Indulgenze e Salvezza

purgatirio«Poiché è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere, affinché niuno si glori» (Efesini 2:8,9).

«Poiché il potere di concedere indulgenze è stato accordato da Gesù Cristo alla sua chiesa… il Santo Concilio insegna e ordina che l’uso delle indulgenze, molto salutare al popolo cristiano… dev’essere conservato…». (1)

«Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, [Cfr. Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 856] affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti». (2)

In poco tempo papa Benedetto XVI ha concesso una serie di indulgenze plenarie, l’ultima delle quali l’11 maggio 2008, tesa a onorare l’apostolo Paolo. Tale consuetudine secondo la chiesa Cattolica , ha «un solido fondamento nella divina rivelazione, la quale, tramandataci dagli apostoli, “progredisce nella chiesa con l’assistenza dello Spirito santo”, mentre “la chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della divina verità, fino a quando in essa siano portate a compimento le parole di Dio”.». (3)

Pur nel rispetto della libertà di ognuno di vivere la propria fede e darne testimonianza come meglio crede, mi preme esprimere un sincero rammarico per l’intensificazione di una pratica che non solo è stata all’origine della divisione tra cattolici e protestanti, ma che non ha alcun riscontro biblico ed è soprattutto in netto contrasto con il pensiero dell’apostolo Paolo relativo alla salvezza.

Il purgatorio

Secondo l’insegnamento cattolico, il purgatorio è un luogo temporaneo di pene purificatrici a saldo dei debiti verso la divina giustizia, quindi della salvezza; offrendo all’uomo la possibilità del trasferimento dei meriti dal mondo dei vivi a quello dei morti e dei suffragi in loro favore.

La dottrina del Purgatorio promulgata come dogma nel Concilio di Firenze, nell’anno 1439, rilanciata al Concilio di Trento, (4) ripresa nel Catechismo Cattolico e attualizzata con maggior vigore in questi ultimi anni, non trova alcun riscontro nella Parola di Dio ed è in netto contrasto con la salvezza per grazia.

Uno dei punti fondamentali su cui si basa la dottrina del purgatorio è l’immortalità dell’anima. Ma, la Scrittura non considera l’uomo un essere immortale né attribuisce immortalità all’«anima». L’aggettivo «immortale», che si trova una sola volta nella Bibbia, è attribuito a Dio: «Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli» (1Ti 1:17). Il sostantivo «immortalità», citato cinque volte, non è mai riferito alla condizione attuale dell’uomo. In 1Timoteo, l’apostolo Paolo afferma chiaramente che «Dio solo possiede l’immortalità» (6:15,16).

L’uomo non può dirsi immortale per natura. Dio, dopo averlo creato, gli disse: «Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai» (Gn 2:17). Invece l’uomo disobbedì andando incontro alla morte.

L’uomo muore, ovvero cessa di esistere, ritorna ad essere polvere: «Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (Gn 3:19; cfr Eccl 3:19-20).

Una delle tante affermazioni bibliche per capire la natura umana si trova in Genesi 2:7. Non deve sorprendere che questo testo costituisca il fondamento per la riflessione concernente la natura umana. Esso è, dopo tutto, l’unico racconto biblico che informi su come Dio abbia creato l’uomo. Il testo dice: «E il Signore Iddio formò l’uomo del la polvere della terra, e gli alitò nelle nari un fiato vitale; e l’uomo fu fatto anima vivente» (Diodati). La nuova Riveduta molto più correttamente traduce: «Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente».

Storicamente, questo testo è stato letto attraverso le lenti del dualismo classico. È stato dato per scontato che l’alito di vita che Dio ha soffiato nelle narici dell’uomo fosse un’anima immateriale e immortale immessa da Dio nel corpo materiale. Alla luce di questa interpretazione, si sostiene che come la vita terrena ebbe inizio con l’innesto di un’anima immortale in un corpo fisico, così la fine avverrà quando l’anima lascerà il corpo. Genesi 2:7 è stato storicamente interpretato alla luce del dualismo tradizionale corpo-anima.

Ciò che ha portato a questa errata e mistificante interpretazione va ricercato nel fatto che la parola ebraica nefesh, tradotta «anima» in Genesi 2:7, è stata intesa secondo la definizione tratta dal dizionario della lingua italiana: «Principio immateriale della vita dell’uomo contrapposta al corpo e tradizionalmente ritenuta immortale o addirittura partecipe del divino» o, ancora: «Principio spirituale incarnato in esseri umani». (5)

Questa definizione riflette la concezione platonica dell’anima come essenza immateriale e immortale aggiunta al corpo, benché non ne faccia parte. Ma la concezione biblica è diversa; l’uomo è un’unità «psicosomatica», egli non ha un’anima, ma è un’anima vivente (cfr. Gn 2:7). L’anima è l’uomo nella sua totalità.

