Dal silenzio all’inferno

FireRolando Rizzo* – Tratto dal libro “Dal cristianesimo al Cattolicesimo”, Ed. A.D.V. Falciani (Fi)

«E colui che siede sul trono disse: Ecco, io fo ogni cosa nuova … Chi vince erediterà queste cose; io gli sarò Dio ed egli mi sarà figliuolo; ma quanto ai codardi, agli increduli, agli abominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli stregoni, agli idolatri e a tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo che è la morte seconda» Apocalisse 21:6-8 .

«Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi» Matteo 25:41 .

«Quando Egli avrà riunito tutti quegli che si oppongono ai suoi ordini, li imprigionerà in un inferno orribile con il diavolo … I buoni saranno elevati al cielo, e gioiranno assieme, mentre i malvagi, gettati all’inferno saranno torturati … Dio e i giusti sentiranno verso i malvagi un odio così perfetto che un figlio stesso, scorgendo suo padre nei tormenti dell’inferno, non proverà più per lui nessun sentimento di compassio ne» (1) Sant’Anselmo .

«La chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno e il fuoco eterno» (2) Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica .

«L’inferno esiste … Dunque nell’inferno c’è fuoco. Eppure è tutt’altra cosa da una sinistra rosticceria, un’altra cosa, checché ne abbiano pensato gli antichi, da quel fuoco delle viscere della terra, che i vulcani sputano sulla superficie di questa … Si parla di fuoco perché il fuoco è di tutti gli elementi quello che produce il dolore più intenso, ma è un fuoco che brucia senza distruggere. Un fuoco di cui bisogna farsi un’idea degna di quel che rappresenta; qualcosa che, per quanto reale sul piano del corpo, è sostanzialmente spirituale, poiché si tratta ancora e sempre di Dio, della sua creatura intelligente e del rapporto esistente tra loro quando nella creatura non è più possibile una conversione dal peccato e da parte di Dio non c’è più che giustizia e collera … Non potendo più affrancarsi dall’esistenza, il dannato ha perduto per sempre, e lo sa, il senso della propria esistenza e con lui la verità del proprio essere» (3) Yves Congar .

Introduzione

Tra gli autori antichi, fatti assurgere dalla chiesa agli onori degli altari, che hanno illustrato con dovizia di particolari l’inferno, avremmo potuto sceglierne molti altri e, forse, dallo stesso Sant’Anselmo avremmo potuto citare brani più truculenti nella forma. Quello appena letto, però, ci pare assai significativo pur nella sua sobrietà e forse proprio per questa. Per il grande teologo medievale, quanti hanno rifiutato la grazia di Dio non avranno che un futuro eterno di tortura assolutamente giustificabile, tanto che non susciteranno alcuna compassione né nei propri cari né in Dio.

Yves Congar, uno tra i più eminenti teologi cattolici contemporanei, non la pensa così. L’inferno per lui non è «una sinistra rosticceria»; è invece uno stato in cui si può vivere ma, non essendovi nessuna possibilità di comunione e di finalità dell’esistere, è coscientemente una vita priva di senso. La differenza tra il teologo dell’undicesimo secolo e quello del ventesimo è molta ma solo in apparenza. Infatti, se il primo tipo di sofferenza è grossolano e fisico, il secondo è raffinato e spirituale. Ma sempre di insopportabile tormento si tratta e, quel che è peggio, è tormento cui non può portare «pace» neppure il suicidio, poiché il malcapitato «Non può affrancarsi dal vivere».

I lagers nazisti, le cui sole immagini ci riempiono d’orrore, alla cui vista parecchi liberatori che erano combattenti rotti a ogni emozione, svennero o fuggirono, al confronto dell’inferno «cristiano» appaiono come luoghi edenici, poiché essi avevano tre possibilità non previste nell’inferno «cristiano»: la liberazione, che per alcuni si concretizzò, la salvezza eterna, nella quale numerosi continuarono a credere, e comunque la pace della morte.

