Dal primato di Cristo al primato di Pietro

san-pietro-apostoloGiovanni Fantoni* – Tratto dal libro “Dal Cristianesimo al Cattolicesimo” ed. AdV – Firenze

«Ed è lui che ha dato gli uni, come apostoli; gli altri, come profeti; gli altri, come evangelisti; gli altri, come pastori e dottori… » Efesini 4:11

Introduzione

Il primato di Pietro ha una diretta relazione col primato del vescovo di Roma, cioè il papa. In realtà, questo primato non ha fondamento biblico ma è frutto di un’evoluzione storico-politica. Oggi, questo primato è più che mai affermato da parte cattolica, specialmente dal papa stesso e dal sistema curiale vaticano, e si cerca di renderlo sempre più accettevole alla mentalità moderna, riuscendoci il più delle volte. Non sempre sono motivi ideali quelli che muovono le cose nel mondo, ma di interesse; in questo contesto è possibile accettare anche cose altrimenti inconcepibili. I mass-media fanno la loro parte. Ciò non vuol dire che l’argomento non sia discusso; in campo ecumenico esso è considerato il maggiore, anche se non il solo, ostacolo all’unità dei credenti.

Piccolo excursus

Cosa dice la Scrittura:

«E quando apparirà il supremo Pastore (Cristo n.d.r.), riceverete la corona della gloria che non appassisce» 1 Pietro 5:4.

«Essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare» Efesini 2:20.

«Poiché nessuno può porre altro fondamento che quello là posto, cioè Cristo Gesù» 1 Corinzi 3:11.

Così dice la storia:

«Non trovando alcuna traccia di papato ai tempi degli apostoli, mi dissi: Troverò qualcosa negli annali della chiesa. Ebbene, lo dico francamente: ho cercato un papa nei primi quattrocento anni e non l’ho affatto trovato. Nessuno di voi, spero, dubiterà della grande autorità del santo vescovo di Ippona, il grande e beato Agostino. Questo pio dottore, onore e gloria della chiesa, fu segretario di un noto concilio. Ora, nei decreti di quella venerabile assemblea, si possono trovare queste significative parole: “Chiunque s’appellerà a quelli d’oltremare non sarà ricevuto nella comunione di alcuno in Africa”. I vescovi africani riconoscevano così poco il vescovo di Roma da minacciare di scomunica chi avesse inteso rivolgersi a lui per qualunque ragione. Questi stessi vescovi, nel IV Concilio di Cartagine, tenutosi sotto Aurelio, vescovo di quella città, scrissero a Celestino, vescovo di Roma, per avvertirlo che non doveva ricevere appelli da vescovi, preti e chierici africani; non doveva inviare legati o commissionari; non doveva introdurre l’orgoglio umano nella Chiesa» (J.G. Strossmayer, vescovo cattolico, dal suo discorso tenuto al Concilio Vaticano I del 1870). (1)

Papa Pio IX al Concilio Vaticano I (1870) fece votare e promulgare il dogma dell’infallibilità papale.

Cosa insegna ora il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica (1992)?

«Il papa, vescovo di Roma e successore di S. Pietro “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli”. “Infatti, il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente”…

«Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo che è la Verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità…

«Di questa infallibilità, il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale » (2).

1. Come stavano le cose in origine?

Non starò a dimostrare che Cristo era considerato ed è il supremo e invisibile Capo della chiesa. Questo, nessuno oserebbe metterlo in dubbio. Il problema è sapere se l’apostolo Pietro sia mai stato da lui nominato suo vicario e primo papa. A tal fine, mi servirò ancora del discorso del vescovo Strossmayer, tenuto al Concilio Vaticano I. Intendo utilizzare ripetutamente ampi estratti di questo importante e interessante discorso, a costo di far apparire questo capitolo come un collage.

«Leggendo, dunque, i libri sacri con quell’attenzione di cui il Signore m’ha reso capace, io non trovo un solo capitolo, un solo versetto, in cui Gesù Cristo dia a S. Pietro la signoria sopra gli apostoli, suoi colleghi. Se Simone, figlio di Giona, fosse stato quello che noi crediamo essere oggi Santità Pio IX, è sorprendente che Egli non abbia detto loro: “Quando sarò salito al Padre, voi tutti ubbidite a Simon Pietro nella stessa maniera in cui ubbidite a me. Io lo stabilisco mio vicario in terra” …

«Non solo Cristo tacque su questo punto, ma così poco pensava di dare un capo alla chiesa che, quando promise agli apostoli la potestà di giudicare le dodici tribù d’Israele (Matteo 19: 28), garantì loro dodici troni, uno per ciascuno, senza però dire che uno di questi troni sarebbe stato più elevato degli altri, quello di S. Pietro. Certamente, se Egli avesse desiderato che così avvenisse, lo avrebbe detto. Che cosa dobbiamo dedurre da ciò? La logica ci dice che Cristo non pensò di fare di S. Pietro il capo del collegio apostolico. Quando inviò gli apostoli alla conquista mondo, a tutti fece la promessa dello Spirito Santo… Cristo – così dice la Scrittura – vietò a Pietro e ai suoi colleghi di regnare e di esercitare signoria o di aver autorità sopra i fedeli come i re delle nazioni (Luca 22:5). Se Pietro fosse stato destinato a essere papa, Gesù non avrebbe parlato in questi termini ma, secondo la nostra tradizione, il papato ha in mano due spade, simboli del potere spirituale e temporale. Una cosa mi ha sorpreso moltissimo. Ragionando attentamente ho detto a me stesso: “Se S. Pietro veniva considerato papa, avrebbero i suoi colleghi permesso che fosse inviato con S. Giovanni in Samaria (3) ad annunciare l’Evangelo del Figlio di Dio? Cosa pensereste, venerabili fratelli, se in questo momento noi ci permettessimo di inviare Sua Santità Pio IX insieme a Sua Eccellenza Monsignor Plantier al Patriarca di Costantinopoli per indurlo a mettere fine allo scisma d’Oriente?…

