Il cuore si cura con l’amore

48ca092cb2d1c_bigL’amore aiuta il cuore. Ma da quando questo sentimento è considerato dalla scienza? Non erano solo i farmaci o le terapie strumentali «oggettive» l’unico ambito in cui la medicina sapeva muoversi? Così non è, considerando quello che sta succedendo nel mondo della ricerca in questi ultimi anni. Un mondo che si è dovuto aprire ai contributi di varie discipline, dalla neurologia all’immunologia, che sono arrivate ormai a dimostrare che i sentimenti possono essere risorse od ostacoli per migliorare la salute, prevenire le malattie o contribuire a guarirle.

Di Ennio Battista Direttore Vita & Salute

Cuore salva cuore

(sintesi tratta da L’Espresso, n. 9 febbraio 2006)

Tra le malattie cardiache e le emozioni esiste un collegamento. Lo afferma la psico-cardiologia, una nuova scienza che studia le connessioni tra le emozioni e il sistema cardiovascolare. Il tema è stato trattato in un articolo di Anne Underwood pubblicato su L’espresso del 9 febbraio scorso. «Sempre più osservazioni paiono proprio indicare che alcuni stati emotivi cronici, come lo stress, l’ansia, la rabbia e la depressione, facciano molte più vittime di quanto comunemente si creda».
«Il rischio associato ai fattori psicologici e sociali è quasi altrettanto alto di quello dell’obesità, del fumo e dell’ipertensione, i tipici segni clinici delle malattie cardiovascolari».
Da una ricerca condotta da Debra Moser, docente di tecniche infermieristiche all’Università del Kentucky a Lexington, si evince che l’atteggiamento tenuto dai pazienti influisce direttamente sull’evoluzione della loro malattia. Gli infartuati con alti livelli di ansia infatti sono i più esposti a complicazioni. La depressione, poi, mentre in persone sane raddoppia il rischio di un attacco cardiaco, in chi ha già subito un infarto in passato arriva a quadruplicare o perfino quintuplicare il pericolo di averne un secondo.
I fattori stressanti hanno così un forte impatto sul nostro organismo anche perché condizionano il nostro comportamento e quindi il nostro stile di vita. È infatti «poco probabile che le persone depresse o colleriche seguano un regime dietetico o facciano esercizio fisico»; in più «le emozioni negative attivano il rilascio di ormoni, come il cortisolo o l’adrenalina, che aumentano la pressione sanguigna e i livelli di glucosio nel sangue che, nel lungo periodo, danneggiano i vasi sanguigni».
Se da una parte le emozioni negative o stressanti contribuiscono alle malattie cardiache, dall’altra sembra che le emozioni positive, come l’amicizia, la solidarietà, l’amore, rappresentino una via per la cura e la prevenzione. Dean Ornish, docente di medicina clinica all’università della California di San Francisco, afferma che «L’amore protegge il cuore con modalità che noi non comprendiamo fino in fondo. Per guarire, il primo passo da fare è prendere coscienza della correlazione precisa che esiste tra il modo in cui viviamo e quanto a lungo vivremo. A quel punto diventa più facile fare scelte diverse. Invece di considerare un lusso il tempo che trascorriamo con amici e familiari, potremmo arrivare a capire che questo tipo di relazione è tra i più potenti e determinanti fattori in grado di incidere sul nostro benessere e sulla nostra sopravvivenza. Noi siamo fatti per aiutarci reciprocamente. La scienza sta attualmente documentando il valore e l’effetto terapeutico dell’amore, dell’amicizia intima, del far parte di una comunità, della compassione, del perdono, dell’altruismo, dello spirito di servizio».

Una vita emozionante

(tratto dal dossier pubblicato su Vita & Salute n. di aprile 2004) di Massimo Ilari

Coltivare affetti, buone relazioni con gli altri e la dimensione spirituale risultano formidabili medicine per il nostro cuore.

