Dal servizio al potere

santuarioGiovanni Leonardi* Tratto dal libro “Dal Cristianesimo al Cattolicesimo” Ed. AdV, Firenze

«Ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» Matteo 20:25-28.

«lo sono stato posto da Dio al di sopra dei popoli e dei regni. Niente di ciò che accade nell’universo deve sfuggire all’attenzione e al potere del pontefice» Papa Innocenzo III (1)

«Oh! Signore, fa’ di me un istrumento della tua pace:
Dove è odio, fa, ch’io porti l’amore
Dove è offesa, ch’io porti il perdono
Dove è discordia, ch’io porti l’unione
Dove è dubbio, ch’io porti la fede
Dove è errore, ch’io porti la verità
Dove è disperazione, ch’io porti la speranza
Dove è tristezza, ch’io porti la gioia
Dove sono le tenebre, ch’io porti la luce
Oh Maestro, fa’ che io non cerchi tanto:
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad esser compreso, quanto a comprendere
Ad esser amato, quanto ad amare.
Poiché:
Si è: dando che si riceve,
Perdonando, che si è perdonati,
Morendo, che si risuscita alla Vita Eterna» Francesco d’Assisi, Preghiera semplice.

Introduzione

Se si dovesse fare una graduatoria per assegnare un voto all’insegnamento più bello di Gesù non avrei dubbi. L’amore per Dio e quello per il prossimo è posto da Cristo al vertice del suo insegnamento: «… qual è il comandamento primo fra tutti? E Gesù rispose: Ascolta, Israele: Il Signore Iddio nostro è l’unico Signore; ama dunque Il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua e con tutta la forza tua. Il secondo è questo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non v’è alcun altro comandamento maggiore di questi» Marco 12:28-31.

Molti avevano parlato e parlano di amore ma nessuno lo ha insegnato e vissuto come ha fatto Gesù. L’amore cristiano non è un semplice sentimento ma una forza che spinge all’azione, alla ricerca e al servizio dell’altro. E’ dono di sé, è rinuncia da cui scaturisce vita per colui che amiamo. Ciò può avvenire in una vita normale, in un servizio dolce e sereno, ma può giungere all’eroismo della morte, come fece Gesù morendo per la salvezza dei suoi nemici (Romani 5:7,8).

Il più grande comandamento della legge antica era quello di amare Dio e il prossimo come se stesso. L’amore cristiano arriva ad amare l’altro più di se stesso. Al centro della fede cristiana non a caso c’è una croce sulla quale Gesù ha deposto la propria vita perché noi potessimo farla nostra. Questo avviene perché l’amore cristiano considera l’altro come soggetto da onorare e non come oggetto da usare, come fine e non come strumento. É per questo che il cristiano non considera l’altro come qualcuno su cui esercitare il proprio potere, ma come qualcuno da servire.

Non sempre la chiesa ha saputo incarnare questo ideale di amore e di servizio. Ben presto all’interno della chiesa si sono create strutture di potere e la chiesa stessa è diventata soggetto di potenza sugli altri. Ricordiamo, come fatto emblematico di questa trasformazione, la croce dei Crociati andati a liberare con le armi e i massacri il sepolcro di Colui che per amore degli altri aveva rinunciato alla propria vita. Cos’era diventato per i musulmani il segno della croce sugli abiti dei massacratori cristiani?

Ricorderemo insieme, anche se per cenni, la storia di questa trasformazione, perché la storia può essere perdonata ma non va mai dimenticata. Essa non ci serve solo per giudicare gli altri ma, soprattutto, per rimettere in discussione noi stessi.

La Chiesa luogo e strumento di sevizio

La comunità cristiana non è un organismo amorfo. Tra le immagini più significative usate nel Nuovo Testamento per descriverla vi sono quelle del tempio (Efesini 2:19-22) e del corpo (1 Corinzi 13:12-29). Entrambe richiamano l’idea di una struttura ordinata e funzionale. Non a caso, in entrambe le immagini, si fa riferimento ai vari ministeri che il Signore ha posto nella sua chiesa: apostoli e profeti innanzitutto, e poi i dottori, gli evangelisti, i pastori, gli anziani, ecc. Non si tratta né di titoli onorifici né di funzioni di potere. L’apostolo Paolo li chiama «ministeri» (1 Corinzi 12:4), cioè servizi. La funzione di qualsiasi membro della comunità cristiana è finalizzata al servizio. Anche coloro che non sono chiamati a svolgere una funzione direttiva ma che hanno comunque ricevuto un dono, sia esso quello delle guarigioni o delle lingue, rientrano nell’ambito del servizio reciproco. Ad esso nessun cristiano può sottrarsi.

