produzione dei fenomeni medianici.
Se i morti dormono, non possiamo attribuire alla loro azione gli spostamenti dei tavolini e le incisioni foniche su nastri magnetici.
Se i nostri cari riposano, i personaggi che appaiono durante le sedute spiritiche sono degli abili contraffattori, dei mentitori, che non hanno nessun riguardo per i sentimenti e gli affetti che legano i viventi ai defunti, ma ne sfruttano la memoria e spesso l’apparenza, per fini ignobili.
Nessun morto potrà mai apparire a nessuno; lo ha detto il Signore Dio. E se lo Spiritismo si permette di asserire il contrario, ne dedurremo che lo Spiritismo è in antagonismo con il Padrone dell’universo. Vedremo perché.

Note:
(1) Ernest Victor: op.cit. pp. 33,34
(2) Diaz Federico, in “Segni dei Tempi”, n° 526, Ed. AdV, Firenze, 1982, p. 206
(3) Isaia 19:3
(4) Daniele 2:2
(5) Levitico 19:31
(6) Levitino 20:6
(7) Deuteronomio 18:9-12
(8) II Re 17:17,18
(9) Atti 19:18,19
(10) Genesi 2:16,17
(11) Genesi 3:22
(12) Genesi 3:23,24
(13) I Timoteo 1:17
(14) Romani 2:7; I Corinzi 15; II Timoteo 1:1°; I Timoteo 6:16
(15) I Timoteo 6:16
(16) Gerber: op.cit. p.229
(17) Idem: pag229
(18) Idem: pag.230
(19) Romani 6:23
(20) Giovanni 3:16; I Giovanni 5:11,12
(21) Romani 2:7
(22) De Pury Roland, cit. da Pellegrini Adelio: “Il popolo di Dio e l’Anticristo attraverso i secoli”, Asti, 1980, p. 144
(23) L’uomo, secondo Tommaso, sarebbe caduto soltanto nella sfera della volontà, ma non in quella dell’intelletto, grazie al quale può ancora speculare su Dio e sulle sue verità. Nasce così il grande errore della ‘Teologia Naturale’, secondo la quale la Bibbia, come Rivelazione, può non essere più la guida sicura in materia di fede.
(24) Moraldi Luigi: op. cit. pagg. 180-183
(25) Frankl Viktor: “Dio nell’inconscio”, Morcelliana, Brescia, 1977, pag. 22
(26) Genesi 2:17
(27) Pellegrini Adelio: op. cit. p. 145
(28) Ecclesiaste 12:9
(29) Salmo 104:29
(30) Gerber: op. cit. pp. 228-240
(31) Idem
(32) L’ebraico ‘Sceol’ e il greco ‘Hades’, hanno lo stesso significato. Le parole possono essere sostituite con ‘sepolcro’, ‘tomba’. Cfr. Genesi 37:35; Atti 2:27,31
(33) Salmo 115:17
(34) Salmo 6:5
(35) Isaia 38:18
(36) Ecclesiaste 9:5,6,10
(37) Daniele 12:13
(38) Gerber: op. cit. pp. 228-240
(39) Giovanni cap. 11
(40) Giovanni 11 :21-24
(41) I Corinzi 15:6,18,20
(42) In realtà in cielo esiste anche un altro resuscitato, Mosè. Vedi Epistola di Giuda, versetto 9.
(43) Giovanni 20:14-18
(44) I Tessalonicesi 4:13-15
(45) Ecclesiaste 3:11
(46) Giobbe 19:25-27
(47) Kung Hans: “Vita eterna?”, Mondadori, pp 30-33
(48) Idem: p.30
(49) Idem: p.31
(50) Moody Raymond: “Life after life“; è un libro che raccoglie le testimonianze di quanti sono tornati in vita dopo rianimazione
(51) Kung: op. cit. p. 32,33

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