L’inferno «cristiano» prevede invece che alla fine dei tempi, eliminata la morte, all’universo della comunione con Dio, corrisponderà sempre qualcosa di peggio di questa: il regno della disperazione e della sofferenza indicibili, qualunque siano le forme. E tutto ciò dovrebbe essere considerato emanazione e progetto del Dio che la Sacra Scrittura definisce «amore».

Questa credenza, purtroppo, non estranea al mondo evangelico e protestante, ha disgustato molti uomini e donne allontanandoli dal Cristianesimo e comunque dal Dio di giustizia e d’amore. Uno di loro, Robert Ingersoll, a proposito della dottrina dell’inferno, scrisse: «Essa rende l’uomo un’ eterna vittima e Dio un eterno malvagio. E’ veramente un orrore infinito… Neanche i selvaggi possono scendere al di sotto di questo dogma cristiano» (4).

Il Cristianesimo storico, infatti, anche sulla base delle angosce procurate da questa dottrina indegna del Vangelo, ha organizzato inquisizioni e roghi. Ma l’inferno è una versione «cristiana» del tartaro greco; non ha nulla a che fare con la Rivelazione biblica poiché solo impropriamente lo si fa dipendere da pochi testi della Sacra Scrittura estrapolati dal contesto, dimenticandosi del loro genere letterario e tralasciando numerosissimi testi chiari sulla sorte degli impenitenti. Inoltre, affermando le pene eterne, non solo si tralasciano testi espliciti che prevedono tutt’altra cosa ma, soprattutto, si dimentica lo spirito generale delle Sacre Scritture e l’identità della divinità che essa esprime, incompatibile con il concetto di infinita tortura .

Cinque ragioni profondamente bibliche si oppongono a questa dottrina aberrante ed estranea all’Evangelo.

1. La dottrina della natura dell’uomo

In altri testi IADE (5) abbiamo mostrato come la Rivelazione biblica veda nell’uomo un essere unitario che si esprime attraverso la corporeità (corpo), l’affettività (anima) e la spiritualità (mente); l’uomo biblico, infatti, non ha un corpo, un’anima e uno spirito ma è ognuna di queste sue espressioni. Non esiste esegeta cattolico informato che non riconosca nella Bibbia quest’unico schema antropologico.

In questa visione la morte non è vita diversa ma l’esatto contrario della vita, cioè la non vita, il silenzio assoluto. Dice l’Ecclesiaste, confermato dal resto della Scrittura:

«Nel soggiorno dei morti dove vai, non v’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né sapienza» (6). E’ ovvio che dove non v’è pensiero non possono esservi né gioia ne sofferenza.

Adamo, all’alba dell’umanità, non fu minacciato di sofferenze eterne, ma di ritorno al non essere, poiché l’essere è unicamente frutto della comunione:

«Il giorno che ne mangerai per certo morrai», disse Dio ad Adamo, e dopo il peccato aggiunse: «Mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (7).

L’uomo è naturalmente polvere che per l’opera di Dio diventa vita; il peccato, essendo separazione da Dio, non può che condurre alla non vita, alla polvere originaria.

2. La dottrina della libertà

Fosse vera, la dottrina dell’inferno farebbe di Dio un Creatore tirannico e vendicativo e dell’uomo una creatura priva di dignità e di libertà. La prospettiva dell’inferno obbligherebbe l’uomo alla fede, all’ubbidienza, all’amore verso Dio. Farebbe del terrore un movente dell’ubbidienza e della comunione; priverebbe l’uomo di ogni autentica scelta, inquinando ogni sua decisione.

Molto diversamente, invece, si presenta il Dio della Rivelazione il quale, ponendo al centro del giardino «l’albero della conoscenza del bene e del male», offre all’uomo la possibilità della vita nella comunione che è possibile accettando la creaturalità e l’essere creatore di Dio. Ma l’uomo può scegliere diversamente: l’autonomia da lui e l’utilizzo senza riconoscenza del patrimonio vitale ricevuto.

