Dal canone agli apocrifi

still-life-with-bible-van-goghDi Giovanni Leonardi* – Tratto da libro “Dal Cristianesimo al Cattolicesimo, ed. AdV – Firenze

«Qual è dunque il vantaggio del Giudeo?… Grande per ogni maniera; prima di tutto, perché a loro furono affidati gli oracoli di Dio» Apostolo Paolo(1)

«Non abbiamo quindi (noi ebrei) una farragine mal intesa di libri discordi e contrari fra di loro, ma solo ventidue, che comprendono le memorie di tutti i tempi, creduti ben a ragione divini. Fra questi, cinque sono di Mosè, e contengono la legislazione con quanto si riferisce alla creazione del genere umano fino alla morte di lui. Questo è un periodo di tempo lungo circa tremila anni. Dalla morte poi di Mosè fino al regno di Artaserse successore di Serse, i profeti vissuti dopo Mosè narrarono i fatti dei loro tempi in tredici libri. Gli altri quattro che restano sono un insieme di lodi a Dio e di consigli dati agli uomini per vivere bene. Da Artaserse poi, fino ai nostri tempi attuali, benché si sia registrato ogni cosa, pure questi libri non sono reputati degni di quella fede che si ha per i precedenti, dal momento che la successione dei profeti non è stata [da allora] sufficientemente chiara. Ora i fatti mostrano con evidenza quale fede noi abbiamo nelle nostre Scritture dal momento che durante tutti i secoli che sono trascorsi non c’è stato nessuno che abbia osato aggiungervi, o togliervi, o cambiarvi alcunché. Anzi, tutti i Giudei, fin dal loro nascere, portano innestata la credenza che siano dei comandamenti di Dio e la volontà di metterli in pratica e, se occorra, di morire per essi» Giuseppe Flavio(2).

«Melitone di Sardi come pure San Cirillo di Gerusalemme e San Gregorio Nazianzeno, accettano solo il canone palestinese; altri come Sant’Attanasio, Sant’Epifanio, Sant’Ilario di Poitiers, Rufino non vedono nei deuterocanonici che libri edificanti “qui non canonici sed ecclesiastici appellati sunt”, da leggersi cioè nelle chiese come libri per l’edificazione del popolo. San Girolamo nel «Prologus Galeatus» dice: “Quid extra hos est (libri del canone palestinese) inter apocryphos esse ponendum” [Tutto ciò che non appartiene ai libri del canone palestinese deve essere posto tra gli apocrifi]. Così, per tutto il Medioevo, l’autorità di San Girolamo ebbe tale importanza che molti e autorevoli scrittori ecclesiastici seguirono le sue opinioni, come ad esempio San Gregorio Magno (540-604) che dice “non canonici” i libri deuterocanonici; ugualmente Ugo da San Vittore (1097-1141), Giovanni di Salisbury (1110-1180), Ugo di Saint-Cher (1190-1263) respinsero i deuterocanonici; altri come Niccolò di Lyra (m. 1340), Sant’Antonio di Firenze (1389-1459), dicono che i deuterocanonici “sunt recepti ad legendum, non tamen authentici ad probandum ea quae venient in contentionem fidei”. Del medesimo parere sono pure Alfonso Tostato (1412-1455), Dionigi Cartusiano (1402-1471), la prefazione alla Bibbia complutense (Alcalà 1545) e il Cardinale Gaetano. L’atteggiamento di questi padri e scrittori della chiesa è spiegabile col fatto che nelle continue controversie con ebrei o eretici, non potevano usare quei libri dei quali non era conosciuta la canonicità» (Introduzione alla Bibbia, p. XVI, prima edizione, Ed. Paoline).

Introduzione

Il problema

La fede cristiana non è una filosofia ma una rivelazione. Non è cioè frutto di una saggezza umana, per quanto elevata, ma di un dialogo personale che Dio ha voluto stabilire con gli uomini attraverso i profeti e gli apostoli. Se non fosse così, tutta la nostra fede non avrebbe altro che un valore ipotetico. Sarebbe certamente un’ipotesi bellissima, ma rimarrebbe sempre e soltanto un’ipotesi. In questo caso il Cristianesimo non sarebbe neppure sorto o sarebbe stato qualcosa di totalmente diverso: difficilmente avremmo avuto la storia bellissima delle migliaia e migliaia di uomini e donne che per la loro fede hanno offerto la vita. Se hanno saputo fare questo è solo perché hanno creduto nel «Così dice il Signore», tanto caro ai profeti.