«Ma c’è un altro fatto, ancor più importante. Un Concilio Ecumenico ebbe luogo a Gerusalemme per decidere intorno a questioni che dividevano i fedeli. Chi avrebbe dovuto convocare il Concilio, se S. Pietro fosse stato il papa? S. Pietro. Chi avrebbe dovuto presiederlo? S. Pietro, o il suo legato. Chi avrebbe dovuto promulgare i canoni? (4) S. Pietro. Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto. L’apostolo fu presente al Concilio come tutti gli altri, eppure non fu lui a presiederlo, ma S. Giacomo e i decreti furono promulgati nel nome degli apostoli, degli anziani e dei fratelli (Atti 15:22-29)…

«Ora, mentre noi insegniamo che la chiesa è edificata su S. Pietro, S. Paolo, la cui autorità non può essere messa in dubbio, dice nella sua epistola agli Efesini (2:20), che essa è edificata sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù Cristo stesso la pietra angolare. E lo stesso apostolo crede così poco alla supremazia di Pietro, che apertamente rimprovera tanto quelli che dicevano: “lo son di Paolo; io son d’Apollo”, quanto quelli che dicevano: “lo son di Pietro” (5). Se questi fosse stato il vicario di Cristo, S. Paolo sarebbe stato ben lungi dal censurare così violentemente quelli che si dichiaravano appartenenti a S. Pietro…

«Lo stesso apostolo, catalogando gli uffici della chiesa, menziona gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i dottori, i pastori (6). E’ giusto credere, miei venerabili fratelli, che S. Paolo, il grande apostolo dei Gentili (7), abbia dimenticato il primo di tali uffici, il papato, se questo fosse stato di istituzione divina? La dimenticanza mi appare impossibile…

«L’apostolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di S. Pietro. Se tale primato esisteva, se in una parola la chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo, infallibile nell’insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l’edificio della nostra Dottrina poteva essere dimenticato il fondamento, l’architrave?…

«Né negli scritti di S. Paolo e di S. Giovanni né in quelli di S. Giacomo ho trovato traccia o germe del potere papale. S. Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto di cui, pure, se così come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare. Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle Scritture ispirate da Dio, qualora S. Pietro fosse stato papa, m’è sembrato insostenibile e impossibile, e tanto ingiustificabile quanto sarebbe se il Thiers, scrivendo la storia di Napoleone, avesse omesso il titolo di imperatore…

«Quel che mi ha sorpreso e ha bisogno di dimostrazione è il silenzio di S. Pietro. Se l’apostolo fosse stato quello che noi diciamo, cioè vicario di Gesù Cristo in terra, è naturale che egli per primo avrebbe dovuto saperlo. E, se egli lo sapeva, com’è che neppure una volta ha agito da papa?… Torno a dire che, mentre l’apostolo scriveva, la chiesa non pensò mai che potesse esservi un papa. Per poter sostene¬re il contrario, bisognerebbe del tutto ignorare gli scritti sacri…

«Ma, d’altro canto, si dice: S. Pietro non venne a Roma? Non fu crocifisso con la testa all’ingiù? Non vi sono forse nella Città Eterna i pulpiti dai quali egli insegnò e gli altari sui quali celebrò messa?…

«Che S. Pietro sia stato a Roma, venerabili, si trova in modo assai incerto nella sola tradizione ma, se egli fosse stato vescovo di Roma, come potreste voi dal suo episcopato ricavare la sua supremazia?» (8).

2. Dal legno della croce all’oro del trono

Come si è potuto giungere e quando dal legno delle croci di Cristo e degli apostoli (Pietro incluso) alle ricchezze del basiliche e allo splendore dei troni e delle corone dei papi? Vi rimando a quanto scritto all’inizio di questo capitolo in «Cosa dice la storia» (Piccolo excursus) e da lì intendo proseguire, sempre rifacendomi a Strossmayer.

«Quella (di voler comandare su tutte le chiese – n.d.a.) era una tendenza del patriarca di Roma il quale, fin dai primi tempi, per la “preminente principalità” della capitale dell’Impero, cercò di arrogarsi tutta l’autorità… Ammetto senza difficoltà che il patriarca di Roma occupò il posto d’onore. Una delle leggi di Giustiniano (9) dice: “Decretiamo, dopo la definizione dei quattro concili, che il santo papa dell’antica Roma sarà il primo dei vescovi, e che l’altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sarà il secondo”…

«L’importanza del vescovo di Roma deriva non da un potere divino, ma dalla nobiltà della città stessa. Ho detto che fin dai primissimi secoli il patriarca di Roma aspirò al governo universale della chiesa. Sfortunatamente, vi riuscì ben presto, ma non raggiunse completamente il suo intento, poiché l’imperatore Teodosio Il promulgò una legge con la quale stabilì che il patriarca di Costantinopoli doveva avere la stessa autorità del patriarca di Roma (10). I padri del Concilio di Calcedonia (11) posero i vescovi della nuova e dell’antica Roma sullo stesso piano per ogni cosa anche ecclesiastica (canone 28). Il VI Concilio di Cartagine proibì a tutti i vescovi di assumere il titolo di principe o di vescovo sovrano, come per il titolo, che noi diamo di vescovo universale. S. Gregorio I, sicuro che i suoi successori non avrebbero mai pensato di adornarsene, scrisse queste memorande parole: “Nessuno dei miei predecessori ha voluto prendere questo nome profano perché, quando un patriarca prende il titolo di universale, ne soffre il titolo di patriarca. Lungi dai cristiani il desiderio di darsi un titolo che apporti discredito sui loro fratelli»(12),(13).