Nella parabola del prodigo, il figlio irriconoscente (8) chiede illegittimamente al padre l’eredità per potersene andare; gli chiede ciò che dovrebbe avere solo alla sua morte per abbandonarlo come un essere limitante e ingombrante. E lo strano padre, proprio come il Padre della Genesi, gli permette di andare via, con l’eredità, frutto della sua opera e del suo amore, a sperperarla. L’eredità è la vita, un dono immeritato, che può essere cospicuo nel peccato più che nella fede. Accade che molti malvagi vivano a lungo e muoiano nel loro letto.

Dice la Genesi che Adamo visse alcuni secoli. Scegliendo l’autonomia da Dio non fu fulminato, ma poté godere di un lungo patrimonio vitale, frutto dell’amore del Padre e senza minacce dell’inferno futuro, tranne l’avvertimento circa il «ritorno alla polvere». Che non è un castigo, ma la conseguenza ultima della separazione, proprio perché il patrimonio vitale dell’uomo è eterno solo nella comunione, nel contatto col Dio dell’eternità.

«Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è vita eterna» (9). Cristo, in tutta la sua opera pacifica e mai coercitiva, dimostra l’immenso rispetto della libertà che sarebbe assolutamente contraddetta dall’eventuale spauracchio dell’inferno che, invece, priva l’uomo d’ogni autentica libertà. La scelta che si pone tra l’ubbidienza e l’inferno non è scelta, ma solo un eterno ricatto. Se esistesse l’inferno, la vita diventerebbe un’imposizione angosciante anziché un dono e una possibilità.

3. La verità dell’amore

«Dio è amore» (10): è, a nostra conoscenza, l’unica definizione di Dio nella Bibbia. E’ Gesù Cristo che con il suo insegnamento e la sua vita ne ha spiegato il senso. Gesù ha amato perfettamente vivendo una vita perfetta, perché ogni volta ha assunto verso le persone atteggiamenti di amore perfetto. In Cristo, l’amore è misericordia, comprensione della fragilità umana, carica di rinnovamento, di promozione, di perdono, investimento nella speranza, sensibilità. Gesù piange per Lazzaro che è morto; si commuove di fronte a ogni sofferenza; piange sulla città che lo ha respinto e lo farà uccidere; prega per coloro che materialmente lo stanno crocifiggendo. Come immaginare un Gesù che contempla con amore perfetto miliardi di esseri torturati in eterno, quali ne siano gli strumenti? Neppure il più abietto degli esseri umani sarebbe capace di tanto.

4. La dottrina della giustizia di Dio

Paolo, il grande apostolo, scrivendo al suo discepolo Tito (11) circa l’opera della grazia nel cuore dell’uomo, afferma che «La grazia… ci ammaestra a vivere… in questo mondo… giustamente… ». Non potrebbe essere altrimenti, dato che la giustizia è tra i caratteri che distinguono Dio dagli dèi capricciosi e ingiusti come gli uomini. I profeti, da Mosè in poi, esaltano il Dio giusto che ama la giustizia e l’equità.

La dottrina dell’inferno colloca Dio perfettamente giusto tra gli dèi ingiusti. Non v’è infatti proporzione tra la pena e la colpa. La legge del taglione «occhio per occhio dente per dente», che Gesù nel suo insegnamento supera, era un deterrente pervaso da un senso d’equità. Chi toglie un occhio a qualcuno deve vivere il resto della sua vita come avrebbe vissuto quel qualcuno, con le stesse limitazioni e sofferenze. L’inferno non sarebbe un deterrente, poiché le prospettive per chi lo vivrebbe sarebbero inesistenti, e non risponderebbe a nessun criterio d’equità, sarebbe una punizione infinita per una colpa finita. La sensibilità umana, nella cultura occidentale stimolata dal Vangelo, ha eliminato in molti casi la pena di morte e, di fatto, l’ergastolo. Dio, che invece è amore, punirebbe chi lo ha rifiutato per una vita di certo non lunga e comunque limitata, con sofferenze senza limiti. Sarebbe un Dio ingiusto e prepotente, molto lontano dal Dio giusto della Rivelazione.

5. La chiarezza delle dichiarazioni bibliche sulla sorte degli ingiusti

Esistono numerose dichiarazioni formali nell’Antico e nel Nuovo Testamento sulle conseguenze del rifiuto dell’amore di Dio; esaminiamone alcune.