Si comprende dunque perché riteniamo tanto importante stabilire i confini precisi della Bibbia, il libro che raccoglie i messaggi profetici e apostolici: dobbiamo sapere con certezza ciò che reca il sigillo dell’autorità divina e ciò che invece deriva dalla speculazione umana. La questione è così importante che l’ultimo libro della Bibbia afferma: «Io lo dichiaro a ognuno che ode le parole della profezia di questo libro: se alcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali le piaghe descritte in questo libro; e se alcuno toglie qualcosa dalle parole di questa profezia, Iddio gli torrà la sua parte dell’albero della vita e della città santa»(3) Apocalisse 22:18,19.

La situazione attuale

Tutti i cristiani sono d’accordo nel fissare i limiti del Nuovo Testamento. Nei primi secoli della nostra era erano sorte diverse opere apocrife che raccontavano le cose più strane su Gesù e sugli apostoli. Tuttavia, la chiesa dei primi secoli ha facilmente riconosciuto la falsità di tali opere e le ha escluse dal canone(4).

Già prima dell’epoca di Gesù, gli ebrei erano consapevoli dell’esistenza di una raccolta di scritti sacri, che noi chiamiamo «Canone dell’Antico Testamento»(5) e che corrisponde perfettamente, come contenuto, all’Antico Testamento che troviamo nelle Bibbie evangeliche. Tuttavia, tra i numerosi ebrei che vivevano in Egitto, vi erano dei libri tenuti in una certa considerazione. Questi, però, non si trovarono mai nei manoscritti ebraici ma furono inclusi nei manoscritti della traduzione greca dell’Antico Testamento, detta dei Settanta, sorta proprio in Egitto tra il 250 e il 150 a.C., e da questa passata ad altre traduzioni, come quella latina detta Itala che su questa si appoggiavano. In questo modo, sia attraverso la LXX, che divenne presto il testo biblico più usato tra i primi cristiani, sia attraverso la versione latina, si diffuse tra di loro anche la conoscenza di questi libri non biblici. Alcuni di essi, durante il Concilio di Trento dell’8 aprile 1546, furono poi inclusi ufficialmente tra i libri dell’Antico Testamento e costituiscono, oggi, i cosiddetti «deuterocanonici», cioè «appartenenti al secondo canone», precisamente: 1 e 2 Maccabei, Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, (Siracide), Baruc, due capitoli aggiunti a Daniele e vari versi sparsi in aggiunta al libro di Esther. Non tutti i cristiani seguirono però l’esempio dei Padri conciliari: «… alcune chiese ortodosse orientali mantengono un atteggiamento interlocutorio, altre includono nel loro canone libri diversi, mentre le chiese evangeliche e anglicane hanno in genere respinto la loro canonicità»(6).

In ambito evangelico essi sono considerati non ispirati e quindi apocrifi(7).

Quetioni varie

A questo punto possiamo porci alcune domande:

1. Che valore hanno questi libri?

Si tratta di libri composti nell’epoca intertestamentaria, cioè dopo la chiusura del canone dell’Antico Testamento e l’apertura di quello del Nuovo. Si tratta di un’epoca estremamente importante per la storia ebraica e per la comprensione dell’ambiente in cui visse Gesù e la formazione della chiesa dei primi secoli. Attraverso questi scritti abbiamo una fonte di prima mano per capire questi secoli per cui essi rivestono un valore storico e culturale straordinario. Questo, però, non autorizza affatto a considerarli libri ispirati e quindi autorevoli sul piano della fede.

2. Il fatto che gli ebrei egiziani li inserissero negli stessi manoscritti contenenti i libri biblici non incoraggia forse a porli sul loro stesso piano?

Molti pensano che esistessero due canoni. Uno, detto «palestinese», che rappresenta il canone ufficiale del mondo ebraico fino ai nostri giorni e comprende solo i libri presenti nelle Bibbie evangeliche; l’altro, detto «alessandrino», che include altri libri tra cui i deuterocanonici di cui stiamo parlando. In realtà, non esiste nessun documento che autorizzi a pensare che quello «alessandrino» debba essere considerato un canone. Sembra invece che: «… i giudei di Alessandria (e della diaspora in generale) non distinguevano nettamente tra opere canoniche e non canoniche come invece faceva la controparte palestinese»(8).