La svolta costantiniana

Se ci furono tante rivalità per la supremazia tra i vescovi specialmente tra quello di Roma e quello di Costantinopoli fu a causa della svolta costantiniana (IV secolo) che consentì alla chiesa di diventare statale (prima tollerata e preferita da Costantino poi ufficiale e statale coi successori). Mutarono il carattere dei ministeri ecclesiastici, adeguandoli sempre più alle secolari forme romane, creando così un certo tipo di gerarchia. Dopo la parziale caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i dignitari ecclesiastici assumeranno anche funzioni politiche. Con il totale crollo dell’Impero, il vescovo di Roma cercò vieppiù di sostituirsi all’imperatore, più o meno ostacolato nei secoli, dall’imperatore d’Oriente, dal patritriarca di Costantinopoli, suo rivale (del vescovo di Roma) e dai barbari che regnarono in Italia.

A causa della rivalità con l’Oriente e per l’allontanamento del suo potere, ci fu lo scisma tra cattolici e ortodossi nel 954, con pretesti teologici ma con reali ragioni di potere politico.

In Occidente il papa si affermò di fatto e talvolta di diritto (sia pure non teologico) come capo della chiesa e di uno stato. Ciò avvenne soprattutto per opera dei Franchi. Seguì poi un lungo periodo di grandi conflitti con gli imperatori del Sacro Romano Impero della nazione germanica che molta importanza ebbe anche per l’Italia (Enrico IV, Federico Barbarossa, Federico Il, ecc.). La chiesa, per sostenere il proprio diritto al dominio imperiale, fabbricò addirittura un falso documento che ebbe per secoli grande importanza: la falsa donazione di Costantino.

Pensiero giuridico nel secondo millennio

«Comunque, durante tutto il primo millennio, neppure i papi rivendicarono mai l’infallibilità… Gli equilibri andranno lentamente spostandosi verso la fine del primo millennio e l’inizio del secondo. Nel secolo XI, soprattutto sotto il pontificato di Gregorio VII (1073-1085), il pensiero giuridico inizia la sua massiccia penetrazione nella chiesa… E nuovi interrogativi faranno la loro comparsa: chi detiene nella chiesa la suprema potestà dottrinale? Dov’è l’istanza cui compete dire l’ultima parola?» (14).

Giovanni XXII: la dottrina dell’infallibilità è opera del diavolo

Il primo ad attribuire al papa l’infallibilità fu il francescano Pietro Olivi (1248-1298). Papa Nicolò III (1277-1280) si dichiarò favorevole; poco più di quarant’anni dopo, però, papa Giovanni XXII (1316-1334) non volle saperne della prerogativa di infallibilità, affermando che essa lo avrebbe, paradossalmente, limitato nei suoi poteri obbligandolo ad attenersi alle decisioni dei suoi predecessori. Il 1° novembre 1324, con la bolla Quia quorundam, condannava come opera del diavolo la dottrina francescana dell’infallibilità papale che i frati avevano favorito nell’interesse di mantenere inalterabili le decisioni di Nicolò III a loro gradite (15).

«Gli sforzi tesi a stabilizzare l’edificio dottrinale erano considerati straordinariamente importanti perché la religione continuava a svolgere un ruolo incomparabile… Per questo motivo non fu considerata blasfema la pretesa, avanzata allora da alcuni uomini di chiesa, di essere titolari di un potere universale, esteso sia in cielo sia sulla terra (Bonifacio VIII)» (16).

L’infallibilità come strumento di lotta contro i protestanti

In seno alla chiesa, però, erano all’opera anche molte altre forze che vennero improvvisamente alla luce quando il monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) diede inizio nel 1517 al gigantesco Movimento della Riforma. Si trattò innanzi tutto di una protesta contro l’assolutismo dell’autorità ecclesiastica e la sua mediazione fra Dio e l’uomo. Essa rivalutava la fede, la grazia, la Scrittura, Cristo e Dio come autorità assolute. Si trattava di uno sconvolgimento di portata rivoluzionaria.

Così, quanto più i protestanti contestavano l’autorità della chiesa e del papa, tanto più i cattolici la esaltavano. Per il momento, però, prevaleva ancora il conciliarismo (massima autorità attribuita al concilio anziché al papa) in quanto a un’eccessiva autorità papale si opponevano la maggioranza delle monarchie con le loro chiese nazionali.

Mutamento di tendenza con la Rivoluzione Francese

«Se si giunse a un cambiamento, il papato lo dovette alla tanto vituperata Rivoluzione Francese che distrusse le secolari strutture ecclesiastiche nei più importanti paesi europei. Lo stesso papato sembrò da principio essere giunto al tramonto. Sennonché il vuoto creato all’interno della chiesa doveva ben presto offrire al pontefice romano le condizioni più insperate per l’affermazione del proprio potere… Pio IX, terrorizzato dalla rivoluzione del 1848 (conseguenza di quella francese – n.d.a.), vedeva la chiesa assediata da tutte le parti. Perciò egli e i suoi sostenitori non ebbero altro obiettivo che erigere contro i pericoli della secolarizzazione, contro il liberalismo, il razionalismo e il naturalismo, una diga, dunque: l’autorità infallibile del papa». Ciò, come già detto, fu da lui realizzato nel 1870 al Concilio Vaticano I (17). Molti vescovi furono contrari e uscirono dall’aula per non votare, dopo che alcuni di essi, come lo stesso Strossmayer, ebbero coraggiosamente esposto la propria opposizione. Il dogma provocò anche un piccolo scisma. Ma la cattolicità rimase sostanzialmente unita e il dogma non fu mai smentito da alcun successore né dal Concilio Vaticano II.