1 Timoteo 6:15,16: « … dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il quale solo possiede l’immortalità…» 1 Timoteo 6:15,16. Nessuno è naturalmente immortale; immortale lo si diventa per grazia alla risurrezione (1 Corinzi 15). I perduti saranno fuori dalla grazia.

Malachia 4:1-3: «Poiché, ecco, il giorno viene, ardente come una fornace; e tutti i superbi e chiunque opera empiamente saranno come stoppia; e il giorno che viene li divamperà, dice l’Eterno degli eserciti, e non lascerà loro né radice né ramo. Ma per voi che temete il mio nome si leverà il sole della giustizia, e la guarigione sarà nelle sue ali; e voi uscirete e salterete come vitelli di stalla. E calpesterete gli empi, perché saran come cenere sotto la pianta del vostri piedi, nel giorno ch’io preparo, dice l’Eterno degli eserciti».

Al di là del linguaggio condizionato dalla sensibilità del tempo, le conseguenze del giudizio sono quelle della Genesi: il ritorno alla polvere. Lo strumento della condanna finale, in Malachia come in tutti i profeti del Nuovo e dell’Antico Testamento, parrebbe essere il fuoco. Noi crediamo, con molte ragioni, che si tratti di un simbolo; il fuoco, essendo elemento distruttore e purificatore per eccellenza, era l’immagine più efficace per esprimere l’opera di radicale purificazione dal male in tutte le sue forme che Dio compirà alla fine dei tempi.

Notare inoltre in Malachia ciò che può essere rilevato in tutti i testi che parlano della salvezza o della condanna eterne: la realizzazione non è legata al momento della morte, ma al momento del giudizio avvenire. Sono eventi del futuro, mai del presente.

Salmo 37:10,20,38: «L’empio non sarà più; tu osserverai il suo luogo, ed egli non vi sarà più. Ma i mansueti e rederanno la terra… Ma gli empi periranno; e i nemici dell’Eterno come grasso d’agnelli, saranno consumati e andranno in fumo… I trasgressori saranno tutti quanti distrutti; la posterità degli empi sarà sterminata . ..».

Abdia 16:16: «Poiché il giorno dell’Eterno è vicino per tutte le nazioni… Saranno come non fossero mai state…».

Matteo 10:28: «Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna». La geenna era il luogo dove si bruciavano i rifiuti alla periferia di Gerusalemme. Gesù si riferisce al giudizio finale e rivela, al pari dei profeti, un tempo in cui l’essere intero non avrà più diritto all’esistenza e sarà interamente distrutto in tutte le sue espressioni.

Apocalisse 21:4,8: «E (Dio) asciugherà ogni lacrima dagli occhi loro, e la morte non sarà più; né ci saran più cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima sono passate… Ma quanto ai codardi, agli increduli, agli abominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli stregoni, agli idolatri e a tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda».

Notare in questo testo tre chiare indicazioni sul tema:

a. Si annuncia un tempo senza dolore e senza motivo di dolore. La morte non sarà più, né ci saranno grida di cordoglio. Questo tempo non potrebbe esistere contemporaneamente all’inferno in cui soffrirebbero amici, familiari, comunque degli esseri umani;

b. Uno stagno di fuoco e di zolfo come destinazione finale di chi, avendo rifiutato la redenzione, colpevolmente incarna il male sulla terra. Siamo nell’Apocalisse, libro denso di simboli dove Cristo è agnello, leone, cavaliere; dove Satana è serpente, dragone… Lo stagno di fuoco e zolfo è simbolo efficace di ciò che può eliminare totalmente il male, perché qualunque cosa si getti in uno stagno di fuoco si incenerisce e cessa d’esistere per sempre;

c. La morte seconda è la morte definitiva. La prima morte è quella naturale. La seconda è quella del giudizio (Apocalisse 20:6).

Matteo 13:40-43: «Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano col fuoco, così avverrà alla fine dell’età presente. Il Figliuol dell’uomo manderà i suoi angeli che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori d’iniquità, e li getteranno nella fornace del fuoco. Quivi sarà il pianto e lo stridor dei denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro…» .