Come dice il professar Soggin, «… è possibile ammettere che gli ebrei di Alessandria abbiano voluto raccogliere tutti i libri usati nel culto, senza porsi il problema del loro carattere normativo per la fede»(9).

A ben pensarci, e stato lo stesso Concilio di Trento a testimoniare implicitamente contro l’esistenza di un canone alessandrino avente valore in quanto tale. Infatti, i casi sono due: o la raccolta alessandrina ha valore canonico, e allora bisogna accogliere come canonici tutti i suoi libri – cosa che il Concilio non ha fatto per l’ovvia assurdità di alcuni di questi scritti o non ha valore canonico, e allora non si vede perché si debbano accogliere come canonici alcuni di quei libri.

3. Perché dunque il Concilio di Trento ha accolto questi libri tra gli scritti sacri?

Bisogna dire che non tutti i Padri conciliari erano d’accordo. Diversi volevano mantenere, o almeno indicare, la distinzione tra i libri accolti dagli ebrei e quelli che essi rifiutavano. La discussione sui libri da considerare canonici era unita al problema del valore della tradizione, messa in discussione dalla Riforma protestante che era esplosa appena pochi anni prima. Siccome la lettura dei deuterocanonici era parte tradizionale della spiritualità cattolica, escluderli dal canone avrebbe rappresentato una scomunica di quella stessa tradizione su cui in buona parte si reggeva la chiesa. Di conseguenza, questi libri furono difesi e mantenuti come si trovavano nella versione latina della Vulgata(10). I deuterocanonici, dunque, non sono stati inseriti nella Bibbia perché avessero un valore canonico originale ma perché facevano parte di quella tradizione che la Chiesa Cattolica voleva difendere a ogni costo. Un esempio caratteristico è dato dal libro di Baruc sul cui uso nella chiesa cristiana non esisteva nessun tipo di testimonianza ufficiale, «… e per questo motivo si sarebbe dovuto tralasciarlo visto che non si sapeva trovare l’origine dell’uso di questo libro; ma risultava che nella chiesa si usava leggerne delle parti, fatto stimato così determinante da far decidere la congregazione a dichiarare che dagli antichi era considerato parte di Geremia e compreso in questo»(11).

4. Perché gli ebrei non li riconoscono come canonici?

Giuseppe Flavio lo spiega molto bene. Essendo nato il 37 d.C., e vissuto fino a poco dopo il 100, questi era un contemporaneo degli apostoli, per cui ebbe modo di conoscere tutte le correnti religiose ebraiche del suo tempo per averle considerate personalmente e per aver condiviso le speranze dei suoi correligionari. Nato da famiglia di sacerdoti, aderì personalmente al gruppo dei farisei. Era un uomo di cultura e influente a un punto tale da diventare generale degli ebrei quando questi si ribellarono all’autorità romana. Fatto prigioniero, convinto che non si sarebbe mai potuto contrastare la potenza romana, cercò di convincere i suoi compatrioti ad arrendersi, ma senza successo. Gerusalemme e il tempio furono così distrutti mentre lui stesso divenne un sostenitore dell’imperatore Vespasiano, della famiglia dei Flavi da cui prese il nome. Vivendo tra i romani, Giuseppe Flavio cercò di far loro conoscere il proprio popolo, descrivendone la storia e la fede. Nel brano citato all’inizio del capitolo, questi esalta con orgoglio il patrimonio biblico posseduto dagli ebrei, distinguendolo nettamente dai libri degli altri popoli e da quelli che esistevano tra gli stessi ebrei. Come faceva a operare questa distinzione esprimendo quella che era la convinzione del suo popolo? Usando il criterio profetico: sono da considerare canonici solo quei libri scritti dai profeti o che, essendo stati scritti prima della scomparsa dell’ultimo profeta, epoca di Artaserse I (465-423 a.C.), possono dai profeti essere garantiti come divinamente autorevoli. Per questi libri i giudei sono disposti a sacrificare anche la vita. Tutti gli altri libri scritti successivamente – quindi anche i deuterocanonici – «non sono reputati degni di quella fede che si ha per i precedenti, dal momento che la successione dei profeti non è stata [da allora] sufficientemente chiara».