Oltre al testo di Matteo 20:25-28, citato all’inizio di questo studio, ne ricordiamo alcuni altri:

«Or avanti la festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi li amò sino alla fine. E durante la cena … si levò da tavola, depose le sue vesti, e preso un asciugatoio se ne cinse. Poi mise dell’acqua nel bacino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli … Come dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: Capite quel che v’ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro v’ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Poiché io v’ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come v’ho fatto io» Giovanni 13:1-15.

«Perciò, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione della carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni gli altri» Galati 5:13..

«lo esorto dunque gli anziani che sono fra voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo … Pascete il gregge di Dio che è fra voi, non forzatamente, ma volonterosamente secondo Dio; non per un vile guadagno, ma di buon animo; e non come signoreggiando quelli che vi sono toccati in sorte, ma essendo gli esempi del gregge» 1 Pietro 5:1-3.

Per evitare degli equivoci bisogna chiarire un fatto: il servizio di cui si parla è un servizio totalmente privo di potere. E’ vero che anche un re serve il suo popolo attraverso l’esercizio del proprio potere, ma a questo potere Cristo ha rinunciato e i cristiani non l’hanno ricevuto. Cristo è re ma il suo regno «non è di questo mondo» Giovanni 18:36. I cristiani saranno un giorno re, non oggi (Matteo 19:28; Apocalisse 20:6). Non a caso Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» Luca 10:3. Proprio in questa debolezza sta la forza della testimonianza cristiana: «Quando sarò innalzato … (morte sulla croce) io trarrò tutti a me» Giovanni 12:32. E a Paolo, il Signore diceva: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». E per questo l’apostolo rispondeva: «Per questo io mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amore di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte» 2 Corinzi 12:9,10.

Il successo stesso della testimonianza cristiana non è fondato sulla grandezza o potenza della chiesa, ma sulla capacità d’amore reciproco dei cristiani (Giovanni 13:35).
Il servizio, o è disarmato o non è cristiano.

Organizzazione e autorità nella chiesa primitiva

Democrazia teocratica originale

Bisogna spiegare il perché del titolo di questo paragrafo. Troppo spesso si sente affermare la necessità di una democrazia della chiesa in contrapposizione ad atteggiamenti ritenuti troppo autoritari e illegittimi. Vi sono invece altri che affermano la natura teocratica del governo della chiesa, difendendo una struttura gerarchica che esclude i membri dal governo effettivo della comunità. In realtà, nessuna di queste due prospettive è evangelica. La chiesa non può essere «democratica» nel senso comune del termine; la verità proclamata dalla chiesa, la sua struttura, la sua missione, non sono il frutto di una decisione assembleare della chiesa: le ha ricevute da Dio ed è chiamata a sottomettervisi. In questo senso la chiesa è una teocrazia. E, tuttavia, un governo teocratico della chiesa che si esprimesse attraverso una gerarchia autonoma dal resto della comunità dei credenti, non sarebbe ugualmente cristiano. Cristo affida ad alcuni dei ministri direttivi il compito di guidare la comunità, ma lo fa attraverso la stessa comunità dei credenti, alla quale appartiene l’autorità fondamentale. I credenti, inoltre, non solo esercitano la loro autorità scegliendo i ministri, ma partecipano essi stessi alla guida dell’insieme. In tal modo gli elementi teocratici del governo divino si coniugano con la partecipazione democratica dell’intera comunità.

Autorità elettiva e collegiale

Non tutte le funzioni direttivi sono di tipo democratico.

Gli apostoli e i profeti sono tali, ad esempio, per una chiamata diretta da Dio senza passare attraverso il consenso della chiesa. Ciò avviene perché essi rappresentano il fondamento stesso della chiesa (Efesini 2:20). Nel caso degli apostoli, tuttavia, sussiste un criterio di collegialità che ha una sua notevole importanza: essi sono dodici e lavorano di comune accordo senza prescindere, nonostante la straordinaria origine della loro chiamata e l’importanza della loro funzione, dalla consultazione con il resto della comunità come si verificava durante il primo Concilio della chiesa svoltosi a Gerusalemme (Atti 15:6).

Quando la chiesa di Gerusalemme dovette fronteggiare il problema dell’aiuto ai poveri, gli apostoli chiesero alla comunità di scegliere tra di loro alcuni uomini capaci per incaricarli dell’amministrazione della beneficenza (Atti 6:3). Anche se era stato Cristo a chiamare personalmente Paolo, tuttavia, siccome questa chiamata non era stata pubblica e la chiesa non poteva esserne certa, Dio chiama degli uomini della comunità a ratificare la sua vocazione (Atti 9:10-19; 13:1-3). Gli stessi vescovi, detti anche anziani (Atti 20:1,28), sono anch’essi nominati dalla comunità: Paolo e Barnaba, «fatti eleggere per ciascuna chiesa degli anziani, dopo aver pregato e digiunato, raccomandarono i fratelli al Signore» Atti 14:23. (2)

L’autorità dei ministeri neotestamentari viene da Dio ma passando attraverso il canale della chiesa. Non sarà così per molto tempo. Ben presto sarebbe sorta una concezione del governo della chiesa di tipo monarchico che ne avrebbe eliminato non solo la democraticità ma anche la collegialità.