L’antropologia ebraica è caratterizzata dall’assenza del dualismo anima corpo. In ebraico, l’anima è l’uomo nella sua interezza. Non è possibile affermare che l’uomo abbia un’anima, ma piuttosto che egli è un’anima. Essa è, dunque, il complesso di tutta la personalità, dell’individualità dell’uomo, perciò anima può equivalere ad io stesso, tu stesso .

Secondo la Parola di Dio, «La nefesch (anima) può avere fame (Sl 107:9), oppure sete (Sl 143:6), essere soddisfatta (Ge 31:14), mangiare bene (Is 55:2). La nefesch può anche amare (Gn 34:3; Cantico dei Cantici 1:7), commuoversi (Sl 31:10), gridare (Sl 116:4; Sl 119:10), conoscere (Sl 139:14), essere saggia (Pr 3:22), adorare e lodare Dio (Sl 103:1; 146:1)». (6)

“Poiché tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione” (Sl 16:10).

“Ecco, tutte le vite (anime, ebr. Nefesch) sono mie; è mia tanto la vita del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà” (Ez 18:4).

“La persona (anima, ebr. Nefesch) che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà sull’empio” (Ez 18:20).

Commentando Genesi 2:7, Hans Walter Wolff si chiede: «Che cosa significa in questo caso nefesh (anima)? Certamente non anima nel senso tradizionale dualistico. Nefesh dev’essere visto insieme con tutta la forma dell’uomo, e specialmente con il suo alito; inoltre, l’uomo non ha nefesh (anima), egli stesso è nefesh (anima), e vive come nefesh (anima)». (7)

Il fatto che l’anima nella Bibbia rappresenti l’intera persona vivente è riconosciuto persino dallo studioso cattolico Dom Wulstan Mork che si esprime con questi termini: «È la nefesh che dà vita a basar (carne), ma non facendone una nuova sostanza distinta. Adamo non ha nefesh; egli è nefesh, come è basar. Il corpo, lungi dall’esser distinto dal principio che lo anima, è la stessa nefesh visibile». (8)

È dunque saggio concludere questa prima parte affermando che la dottrina del Purgatorio non ha alcuna attinenza con la Parola di Dio. Inoltre, mai la Bibbia parla di un luogo intermedio, di purificazione delle colpe.

La salvezza

“La Bibbia afferma ripetutamente che nessun sacrificio, nessuna opera buona compiuta dall’uomo è sufficiente per procurargli la salvezza. «Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute» dice l’apostolo Paolo nell’epistola a Tito (3:5). E altrove: «l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù» (Galati 2:16). Cioè, anche se il peccatore smettesse di peccare e, con l’intento di salvarsi, vivesse una vita perfettamente santa in piena armonia con la legge divina, non riuscirebbe a guadagnarsi la salvezza, perché la nuova vita non potrebbe in alcun modo annullare quella trascorsa nel peccato e la sua conseguenza inevitabile, che è la morte. Visto ciò, e considerando la peccaminosità intrinseca della natura umana, che non permette di compiere opere buone in senso assoluto, all’uomo non resta che sperare nella salvezza offerta da Dio. «Io, io sono il Signore e fuori di me non c’è salvatore!» (Isaia 43:11). E Dio agisce in favore dell’uomo per mezzo di Gesù Cristo, suo Figlio (Atti 4:12). La salvezza del peccatore non è dunque il frutto dei suoi meriti, la ricompensa delle sue opere o delle sue mortificazioni – qualunque cosa egli faccia è sempre un condannato a morte – ma una grazia che Dio gli fa, un dono gratuito che gli offre e che gli è stato acquistato esclusivamente dai meriti di Cristo”. (9)

“La morte di Cristo mette la giustificazione alla portata di tutti gli uomini indistintamente. Però il disegno misericordioso del Padre si realizza solo per quelli che accettano tale giustificazione credendo alla validità del sacrificio espiatorio di Cristo. Lo afferma egli stesso nella sua meravigliosa dichiarazione che riassume, per così dire, tutto il vangelo: «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16). E ancora dichiara: «Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (3:36). Quindi la sola condizione che Dio pone per la nostra salvezza è che noi l’accettiamo con fede.