3. Gregorio VII: il papa riformatore chiamato «Santo Satana»

Questo papa si chiamava Ildebrando di Soana, monaco che possedeva l’intransigenza del guerriero della fede ed era incapace di compromessi. Per lui, la chiesa era l’incarnazione di Cristo, e quindi non poteva essere che unica, sovrana e assoluta. Divenne papa col nome di Gregorio VII con una procedura completamente irregolare acclamato dal popolo e dal clero. Questi appartiene al numero di quelle personalità che nella storia del papato e d’Europa hanno lasciato un’impronta indelebile.

Quando salì al soglio aveva già compilato l’«indice di un trattato (Dictatus Papae)» che aveva intenzione di scrivere, ma soprattutto di applicare. In esso, infatti, è condensato tutto un programma di riforme e basta leggerne i sottotitoli per capire di che cosa si tratti.

Eccone qualcuno:
  • «Come solo il romano pontefice sia giustamente detto universale».
  • «Come egli solo possa deporre o riabilitare i vescovi».
  • «Come il suo legato abbia la precedenza su tutti i vescovi in concilio, anche se è loro inferiore di grado, e come possa pronunciare contro di essi sentenza di deposizione».
  • «Come solo al papa spetti l’uso delle insegne imperiali».
  • «Come soltanto al papa tutti i principi debbano baciare il piede».
  • «Come solo il suo nome debba invocarsi in chiesa».
  • «Come sia facoltà del papa deporre gli imperatori».
  • «Come nessuna decisione del papa possa venire revocata, mentre egli solo può revocare tutte quelle da altri pronunciate».
  • «Come la Chiesa Romana mai abbia errato, né mai in perpetuo, per testimonianza delle Scritture, errerà».
  • «Come il papa può sciogliere dall’obbligo della fedeltà i sudditi dei principi iniqui».

Era l’avvio a un regime totalitario e monolitico con tutti i suoi estremismi, compreso il culto della personalità. Come incarnazione di una chiesa infallibile per divina investitura, il papa era un sovrano assoluto, sottratto a ogni sindacato non solo del potere laico, ma anche di quello ecclesiastico. Gli stessi vescovi, suoi pari, si riducevano a semplici comparse e la loro autorità non era più che un riflesso di quella del pontefice.

La prima misura che adottò fu l’obbligo del celibato per tutti gli ecclesiastici, il che provocò non lievi tumulti di folla aizzata dai preti romani sposati, al punto che il papa si salvò a stento. Si era nel 1075.

Era una specie di Robespierre in chiave ecclesiastica. Pier Damiani lo chiamò persino «Santo Satana». Mentre l’obbligo del celibato creava il marasma nei ranghi ecclesiastici, nei circoli laici si spargeva l’inquietudine per altri provvedimenti. Gregorio, infatti, aveva censurato cinque principi della famiglia imperiale tedesca, minacciato di scomunica il Re di Francia, Filippo, e lanciato l’anatema contro Roberto il Guiscardo. Tutti per il medesimo motivo: perché si erano arrogati il diritto di investire vescovi e arcivescovi, come del resto avevano sempre fatto. Cinque di questi alti prelati vennero da lui deposti; siccome l’imperatore non se ne diede per inteso, Gregorio gli mandò un’ambasceria segreta per avvertirlo in confidenza che, se non si fosse ravveduto, lo avrebbe scomunicato.

L’imperatore Enrico IV aveva 25 anni. Cercò di schierare l’Impero contro il papa il quale mise in esecuzione la sua minaccia: lo scomunicò, cosa non da poco per quei tempi, e senza precedenti nei confronti di un imperatore e, per di più, buon pretesto per i vassalli del monarca che presero il provvedimento come un buon pretesto per diminuirne i poteri e accrescere i propri, rifiutando di ubbidire a un sovrano scomunicato. Per questo, suo malgrado, Enrico IV fu costretto ad andare a Canossa, nel castello della contessa Matilde, per umiliarsi davanti al pontefice e riacquistare così il proprio prestigio di imperatore cristiano.

Siamo nel 1077. Enrico IV, una volta migliorata la propria posizione in Germania si mise di nuovo contro il papa. Gregorio non esitò e in un sinodo (1080) lo riscomunicò. Questi replicò a sua volta con altri sinodi e designando un altro papa (Antipapa) col nome di Clemente III. Gregorio VII fu accusato di omicidio, spergiuro e apostasia. Enrico e Clemente poterono entrare nella Città Eterna nel 1084. Gregorio non si arrese ma si chiuse in Castel Sant’Angelo dopo aver lanciato un appello a Roberto il Guiscardo che venne con un esercito più forte di quello imperiale, il che indusse quest’ultimo all’abbandono della città che fu poi saccheggiata dall’esercito nemico. L’indignazione si volse contro Gregorio che aveva chiamato quei «liberatori» e così il papa dovette fuggire per andare a morire a Salerno. Si dice che spirando, mormorasse: «Muoio in esilio perché amai la giustizia e odiai l’iniquità». «Più che la giustizia, aveva amato la chiesa. L’aveva amata fino all’iniquità» (18).

Il 26 maggio 1985, nella ricorrenza del novecentesimo anniversario della morte di Gregorio VII, Giovanni Paolo Il disse a Salerno che Gregorio si era impegnato per la libertà dell’uomo nella chiesa, ma che aveva aspirato alla libertà in quanto libertà dal male e dal peccato.

4. Interpretazione di Tu es Petrus

«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et tibi dabo claves regni caelorum…». Queste parole sono scritte all’interno della cupola di San Pietro, tutt’intorno. Ne troviamo la ragione in quanto segue: si tratta delle parole sulle quali i vescovi di Roma, a partire dal IV secolo, hanno cercato di fondare teologicamente il loro ruolo di successori di Pietro e di capi della chiesa cristiana universale.