Nascita e sviluppo del Potere Monarchico

Clemente Romano

La situazione evangelica di «democrazia teocratica» non .viene però conservata a lungo. Ben presto sorgerà nella chiesa un potere di tipo monarchico. La prima lettera di Clemente ai Corinzi (97-98) comincia così: «La Chiesa di Dio peregrinante in Roma alla Chiesa di Dio peregrinante in Corinto»(3). Il fatto che non rechi come mittente e destinatario un personaggio specifico, può essere indizio del fatto che anche la chiesa di Roma era retta da un collegio di anziani e non da un singolo vescovo (4). Tuttavia, questo documento comincia già a presentare i primi segni di cambiamento:

  1. Si rimproverano i Corinzi di avere deposto i loro presbiteri (anziani, in questo documento sempre al plurale), testimoniando così che questa chiesa riteneva di averne l’autorità. E’ però un’ autorità che comincia a essere contestata dalla chiesa di Roma.
  2. Si afferma il principio secondo cui l’elezione di un presbitero dovesse essere a vita cominciando il percorso che avrebbe portato alla creazione di una gerarchia inamovibile.
  3. Non si distingue ancora tra vescovi e presbiteri come avverrà successivamente, quando questi due termini cominceranno ad assumere l’attuale connotazione di vescovi e preti, ma già la distinzione si delinea tra laici e clero.

Ignazio d’Antiochia

La distinzione tra vescovi e presbiteri si trova invece in Ignazio di Antiochia (verso il 110) in rapporto alle chiese orientali. Il vescovo diventa qui, forse per il pericolo delle eresie che cominciavano a manifestarsi, come un centro attorno al quale deve ruotare tutta la vita della chiesa. «Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli; venerate i diaconi come la legge di Dio. Nessuno senza il vescovo faccia qualche cosa che concerne la Chiesa. Sia ritenuta valida l’eucaristia che si fa dal vescovo o da chi è da lui delegato. Dove compare il vescovo, là sia la comunità, come là dove c’è Gesù Cristo ivi è la Chiesa Cattolica (universale). Senza il vescovo non è lecito né battezzare né fare l’agape; quello che egli approva è gradito a Dio, perché tutto ciò che si fa sia legittimo e sicuro» (8. Agli Smirnesi).

A Roma deve invece continuare a esistere una direzione collegiale.

«Mentre nelle altre lettere Ignazio conosce e designa personalmente i nomi dei vescovi delle diverse città, non designa il nome del vescovo di Roma … Impossibile, se la chiesa di Roma avesse avuto un vescovo, che il nome di lui fosse ignoto ad Ignazio, e impossibile che Ignazio non lo nominasse proprio nel principio della lettera» (5).
Ma anche a Roma la situazione cambiò rapidamente. Quando Marcione, verso il 140, presentò la sua dottrina eretica lo fece davanti ai presbiteri. Quattordici anni dopo, verso il 154, Policarpo dovette discutere la controversia pasquale solo con il vescovo Aniceto.

La controversia pasquale

Le chiese d’Asia celebravano la Pasqua il 14 di Nisan, secondo il calendario ebraico, che poteva cadere in un giorno qualsiasi della settimana. La chiesa di Roma aveva invece deciso di spostare sempre tale celebrazione alla domenica immediatamente successiva. Per cercare di ritrovare una maggiore unità, il vecchissimo vescovo di Smirne, Policarpo, si recò a Roma nel 154 per discutere la questione con Aniceto. I due non giunsero a un accordo ma conservarono un atteggiamento fraterno, tanto che Aniceto cedette a Policarpo la direzione della Cena. Successivamente la controversia si inasprì: «Il vescovo romano Vittore (in Roma si era intanto consolidata la prassi della celebrazione domenicale della Pasqua), ardì compiere un gesto d’autorità fino ad allora mai osato: ruppe la comunione con le chiese d’Asia e le altre che seguivano il rito del 14 di Nisan». (6)

Il sorgere del potere papale

Vittore fu così il primo vescovo di Roma ad atteggiarsi a papa. Lo fece suscitando però la resistenza di Policrate, vescovo di Efeso, e la protesta di Ireneo di Lione. Ormai, però, il cammino era stato intrapreso e sarebbe sfociato, a poco a poco, in un potere papale assoluto e indiscutibile.

