Dal dialogo al Rosario

RosarioRoberto Iannò* – Tratto dal libro “Dal Cristianesimo al Cattolicesimo” ed. AdV, Firenze

«E nel pregare non usate soverchie dicerie come fanno i pagani, i quali pensano d’essere esauditi per la moltitudine delle loro parole. Non li rassomigliate dunque, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate» Matteo 6:7,8.

«Noi abbiamo ritenuto molto opportuno stabilire attualmente delle preghiere solenni con lo scopo d’invocare l’augusta Vergine tramite la recitazione del Rosario, alfine d’ottenere da Gesù Cristo suo figlio, un aiuto proporzional e ai nostri bisogni». (1)

«Come per il passato, anche oggi il Rosario deve essere arma potente per vincere nella lotta interiore e dare aiuto a tutte le anime». (2)

Introduzione

Sintesi della verità evangelica

La preghiera è l’atto mediante il quale entriamo in contat to con Dio. Tramite la preghiera presentiamo a Dio le nostre preoccupazioni, richiediamo il suo perdono, lo ringraziamo per le benedizioni materiali e spirituali, lo adoriamo celebrando il suo nome. Pregare significa quindi riconoscere la nostra condizione di creature bisognose del Creatore. La preghiera è un atto di culto e come tale deve essere rivolta solo a Dio.

Motivi del superamento della verità

Per capire le motivazioni che hanno portato all’uso del rosario (verso la fine XII secolo), dobbiamo fare riferimento al contesto religioso nel quale si è formato, cioè la «pietà popolare»:

a. Caratteristiche della pietà popolare. La pietà popolare è una forma di religiosità legata alla fantasia e spontaneità del popolo che si oppone alla struttura rigida e ritualistica delle forme di culto ufficiali. E’ il caso ad esempio della liturgia cattolica del XII secolo la quale era basata essenzialmente sulla recitazione del Salterio davidico, cioè i 150 capitoli del libro dei Salmi. Questo naturalmente escludeva dal culto gli illetterati (praticamente tutto il popolo) i quali non potevano leggere la Bibbia per imparare il Salterio. Il rosario nacque perciò come alternativa «semplificata» del Salterio. Mentre i frati, i monaci e le «poche» persone di cultura recitavano il Salterio davidico, il popolo recitava il rosario. Esso consisteva nella recitazione dell’Ave Maria, preghiera semplice da memorizzare, per un totale di 150 volte, giusto per conservare la struttura del Salterio davidico (per l’analoga struttura, il rosario venne chiamato anche Salterio della Beata Vergine). Il rosario attualmente è composto da 15 decadi di Ave Maria, intercalate dal Pater, dal Gloria e da 15 meditazioni sulla vita di Gesù (gaudi, dolori, glorie). La religione popolare quindi si strutturò in opposizione con la religione ufficiale dei clero. Da una parte la spiritualità dei religiosi, ben codificata e controllata; dall’altra la spontaneità del popolo. E il Medioevo fu un periodo fertile per la pietà popolare. Questa «religione su misura», dal carattere spontaneo, «aperta a ogni iniziativa privata» (3), fu però soggetta al pericolo di mischiare religiosità cristiana e tradizione pagana, come di fatto avvenne. Il popolo, ad esempio, si creò le sue feste legate ai momenti di vita quotidiana (le feste patronali, del raccolto, ecc.), le quali spesso mascheravano di Cristianesimo antichi elementi pagani. Fu anche il periodo in cui la devozione mariana si sviluppò. Si formò un legendario dei miracoli della vergine Maria, la «madre buona», in contrapposizione al «Dio-padre severo e lontano», a tal punto che la fantasia popolare «fece intervenire» la Madonna nelle situazioni più comuni e terrene, come ad esempio per scoprire un tesoro (4). E fu proprio in questo contesto che la forma di pietà «che più di ogni altra caratterizza la religiosità dei singoli fedeli… fu il rosario» (5). Il rosario infatti era incentrato sulla vergine Maria, che sempre più assumeva il ruolo di soccorritrice del popolo; era veloce da memorizzare, imparata l’Ave Maria bastava ripeterla per 150 volte (!); era facile da ripetere, l’uso della corona guidava passo passo la recitazione;