Notare la frase: «Alla fine dell’età presente»: salvezza finale e perdizione finale si compiranno alla fine del mondo, non alla morte.

2 Tessalonicesi 1:7-10: «Il Signor Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Iddio, e di coloro che non ubbidiscono al Vangelo del nostro Signor Gesù. I quali saranno puniti di eterna distruzione, respinti dalla presenza del Signore…».

2 Pietro 3:7,10,13: «Mentre i cieli d’adesso e la terra, per la medesima Parola sono custoditi, essendo riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi… Ma il giorno del Signore verrà come un ladro; in esso i cieli passeranno stridendo, e gli elementi infiammati si dissolveranno, e la terra e le opere che sono in esse saranno arse. Ma secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia».

Notare come il tempo del giudizio sia sempre al futuro e come gli empi siano destinati non alla tortura eterna ma alla non vita, alla distruzione.

Conclusione

La dottrina dell’inferno è incompatibile con la natura etica di Dio, così come scaturisce dall’Evangelo e con la natura dell’uomo, secondo la Bibbia , con decine di dichiarazioni formali sulla sorte degli empi.

Com’è nata allora questa dottrina nell’ambito del Cristianesimo? E’ unanimamente riconosciuto da studiosi appartenenti a tutte le Confessioni, compresa la cattolica, che le più eminenti figure del Cristianesimo, tra il II e il V secolo (Origene su tutti), impregnate di cultura greca hanno lentamente fatto sempre di più una lettura greca della Bibbia, trasferendo ai suoi termini categorie a essa ignote. Il soggiorno dei morti è diventato il Tartaro greco; l’anima, dimensione dell’uomo, è divenuta un elemento. Parecchie categorie simboliche hanno assunto un valore letterale (12). L’esempio più classico è la lettura della parabola del ricco e Lazzaro, contenuta in Luca 16:19-31. Questa parabola è una storiella ebraica presente nella favolistica dell’epoca che Gesù racconta per trarne un insegnamento (13). Per secoli, invece, è stata utilizzata per descrivere l’inferno. Nessun teologo cattolico serio ne fa oggi quest’uso, ma ciò che è incredibile è la sopravvivenza nella dottrina cattolica, e spesso evangelica, di questo concetto pagano, indegno di Dio.

