La vita più avanti

– L’assistenza sanitaria per gli anziani
– Come migliorare la qualità dell’esistenza
– L’alimentazione ideale

shutterstock_23529820di Paola Emilia Cicerone

Gli anziani sono un esercito: un esercito di individui, in maggioranza donne, uniti dal fatto di stare affrontando la seconda metà della vita. È la prima volta nella storia dell’umanità che le persone in età rappresentano una fetta così cospicua della popolazione.
E siamo solo agli inizi: secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 il numero delle persone anziane che vivono sul nostro pianeta supererà quello dei giovani, con effetti dirompenti sul futuro socioeconomico dell’umanità. Già oggi appare evidente che il fenomeno riguarderà soprattutto i paesi industrializzati, in testa il Vecchio – di nome e di fatto – continente, e al suo interno l’Italia, che gode del discutibile primato di essere il paese più vecchio d’Europa.
Nel corso dell’ultimo secolo, infatti, la speranza di vita nel nostro paese è raddoppiata, attestandosi intorno ai 76 anni per gli uomini e agli 82 per le donne. In base all’ultimo censimento della popolazione, gli ultrasessantacinquenni (considerati dalle statistiche quali popolazione anziana) sono passati dal 15,3 per cento della popolazione totale nel 1991 al 18,7 per cento del 2001, e si pensa che nel 2020 possano raggiungere e superare il 23 per cento, mentre gli ultrasettantacinquenni sono passati dal 6,7 per cento del 1991 all’8,4 per cento, e gli ultracentenari sono quasi raddoppiati. «Anche se oggi è difficile definire anziano un sessantacinquenne energico e attivo: la terza età si sta spostando, anche dal punto di vista medico, dai 70/75 anni in poi», sottolinea Marco Fasolino, responsabile di terza età.com, un sito dedicato ai problemi degli anziani.

A casa è meglio

Si tratta di dati positivi in sé, ma che preoccupano, nell’attuale situazione di denatalità, per la necessità di garantire un sostegno a quote sempre più elevate di popolazione. E mentre a livello politico si discute sul futuro delle pensioni, al momento le carenze riguardano soprattutto l’assistenza. In particolare quella domiciliare. «Che in una società con molti anziani diventa strategica almeno per tre motivi: garantisce sorveglianza e aiuto a persone rese fragili dall’età; aiuta a vincere l’isolamento che è uno dei drammi della vecchiaia; consente risparmi sensibilissimi al sistema. In Italia si preferisce di gran lunga ricoverare gli anziani in ospedale, ma un solo giorno di degenza costa oltre 500 euro, mentre con l’assistenza a domicilio non si superano i 50», spiega Roberto Bernabei, responsabile di una ricerca sull’assistenza domiciliare in Europa condotta dall’università Sacro Cuore di Roma per conto della Commissione Europea. Quest’ultima attribuisce all’Italia la maglia nera: il nostro sistema sanitario riesce ad assistere a domicilio meno dell’1 per cento degli over 65, per l’esattezza lo 0,9, contro l’8 per cento e oltre della Germania, il 10 per cento dell’Inghilterra e l’oltre 20 per cento dei paesi scandinavi.
«Una volta la maggioranza degli anziani rimaneva in casa, assistita dai familiari, oggi questo non è più possibile ma non ci sono strutture sufficienti a fare fronte alle nuove esigenze», spiega Fasolino. In più manca personale adeguato a questo tipo di assistenza.
E se parliamo di prevenzione le cose non vanno molto meglio: secondo un sondaggio realizzato da Ageing Society, il 78 per cento degli anziani intervistati non è stato mai visitato a casa dal medico curante nel corso dell’ultimo anno, mentre il 50 per cento dichiara che il proprio medico non si è mai preoccupato di informarsi sulla sua alimentazione e il 72,2 per cento non è stato invitato a svolgere attività fisica.
Risultato, per molti anziani, purché abbiano soldi per pagarsi la retta, la soluzione migliore è quella della casa di riposo.