Elezione a vescovo di Ambrogio nel 374

Nonostante tutti i cambiamenti avvenuti, l’intervento della comunità nella scelta dei vescovi si manterrà per diversi secoli ancora, segno della permanenza dell’originario concetto evangelico di chiesa. Un caso significativo è quello di Ambrogio, eletto vescovo dagli abitanti di Milano nel 374. Il modo in cui avvenne la sua elezione, certamente insolito e che non sapremmo raccomandare, testimonia dell’importanza che la comunità continuava ad avere in un periodo in cui la gerarchia stava già pesantemente strutturandosi: «Essendo venuto a morire il vescovo ariano della città, si produsse una grande agitazione, per la nomina del successore, tra ariani e ortodossi. Ambrogio, come governatore della città, prese tutte le misure necessarie per la tutela dell’ordine pubblico. Mentre esortava la folla alla calma, un ragazzo gridò: “Ambrogio vescovo!”. Il grido incontrò l’unanime approvazione, sia degli ariani che degli ortodossi. Ambrogio, meravigliato, dapprima rifiutò; non era neppure ancora battezzato. Ma finì per cedere; e alcuni giorni dopo ricevette il battesimo e l’ordinazione sacerdotale; e uno dei suoi primi atti come vescovo fu di donare ai poveri e alla chiesa tutto quello che possedeva» (7).

L’apice del potere Papale

Gregorio VII (1073-1085)

Uno dei massimi esempi del potere assunto all’interno della chiesa è dato dal pontefice Gregorio VII (1073-1085). Costui si trovò a dovere esercitare la propria funzione in un periodo particolarmente difficile per la chiesa. La collusione tra autorità religiosa e potere temporale aveva creato il problema dei cosiddetti «vescovi-conti»; molti vescovi erano infatti diventati anche feudatari dell’imperatore. Di conseguenza, l’imperatore voleva nominare lui i vescovi ai quali affidare i propri feudi. Questo comportava però un illegittimo inserimento dell’autorità politica nella vita della chiesa. Il papa, invece, voleva difendere non solo l’autonomia ma la supremazia della chiesa. Solo che per lui, come per molti altri, la supremazia della chiesa si identificava con quella del pontefice.

Va fatto notare che non si metteva in discussione l’unione tra spirituale e temporale: come avrebbe potuto farlo un pontefice se era lui stesso un vero e proprio re?! Si trattava semplicemente di stabilire quale fosse l’autorità suprema, il perno attorno al quale tutto doveva girare per trovare legittimità nell’ambito di una visione unitaria del mondo, caratteristica della cultura medievale.

Il Dictatus Papae

Il pensiero di Gregorio VII è espresso con estrema chiarezza nel suo Dictatus Papae (Dettato del papa), una serie di affermazioni sul valore dell’autorità papale all’interno della chiesa e del resto della società:

  •  1. La chiesa romana è stata fondata soltanto dal Signore.
  •  2. Solo il pontefice romano ha diritto di essere chiamato universale.
  •  3. Egli soltanto può deporre o assolvere i vescovi.
  •  4. Nei concili il suo legato presiede a tutti i vescovi, anche se è di grado inferiore ed egli soltanto può pronunciare contro di loro sentenza di deposizione.
  •  5. Il papa può deporre gli assenti.
  •  6. Non è permesso tra l’altro accompagnarsi con coloro che sono stati scomunicati da lui, né coabitare con essi.
  •  7. Solo il papa può stabilire, secondo le circostanze, nuove leggi, fondare nuove diocesi, trasformare una collegiata in una abbazia, dividere un vescovato ricco e unire quelli che sono poveri.
  •  8. Solo il papa può usare le insegne imperiali.
  •  9. Il papa è l’unica persona a cui tutti i principi baciano i piedi.
  •  10. Egli è il solo il cui nome dev’essere pronunciato in tutte le chiese.
  •  11. Il suo nome è unico nel mondo.
  •  12. Gli è consentito di deporre gli imperatori.
  •  13. Per ragione di necessità, gli è consentito di trasferire un vescovo da una sede all’altra.
  •  14. Può, se crede, ordinare un ecclesiastico di qualsiasi chiesa.
  •  15. Chi è stato ordinato da lui può governare un’altra chiesa, ma non servire né ricevere da un altro vescovo un ordine superiore.
  •  16. Nessun Sinodo può essere chiamato generale senza suo ordine.
  •  17. Nessuna scrittura, nessun testo possono essere ritenuti canonici senza la sua autorità.
  •  18. La sua sentenza non può essere riformata da nessuno ed egli solo può riformare quella di tutti.
  •  19. Egli non può essere giudicato da nessuno.
  •  20. Nessuno può condannare una decisione della Sede apostolica.
  •  21. Le cause maggiori di ogni chiesa devono essere demandate a lui.
  •  22. La chiesa romana non ha mai errato e, come attesta la Scrittura, non potrà mai errare.
  •  23. Il pontefice romano, se è stato ordinato canonicamente, diventa indubbiamente santo per i meriti di Pietro, secondo la testimonianza di Sant’Ennodio, vescovo di Pavia, d’accordo in ciò con numerosi Padri, come si può vedere nel decreto del beato papa Simmaco.
  •  24. Per ordine suo e con la sua autorizzazione, è consentito ai sudditi di accusare i loro superiori.
  •  25. Egli può deporre e assolvere i vescovi anche senza concilio.
  •  26. Chi non concorda con la chiesa romana non è considerato cattolico.
  •  27. Il papa può sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà fatto agli indegni»(8).

