Dal dono della salvezza alla sua conquista

Your-generosity-will-create-prosperityAlessio Del Fante* – Tratto dal libro “Dal Cristianesimo al cattolicesimo”, ed. AdV – Firenze

«Poiché è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere, affinché niuno si glori» Efesini 2: 8,9

«Poiché il potere di concedere indulgenze è stato accordato da Gesù Cristo alla sua chiesa… il Santo Concilio insegna e ordina che l’uso delle indulgenze, molto salutare al popolo cristiano… dev’ essere conservato… » Concilio di Trento (1545-1563)

«A causa infatti della loro più intima comunione con Cristo, i beati rinsaldano tutta la chiesa nella santità… non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini… La nostra debolezza è quindi molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine» (1).

«Nei confronti di Dio, in senso strettamente giuridico, non c’è merito da parte dell’uomo. Tra lui e noi la disuguaglianza è smisurata, poiché noi abbiamo ricevuto tutto da lui, nostro Creatore» (2).

«Oltre che della liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della pietà dei fedeli e della religiosità popolare. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che circondano la vita sacramentale della chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, la “via crucis”, le danze religiose, il rosario, le medaglie, ecc…» (3).

Introduzione

La venuta di Cristo su questa terra assume per gli autori del Nuovo Testamento il significato di un’offerta unica di salvezza, di aiuto da parte di Dio all’uomo caduto nel peccato. Ciò presuppone una condizione di impotenza umana che giustifica un intervento decisivo della grazia divina. Gesù è dunque la mano tesa da Dio all’uomo per uscire dal suo stato di peccato. Nulla si richiede all’uomo per guadagnare la benevolenza divina, salvo di afferrarne la mano che si protende verso di lui.

L’insegnamento cattolico non appare coerente con questo, soprattutto a livello pratico, per quanto concerne il comportamento raccomandato al semplice fedele. Sebbene sul piano dogmatico esista da parte cattolica il riconoscimento del ruolo unico ed essenziale della grazia divina in Gesù Cristo, d’altro canto si è sviluppato tutto un sistema di opere umane che assumono il valore di una collaborazione alla salvezza. In questo senso ci approprieremmo della grazia per mezzo di gesti raccomandati dalla chiesa, come per esempio, la partecipazione ai sacramenti e ai riti, le preghiere recitate e ripetute secondo certe norme, i digiuni e le rinunce, le indulgenze, le celebrazioni di messe anche a favore dei defunti… Col risultato, passando il tempo, che la coscienza del credente dimentica l’insegnamento della giustificazione per fede, perché ritiene di dover compiere autonomamente almeno buona parte del cammino che conduce alla salvezza.

Come può spiegarsi tale cambiamento? Diciamo in primo luogo che esiste in ciascuno di noi la tentazione dell’indipendenza, una specie di orgoglio naturale che spinge a fare da sé, che ci induce a considerare valido solo ciò che si conquista, che ci spinge a proiettare nella nostra relazione con Dio quelle che sono le regole delle relazioni fra gli uomini, nelle quali nulla è dato per nulla. Vogliamo allora incamminarci da soli per la strada verso il cielo, salvo poi smarrirne la via.

Tuttavia, esiste anche una responsabilità da parte degli organismi cattolici preposti all’istruzione dei credenti. Dal momento in cui la chiesa, intesa come struttura ecclesiastica, si è posta come garante e tramite della salvezza, come mediatrice tra Dio e l’uomo, le esigenze di tipo terreno hanno mirato a prevalere. Se la chiesa si pone come proprietario, o meglio come gestore dei beni celesti, e non semplicemente come centro di testimonianza e come umile indicatore delle ricchezze donate da Dio, essa rischia progressivamente di diventare uno schermo tra l’uomo e Dio e di additare solo se stessa come fonte di verità e come valore supremo. In un certo senso l’orgoglio individuale, di cui parlavamo sopra, si estende all’organismo ecclesiastico che, consapevole delle proprie ricchezze, decide di farne un tesoro personale, concesso sì a tutti i fedeli, ma sulla base di un rapporto di scambio. Nasce, infatti, in epoca medievale, la dottrina del thesaurus meritorum di cui la Chiesa Cattolica è depositaria e amministratrice. Tale ricchezza, accumulata grazie alle opere sovrabbondanti dei santi, è messa a disposizione del peccatore se questi adempirà a certe condizioni, se compirà certe opere. E’ su questa base che nasce l’idea dell’indulgenza, cioè del perdono concesso dalla chiesa per pellegrinaggi, conquiste militari come le crociate, pagamenti in denaro.