Con le badanti

Un fenomeno crescente è il ricorso alle badanti straniere: secondo un sondaggio realizzato dalla Swg, il 70 per cento degli intervistati si dichiara favorevole alla badante e il 54 per cento la considera «una compagnia rassicurante». C’è un 16 per cento, però, che la ritiene il sintomo di una società dove «non c’è più posto per gli anziani», e un 13 per cento che afferma esplicitamente che si tratta di una scappatoia per i figli che non vogliono occuparsi dei genitori, mentre un ulteriore 16 per cento dichiara che anche in caso di necessità non accetterebbe mai un’estranea in casa.
Ma quello dell’assistenza non è l’unico problema che assilla gli anziani. Secondo un sondaggio su oltre 11 mila europei realizzato dall’azienda farmaceutica Pfizer nell’ambito del programma Healthy Ageing, gli altri elementi necessari per invecchiare bene sono soprattutto una buona qualità dell’aria e dell’ambiente urbano e la garanzia della sicurezza, soprattutto all’interno delle abitazioni. Su questo, giovani e anziani si ritrovano d’accordo, e da questo punto di vista, sempre secondo il sondaggio Pfizer, la città italiana dove si vive meglio è Bologna, mentre Roma si trova al quindicesimo posto e le città del meridione – Bari, Palermo e Napoli – chiudono la classifica.
Dall’indagine emerge anche che si vive meglio, soprattutto al centro nord, nelle aree rurali e nei piccoli centri piuttosto che nelle grandi città. A fare la differenza è la migliore qualità dei servizi e soprattutto del supporto comunitario e sociale, insomma degli strumenti più efficaci per combattere la solitudine che resta la principale nemica degli anziani. Per cui la vita di relazione – si tratti di frequentare parenti o amici, oppure di riunirsi in associazioni – è una garanzia fondamentale di benessere.
«La solitudine colpisce soprattutto le persone sole, come i vedovi, che magari hanno figli in altre città, e spesso si porta dietro trascuratezza, depressione, malnutrizione», ricorda Fasolino. Si spiega probabilmente così il successo delle Università della terza età che stanno proliferando un po’ in tutta Italia: «A Torino, dove si è aperta 28 anni fa la prima Unitre – Università delle tre età della vita, come abbiamo scelto di chiamarla, proprio per sottolineare che puntiamo sul dialogo tra generazioni – abbiamo più di 5.000 iscritti, oltre a 500 volontari che contribuiscono all’organizzazione delle attività», spiega Ida Maria Re, presidente dell’Associazione nazionale delle università della terza età, che associa oltre 200 sedi distribuite su tutto il territorio nazionale.
Accanto a corsi di discipline più disparate, dalla sessuologia alle arti, alla letteratura, ma anche all’informatica o alle attività creative e manuali, infatti, ci sono iniziative di solidarietà e assistenza a malati e bambini, o di volontariato culturale nei musei.
«La maggior parte dei nostri iscritti ha 45-50 anni, ma specialmente a nord c’è anche un nutrito gruppo di studenti sui 65-70 anni, e qualche veterano che ha superato abbondantemente i 90», prosegue la presidente.
La formula? «Educare i più giovani a diventare anziani, mantenere la mente allenata, soprattutto combattere l’ansia e la depressione, lo choc da pensionamento e la “sindrome del nido vuoto” che colpisce tante mamme quando i figli vanno via di casa», spiega Re. «Spesso ci si aspetta molto dall’età della pensione, che invece in molti casi può coincidere con un declino psicofisico», precisa Adriano Pagnin, docente di psicologia dello sviluppo all’università di Pavia. «Dopo i 65 anni le strutture cognitive tendono a deteriorarsi, e tenerle in allenamento con corsi e attività intellettuali può essere molto utile». «Ho visto persone che arrivavano dimesse e intimidite alle prime lezioni, e ora si presentano allegre e pimpanti: i corsi diventano una grande famiglia che aiuta anche i più anziani ad affrontare progetti impegnativi come un viaggio. E ci sono figli che hanno iscritto i genitori, e ora vengono loro stessi a frequentare i corsi», conclude soddisfatta Ida Re: «La frase che sento ripetere più spesso ai miei studenti è «ci avete ridato la vita».
È un primo passo, sulla lunga strada da percorrere per adeguare la società alle nuove esigenze che stanno emergendo: «Oggi si può cominciare a pensare a una società a misura di anziano, progettando per esempio automobili più alte in cui si possa entrare senza chinarsi, oppure case con pareti mobili che si adattino alle mutate esigenze della famiglia», ricorda Sally Greengross, presidente del Centro internazionale per la longevità del Regno Unito.
Qualcosa del genere si sta facendo proprio in Toscana, a Peccioli (Pisa) dove in collaborazione con la Scuola Superiore S. Anna di Pisa è nato il progetto «Peccioli per gli anziani»: le nuove tecnologie e soprattutto la domotica – l’elettronica utilizzata per rendere più accessibili e fruibili le abitazioni – sono state sfruttate per realizzare un centro servizi per l’animazione, il monitoraggio e l’assistenza domiciliare per gli anziani non autosufficienti e una residenza sperimentale per gli anziani che hanno bisogno di particolari cure. Mentre alla casa di riposo «San Francesco» di Nova Milanese, in Lombardia, è stato realizzato dalla società di servizi informatici Doing, in collaborazione con la facoltà di ingegneria dell’università di Brescia, un progetto che sfrutta le tecnologie informatiche per migliorare la qualità della vita, permettendo agli ospiti della struttura di comunicare con i propri parenti a casa attraverso un apposito portale dotato di un sistema audio-video, mentre un sistema di monitoraggio 24 ore su 24 fornisce informazioni sugli spostamenti all’interno della struttura e raccoglie informazioni su parametri vitali come il battito cardiaco.