Su quale passo della Sacra Scrittura la dottrina cattolica fonda il suo insegnamento circa il papa?

Sulle parole di Matteo 16:18,19: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli».

Quali sono gli argomenti biblici in assoluto contrasto con l’idea che l’apostolo Pietro sia mai stato nominato vicario di Cristo?

Evitando di ripetere quanto già detto dal vescovo Strossmayer e riportato in queste pagine, aggiungiamo quanto segue:

a. Innanzi tutto osserviamo che non è ammissibile isolare il «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa… », facendo astrazione da tutto il resto della Scrittura. E qui rimando alla prima parte di questo studio dal titolo: Come stavano le cose in origine?;

b. Non solo, ma la Sacra Scrittura è esplicita nell’affermare che Cristo non può aver nessun vicario: «Gesù, perché dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette» Ebrei 7:24;

c. Si noti che soltanto il vangelo di Matteo (16:18) riferisce le parole invocate per l’istituzione del papato, quantunque anche Marco e Luca narrino la medesima scena (Marco 8:27-30; Luca 9:18), e Giovanni ne faccia un accenno (6: 8-70). Questo è molto strano. Tre su quattro testimoni non riferiscono le parole che sono la chiave di volta di tutta la costruzione del papato. E’ evidente che Marco, Luca e Giovanni non le avevano interpretate nel senso loro attribuito dalla Chiesa Romana;

d. Si noti ancora che le parole rivolte da Gesù a Pietro personalmente sono ripetute in modo testuale a tutti i suoi ascoltatori (Cfr. Matteo 16:19 con Matteo 18:18). Come ben dice il noto teologo cattolico H. Küng, lo studio dei testi biblici «mostra in modo più chiaro di una volta che i passi di Matteo 18:18 e di Luca 22:19 non si riferiscono soltanto ai ministri, ma a tutta quanta la chiesa» (19);

e. Poco dopo la scena descritta da Gesù in Matteo 16:18, gli apostoli discutono ancora per sapere chi di loro fosse il maggiore, il che sarebbe incomprensibile se Gesù avesse già stabilito che Pietro sarebbe stato il suo vicario. Tanto più che Gesù, invece di risolvere il problema indicando Pietro, afferma che il maggiore è quel credente che sa essere umile come un piccolo fanciullo;

f. Dopo l’ascensione, gli apostoli vogliono nominare un altro apostolo, in sostituzione di Giuda, e invece di rimettersi al giudizio di Pietro, come avrebbero dovuto fare se questi fosse stato il vicario di Cristo, tirano a sorte. E, come se non bastasse, non è neppure Pietro che suggerisce i due nomi proposti (Atti 1:23-26);

g. Quando gli apostoli e gli altri cristiani ebbero sentore che Pietro aveva alloggiato in casa di pagani, contrariamente agli usi degli ebrei, Pietro non si comporta da papa, non esige ubbidienza alle sue decisioni, ma si giustifica davanti alla chiesa (Atti 11:1-18);

h. Tutto quello che nel Nuovo Testamento ci viene riferito delle relazioni fra Pietro e Paolo esclude senz’altro che si possa parlare di una supremazia di Pietro. Infatti:

– neppure lontanamente nelle sue lettere Paolo accenna al papa Pietro;

– quando Paolo decide di recarsi a Gerusalemme per esporre il proprio programma dice: «Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni che sono reputati colonne, dettero a me e a Barnaba la mano d’associazione, perché noi andassimo ai Gentili, ed essi ai circoncisi» Galati 2:9. Dunque, il presunto papa è qui presentato come una delle colonne della chiesa, insieme a Giacomo e Giovanni e non è neppure nominato per primo;

– ben lungi dall’aver autorità su Paolo, ci è detto che per decisione collegiale di «quelli che godono di particolare considerazione» (Galati 2:6), si venne a una divisione di compiti: Pietro dovrà evangelizzare i giudei e Paolo i pagani;

– Paolo ignorava a tal punto l’esistenza di un sommo pontefice e la sua autorità «suprema, plenaria, ordinaria e immediata» (20), che scrive: «Quando Cefa (Pietro) fu venuto ad Antiochia, io gli resistetti in faccia perch’egli era da condannare» Galati 2:11;

i. Si aggiunga ancora che nel Nuovo Testamento vi sono due lettere attribuite a Pietro, ed egli non vi fa il minimo accenno sul proprio primato sulla chiesa. Al contrario, egli ci fa sapere chi è la pietra fondamentale della chiesa, quando dichiara: «Gesù Cristo è la pietra angolare. E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati» Atti 4:11,12.

Qual è dunque il vero significato delle parole: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»?

Queste parole vogliono chiaramente dire che l’apostolo Pietro, avendo riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio, è stato storicamente il primo vero cristiano. Pietro stesso ha definito i cristiani «come tante pietre viventi» che entrando nella struttura dell’edificio formano una casa spirituale (1 Pietro 2:5) (21). Di queste «pietre viventi» l’apostolo è stato storicamente la prima, perché per primo aveva riconosciuto Gesù quale Figlio di Dio. E’ questa la spiegazione dello stesso Giovanni Crisostomo (+ 407), il quale scrive: «Ebbe perciò Pietro un primato? Sì! Ma solo quello di essere stato il primo a confessare il Cristo, per cui egli divenne il primo apostolo e l’inizio di tutta la chiesa» (22).

Come dobbiamo intendere le parole seguenti: «lo ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli»?