Oltre ai classici fattori che si prendono in esame nella genesi delle malattie di cuore (ipertensione, fumo, alimentazione, ecc), ce ne sono altri, definiti psicosociali, che hanno un grande rilievo nel favorire lo sviluppo di malattie a livello cardiaco e che solo da qualche tempo cominciano ad essere presi in seria considerazione. In parole povere, a decidere se ci ammaleremo di cuore o meno lo stabilisce anche il contesto sociale in cui viviamo, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, il tipo di rapporto che abbiamo con il vicino di casa, l’amico, il compagno, il collega di ufficio. Insomma, un ruolo fondamentale lo svolge la nostra visione della vita. Ciascuno di noi si trova inserito in una «rete sociale» che è composta da tutte le persone che frequenta ogni giorno e il supporto emozionale che questa rete fornisce è molto variabile da persona a persona.
Un fatto è comunque certo: chi si trova inserito in una rete sociale limitata rischia di sviluppare problemi a livello cardiaco di 2-3 volte in più rispetto a quanti riescono a garantirsi un buon rapporto emozionale. Avere l’opportunità di confidarsi con una persona vicina, allunga l’aspettativa di vita. Del resto le emozioni sono una risposta dell’organismo agli stimoli ambientali. «Il termine emozione deriva dal latino “ex-moveo”», che vuol dire muovere, uscire, sgorgare. Dunque, l’etimologia della parola richiama un movimento “dentro”» che va verso “fuori”», afferma con forza il dottor Oliviero Facchinetti, psicologo e psicoterapeuta (www.facchinetti.net).

L’isolamento

Altri approfodimenti hanno evidenziato che la solitudine aumenterebbe i rischi cardaci. La risposta? Adottare un atteggiamento benevolo e di apertura nei riguardi del prossimo abbassa notevolmente il rischio di sviluppare disturbi a livello cardiaco.
E lo stress? È certamente un nemico del cuore. Una certa dose di tensione, si sa, è persino necessaria, però occorre un giusto equilibrio tra stimolo e pause di riposo fisico-mentale, altrimenti la situazione diviene insostenibile. Insomma, di fronte a una situazione generica di pericolo, il corpo umano cerca di adattarsi: troppi assilli, richiami e avvenimenti, lo mettono in allarme. A questo punto entrano in azione le ghiandole surrenali, aumentando la secrezione dell’adrenalina e del cortisone, ormoni che rafforzano le difese dell’organismo ma che non sempre reggono a questo loro compito supplementare, determinando un indebolimento del sistema immunitario. La calma e il benessere sono indispensabili all’essere umano e influenzano anche i suoi meccanismi ormonali. Se una persona è stanca e nervosa gli ormoni dello stress hanno un’influenza negativa sull’utilizzazione dei nutrienti.
Prendiamo come esempio i carboidrati: produrranno grassi o energia secondo lo stato d’animo. In pratica, sotto stress viene inibita la sintesi di acidi grassi che non si insaturano, divenendo pericolosi. Infatti, i radicali liberi, da soli, non bastano a spiegare i processi di malattia e invecchiamento. Un esempio sono le persone obese che, pur avendo un efficace meccanismo di controllo sui radicali liberi, sono più soggetti alle malattie rispetto alle persone magre.

Solidarietà e fede

Ma il vero segreto è coltivare due possibilità: il sostegno sociale e la dimensione spirituale. Thomas Oxman, dell’università del Texas ha studiato la relazione che c’è tra sostegno sociale e religione, da una parte, e la mortalità a sei mesi di distanza da un intervento chirurgico a cuore aperto, dall’altra. Nelle sue indagini ha chiesto se la persona frequentava regolarmente un gruppo sociale organizzato e traeva forza e conforto dalla fede religiosa o dal suo credo spirituale. I suoi risultati, confermati anche da altre ricerche simili, hanno dimostrato in sintesi che:

  1. Chi non frequentava un gruppo aveva un rischio quattro volte superiore di morire sei mesi dopo l’intervento.
  2. Chi non traeva forza e conforto dalla propria esperienza di fede aveva un rischio tre volte superiore.
  3. Per chi non aveva né il primo né il secondo, il rischio diventava di sette volte superiore.

Ciò significa che vivere una vita di gruppo regolarmente, con un’esperienza di fede che produce forza e conforto, aumenta il nostro stato di salute psicofisico.
L’ipotesi è che la pace interiore sperimentata all’interno delle comunità religiose possa diminuire la produzione di ormoni dello stress, che a sua volta calma il sistema nervoso autonomo, diminuendo il battito cardiaco, la pressione vascolare e la pericolosa coagulazione delle piastrine. In più la possibilità di alleviare lo stress come conseguenza della pratica religiosa, sembra avere come effetto indiretto la diminuzione dello stimolo a ricercare tabacco e alcol come strumenti di conforto psicologico.

Ringraziamo Vita & Salute per l’offerta di alcuni articoli tratti dal suo archivio.

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