L’umiliazione di Enrico IV

La lotta tra potere papale e imperiale non si è svolta a un livello puramente dialettico. Essa è costellata da movimenti politici e da non poche guerre. Per rimanere nell’ambito di Gregorio VII, di fronte al suo Dictatus, l’imperatore Enrico IV, che non era migliore del suo avversario, reagì, cercando di difendere i diritti acquisiti da una tradizione ormai consolidata. Agli ammonimenti del papa, egli rispose convocando i principi e i vescovi di Germania e facendo loro dichiarare che Gregorio era «un falso monaco e non papa». Tentò la stessa cosa con i prelati di Roma ma qui non ebbe successo. Scomunicato dal papa, Enrico IV si ritrovò in uno stato di debolezza per la perdita del sostegno da parte di parecchi suoi feudatari, che la scomunica scioglieva dal giuramento di fedeltà, e per la rivolta di parte dei suoi sudditi. Per riconquistare il potere, Enrico dovette umiliarsi di fronte al papa aspettando, in pieno inverno, tre giorni e tre notti, a piedi scalzi nella neve, nel cortile del castello della contessa Matilde, dove Gregorio era ospite. Riottenuto il potere, Enrico IV non perse però tempo a procurarsi una pesante vendetta facendo eleggere un antipapa, conquistando Roma e assediando Gregorio VII dentro Castel Sant’Angelo.

Gli avventisti che hanno letto Il gran conflitto di Ellen G. White, conoscono bene questa vicenda. La sua descrizione è evidentemente di parte, scritta in una prospettiva antipapale che vede nel modo in cui Gregorio VII umiliò Enrico IV il segno di un’arroganza spirituale che va oltre la semplice questione dei suoi rapporti con l’impero. Vale tuttavia la pena di rileggere questo brano che riportiamo tra i Documenti.

Conseguenze

Quando una religione assume il potere diventa inevitabilmente intollerante e persecutrice. I secoli di Gregorio VII e di Innocenzo III furono tra i più segnati dalla piaga della violenza ecclesiastica. Come dicono Thomas e Gertrude Sartory:

«Nessuna religione del mondo (non una nella storia dell’umanità) ha così tanti milioni di persone di idee e di fede diversa sulla coscienza. Il Cristianesimo è la religione più omicida che si sia mai avuta. Con ciò devono vivere i cristiani di oggi, essi devono “dominare” un tale passato» (9).

Hans Küng ha così descritto la situazione:

«Con le persone ritenute degne di dannazione, destinate al fuoco dell’inferno, si procedeva con la spada, la tortura e soprattutto il fuoco, affinché con la morte del corpo nell’aldiqua potesse, forse, ancora salvarsi l’anima nell’aldilà. Conversioni coatte, roghi degli eretici, pogrom degli ebrei, crociate, caccia alle streghe in nome di una religione dell’amore, che sono costati milioni di vite umane (nella sola Siviglia in quarant’anni sono state bruciate dall’Inquisizione quattromila persone). … la Chiesa stessa, con un’autorità usurpata, ancora prima dell’apparizione del “Giudice universale” ha voluto esercitare il giudizio di Dio. E purtroppo neppure i Riformatori … hanno risparmiato la persecuzione violenta agli increduli, agli ebrei, agli eretici e, in particolare, ai “fanatici”» (10).

Tutto ciò non sarebbe mai accaduto se la chiesa non si fosse trasformata in un luogo di potere.