5. Che cosa dicono questi libri di se stessi? Pretendono di essere ispirati?

E’ evidente che non basta dire di essere ispirato per esserlo veramente. E’ però altrettanto chiaro che se un autore dice egli stesso di non ritenersi ispirato non possono essere gli altri a considerarlo tale. Non tutti i deuterocanonici ci offrono elementi per comprendere il modo in cui si autovalutavano, ma abbiamo almeno due elementi abbastanza chiari. Il primo è fornito dal prologo al libro dell’Ecclesiastico, in cui il nipote di Jesus ben Sirach, autore del libro, scrive: «Preziosi e molteplici sono gli insegnamenti tramandati a noi per mezzo della Legge, dei profeti e degli scritti successivi: è quindi giusto tributare a Israele quella lode che gli è dovuta per la sua dottrina e la sua sapienza. Tuttavia, non devono acquistare la saggezza soltanto i lettori di quei libri, ma è necessario che gli studiosi pensino a rendersi utili, con la parola e con lo scritto, anche ai profani. A tal fine il mio nonno Gesù si era molto applicato allo studio della Legge, dei profeti e degli altri Libri dei nostri padri. Egli aveva acquistato in quelli una grande abilità al punto che decise di comporre, lui pure, un libro riguardante la formazione e la sapienza. Suo scopo fu di aiutare tutti quelli che hanno desiderio d’istruirsi, affinché, dedicandosi con zelo allo studio di questo libro, possano progredire in una condotta di vita sempre più conforme alla Legge» (Ed. Paoline). Da questo è facile vedere come lo scrittore avesse una chiara comprensione dell’esistenza di un canone biblico già formato (Legge, profeti e scritti). Si vede anche chiaramente come l’Ecclesiastico sia presentato non come facente parte di questa raccolta, ma come una sintesi divulgativa a vantaggio dei pagani.

Un’altra testimonianza interessante è fornita dalla conclusione del 2 Maccabei: «Così andarono le cose riguardo a Nicanore. Or, siccome da quel tempo gli ebrei rimasero padroni di Gerusalemme, anch’io porrò qui fine al mio racconto. Se la disposizione della materia è stata buona e come si conviene alla storia, è quello che ho desiderato. Se poi è mediocre e di scarso valore, è quanto ho potuto fare. E come è cosa sgradevole bere sempre vino o sempre acqua, così è l’arte di disporre la storia, che diletta le orecchie dei lettori. E qui faccio punto» 15: 37-39 (Ed. Paoline).

L’Autore, onestamente, si presenta per quello che è: un uomo desideroso di rendere un servizio utile e gradevole al suo popolo, sperando di essere apprezzato per quello che di buono ha saputo offrire e chiedendo pazienza a chi non ne fosse totalmente soddisfatto. Colui che parla in nome di Dio ha altri modi di esprimersi.

6. Qual era la posizione della chiesa primitiva?

Nel Nuovo Testamento non esiste alcuna citazione dei deuterocanonici, nonostante l’Antico Testamento sia citato costantemente. Abbiamo poi visto la lunga lista di Padri della chiesa che non accettavano questi libri come ispirati.

7. Perché non li riteniamo canonici?

La risposta a questa domanda è una sintesi di quanto abbiamo visto finora.

a. Perché l’Antico Testamento è innanzitutto patrimonio del popolo ebraico (Romani 3:2; 9:4,5) dal quale dobbiamo riceverlo come ci è stato ufficialmente conservato. «Non c’è bisogno, di conseguenza, per ammettere la canonicità di un libro biblico, di attendere le ultime decisioni di una critica che tentenna contraddicendosi continuamente. Il vaglio è stato compiuto sotto la direzione della Provvidenza, dal popolo cui Dio ha affidato il documento della sua rivelazione. Israele è potuto diventare infedele e crocifiggere il suo re. Non si è però sbagliato nel determinare il canone dell’Antico Testamento, perché Dio vegliava sulla sua opera. Israele, come Caiafa, è stato profeta suo malgrado… Noi rigettiamo, di conseguenza, come apocrifi o non ispirati, quale che sia d’altronde l’interesse letterario o morale che presentano, tutti i libri che il popolo giudaico non ha accettato nell’Antico Testamento… » (12);