b. Religione ufficiale e pietà popolare. La religione ufficiale, di fronte a questa esigenza del popolo, in sé legittima, di sentire la religione più vicina, invece di rendere la liturgia più spontanea e di insegnargli a leggere la Bibbia , rendendola disponibile in volgare, preferì assecondarlo. Di fatto, la chiesa rinunciò alla propria funzione educatrice. Piuttosto che far crescere il popolo nella conoscenza della Parola di Dio, preferì lasciarlo così com’era, senza però rinunciare a controllarlo. Abbandonare il popolo alla sua spontaneità avrebbe significato rischiare di creare una frattura insanabile tra chiesa e fedeli. E la chiesa rinforzò a tal punto l’uso del rosario che nel 1571 sotto papa Pio V venne istituita la Festa del Rosario in seguito alla vittoria da parte dell’esercito cristiano nella battaglia di Lepanto, vittoria che lo stesso Pio V ascrisse all’intervento della Madonna. L’accettazione del rosario da parte della chiesa ufficiale quindi può essere visto come un tentativo di «amministrare e istituzionalizzare le spinte ambigue»(6).

Se la chiesa fosse stata però un po’ meno «Aronne» e un po’ più «Mosè» di fronte alla richiesta del popolo di una reli gione casereccia (come per il vitello d’oro, cfr. Esodo 32) forse il popolo stesso avrebbe imparato a distinguere tra ve rità e folclore, tra pregare Gesù per le proprie necessità e Ma ria, il cui culto è antibiblico (vedi Da Cristo a Maria).

Biografia di un personaggio chiave per la deviazione della verità Biblica

Leone XIII (1.810-1.903) (7)

Il papa che più di ogni altro ha contribuito alla diffusione del rosario è stato Leone XIII. Chiamato anche il «papa del rosario» rinforzò nei fedeli l’attaccamento a questa pratica, facendo ben 22 interventi a suo favore (di cui 9 furono encicliche). Il pontificato conservatore di Leone XIII (1878 – 1903) è stato caratterizzato dalle sue capacità diplomatiche che lo portarono a estendere il suo influsso in molti campi.

Nella politica internazionale ebbe frequenti e importanti contatti diplomatici con la Germania. Nonostante l’iniziale atteggiamento anticattolico del cancelliere Bismark, Leone XIII seppe sfruttare abilmente l’opposizione tedesca nei confronti del socialismo (pericolo anche per il Cattolicesimo) riuscendo a «provocare» l’alleanza del partito tedesco con quello popolare cattolico.

Inoltre Leone XIII istituì un delegato apostolico permanente in America. Inviò un delegato papale al cinquantesimo anniversario della regina Vittoria, con il risultato di un temporaneo avvicinamento dell’Anglicanesimo al Cattolicesimo. Intervenne diplomaticamente tra la Germania e la Spagna per la questione delle isole Caroline. Spinse il partito cattolico ad aderire alla III Repubblica francese col fine di «frenare le spinte laiciste e di limitare così la legislazione anticlericale» (8); al contrario, in Italia, invitò il partito cattolico a non partecipare alla vita politica a causa della questione romana.

In campo sociale, in seguito alla situazione di profondo disagio della classe popolare causata dall’impulso che l’industria aveva ricevuto dal liberalismo economico, Leone XIII intervenne con la famosa enciclica Rerum novarum (1891). Questa enciclica denunciava le condizioni di ingente miseria della classe operaia appoggiando la formazione di sindacati operai. Senz’altro fu una mossa abilissima perché non solo si assicurò l’appoggio e la stima della classe popolare – proponendosi come difensore dei più deboli – ma anche perché nello stesso tempo contrastò il pericolo dell’ideologia marxista che cercava di strappare alla chiesa le masse operaie con le sue soluzioni economiche, proponendo contemporaneamente un’ideologia atea (9).