Figure riformatrici

I secoli XI-Xlll furono dunque tra i più bui della storia della chiesa. Anche in questi secoli, tuttavia, non mancarono figure diverse. Tra essi citiamo due contemporanei: Valdo (seconda parte del XII secolo, fino agli inizi del XIII) e Francesco d’Assisi (1182-1226). Il primo visse nel sud della Francia mentre l’altro in Toscana, ma la loro esperienza è per molti versi simile. Entrambi furono molto ricchi ed entrambi incontrarono il Cristo dei Vangeli che trasformò radicalmente la loro vita. Entrambi rinunciarono alle ricchezze, dedicandosi alla predicazione del Vangelo, esaltando i valori della povertà e della mansuetudine.

Valdo

Valdo era «un uomo ricco, molto probabilmente un mercante e non certo un piccolo rivenditore ma un grossista, che ha vasti interessi ed ha le mani in pasta anche nelle vicende politiche ed amministrative della curia, come certi imprenditori del giorno d’oggi abituati a lavorare nel sottogoverno. Ricco, è naturalmente criticato; si dice che eserciti anche l’usura, sia cioè sfruttatore della povera gente» (11).

E’ intorno agli anni 1170 -1180 che Valdo vive l’esperienza della conversione. Come sia avvenuto non si sa con certezza. Un cronista narra che sia cominciata ascoltando un menestrello che cantava la storia di un nobile il quale aveva rinunciato a tutto per andare in Terra Santa e che, ritornato sfinito dai patimenti, viene lasciato morire in un sottoscala senza che nessuno lo riconosca. Valdo avrebbe visto in questa vicenda l’immagine della propria vocazione. Che sia andata così o, come dicono altri, attraverso un colloquio con un teologo o in seguito alla morte improvvisa di un amico, non è certo; quello che importa è che Valdo abbia riscoperto il Vangelo decidendo di seguirne gli insegnamenti e di renderne testimonianza agli altri. Fa quindi tradurre parte dei Vangeli nella lingua del popolo e rinuncia alle proprie ricchezze donandole ai poveri, dopo avere provveduto alle necessità della propria famiglia. Il voto di povertà era abituale nella società medievale. «Nel caso di Valdo c’è però qualcosa di particolare. Anzitutto egli non entra in convento, resta laico, e lo fa intenzionalmente; in secondo luogo, sembra dare alla sua povertà non il carattere di un’opera meritoria ma di un gesto di contestazione. Narrano le cronache che, quando distribuì gli ultimi suoi averi e la gente, accorsa davanti a casa sua, lo prendeva in giro per il suo gesto egli avrebbe detto: “Cittadini e amici … non sono matto come credete, ma mi sono vendicato dei nemici che mi opprimevano rendendomi più amante del denaro che di Dio; questo ho fatto per me e per voi; per me affinché se d’ora innanzi posseggo ancora qualcosa mi possiate dare del matto, per voi affinché impariate a mettere la vostra speranza in Dio e non nelle ricchezze …”» (12).

L’esempio di coerenza evangelica di Valdo sarebbe stato seguito da altri che si sarebbero uniti a lui. Ben presto, tuttavia, sarebbero sorti dei contrasti con la gerarchia che avrebbe portato alla sua scomunica, non per deviazioni dottrinali, ma perché costoro si arrogavano un diritto che l’autorità vescovile avrebbe voluto riservare a sé: quella di predicare la Parola di Dio. Per questo motivo Valdo e i suoi compagni saranno perseguitati, cacciati dalla loro patria e costretti a nascondersi. Sopravviveranno però per secoli mantenendo alta la fiaccola del Vangelo.

Francesco d’Assisi

La vicenda di Francesco è molto più conosciuta. Come Valdo rinuncia anch’egli alle ricchezze e, in mezzo a una chiesa abbagliata dalla potenza e dallo sfarzo, diventa testimone della semplicità del Vangelo. A differenza di Valdo, Francesco riesce a restare nell’ambito della chiesa di cui diventa uno dei santi più leggendari e amati, nonché il simbolo involontario di una realtà che egli aveva invece profondamente contestato. Di lui vogliamo ricordare soltanto un episodio. In un’epoca in cui molti cristiani, con le crociate, vanno in Oriente per combattere contro i musulmani che occupano la Terra Santa, Francesco vi si reca armato soltanto del desiderio di proclamare il Vangelo. Accompagnato da frate Illuminato, entra negli accampamenti nemici e, fatto prigioniero, viene condotto alla presenza del Sultano. Questi, stupito dalla semplicità e dal coraggio di quei due, li ascolta con simpatia e permette che predichino ai suoi soldati. I due frati non hanno tuttavia molto successo: i saraceni li ascoltano volentieri, solo finché non toccano apertamente Maometto, «perché li percuotono ampiamente. Nonostante ciò, la missione non risulta del tutto negativa: per la prima volta infatti i saraceni incontrano dei cristiani che usano verso di loro la persuasione e la dolcezza senza cercare di sottometterli o di ucciderli» (13).