La nostra giustificazione è dunque una grazia che Dio dona e di cui noi ci impossessiamo mediante la fede. Questo dono divino ci è offerto esclusivamente per i meriti di Cristo. Riassumendo: «Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo» (Efesini 2:8-10). Allora, Dio è l’autore della salvezza del peccatore, il suo amore ne è la sorgente; la morte di Cristo, il mezzo; la fede del peccatore che fa propri i meriti di Cristo, la condizione. «Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Romani 5:1)”. (10) Idem p. 78,79

“Parlando di «giustificazione per fede», Paolo usa un ter mine di tipo giudiziario. É come se noi ci trovassimo di fronte a un tribunale per essere giudicati per le nostre colpe, ma all’improvviso giungesse dall’alto la grazia che ci libera dal giudizio. É chiaro che in tal caso non potremmo fare appello ai nostri meriti; le nostre colpe rimangono, ma sono conside rate nulle. Godiamo allora di un perdono immeritato di fronte al quale l’unico atteggiamento corretto è quello della gratitu dine. Se a questo punto io volessi far valere i miei meriti, le mie qualità, se volessi pagare con i miei mezzi quel dono, es so non sarebbe più tale, verrebbe vanificato. (11) Questo è quello che accade fra gli uomini che cercano costantemente di affermarsi dinanzi all’altro, di non apparire inferiori. Quanto è frequente la volontà di «sdebitarsi», alme no quando si riceve un regalo di un certo valore! Ma con Dio questo non è possibile. Se cerchiamo di farlo, dimostriamo di vivere ancora in quella atmosfera di peccato che consiste nella nostra affermazione di esseri indipendenti da Dio. Accettare il suo dono così come ci è stato dato significa invece riconoscere che per tutto quel che siamo e che saremo dipendiamo dal nostro Creatore e Salvatore”. (12)

Pertanto, l’insegnamento cattolico non appare coerente con l’insegnamento dell’apostolo Paolo e della Parola di Dio, «soprattutto a livello pratico, per quanto concerne il comportamento raccomandato al semplice fedele. Sebbene sul piano dogmatico esista da parte cattolica il riconoscimento del ruolo unico ed essenziale della grazia divina in Gesù Cristo, dall’altro canto si è sviluppato tutto un sistema di opere umane che assumono il valore di una collaborazione alla salvezza. In questo senso ci approprieremmo della grazia per mezzo di gesti raccomandati dalla chiesa, come per esempio, la partecipazione ai sacramenti e ai riti, le preghiere recitate e ripetute secondo certe norme, i digiuni e le rinunce, le indulgenze, le celebrazioni di messe anche a favore dei defunti… Col risultato, passando il tempo, che la coscienza del credente dimentica l’insegnamento della giustificazione per fede, perché ritiene di dover compiere autonomamente almeno buona parte del cammino che conduce alla salvezza». (13)

In conclusione, «la morte di Cristo mette la giustificazione alla portata di tutti gli uomini indistintamente. Però il disegno misericordioso del Padre si realizza solo per quelli che accettano tale giustificazione credendo alla validità del sacrificio espiatorio di Cristo. Lo afferma egli stesso nella sua meravigliosa dichiarazione che riassume, per così dire, tutto il vangelo: «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16). E ancora dichiara: «Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (3:36). Quindi la sola condizione che Dio pone per la nostra salvezza è che noi l’accettiamo con fede. La nostra giustificazione è dunque una grazia che Dio dona e di cui noi ci impossessiamo mediante la fede. Questo dono divino ci è offerto esclusivamente per i meriti di Cristo». (14)

In breve: «è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo» (Efesini 2:8-10).

Dio è l’autore della salvezza del peccatore, il suo amore ne è la sorgente; la morte di Cristo, il mezzo; la fede del peccatore che fa propri i meriti di Cristo, la condizione. «Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Romani 5:1).

Note:
(1) Concilio di Trento (1545-1563).
(2) Catechismo Cattolico, Prima parte, Art. 12 II, il cielo. III, La purificazione finale o purgatorio, 1032.
(3) Paolo VI, dato a Roma, presso San Pietro, il 1 gennaio 1967, ottava della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, anno quarto del nostro pontificato.
(4) Concilio di Trento, Sessione XXXV, 3-4 dicembre 1563.
(5) G. DEVOTO E G.C. OLI, Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana , Selezione dal Reader’s Digest, vol. 1, Milano, 1987 p. 139. Webster’s New Collegiate Dictionary , 1974, voce: «Soul».
(6) Jacques Doukhan, Il Grido del cielo, ed, AdV, Impruneta (Fi), p. 220.
(7) H. W. WOLFF, Antropologia dell’Antico Testamento , (trad. E. Buli), Brescia, Queriniana, 1975, p. 18.
(8) W. MORK, Linee di antropologia biblica, (trad. L. Bono), Fossano, ed. Esperienza, 1971, p. 48.
(9) Giuseppe Marrazzo, Ascolta la Parola, ed. AdV, Impruneta, Fi, 2004, p. 74,75
(10) Idem p. 78,79
(11) Cfr. Galati 2:20,21
(12) Alessio Del Fante, Dal Cristianesimo al cattolicesimo, “Dal dono della salvezza alla sua conquista” ed. AdV – Firenze
(13) Idem.
(14) Giuseppe Marrazzo, op. cit. p. 78

Past. Francesco Zenzale

Apologetica     Torna su
Share Button