Note:
(1) Saint- Anselme, Entretiens Spirituels, pp. 39,63, Abbaye de Mared-sous 1924.
(2) Catechismo della Chiesa Cattolica, par. 1035, Edizione Vaticana, Roma 1992.
(3) Yves Congar, La mia parrocchia vasto mondo, pp. 111,113,119,122, Ediz. Paoline, Alba 1963.
(4) Robert Ingersoli, cit. da Tim Crosby, Segni dei Tempi, p. 6, gennaio 1988.
(5) Vedere, La Buona Notizia , pp. 69-77, Ed. A.d.V., Falciani 1994; Verso la libertà, pp. 61-70, Ediz. A.d.V., Falciani 1991.
(6) Eccelesiaste 9:10.
(7) Genesi 2:17; 3:19.
(8) Luca 15:13-15.
(9) Romani 6:23.
(10) 1 Giovanni 4:16.
(11) Tito 2:11-13.
(12) Ci permettiamo di pubblicare in questa nota una lunga citazione di due articoli di Tim Crosby, studioso avventista, sui testi utilizzati per sostenere l’inferno. Essi sono apparsi sul Messaggero Avventista, edito dall’A.d.V. di Firenze, nei mesi di gennaio e febbraio 1988:
«Gli scrittori di ogni lingua usano spesso delle immagini o dei modi di dire che, sono sicuro, i lettori non prenderanno certo alla lettera! Per esempio, in italiano usiamo l’espressione “tagliare la corda” che non ha niente a che fare con una corda letterale, ma vuol dire tutt’altra cosa. Oppure, diciamo “darsi la zappa sui piedi”, anche se questo non c’entra proprio con la zappa dei contadini. Ci sono centinaia di espressioni idiomatiche come queste, e alcune sono reperibili anche nella Bibbia. Per esempio in ebraico, come in italiano, “mangiare la polvere” significa essere umiliato da qualcuno (“Ti farò mangiare la polvere!”) e questa espressione la troviamo usata in Genesi 3:14 dove Dio dice che il serpente “mangerà la polvere” per tutta la vita, anche se, è ovvio, i serpenti non si nutrono di polvere letteralmente! Sarebbe sbagliato interpretare la frase “mangiare la polvere” in modo letterale. Sfortunatamente, molti fanno un errore simile quando interpretano i testi biblici che parlano della punizione dei malvagi. Per capirci meglio, i termini ebraici e greci equivalenti alle parole italiane “eterno”, “in perpetuo”, “nei secoli dei secoli”, non implicano sempre qualcosa che non ha mai fine. Molti testi del Nuovo Testamento parlano del “fuoco eterno”.
“Allora (Cristo) dirà anche a coloro della sinistra: Andate via da me, maledetti nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli… e questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna” Matteo 25:41,46 (vedere anche 18:8). La parola greca tradotta “eterno” spesso veicola l’idea di una durata senza fine; ma a volte questa parola si riferisce non al processo, ma al risultato; ed è qualitativa, non quantitativa nel significato. Per esempio, “salvezza eterna” (Ebrei 5:9) non significa che Cristo continuerà in eterno a dover salvare qualcuno; “giudizio eterno” (Ebrei 6:2) non significa un giudizio che non finisce mai; il processo dell’azione fi nisce, ma il risultato rimane in eterno! Il termine “peccato eterno” (Marco 3:29) non designa un peccato che non si arresta mai, ma piuttosto un peccato con conseguenze eterne. Allo stesso modo “punizione eterna” (Matteo 25:46) non significa una punizione che dura in eterno, come “distruzione eterna” (2 Tessalonicesi 1: 9) non significa una distruzione senza fine. Non è l’atto, ma il risultato che è senza fine. E’ vero, come viene sostenuto da coloro che credono nell’inferno, che la “punizione eterna” di Matteo 25:46 dovrebbe durare come la “vita eterna” menzionata nello stesso passo; ma questo è vero per ciò che concerne i risultati, non il processo dell’azione, i malvagi saranno “morti”, per tutto il tempo che i giusti saranno vivi.
L’espressione “fuoco eterno” dovrebbe essere interpretata nella stessa maniera. Non significa un fuoco che brucia eternamente, ma un fuoco in cui i risultati sono eterni; questo è chiaramente dimostrato dal modo in cui l’espressione viene utilizzata nella lettera di Giuda. Secondo Giuda 7, Sodoma e Gomorra furono bruciate con un “fuoco eterno”; nel passo parallelo di 2 Pietro 2:6, si dice che il fuoco ridusse quella città “in cenere” e questo viene presentato come esempio di ciò che succederà ai malvagi. Naturalmente il fuoco a Sodoma non sta bruciando ora; il fuoco era eterno perché i risultati sono eterni, non perché non ha mai smesso di bruciare. Questi due passi