Ci troviamo qui davanti a due immagini o simboli:

a. Il simbolo delle chiavi, molto comune al tempo di Gesù, è stato da lui più di una volta adoperato: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate (= chiudere a chiave) il regno dei cieli dinanzi alla gente, poiché né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare» Matteo 23:13. «Guai a voi, dottori della legge, poiché avete tolta la chiave della scienza! Voi stessi non siete entrati, e avete impedito quelli che vi entravano» Luca 11:52. La chiave con la quale gli scribi e i farisei impedivano al popolo l’accesso al regno era evidentemente la predicazione, l’insegnamento. Perciò, quando Gesù dice a Pietro: «lo ti darò la chiave del regno dei cieli», intende dire: «lo ti darò l’incarico di predicare l’evangelo, che aprirà le porte del regno dei cieli a tutti coloro che l’ascolteranno»;

b. «Legare e sciogliere». I rabbini che usavano comunemente questa immagine, vi attribuivano due significati distinti:
1. Proibire o permettere; imporre o togliere un precetto religioso;
2. Escludere da una comunità o riammettere in essa uno scomunicato.

Gesù non ha certo adoperato l’immagine nel primo senso, essendosi sempre tenuto lontano dalla casistica o dal legalismo rabbinico. Solo il secondo senso è possibile, anche perché permette di collegare logicamente Matteo 18:18 con il versetto precedente, in cui si parla appunto di scomunica. Questo passo deve quindi essere così interpretato: «Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa, e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, siati come il pagano e il pubblicano. lo vi dico in verità che colui che avrete escluso dalla comunità sarà escluso anche in cielo e colui che avrete ammesso nella comunità, sarà ammesso anche in cielo».

E’ quindi completamente estranea al pensiero di Gesù l’idea di una speciale potestà giuridica attribuita al solo Pietro (23).

Conclusione

Cristo è il solo vero capo della sua chiesa. Lo era visibilmente durante la sua vita terrena e da allora lo è invisibilmente. Egli ha lasciato come suo vicario non un uomo ma lo Spirito Santo (Giovanni 14:26), dato a tutti i credenti sinceri (Romani 8:14) e di cui nessuno ha il monopolio.

Certo, la chiesa ha bisogno di una direzione visibile, ma bisogna vedere di quale natura deve essere. Dopo Gesù, ci furono gli apostoli come autorità principale. E come abbiamo visto, si trattava di una direzione collegiale a cui venivano associati anche altri (Vedere Atti 15, Concilio di Gerusalemme) tramite elezione e consenso della comunità dei fedeli. Gli apostoli sono un caso a sé: furono costituiti tali solo alcuni che avevano passato del tempo con Gesù ed erano stati testimoni della sua risurrezione (Atti 1:21-26). Quindi, in questo senso stretto, dopo la morte dei dodici, non esiste più alcun apostolo né collegio apostolico. Devono però esistere dei dirigenti di chiesa e della chiesa, più in generale, eletti democraticamente, in base ai giusti principi e con spirito di preghiera, come fecero gli apostoli nelle chiese che via via fondavano.

Purtroppo, col passare del tempo, le cose degenerarono: si cominciò a dare eccessiva autorità al vescovo. Poi uno di essi diventò addirittura papa: abbiamo visto come e per quali ragioni. Abbiamo anche visto con quali deboli giustificazioni teologico-bibliche cercate a posteriori. In parte, le ragioni di questo rafforzamento dell’autorità centrale si possono capire col bisogno spesso invocato di mantenere l’unità della chiesa. Ma l’unità deve essere mantenuta nella verità (Giovanni 17:17,21); il fine non giustifica i mezzi. I fini, poi, non sono sempre stati così nobili. Tutt’altro… In ogni caso si è giunti a un’esagerazione di spropositata gravità (24) che se per un verso favorisce un certo tipo di unità, dall’altro è di grave ostacolo alla vera unità e lo è stato per secoli.

Documenti:

Ecco il falso documento sul quale, per secoli, il papato basò le proprie pretese di dominio in Europa.

Dalla falsa donazione di Costantino

«… Noi abbiamo giudicato utile che, come S. Pietro è stato eletto vicario del Figlio di Dio (in latino Vicarius Filii Dei n.d.r.) in terra, così anche i pontefici che fanno le veci del medesimo Principe degli apostoli, ricevono da noi e dal nostro impero un potere di governo maggiore di quello che la terrena clemenza della nostra serenità imperiale possiede, perché noi desideriamo che lo stesso Principe degli apostoli e i suoi vicari ci siano sicuri intercessori presso Dio. Desideriamo che la santa Chiesa Romana sia onorata con venerazione, come la nostra terrena imperiale potenza, e che la sede santissima di S. Pietro sia gloriosamente esaltata più del nostro impero e del nostro trono terreno, poiché noi le diamo potere, gloriosa maestà, autorità, e onore imperiale. E comandiamo e decretiamo che abbia la supremazia sulle quattro eminenti sedi di Alessandria, di Antiochia, di Gerusalemme e di Costantinopoli e su tutte le altre chiese di Dio sulla terra e che il Pontefice regnante sulla medesima e santissima chiesa di Roma sia il più alto in grado e primo di tutti i sacerdoti di tutto il mondo e decida tutto ciò che è necessario al culto di Dio e alla fermezza della fede cristiana…