Era dunque possibile, anche nei secoli del Medioevo, concepire una chiesa che realizzasse la sua missione al di fuori di qualsiasi logica di potere, attraverso un servizio che fosse veramente tale, disponibile alla ricerca dell’altro, disarmato e mansueto. Ma questa, a parte poche eccezioni, è rimasta solo una possibilità. La presenza di figure quali quelle di Valdo e Francesco rende poco scusabili gli altri. Costoro dimostrano che anche nei secoli passati era possibile avere la percezione di valori che non dovevano essere dimenticati perché rappresentano l’essenza stessa della fede cristiana.

Conclusione

La situazione all’interno della Chiesa Cattolica attuale è un fatto noto. I secoli di Gregorio VII e di Innocenzo III sono passati. Il papato appare oggi, dopo aver perduto contro la propria volontà il potere temporale diretto, come un paladino della libertà e dei diritti umani. Tuttavia, solo in questi ultimi mesi la gerarchia cattolica italiana sta cominciando a comprendere il bisogno di separare la sua sfera di azione spirituale da quella più specificamente politica. Soltanto in questi giorni, mentre scriviamo, stiamo assistendo alla scomparsa di un partito politico che aveva ogni diritto di esistere ma che non doveva essere sostenuto in quanto tale dalla gerarchia. La Chiesa Cattolica non ha cessato ancora del tutto di servirsi del potere dello Stato per sostenersi e propagare le proprie convinzioni. Ne sono un esempio il sostegno finanziario ottenuto con l’«otto per mille» dell’Irpef che riceve attraverso le strutture impositive pubbliche, e la possibilità concordataria che ha di insegnare la sua fede grazie alle strutture scolastiche e al finanziamento dello Stato.

Sul piano interno, poi, la compagine direttiva continua a costituire un gruppo autonomo dalla comunità dei credenti. Questi sono oggi rivalutati in molti modi e sono chiamati a collaborare con la gerarchia in molte maniere ma non sono affatto nelle condizioni di determinare la nomina delle loro guide spirituali. I sacerdoti continuano a essere nominati dai vescovi, i vescovi dal papa e il papa dai cardinali che lui stesso ha nominato come ha fatto con i vescovi. Così la gerarchia si perpetua per cooptazione sotto l’autorità suprema dello stesso pontefice. Ma la chiesa fondata da Gesù non era così.

Come dicevamo all’inizio di questo studio, la storia passata non deve essere dimenticata. Conservare la memoria del passato non significa però soltanto ricordare mnemonicamente, significa ricordare attraverso l’esperienza concreta della vita. La storia è «maestra di vita» dice un detto molto conosciuto. Ma è anche vero che ha pochi allievi disposti ad ascoltarla. Una lezione che dobbiamo apprendere è che la deviazione dalla verità all’errore non avviene, in genere, repentinamente. E spesso non avviene volutamente. Molte volte il male si insinua nella chiesa grazie ai buoni propositi di quanti vogliono sostenerla, percorrendo vie diverse da quella indicata da Gesù. La trasformazione della chiesa in un organismo accentratore e autoritario è avvenuta proprio per difenderla dalle eresie e dall’asservimento ai poteri di questo mondo. Ma la via scelta non è stata quella della croce. Bisogna che in ogni nostra scelta la croce rimanga il punto di riferimento con la serena fiducia che, come Francesco diceva ripetendo un insegnamento di Cristo, «è morendo che si risuscita a vita eterna».

Documenti:

L’umiliazione di Enrico IV

«Un altro passo avanti nell’ambito delle pretesi papali fu compiuto nell’undicesimo secolo. Papa Gregorio VII proclamò la perfezione della chiesa romana e affermò, tra l’altro, che secondo le Scritture essa non aveva mai sbagliato, né mai avrebbe potuto sbagliare. Le Scritture, però, non convalidavano questa sua dichiarazione. L’orgoglioso pontefice, inoltre, pretendeva di avere l’autorità di deporre gli imperatori, e affermò che nulla di quanto egli andava asserendo poteva essere revocato, in quanto egli solo aveva il potere di annullare qualsiasi altrui decisione.