implicano che il fuoco eterno che brucerà i malvagi li ridurrà in cenere e quindi cesserà. Un’altra espressione equivocata è “fuoco inestinguibile” (Matteo 3:12; Marco 9:43 ss.); essa non indica un fuoco che brucia continuamente senza mai spegnersi! In Geremia 7:20, Dio minaccia di versare la sua ira su Gerusalemme:”…essa consumerà ogni cosa e non si estinguerà”. Secondo 2 Cronache 36:19,21 questa profezia fu adempiuta quando i babilonesi “incendiarono la casa di Dio”, il fuoco ridusse in cenere le porte di Gerusalemme (Nehemia 2:3) e poi naturalmente, si spense. “Fuoco inestinguibile”, quindi, significa “fuoco che non si può spegnere”, finché non si estingue da solo quando non ha più niente da bruciare. Non significa certo “fuoco che brucia in eterno”!
«L’idea comune che l’inferno sia un posto, forse da qualche parte sotto la superficie della terra, dove i morti ora sono torturati tra le fiamme, trova appoggio, spesso, in un brano della Scrittura: la parabola dell’uomo ricco e Lazzaro (Luca 16:19-31); questa si trova in un gruppo di parabole che trattano dell’uso del denaro, situate nel capitoli 15 e 16 di Luca. Il fatto che questa storia non sia esplicitamente chiamata “parabola” non è rilevante, perché soltanto la prima delle cinque parabole di questo gruppo è chiaramente designata in questo modo (Luca 15:3). Non si può basare una credenza teologica su alcuni dettagli incidentali di una parabola. Per esempio, quella degli alberi che parlano (Giudici 9:8-15) non vuole insegnarci certamente che gli alberi possono parlare e anche se, nella parabola del fattore infedele che è narrata in Luca 16, “il padrone lodò il fattore infedele” (Luca 16:8), noi non ne deduciamo sicuramente che i cristiani debbano essere infedeli e disonesti.
Gli elementi essenziali della storia del ricco e Lazzaro erano già presenti nella religiosità popolare giudaica al tempo di Cristo; infatti, essi si possono trovare nella letteratura giudaica contemporanea. Cristo ha semplicemente preso a prestito questa storia per mostrare come l’uso del denaro influisca sul nostro destino; il soggetto del suo insegnamento non era la situazione dei dannati ma l’economato cristiano. Espressioni bibliche come “nel cuore della terra” (Matteo 12: 40) e “nelle parti più basse della terra” (Efesini 4: 9), che indicano il luogo dove Gesù è andato dopo la crocifissione, sono semplicemente un riferimento alla tomba e non a qualche punto nelle profondità del globo terrestre.
Un’espressione simile è usata in Giona 2:3, in cui il protagonista, nel ventre del pesce, afferma di essere “nelle viscere del soggiorno dei morti”. Che dire di Apocalisse 14:10,11, che descrive la punizione dei malvagi in termini molto concreti? “Sarà tormentato con fuoco e con zolfo nel cospetto dei santi angeli e nel cospetto dell’Agnello. E il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli; e non hanno requie né giorno né notte quelli che adorano la bestia e la sua immagine e chiunque prende il marchio del suo nome”. Sembra proprio che la Bibbia qui insegni chiaramente la dottrina delle “pene eterne” per i malvagi! Notiamo prima di tutto che l’immagine del fuoco e dello zolfo, come pure quella del fumo che sale, è ripresa dal racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra (Genesi 19:24-28); il fuoco e lo zolfo sono, fin dall’inizio, i due mezzi di cui Dio si serve per distruggere gli empi (vedere Salmo 11:6; Ezechiele 38:22). Naturalmente, fuoco e zolfo bruciano solo fintanto che non hanno distrutto tutto, come è dimostrato chiaramente dal racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra e dal testo di Malachia 4:1, tra gli altri! Va anche rilevato che, nelle lingue bibliche, l’espressione “nei secoli dei secoli” e le equivalenti “in perpetuo”, “per sempre” significano, quando sono attribuite all’uomo e al suo ambiente, “per un certo tempo”, “per un tempo definito”. Ad esempio, in 1 Re 8:12,13 Salomone afferma di aver costruito una casa per l’Eterno, “un luogo dove tu dimorerai in perpetuo”; è ovvio che ciò si riferisce al periodo in cui il tempio è esistito! In 2 Re 5:27 troviamo: “La lebbra di Naham si attaccherà perciò a te e alla tua progenie in perpetuo”, anche se dal versetto 27 si vede che la profezia