Ma è col popolo che Leone XIII ebbe i suoi maggiori successi. La sua figura carismatica fece presa sulla gente che fu attirata dagli aspetti più folcloristici della religione, aspetti da lui incentivati. Egli infatti nel 1900 promulgò l’Anno Santo durante il quale vennero perdonati tutti i peccati dietro adempimento di certi atti prescritti (quell’anno giunsero a Roma 500.000 persone); si organizzarono anche pellegrinaggi a Roma nella ricorrenza della sua intronizzazione come papa; fiorirono anche quelli a Lourdes. Questa politica ecclesiastica non poteva non appoggiare e incentivare la pratica del rosario, che tra le pratiche religiose era sicuramente quella che aveva più presa tra il popolo. Leone XIII, quindi, legittimò sempre più questa pratica allargando il suo ascendente sul popolo. Nel 1898 con l’enciclica Diuturni Temporis fece del rosario il mezzo perfetto per ottenere la vita eterna per la sua origine divina: «Noi vi abbiamo ricordato l’origine più divina che umana di questa preghiera… il Rosario forma il metodo più eccellente di pregare, molto efficace per farci acquisire la vita eterna» (10). I fedeli furono praticamente invitati a rimanere legati a una preghiera nata in origine per gli illetterati, piuttosto che stimolati a uscire dall’analfabetismo (nel 1861 su una popolazione di 21 milioni di abitanti ben 17 milioni erano incapaci persino di scrivere il proprio nome). Che le encicliche sul rosario avrebbero contribuito a mantenere il popolo nell’ignoranza, e di conseguenza a escluderlo dalla partecipazione alla vita politica del paese – ovvero preservarlo dal pericolo di aderire alle tendenze democratiche anticlericali – sicuramente Leone XIII ne era cosciente (11).

Trattazione della verità biblica

  1. Un essere umano può essere mediatore tra noi e Dio?
    No. La Bibbia ci insegna che il solo e unico Mediatore tra Dio e l’uomo è Gesù (1 Timoteo 2:5). Egli è l’unica via che ci permette di arrivare al Padre (Giovanni 56). Ciò nonostante papa Pio XI, nell’enciclica Ingravescentibus malis (1937), disse quanto segue: «Interponiamo presso Dio la mediazione della Beata Vergine a Lui accettissima… Tra le varie suppliche poi con le quali utilmente ci rivolgiamo alla Vergine Maria, il Santo Rosario senza dubbio occupa un posto speciale e distinto» (12).
  2. Le nostre preghiere di adorazione possono essere indirizzate agli uomini o agli angeli?
    La Bibbia ci dice che noi non dobbiamo adorare nessun uomo. Pietro, ad esempio, non acconsent ì a Cornelio di adorarlo (Atti 10:25,26). Neanche gli angeli hanno questo onore (Apocalisse 22:8,9). Solo Dio è degno di ricevere le nostre preghiere di adorazione (Luca 4:8).
  3. A chi vanno indirizzate le nostre richieste?
    La Bibbia ci dice di rivolgere a Dio le nostre preghiere e le nostre suppliche (Filippesi 4:6). Soltanto un’immagine distorta e non biblica della figura del Padre ha portato i fedeli a «cercare» qualcun altro a cui rivolgersi. Ma la Bibbia ci ricorda che Dio è pronto a rispondere alle nostre richieste (Matteo 6: 8) e questo in virtù non dei nostri sforzi ma del suo amore (1 Giovanni 3:1). Un amore che ci fa vivere non nella paura ma nella pace (1 Giovanni 4:16,18).
  4. Come viene considerata da Dio la ripetizione monotona di parole in una preghiera?
    Gesù ci dice che l’uso del ripetere le stesse cose nelle nostre preghiere è un modo di pregare pagano più che cristiano e ci dice di non praticarlo (Matteo 6:7). Questo uso pagano aveva origine nella credenza che a forza di ripetere le stesse cose gli «dèi» si sarebbero stancati e avrebbero esaudito la preghiera (cfr. anche 1 Re 18:26). Opponendosi a questa credenza, Gesù ci assicura che il Padre non ha bisogno di essere «pregato», nel senso peggiorativo del termine. Lui conosce i nostri bisogni (Matteo 6: 8) e li esaudirà non in funzione delle nostre ripetizioni ma a motivo del suo amore per noi (Matteo 7:11).
  5. Se noi non siamo in grado di formulare una «bella preghiera», Dio l’accetterà lo stesso?
    L’apostolo Paolo ci rincuora dicendo che anche se «noi non sappiamo pregare» (Romani 8:26), lo Spirito Santo intercederà per noi. Bastano anche poche parole ma sincere e sentite, perché «il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate» (Matteo 6:8). Più che preoccuparci della forma è importante essere spontanei nella preghiera: dire a Dio quello che ci preoccupa così come lo sentiamo noi, e aspettare da lui la soluzione.
  6. Quale pratica religiosa nutre la nostra fede?
    Solo la lettura della Bibbia può essere il nutrimento per la nostra fede (Romani 10:17), lettura che ci mette in contatto con la Parola di Cristo per la nostra salvezza (Giovanni 6: 68). Eppure papa Pio XI nell’enciclica Ingravescentibus malis (1937) disse che: «… il Santo Rosario… nutre anzitutto la fede cattolica… e eleva le menti alle verità rivelateci da Dio» (13).
  7. Recitare il rosario significa accettare il fatto che Maria sia in cielo?
    Certo. Ma la Bibbia dice dei morti che «non sanno nulla… e non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole» Eccelesiaste 9:5,6. E da nessuna parte nella Bibbia si dice che Maria sia stata assunta in cielo (come ad esempio è stato per Elia). Pregare Maria perciò non solo significa andare contro il Primo Comandamento, ma anche contro l’insegnamento della Bibbia sullo stato dei morti.