«Un’impressionante illustrazione del carattere tirannico di questo sostenitore dell’infallibilità è fornita dal trattamento che egli riservò all’imperatore di Germania Enrico IV il quale, poiché ardì negare l’autorità papale, venne scomunicato e detronizzato. Terrificato per l’abbandono da parte dei suoi principi e per le loro minacce, in quanto essi si sentivano incoraggiati alla ribellione dal decreto papale, Enrico IV volle riappacificarsi con Roma. Accompagnato dalla moglie e da un fido servitore, egli attraversò le Alpi in pieno inverno per andare a umiliarsi dinanzi al pontefice. Giunto al castello (di Canossa) dove Gregorio si era ritirato, fu introdotto, privo della guardia, in un cortile interno dove, in quel gelido inverno, a capo scoperto, a piedi nudi e vestito di sacco, attese che il papa lo ammettesse alla sua presenza. Fu solo dopo tre giorni di digiuno, seguito dalla confessione, che Enrico ottenne il perdono papale. Fu perdonato, ma a condizione che aspettasse il beneplacito del papa prima di potere ricevere nuovamente le insegne del suo potere, ossia esercitare l’autorità regale. Gregorio, lieto del proprio trionfo, si vantò che era suo dovere fiaccare l’orgoglio dei re.

«Quale stridente contrasto fra lo smisurato orgoglio di questo altezzoso pontefice e l’umiltà, la mansuetudine di Cristo, il quale raffigura se stesso nell’atto di bussare alla porta del cuore per esservi ammesso e recarvi il perdono e la pace! Quale contrasto con Colui che insegnò ai discepoli: “Chiunque fra voi vorrà essere primo, sarà vostro servitore”» Ellen G. White, Il gran conflitto, p. 43, Edizioni A.d.V, Firenze 1977.

La teoria del sole e della luna di Innocenzo III

La supremazia dell’autorità papale troverà un grande sostenitore in papa Innocenzo III (1198-1216). Suo è il brano seguente.

«Come Dio, Creatore dell’universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così Egli ha stabilito nel firmamento della chiesa universale, espressa dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presiedere – per così dire – ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi. Esse sono l’autorità pontificia e il potere regio. Così, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più è con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanto meno acquista in splendore. Ambedue questi poteri hanno avuto collocata la sede del loro primato in Italia».

Note:
(1) Cit. in Pina D’Amia (cur.), San Francesco, p. 31, Arnoldo Mondadori Ed., Milano 1973.
(2) In senso contrario sembrerebbe di andare a Tito 1:5: «Per queste ragioni t’ho lasciato in Creta: perché … costituisca degli anziani per ogni città». Ci troviamo in presenza di una nomina dall’alto? Il verbo «costituire» è lo stesso di Atti 6:3 a proposito dei diaconi scelti dalla comunità e ai quali gli apostoli imposero le mani «incaricandoli» così del loro ministero. E’ probabile quindi che anche qui Tito, se non ci sono fatti particolari che ignoriamo, abbia proceduto all’imposizione delle mani sui candidati scelti dalle comunità locali.
(3) Clemente Romano, Lettera ai Corinti, p. 111, a cura di Igino Giordani, Istituto Missionario Pia Società S. Paolo, Roma 1944.
(4) Omodeo, Saggi sul Cristianesimo antico, pp. 469,470, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1958.
(5) Omodeo, Op. cit., p. 470.
(6) Omodeo, Op. cit., pp. 490,491.
(7) Cit. in E. Meynier, Il Cristianesimo attraverso i secoli, p. 115, Ti¬pografia Istituto Gould, Roma 1906. Che l’elezione di Ambrogio da parte di tutta la comunità non fosse un fatto straordinario nella chiesa dei primi secoli, lo si può vedere da altri episodi. Così si legge nell’Ordinamento ecclesiastico di Ippolito (215 circa): «Venga costituito vescovo colui che viene scelto da tutto il popolo. Quando è stato eletto e da tutti approvato, il popolo si raccolga la domenica insieme con i presbiteri e i vescovi presenti. Tra l’approvazione di tutti, i vescovi gli impongano le mani e i presbiteri stiano in piedi, lì vicino. Tutti in silenzio, tra sé e sé, supplichino la discesa dello Spirito. Poi uno dei vescovi presenti, pregato da tutti, imponga le mani su colui che viene ordinato vescovo». Citato in La Teologia dei Padri, vol. 4, p. 92, Città Nuova Ed., Roma 1975. Solo un vescovo impone le mani, ma lo fa su richiesta della comunità intera, quindi in sua rappresentanza, e solo dopo che la comunità ha scelto e ha pregato per il candidato.
(8) Tradotto in Storia della Chiesa dalle origini ai nostri giorni, in XXIV voll.; vol. VIII, Augustin Fliche, La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1123), pp. 112,113, S.A.I.E., Torino 1972.
(9) Cit. in Hans Küng, Vita eterna?, p. 193, Arnoldo Mondadori, Ed., Milano 1983.
(10) Hans Küng, Op. cit., pp. 172,173.
(11) Giorgio Tourn, I Valdesi, la singolare vicenda di un popolo-chiesa (1170-1976), pp.10,11, Claudiana Ed., Torino 1977.
(12) Idem, p. 12.
(13) Pina D’Amia, Op. cit., pp. 69,70.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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