«E affinché la dignità pontificia non sia inferiore, ma abbia maggior gloria e potenza dell’impero terreno, noi siamo al suddetto santissimo nostro pontefice Silvestro, papa universale, e lasciamo e stabiliamo in suo potere per nostro decreto imperiale, come possessi di diritto della santa Romana Chiesa, non solo il nostro palazzo ma anche la città di Roma e tutte le province, luoghi e città dell’Italia e dell’Occidente. Perciò abbiamo ritenuto opportuno trasferire il nostro Impero e il potere del regno in Oriente e fondare nella provincia di Bisanzio, luogo ottimo, una città col nostro nome, e stabilirvi il nostro governo, poiché non è giusto che l’imperatore terreno regni là dove l’imperatore Celeste ha stabilito il principato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana (25). Decretiamo che tutte queste decisioni rimangano inviolate e integre fino alla fine del mondo. Quindi, alla presenza del Dio vivo che ci ordinò di regnare, e davanti al suo tremendo giudizio, decretiamo solennemente, con questo atto imperiale che a nessuno dei nostri successori, ottimati, magistrati, senatori e sudditi che ora e nel futuro, dovunque e sempre, saranno soggetti all’Impero, sia lecito infrangere o in qualche modo alterare ciò. Se qualcuno – cosa che non crediamo – disprezzerà o violerà ciò, sia colpito dalle stesse condanne e gli siano avversi ora e nella vita futura, Pietro e Paolo, principi degli apostoli, e col diavolo e con tutti gli empi precipiti a bruciare nel profondo inferno» Da Chiesa e stato attraverso i secoli, Ed. Vita e pensiero, Milano 1958, riportato in A. Camera – Fabietti, Il Medioevo, pp. 345,346, Ed. Zanichelli, Bologna 1972.

«Nell’allearsi coi Franchi (VIII secolo) la chiesa fu sin dal principio preoccupata di salvaguardare la propria superiorità, e per ciò provvide a giustificare il suo potere temporale costruendo la famosa Donazione di Costantino, intesa a dimostrare che non i re Franchi ma una vetusta tradizione romana legittimava “Il potere e la gloriosa maestà” della Santa sede» Idem, p. 344.

«Il Constitutum Constantini o «Donazione di Costantino», come è noto, è un falso storico, elaborato tra la metà e la fine del secolo VIII cui, nel Medioevo, tutti prestarono fede, come sta a dimostrare la stessa invettiva di Dante Alighieri che nella sua Commedia, accusa Costantino di aver provocato tanti mali con la sua malaccorta donazione al pontefice del potere temporale in Roma e nell’Occidente. La sostanziale falsità del documento venne chiaramente individuata da Lorenzo Valla nel ‘400…

«Questo famoso falso storico non è in realtà un’eccezione. La chiesa, in quanto potenza terrena, già da tempo talvolta fondava i diritti che le venivano contestati su documenti fabbricati appositamente. Lo storico italiano Gabriele Pepe osserva cautamente a questo proposito che “alla concezione di una chiesa mantenuta dallo spirito della libertà, da Dio, si è sostituita la scettica coscienza di una chiesa tenuta dalla legge, dal capo, dalla gerarchia”» Idem, p. 81.

Cosa pensavano i Padri della Chiesa sul primato di Pietro

Abbiamo già ricordato S. Giovanni Crisostomo, ora ne citiamo altri.

Origene (+ 253): «Se tu immagini che solo su Pietro sia stata fondata la chiesa, che cosa potresti allora dire di Giovanni, il figlio del tuono, o di qualsiasi altro apostolo?» E prosegue affermando che chiunque fa sua la confessione di Pietro, può – come lui – essere chiamato Pietro.

Giustino Martire (+ 165): «Uno dei discepoli, che prima si chiamava Simone, conobbe per rivelazione del Padre che Gesù Cristo è Figlio di Dio. Per questo egli ricevette il nome di Pietro». L’affermazione di Gesù e il mutamento del nome sono quindi chiaramente collegati alla sua confessione.

Tertulliano (+ 222) scrive al vescovo di Roma (forse Callisto), che si era appellato al «Tu sei Pietro» per sostenere la propria autorità: «Chi sei tu che sovverti e deformi l’intenzione manifesta del Signore che conferiva tale potere personalmente a Pietro?».

S. Cipriano (+ 258): «Gesù parlò a Pietro non perché gli attribuisse una preminenza, un’autorità speciale, ma solo perché, parlando a uno solo, fosse visibile il fatto che la chiesa deve essere tutta unita nella fede di Cristo. Pietro è solo il simbolo, il “tipo” di tutti gli apostoli e di tutti i vescovi».

S. Ambrogio, vescovo di Milano (+ 397): «Pietro… ottenne un primato, ma un primato di confessione e non di onore, un primato di fede e non di ordine».

S. Agostino (+ 430): «”Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa”, deve essere inteso in questo senso: sopra ciò che è stato confessato da Pietro quando disse: “Tu sei il Cristo, il Figliuol dell’Iddio vivente”. Perciò da questa pietra egli fu chiamato Pietro, raffigurando la persona della chiesa che viene edificata su questa pietra e che riceve le chiavi del regno dei cieli».

(Tratto da R. Nisbet, Ma il Vangelo non dice così, pp. 40,41, Claudiana Ed., Torino 1969; il libro riporta anche le fonti da cui sono stati tratti i brani, indicando i riferimenti degli originali).

Cosa pensa oggi la Chiesa Cattolica del primato di Pietro

Oltre a quanto citato nel «Piccolo excursus» aggiungiamo quanto segue.

«Cristo istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro”. “Come S. Pietro e gli altri apostoli costituirono, per istituzione dei Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi successori degli apostoli, sono tra loro uniti”.

«Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi, ha costituito lui come pastore di tutto il gregge. Ma l’incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta pure essere stato concesso al collegio degli apostoli, unito col suo capo”. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri apostoli costituisce uno dei fondamenti della chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del papa.

«Il collegio o corpo episcopale non ha… autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice… quale suo capo. Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema piena potestà su tutta la chiesa, potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice”.

«Il collegio dei vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla chiesa universale nel Concilio Ecumenico. Mai si ha Concilio Ecumenico che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro» Catechismo della Chiesa Cattolica, pp. 241,242, parr. 880,881,883,884, Libr. Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.