Un uomo riscopre la giustificazione per fede

Su una strada assolata della Germania, nel luglio del 1505, un giovane studente di ventidue anni camminava verso casa quando, all’improvviso, il cielo si fece scuro e si scatenò un tipico temporale estivo. Quasi colpito da un fulmine e posto inaspettatamente dinanzi all’esperienza della morte, quel giovane ebbe appena il tempo di formulare un pensiero e di pronunciare una frase: «Sant’Anna, aiutatemi! Mi farò frate!».

Quel giovane si chiamava Martin Lutero ed era avviato a una buona professione civile, ma in quel momento prese una decisione: farsi frate ed entrare nel convento degli agostiniani. Era una scelta, questa, non inusuale per molti altri giovani dell’epoca. La concezione cattolica, profondamente radicata nella Germania di Lutero, indicava infatti la via del convento come quella più sicura per la salvezza. Rinunciare alla carriera mondana, al matrimonio, all’uso delle armi voleva dire con certezza assicurarsi la via del cielo. Il giovane Martino prese alla lettera questi insegnamenti e si gettò a capofitto nella vita monastica, vivendo la propria esperienza di monaco con estremo rigore, fidando nell’idea che sforzi eccezionali producono una più certa salvezza: digiunò, vegliò, vestì il cilicio, si batté senza pietà, mettendo a repentaglio la sua stessa salute. Ma alla fine, ogni volta gli mancava la certezza che ciò potesse essere sufficiente dinanzi a Dio. Così si esprime, a proposito di Lutero, lo storico R. Bainton:

«Ma per effetto dei suoi propri insuccessi, Lutero giunse alla conclusione che i peccati non si possono considerare partitamente, perché la natura stessa dell’uomo è cosi pervertita da esigere un rinnovamento radicale» (4).

Tentò allora la via del trasferimento dei meriti dei santi che con le loro virtù straordinarie avevano accumulato un tesoro; fu in occasione del suo viaggio a Roma che ne ebbe la possibilità più ambita. Ma dopo aver visitato tutte le sante basiliche, contemplato le sacre reliquie e asceso in ginocchio la Scala Santa, il dubbio rimase irrisolto. Fu solo quando, per richiesta del suo Ordine, dovette cimentarsi con l’insegnamento delle Sacre Scritture che il giovane Martino cominciò a riflettere sul carattere di Dio, trovandolo diverso da quello che fino a quel momento aveva creduto: non un Dio arbitrario, ingiusto e lontano dall’uomo, ma un Dio che si accosta pieno d’amore all’uomo, in Gesù Cristo. Le lezioni che tenne sui Salmi lo portarono a esaminare principalmente il Salmo 22.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», diceva un versetto. Da allora non vede più Cristo come assiso sull’arcobaleno a giudicare i vivi e i morti, ma Gesù sofferente sulla croce, insieme agli uomini e per causa loro; sente il miracolo del perdono divino, capisce che basta credere a questo perdono per essere salvati; comprende che la giustizia di Dio della quale parla soprattutto l’apostolo Paolo, coincide appunto col perdono. E’ Dio che ci considera giusti, perdonandoci sebbene non lo meritiamo. E’ solo per fede, dunque, che noi siamo salvati e non dobbiamo allora scalare le montagne o scendere negli abissi per conquistare la salvezza, perché questa è vicina a noi (Romani 10:6-8).

Trattazione della verità Biblica

1. Perché nella Bibbia la salvezza è per fede e non per opere?

Se il peccato è la rottura di una relazione con Dio, di un legame di fiducia nei suoi confronti, questo legame può ristabilirsi solo grazie a un intervento divino. Come si può desumere da Genesi 3, tutta la vita dei nostri progenitori è cambiata in seguito alla disubbidienza; da allora sono entrati in un’atmosfera di «peccato», cioè di lontananza da Dio. E possiamo dire che col passare dei secoli tale distacco si è acuito. A partire da questa situazione, dunque, solo Dio poteva restaurare la primitiva relazione con l’uomo, mentre la correzione di questo o quel comportamento non avrebbe mai potuto riavvicinarci al cielo.

«Ma Iddio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» Romani 5:8.

L’apostolo Paolo sottolinea con forza l’universale soggezione al peccato (Vedere Romani 3:9-18; 5:12), come premessa per la presentazione del messaggio del perdono di Dio, per mezzo della fede in Gesù.