b. Perché Cristo e gli apostoli mostrano di accettare come canone quello ebraico ufficiale di cui si riporta la triplice divisione e l’ordine dei libri;

c. Perché la chiesa primitiva non li ha accettati;

d. Perché i deuterocanonici non fanno probabilmente parte di nessun canone, dovendosi riservare tale definizione solo alla raccolta ufficiale palestinese;

e. Perché lo stesso Concilio tridentino, non accettando che solo in parte gli apocrifi contenuti nella LXX, mostra di non considerare tale il canone alessandrino;

f. Perché gli stessi deuterocanonici non si considerano ispirati;

g. Potremmo aggiungere anche qualche considerazione sul loro contenuto in parte contraddittorio con la morale e l’insegnamento dei libri biblici, ma la cosa ci condurrebbe al di là dei limiti di questo studio(13).

Conclusione

Il Cristianesimo attuale sta attraversando una fase di profonda crisi in rapporto al suo stesso fondamento: la Bibbia. Bisogna comprendere bene che non esiste fede cristiana senza la Bibbia la quale ha questa importanza proprio perché rappresenta il mezzo attraverso cui Dio ha parlato agli uomini. Oggi, molti cristiani stanno perdendo questa consapevolezza del valore divino delle Sacre Scritture. Il concetto di ispirazione risulta molto sfumato e la Bibbia viene vista soltanto come un importante documento storico che testimonia della fede del popolo d’Israele prima e della chiesa poi. In questa prospettiva si va perdendo il valore di Bibbia come «canone» regola di fede, e si corre il rischio di una relativizzazione del valore della legge biblica e della speranza cristiana. In tale prospettiva tende anche a cadere la distinzione tra libri canonici, deuterocanonici e apocrifi: se la Bibbia è solo un documento della fede d’Israele e della chiesa, allora anche gli altri libri sono documenti di questa stessa fede. Non a caso, A. Soggin, professore protestante di orientamento liberale, definisce «bizantinismo ecclesiastico»(14) la discussione sulla canonicità dei deuterocanonici. Altri vorrebbero eliminare anche la distinzione tra libri canonici e apocrifi del Nuovo Testamento pensando che, in fondo, tutti sono testimonianza della fede della chiesa e che bisogna metterli sullo stesso livello. Se invece, come facciamo noi, i libri biblici non sono solo una testimonianza storica che ci permette di conoscere la fede degli antichi, ma anche una testimonianza divina, allora è chiaro che non tutti i libri che parlano di Israele o della chiesa hanno lo stesso valore. Per noi è importante non solo conoscere la storia d’Israele o della chiesa, vogliamo sapere cosa Dio pensasse di questa storia allora e cosa Dio pensi oggi della nostra storia personale. Per questo abbiamo bisogno di conoscere quali libri racchiudono un’autorità divina e quali invece sono solo il frutto di una iniziativa umana. Oggi, in modo particolare, la determinazione a rifiutare come parte della Bibbia i libri deuterocanonici si lega alla difesa della Bibbia come fondamento della fede cristiana.