Conclusione

Gesù ci invita a rivolgerci a lui con spontaneità esprimendo i nostri ringraziamenti e richieste piuttosto che adeguarci a formule preconfezionate. E soprattutto ci ricorda che Dio non ha bisogno di mediatori per esaudire le nostre suppliche, perché per mezzo di lui noi diventiamo suoi figli (Galati 3:26; 4:6,7).

La pratica del rosario è antibiblica, perché va contro l’insegnamento della Bibbia: il ruolo di unico Mediatore di Gesù; lo stato dei morti; il culto da riservarsi solo a Dio; le modalità della preghiera che non deve conformarsi all’uso pagano della ripetizione.

Documenti:

La Chiesa Cattolica e l’educazione del popolo del XIX Secolo (14)

Il Risorgimento vide non solo la formazione dello Stato unitario ma anche il fiorire di una coscienza pedagogica che aveva come obiettivo l’educazione del popolo. Durante il periodo preunitario diversi stati, tutti del nord, si adoperarono all’istituzione di scuole di ogni grado e di asili per istruire ed educare le masse. Ad esempio, nello stato del Lombardo-Veneto e nel Granducato di Toscana era previsto un sistema scolastico che curava l’istruzione dei bambini e dei giovani, preoccupandosi di dare loro non solo delle nozioni ma anche di insegnare a ragionare individualmente e a sapersi esprimere bene in italiano. Nello stato della Lombardia, nel 1830, su un totale di 2233 Comuni, esistevano ben 3535 scuole pubbliche elementari, e la partecipazione oscillava intorno al 70 per cento dei bambini in età scolare (con punte però del 90 per cento; e la punta più bassa soltanto del 50 per cento). Questi stati videro anche il formarsi di asili infantili e scuole serali per i lavoratori.

Se confrontiamo questi dati con la situazione dello Stato Pontificio vediamo un chiaro disinteresse per l’istruzione, atteggiamento che ha contribuito sempre più a mantenere i fedeli nell’ignoranza e nella povertà, mentre nello stesso tempo gli ecclesiastici vivevano nella cultura e nell’agiatezza. Nello Stato Pontificio, sempre intorno al 1830, c’erano solo circa 60 scuole, e la partecipazione, su un totale di circa 330.000 bambini in età scolastica, era di solo 2.000 bambini (esattamente lo 0,6 per cento). Circa gli asili infantili e le scuole serali non esisteva nulla del genere. Le statistiche del 1861 sono significative. Il 54 per cento delle scuole italiane, all’unificazione, si trovavano al nord. E per il Lazio non esiste nessun dato (!), sia che si tratti di asili, di scuole elementari o superiori. Non c’è da stupirsi se nel 1871, nel Lazio, il 67 per cento della popolazione era analfabeta (battuti solo dal sud con una media intorno all’85 per cento).

Una circolare del Cardinale Vicario di Roma (1837) contro gli asili, a nome della Sacra Congregazione dell’Inquisizione, e indirizzata ai Vescovi dello Stato Pontificio, riportava quanto segue: «Gli eminentissimi Inquisitori… hanno giudicato cosa piena di pericoli, per non dire di peggio, l’ammettere nello Stato Pontificio la introduzione di siffatte Scuole Infantili» (15).