2. L’Antico Testamento presenta, in contrapposizione col Nuovo, una vera e propria religione delle opere e dei riti?

Certamente nell’Antico Testamento l’influsso delle concezioni pagane può talora avvertirsi. La religione pagana concepiva appunto il rapporto con Dio in termini di «propiziazione»: il dio irato doveva essere ammansito con offerte, sacrifici, riti… Ma la certezza che il rapporto fosse ristabilito non era mai acquisita in modo definitivo: la divinità restava lontana, inaccessibile. Gli israeliti subirono spesso l’influsso di questo mondo religioso nel quale erano immersi e dal quale erano circondati. Si ricordi, per esempio, quale ascendente abbia esercitato l’Egitto su di loro durante l’Esodo e come abbiano ceduto clamorosamente all’idolatria quando sentirono il bisogno di costruirsi un vitello d’oro, come dio visibile (Esodo 32). Tuttavia, accanto a episodi rivelatori di una mentalità ancora superstiziosa, emergono con quantità crescente insegnamenti che tendono al superamento di tali credenze. I sacrifici stessi vengono rifiutati se compiuti come riti puri e semplici, senza una partecipazione di tipo interiore e un riscontro esistenziale. Soprattutto nel pensiero dei profeti, atti di giustizia compiuti nella vita reale assumono un valore superiore alle cerimonie e al culto fatto di atti esteriori.

«Io odio, disprezzo le vostre feste, non prendo piacere nelle vostre solenni adunanze. Se m’offrite i vostri olocausti e le vostre oblazioni, io non le gradisco; e non fo conto delle bestie grasse che m’offrite in sacrifici di azioni di grazie. Lungi da me il rumore dei tuoi canti! Ch’io non oda più la musica dei tuoi salteri! Ma corra il diritto come l’acqua, e la giustizia come un rivo perenne», dice con estrema efficacia il profeta Amos 5:21-24 (cfr. Osea 5:2: 6:6; Salmo 51:16,17). Anche i comandamenti, i precetti della legge mosaica sono presentati come volti alla felicità dell’uomo e non al soddisfacimento delle superiori, ma incomprensibili esigenze divine (Deuteronomio 4:40; 5:33; 6:3,24; Geremia 5:23).

Infine, l’estraneità della religiosità israelitica al contesto culturale pagano è evidente in quei brani in cui la salvezza è promessa all’uomo senza condizioni, come in Isaia, dove a più riprese Dio si presenta come misericordioso, autore di un perdono incondizionato (Isaia 43:25; 55:1-3). E’ in un profeta dell’Antico Testamento che l’apostolo Paolo trova l’affermazione che lo renderà famoso: «…ma il giusto vivrà per la sua fede» Habacuc 2:4.

Una religione delle opere e dei riti non pare più possibile a partire da questa concezione e il comportamento conforme alla legge di Dio dipende prima di tutto da quella trasformazione interiore che Dio compie nel nostro cuore (Ezechiele 36:26,27).

3. Perché l’apostolo Paolo contrappone fede e opere? C’è davvero incompatibilità?

L’Apostolo si oppone al legalismo come affermazione di orgoglio e di vanto di fronte a Dio. Non è possibile per l’uomo acquisire giustizia nei confronti dell’assoluta purezza divina, ma Dio gli offre di considerarlo come se non avesse mai peccato.

«Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso. Per qual legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché noi riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede, senza le opere della legge» Romani 3;27,28.

Parlando di «giustificazione per fede», Paolo usa un termine di tipo giudiziario. E’ come se noi ci trovassimo di fronte a un tribunale per essere giudicati per le nostre colpe, ma all’improvviso giungesse dall’alto la grazia che ci libera dal giudizio. E’ chiaro che in tal caso non potremmo fare appello ai nostri meriti; le nostre colpe rimangono, ma sono considerate nulle. Godiamo allora di un perdono immeritato di fronte al quale l’unico atteggiamento corretto è quello della gratitudine. Se a questo punto io volessi far valere i miei meriti, le mie qualità, se volessi pagare con i miei mezzi quel dono, esso non sarebbe più tale, verrebbe vanificato (Vedere Galati 2:20,21). Questo è quello che accade fra gli uomini che cercano costantemente di affermarsi dinanzi all’altro, di non apparire inferiori. Quanto è frequente la volontà di «sdebitarsi», almeno quando si riceve un regalo di un certo valore! Ma con Dio questo non è possibile. Se cerchiamo di farlo, dimostriamo di vivere ancora in quella atmosfera di peccato che consiste nella nostra affermazione di esseri indipendenti da Dio. Accettare il suo dono così come ci è stato dato, significa invece riconoscere che per tutto quel che siamo e che saremo dipendiamo dal nostro Creatore e Salvatore.