si riferisce solo alla durata della vita di Gehazi. In 1 Samuele 1:22, Anna dice che porterà Samuele al tempio “perché sia presentato dinanzi all’Eterno e quivi rimanga per sempre”; ma al versetto 28 vediamo che “per sempre” equivale a “finché gli durerà la vita” (vedere un altro esempio in Esodo 21:6). In Geremia 17:4, Dio minaccia Israele con le parole: “Avete acceso il fuoco della mia ira, ed esso arderà in perpetuo”, ma in 23:20, viene detto che l’espressione equivale a “finché non abbia eseguito, compiuto i disegni del suo cuore”! (vedere anche Ezechiele 5:13). Il testo di Apocalisse 14:11 dice anche che “non hanno requie né giorno né notte” coloro che sono puniti! Il libro di Isaia ci fornisce la chiave per comprendere appieno questo versetto. Le parole di Giovanni riflettono, infatti, la profezia di Isaia nel destino di Edom: “I torrenti d’Edom saranno mutati in pece, e la sua polvere in zolfo, e la sua terra diventerà pece ardente. Non si spegnerà né notte né giorno, il fumo ne salirà in perpetuo; d’età in età rimarrà deserta, nessuno vi passerà mai più” Isaia 34:9,10; Isaia 34:5; 35:10 descrive prima la distruzione con il fuoco e poi la restaurazione di Edom. Sebbene Isaia 34:10 sembri implicare che il fuoco di Edom brucerà per sempre, i versetti seguenti indicano che vi cresceranno “le spine, le ortiche e i cardi” e che “diventerà una dimora di sciacalli, un chiuso per gli struzzi” (34:13)! E’ ovvio che il fuoco dovrà spegnersi dopo che avrà completato la sua opera distruttrice, ma c’è di più! Il versetto 10 dice che “d’età in età rimarrà deserta, nessuno vi passerà mai più” e il versetto 17 dice che alcune bestie “avranno il possesso in perpetuo” del paese, e quindi che Edom non sarà mai più abitata da esseri umani. Tuttavia, il capitolo seguente (Isaia 35) descrive la restaurazione di questa stessa terra, e il momento in cui viene ripopolata dai giusti! Le condizioni saranno così cambiate che il luogo che serviva come “dimora di sciacalli” (34:13) diventerà un “luogo da canne e da giunchi” (35:7 – vedere anche il versetto 9). Infine, il testo di Apocalisse 14:11 non può descrivere una pena che non ha fi ne anche perché nello stesso libro (19:21) viene detto che coloro che hanno il marchio della bestia saranno distrutti (“uccisi con la spada”) durante la battaglia di Armaghedon. E’ chiaro, quindi, che le espressioni di Apocalisse 14:10,11 sono da interpretarsi in senso simbolico, come tutto il resto del libro.
« “Dove il verme loro non muore”. Isaia 66:24 usa ancora una volta un linguaggio simbolico per descrivere la distruzione dei malvagi. Al di fuori delle mura di Gerusalemme c’era una valle che veniva usata anticamente come scarico dei rifiuti e anche delle carcasse dei condannati a morte. In questa valle i vermi che si nutrivano delle carni delle carcasse abbandonate sembravano sempre presenti e il fuoco che bruciava l’immondizia sembrava sempre acceso. Questa valle, chiamata “Valle di Hinnon ” divenne un simbolo della sorte dei malvagi. In greco il suo nome fu traslitterato con “Gehenna”. I “vermi” a cui Isaia fa riferimento sono i vermi letterali che si nutrono delle carni dei cadaveri ( v edere Giobbe 17:14; 21:26; 24:19,20; Isaia 14:11). Come il fuoco “inestinguibile”, i vermi non muoiono fino a che non hanno portato a termine il loro compito. Poco prima, nello stesso capitolo, Isaia aveva descritto la stessa scena con questi termini: “Poiché ecco l’Eterno verrà nel fuoco… poiché l’Eterno eserciterà il suo giudizio col fuoco e con la sua spada, contro ogni carne; e gli uccisi dell’Eterno saranno molti. Quelli che si santificano e si purificano per andare nei giardini dietro all’idolo ch’è quivi in mezzo… saranno tutti consumati, dice l’Eterno” Isaia 66:15-17. Perciò, visto che il testo di Isaia 66: 24 è ancora una volta simbolo di una distruzione completa, è tendenziosamente errata la traduzione di Marco 9: 48 nella versione Interconfessionale denominata TILC: “Ed essere gettato all’inferno, dove si soffre sempre e il fuoco non finisce mai”».
(13) Cfr. I.H. Marshall, Commentary on Luke, Grand Rapids , Michigan 1978, p.633.

* Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno.

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