Che i papi non siano stati infallibili né tutti esemplari, e alcuni addirittura criminali, lo si può storicamente e facilmente dimostrare. La stessa cosa si può fare in riferimento al problema della «successione apostolica» che dalla storia è pure negata per l’irregolarità di molte elezioni e la pluralità di papi e antipapi in diversi periodi durati anche molto a lungo.

Ciò sarebbe utile per far vedere che non solo l’infallibilità – considerata necessaria per i capi della chiesa al fine di guidarla rettamente – non è evidentemente una reale prerogativa dei pontefici ma, per di più, la stessa identificazione dei pontefici nei secoli, è stata da parte della chiesa, oltremodo dubbia almeno in certi periodi storici.

Non riportiamo, tuttavia, questi riferimenti storici per mancanza di spazio e anche per evitare di mettere in rilievo le cose più turpi, dato che non ne vediamo la necessità e neppure perché essi non costituiscono lo scopo di questo studio.

Note:
(1) AA.VV., Il papato alla luce della storia e della Scrittura, p. 8, Ed. Sentieri diritti, Roma 1981.
(2) Catechismo della Chiesa Cattolica, pp. 241,243, par, 882,889,891, Libr. Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
(3) Atti 8:14.
(4) Canoni = regole della chiesa.
(5) 1 Corinzi 1:12.
(6) Efesini 4:11.
(7) Gentili = le genti, ossia i popoli diversi da Israele, i pagani.
(8) AA.VV., Il papato alla luce della storia e della Scrittura, pp. 3-7, Ed. Sentieri diritti, Roma 1981.
(9) Giustiniano, imperatore d’oriente (527-565).
(10) Teodosio II, imperatore d’oriente (401-450).
(11) Concilio di Calcedonia: il IV Concilio ecumenico ebbe luogo nel 451.
(12) AA.VV., Op. cit., pp. 8-1 0.
(13) L’opera di cui sopra contiene nella sua prima parte l’intero discorso tenuto dal Vescovo cattolico Joseph Georg Strossmayer al Concilio Vaticano I del 1870 in cui fu, suo malgrado, votato il dogma dell’infallibilità del papa al quale egli si oppose fieramente. Infatti, egli fu uno dei capi di questa opposizione. Nato a Osick (Croazia) il 4 febbraio 1815, morì a Diakovo l’8 aprile 1905. Tutte le citazioni di quest’opera, finora menzionate, si riferiscono a estratti del suo discorso.
(14) Hasier A. Bernhard, Come il papa divenne infallibile, pp. 39,40, Ed. Claudiana, Torino 1982.
(15) La bolla papale Quia quorundam si può leggere in Corpus Juris Canonici, Il ediz. Lipsiensis a cura di A.L. Friedberg, Lipsia, 1879-1881, vol. II, 1230-1236, cit. in Hasler, Idem, p. 40.
(16) Hasler, Idem, p. 41,
(17) Basato su Hasle, Op. cit., p. 43.
(18) I. Montanelli e R. Gervaso, L’Italia dei Comuni, p. 87. (Il profilo biografico di Gregorio VII è in parte estratto da quest’opera e da quella di J.Gelmi, I papi, Rizzoli Editore, Milano 1992.
(19) H. Kúng, Strutture della chiesa, p. 203, Borla Ed., Torino 1965, cit. in R. Nisbet, Ma il vangelo non dice così, p. 37, Claudiana Ed., Torino 1969.
(20) P. Gasparri (Card.), Catéchisme Catholique, p. 99, Ed. Nazareth, Chabeuil 1959, cit. in R. Nisbet, Op. cit. p. 39.
(21) Traduzione di G. Luzzi, Ed. Fides et Amor, Firenze 1923-1930.
(22) G. Crisostomo, Oratio, Adv. Jud., VIII, 3, cit. in R. Nisbet, Op. cit., p. 40.
(23) Le domande e le risposte di questa parte dei capitolo sono estratte da R. Nisbet, Op. cit., pp. 36-43.
(24) «Gli ultramontani (sostenitori dell’infallibilità papale al Concilio Vaticano I) non si limitarono ad attribuire a Pio IX titoli come “re”, “papa re”, “sovrano”, “re sublime”, “amatissimo tra i re”, “nobilissimo principe”, “il più sublime dei governanti”, “il supremo signore del mondo”, e persino “il re dei re”, ma gli dedicarono anche inni che nel breviario romano erano rivolti a Dio stesso, volendo con ciò esprimere ancor più chiaramente la convinzione che Pio IX fosse il vicario di Dio sulla terra. Uno di essi parlava del papa come del “Vicedio dell’umanità”. Tali eccessi, inoltre, non provenivano soltanto da qualche cattolico fanatico, privo di qualsiasi responsabilità; anche la rivista ufficiosa del Vaticano, La civiltà cattolica, osava scrivere: «Quando il papa medita, è Dio che in lui pensa”. Il vescovo Berteaud di Tulle definisce il papa: “Il Verbo (di Dio) incarnato che sopravvive”. Il vescovo suffraganeo di Ginevra, Gaspare Mermiliod, non esitava a parlare di una triplice incarnazione del Figlio di Dio, nel senso della Vergine, delI’eucaristia e nel vegliardo del Vaticano» Hasler, pp. 49,51.
(25) Questa giustificazione del trasferimento della capitale a Costantinopoli è talmente improbabile (così com’è assurdo attribuire a Costantino il proposito di elevare l’autorità del pontefice al di sopra di quella dell’Imperatore) che dell’autenticità della donazione si cominciò a dubitare almeno dal secolo X, ben prima che il Valla ne dimostrasse definitivamente la falsità (1440). A. Camera – Fabietti, Idem, p. 345.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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