Una famosa parabola di Gesù illustra mirabilmente questo insegnamento: si tratta della storia dei lavoratori delle diverse ore (Matteo 20:1-16). Alcuni operai vengono assunti a lavorare in una vigna a ore diverse del giorno. Il risultato è che, mentre i primi assunti lavorano per una giornata intera, gli ultimi solo per poche ore. Enorme sono allora lo stupore e il disappunto dei primi quando il padrone, al termine della giornata, paga tutti nello stesso modo, anche coloro il cui impegno è stato molto ridotto come tempo. Nella narrazione di Gesù si fronteggiano le due concezioni della salvezza, personificate nel padrone della vigna e nei lavoratori della prima ora. Questi esigerebbero una stima precisa, quantitativa dei loro meriti, mentre quello capovolge la loro aspettativa. Ciò che conta per lui non è la quantità di lavoro svolto, ma il bisogno di lavorare e la disponibilità a farlo. Così è appunto nell’ambito della salvezza.

4. Se le cose stanno così, si può ancora parlare di una funzione della legge divina? E di un giudizio divino?

L’apostolo Paolo, pur rifiutando la salvezza per opere, riconosce la bontà della legge divina: «Talché la legge è santa, e il comandamento è santo e giusto e buono» Romani 7:12. Non è il comandamento a produrre il peccato; la responsabilità di questo resta sempre umana, ma il comandamento suscita in ciascuno la consapevolezza dell’errore e un senso di incapacità a correggerlo ed eliminarlo, conducendoci così ai piedi del Salvatore (Vedere Romani 3:19,20; 7:7-11; 10:4). Il confronto con la tavola dei Dieci Comandamenti smentisce la nostra supposta innocenza e ci rivela la nostra colpevolezza, senza darci, nel contempo, alcuna forza per uscirne. E’ solo la fiducia in Cristo che ce la dona. Resta comunque salda nella Scrittura, particolarmente nel Nuovo Testamento, l’affermazione di un giudizio finale nel quale ciascuno dovrà presentarsi dinanzi al trono di Dio. Si veda a questo proposito la scena del giudizio illustrata nella parabola contenuta in Matteo 25:31-46 e i molti testi evangelici che vi si riferiscono (2 Timoteo 4:1; Giacomo 5:9; 1 Pietro 4:5; Apocalisse 11:18,19; 20:12).

Interessanti alcuni testi del vangelo di Giovanni dove si dice che: «Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» Giovanni 5:24 (Vedere Giovanni 3:18). Il giudizio non sarà un evento terribile per chi ha creduto nell’opera e nella persona del Salvatore, sarà piuttosto il momento glorioso del suo incontro con lui e del ristabilimento della giustizia.

5. Come si conciliano le affermazioni opposte di Giacomo e di Paolo sulla salvezza?

Di Paolo abbiamo già letto diversi testi, riferiamoci perciò a quelli più significativi della lettera di Giacomo:
«Che giova, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere?… Così è della fede; se non ha opere è per se stessa morta… Ma vuoi tu, o uomo vano, conoscere che la fede senza le opere non ha valore?» Giacomo 2:14,17,20.

Leggendo con attenzione tutto il brano si può notare che l’opposizione con l’apostolo Paolo è solo apparente. Infatti, i due scrittori rispondono a due domande diverse.

Paolo si chiede:

«Qual è il fondamento della salvezza?», mentre Giacomo: «Qual è il segno da cui possiamo discernere la genuinità della fede?». In altre parole, «Qual è l’effetto di una fede vera, di una fede che salva?».

Allora, la risposta è che l’uomo salvato, per fede, opera giustamente, è cioè coerente con la scelta implicita della sua fede. È anche probabile che il contesto comunitario nel quale Giacomo si collocava e operava gli imponesse di correggere atteggiamenti erronei e che dovesse fronteggiare posizioni opposte a quelle legalistiche. D’altro canto, lo stesso Paolo riconosce la bontà della legge (Romani 7:12,13) e la necessità che la fede si traduca in concreti atti di misericordia (Vedere Galati 5:6; 1 Timoteo 1:5). Ma nello stesso tempo egli ricorda che le buone opere procedono, nell’uomo salvato, dallo Spirito che agisce in lui (Galati 5:22).

Note:
(1) Catechismo della Chiesa Cattolica, art. 956, Ed. 1992.
(2) Catechismo della Chiesa Cattolica, art. 2007, Ed. 1992.
(3) Catechismo della Chiesa Cattolica, art. 1674, Ed. 1992.
(4) R. Bainton, La riforma protestante, p. 41, Einaudi Ed., Torino 1958.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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