Il perché di questa posizione è ben espresso da un articolo di un certo Padre Curci, apparso su La Civiltà Cattolica del 1855, in cui appare chiaro come la chiesa fosse favorevole a lasciare il popolo nell’ignoranza e nella povertà: «Questi (asili) dovrebbero essere circoscritti al solo bisogno della orfanezza ( ). Se usciti dagli asili debbono rientrare in squallidi tugurii, in putride e fumose officine ( ); se per tutta la loro vita debbono vivere miseri ( ) ci pare anzi consiglio della provvidenza pietà far loro passare anche la infanzia in qualche cosa non molto diverso dal tugurio, sequestrante sempre, s’intende la immondizia . Piuttosto dunque che ispirare a quella infanzia disdegno ed impazienza della propria bassezza, è bella pietà ispirargliene stima, infonderle nell’animo rassegnazione, tranquillità, contentezza ancora in quell’umile stato» (16). Continua dicendo che «l’unico mezzo per ispirare questo ideale della rassegnazìone nel popolo è l’istruzione catechistica»! Che poi ci fosse qualche educatore cattolico liberale che cercasse di denunciare questa situazione, a nulla è valso. Antonio Rosmini (1797-1855), nella sua opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, sottolineando i difetti dell’istruzione ecclesiastica e rimproverando alla chiesa di aver trascurato l’istruzione dei suoi fedeli, scrisse: «La scarsezza di una vitale e piena istruzione data alla plebe cristiana (alla quale nuoce il pregiudizio gentilesco messossi in molti, che giovi tenerla in una mezza ignoranza…) è la prima cagione di quel muro di divisione che s’innalza fra lei e i ministri della Chiesa» (17).

Bibliografia:

Cattolici:
– J. Escrivà, Il santo Rosario, Ed. Ares, Milano 1988.
– E. Ruffini, «Esercizi di pietà», in S. De Fiores, T. Goffi, Nuovo dizionario di spiritualità, Ed. Paoline, Milano 1979.
– G. Mattai, «Religiosità popolare», in S. De Fiores, T. Gof fi, Nuovo dizionario di spiritualità, Ed. Paoline, Milano 1979.
– P. Paschini, «Rosario», in Enciclopedia Cattolica, vol. X, Città del Vaticano, 1949.
– H. de Solesmes, Le Saint Rosaire, Paris, Desclèe & Cie, 1966.
– P. Toschi, «Maria», in Enciclopedia Cattolica, vol. VI, Città del Vaticano, 1949.
– S. Tramontin, Un secolo di storia della Chiesa, vol. 1 Ed. Studium, Roma 1980.
Altri:
– D. Marchi, La scuola e la pedagogia del Risorgimento, Ed. Loescher, Torino 1985.

Note:
(1) Leone XIII, Supremi Apostolatus, settembre 1883, in H. de Solesmes, Le saint Rosaire, Desclèe e Cie, Parigi 1966.
(2) Josèmairà Escrivà, Il santo Rosario, Ed. Ares, Milano 1988 (Fondatore dell’Opus Dei).
(3) E. Ruffini, «Esercizi di pietà», in S. De Fiores, T. Goffi, Nuovo dizionario di spiritualità, p. 513, Ed. Paoline, Milano 1979 (cattolico).
(4) P. Toschi, «Maria» in Enciclopedia Cattolica, vol. VI, Città del Vaticano 1949.
(5) E. Ruffini, «Esercizi di pietà», in S. De Fiores, T. Goffi, Op. cit., p. 514 (cattolico).
(6) G. Mattai, «Religiosità popolare», in S. De Fiores, T. Goffi, Op. cit. p. 1324 (cattolico).
(7) In S. Tramontin, Un secolo di storia della Chiesa, vol. 1, Ed. Studium, Roma 1980.
(8) S. Tramontin, Op. cit., p. 19.
(9) S. Tramontin, Ibidem.
(10) H. de Solesmes, Le Saint Rosaire, Desclèe e Cie, Parigi 1966.
(11) Per una storia dell’atteggiamento della Chiesa Cattolica, cfr. Documenti.
(12) P. Paschini, «Rosario», in Enciclopedia Cattolica, vol. X, Città del Vaticano 1949.
(13) P. Paschini, Ibidem.
(14) Citazioni e dati statistici tratti da D. Marchi, La scuola e la pedagogia del Risorgimento, Ed. Loescher, Torino 1985.
(15) Citato in D. Marchi, Op. cit., p. 128.
(16) Citato in D. Marchi, Op. cit., pp. 129,130.
(17) Citato in D. Marchi, Op. cit., p. 198.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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