Note:
(1) Romani 3:1,2;
(2) Contra Apionem 1:8. Tratto e aggiornato nella forma linguistica della vecchia traduzione di Angiolini, tomo 5, pp. 226,227, Ed. Battelli e Figli, Firenze 1832.
(3) Il testo si riferisce direttamente al contenuto dell’Apocalisse, ma ci sembra ovvio poterne applicare il significato all’insieme della rivelazione biblica.
(4) Canone = norma, regola. Tale termine è usato in ambito religioso per indicare l’insieme di quegli scritti ai quali si attribuisce autorità divina normativa per la fede e la vita dei credenti. Il canone dell’Antico Testamento, insieme a quello del Nuovo, forma la totalità del canone biblico. Il canone dell’Antico Testamento era formato dagli stessi libri considerati sacri ancora oggi dal popolo ebraico, e che possiamo ritrovare in una traduzione protestante. Il nostro Antico Testamento contiene attualmente 39 libri, mentre le fonti antiche parlano di 24. La differenza è semplicemente al fatto che gli ebrei raggruppavano insieme alcuni libri: 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache, Esdra e Nehemia, i dodici profeti minori. Se poi si includono Lamentazioni di Geremia in Geremia e Rut in Giudici, si ottiene il numero 22, riportato da Flavio nel testo sopra e corrispondente al numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.
(5) La questione di quando il canone dell’Antico Testamento sia stato definitivamente stabilito è oggetto di discussione. Secondo una tradizione, ciò è avvenuto a Jamnia, una località sulla costa della Giudea, verso il 90 d.C. i rabbini si sarebbero riuniti in concilio per fissare una volta per tutte i limiti del canone ebraico. Che Jamnia fosse diventata un centro importante dell’Ebraismo è indubitabile. E’ anche indubitabile che si sia discusso dei libri del canone. Diversi oggi pensano che non si possa parlare di un «concilio» ma solo di discussioni in gruppi saltuari attraverso cui i rabbini giunsero a confermare quanto già di fatto esisteva. Abbiamo infatti diversi motivi per credere che il popolo ebraico conoscesse molto bene, già prima dell’epoca di Gesù, quali libri facessero parte delle Sacre Scritture. Un esempio può essere dato dal libro apocrifo dell’Ecclesiastico nel cui prologo, scritto dal nipote dell’Autore vero il 1332 a.C. circa, si legge: «Preziosi e molteplici sono gli insegnamenti tramandati a noi per mezzo della Legge, dei profeti e degli scritti successivi: è quindi giusto tributare a Israele quella lode che gli è dovuta per la sua dottrina e la sua sapienza» (Ed. Paoline). Si vede come i libri dell’Antico Testamento fossero già raggruppati nelle tre grandi sezioni cosi come le ritroviamo attualmente. Tale divisione si nota anche sulla bocca di Gesù (Luca 24:44) il quale conosce addirittura l’ordine dei libri veterotestamentari. In Matteo 23:35, infatti, Egli cita il primo e l’ultimo caso di persecuzione violenta di cui si parla nell’Antico Testamento, nominando Abele e Zaccaria figliuolo di Barachia. Menziona Genesi, primo libro delle Scritture, per il caso di Abele, e 2 Cronache 24:20-22 che, nel canone ebraico, occupa appunto l’ultimo posto, per Zaccaria. Tra i tanti esempi che si potrebbero portare si noti quello di Giuseppe Flavio, citato all’inizio del capitolo il quale descrive il canone ebraico come già chiuso all’epoca del re persiano Artaserse I (465-423 a.C).
(6) J. Alberto Soggin, Introduzione all’Antico Testamento, p. 40, Paideia, Brescia 1969.
(7) Apocrifo = nascosto, appartenente a gruppi non ufficiali o marginali.
(8) R.K. Harrison, Introduction to the Old Testament, s.I., pp. 277, 278, Eerdmans 1969.
(9) A. Soggin, Op. cit., p. 46.
(10) Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, vol. I, libro 11, pp. 256-269, Edizione a cura di Corrado Viviani, Einaudi, Torino 1974. Si deve tuttavia sapere che Girolamo, il grande traduttore della Vulgata, non era d’accordo nel considerare canonici questi libri. Essi furono aggiunti da altri alla sua traduzione per mantenere l’analogia con la traduzione latina precedente, detta Itala, che essendo stata fatta sulla versione greca dei LXX e non sui testi originali, includeva anche gli apocrifi.
(11) Adattato da Paolo Sarpi, Op. cit., p. 262.
(12) A. Vaucher, L’Histoire du Salut (Cours de doctrine biblique) pp.28,29, Vie et Santé, Dammarie les Lys 1987.
(13) Un esempio impressionante è dato dal libro di Tobia. Un angelo si presenta sotto false spoglie (4:1-5). C’è poi un clima superstizioso e magico in cui si attribuisce al fiele di un pesce la virtù di ridare la vista ai ciechi e al suo fegato e al suo cuore la proprietà di cacciare i demoni dagli indemoniati (6:1-9). Tobia se ne servirà per liberare la sua promessa sposa da un demone che, innamorato di lei, aveva già fatto morire ben sette suoi precedenti mariti (6:14 e ss.).
(14) A. Soggin, Op. cit. p. 41.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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