Consumatori interessanti

Sono solo i primi passi, su un percorso che si annuncia impegnativo. La novità è che le aziende stanno cominciando a interessarsi degli anziani come potenziali consumatori: lo dimostra un’ampia indagine sulla qualità della vita degli anziani appena avviata dal Cirte – Centro interdisciplinare ricerca terza età- di Pavia con il sostegno del Gruppo Finiper (22 ipermercati in 7 regioni italiane), proprio per capire meglio le esigenze di clienti considerati sempre più interessanti dai centri commerciali in cui molti anziani vengono per fare acquisti ma anche per trascorrere il tempo libero in un ambiente giudicato «familiare» e sicuro.
«Oggi si parla spesso di anziani istituzionalizzati, mentre si tende a dimenticare le esigenze degli ultrasessantacinquenni autonomi e autosufficienti», spiega Barbara Magnani, del servizio di statistica delle IIAARR di Pavia. «Siamo di fronte a un cambiamento che interessa la società nel suo insieme», conclude Marco Fasolino, «le istituzioni dovranno attrezzarsi per affrontare le nuove esigenze che stanno emergendo. Ma anche i singoli individui devono tenerne conto per cercare di arrivare a un’età matura in buona salute e provvisti di risorse sufficienti per vivere dignitosamente».

Sì alla dieta «viva»

Meglio poco, ma buono: una regola alimentare che vale per tutti, ma diventa ancor più vera quando gli anni avanzano e il fabbisogno calorico diminuisce, mentre diventa fondamentale arricchire la dieta con vitamine, minerali, antiossidanti e tutte le sostanze necessarie a rallentare per quanto possibile l’invecchiamento. Un no deciso dunque a una dieta «morta», da vecchietti, fatta di carboidrati raffinati, zuccheri e alimenti troppo cotti. Sì a un’alimentazione ricca, variata, stuzzicante che aiuti a prevenire quelle carenze nutrizionali che a una certa età possono diventare un nemico temibile.
Attenzione dunque al fabbisogno calorico, che oltre i 40 comincia gradualmente a diminuire: dai 60 ai 70 anni il calo è del 10 per cento, e un’altra riduzione del 10 per cento avviene dopo i 70 anni. Ma l’apporto nutrizionale deve rimanere equilibrato: farinacei come pane, pasta o riso, cereali, più ortaggi e frutta restano alla base dell’alimentazione, da integrare con dosi modeste di alimenti proteici – legumi, latticini, uova oppure carne o pesce – e di grassi, preferibilmente sotto forma di olio extravergine di oliva da consumare crudo.
Decine di studi dimostrano che l’alimentazione vegetariana è già in sé una dieta di lunga vita: sì allora alle verdure, soprattutto quelle a foglia verde scura come cavoli, broccoli o spinaci che riducono il rischio di tumori all’apparato digerente – ma anche altri disturbi come la degenerazione maculare che è il principale nemico della vista in età matura – e ai cibi ricchi di fibre che aiutano l’intestino. Da limitare invece il consumo di grassi animali e di sale che può contribuire all’ipertensione: meglio abituarsi a insaporire i cibi con erbe aromatiche e spezie che stimolano l’appetito e favoriscono la digestione. Un po’ di fantasia in cucina può aiutare a combattere la monotonia e, se necessario, a modificare le ricette – dando spazio a spremute e passati – per supplire a eventuali difficoltà di masticazione.
Per digerire bene è meglio frammentare i pasti, facendo colazione al mattino e spezzando la giornata con un paio di spuntini, mentre con il passare degli anni è bene che la cena sia più leggera per non disturbare il riposo notturno. Importante poi bere molto, anche quando non si avverte la sete, per preservare il buon funzionamento di reni e intestino: acqua, tisane e spremute faranno la parte del leone.

La scoperta del gene dell’invecchiamento

Un popolo di Matusalemmi?

Sarà un gene a salvarci dall’invecchiamento? Le speranze si appuntano sul P66, già ribattezzato con entusiasmi forse prematuri il gene dell’invecchiamento. Una scoperta comunque importante, e tutta italiana: sono stati i ricercatori dell’Istituto europeo di oncologia guidati da Pier Giuseppe Pelicci a pubblicare a fine 1999, sulla rivista Nature, uno studio in cui si dimostra che i topi privati del gene che produce le sostanze ossidanti che fanno invecchiare la cellula, appunto il P66 (così definito perché la proteina che esso codifica pesa 66 Kilo-Dalton, un’unità che corrisponde a 1.000 protoni di idrogeno) vivevano fino al 35 per cento in più dei loro simili. E a fine 2003 è nata una società, la Genextra, che dovrebbe sfruttare le possibili ricadute farmacologiche della scoperta.
Ce n’è abbastanza da ipotizzare manipolazioni genetiche in grado di trasformarci in un popolo di Matusalemmi. Ma la realtà è più complessa. «È indispensabile intanto capire cosa si intende per durata della vita», spiega Marco Giorgio, uno dei ricercatori del team di Pelicci. Esiste infatti una durata della vita media, influenzata da vari fattori genetici e ambientali, e sensibilmente aumentata nel corso dell’ultimo secolo, almeno nei paesi occidentali, grazie al miglioramento delle condizioni di vita. E una durata massima, fissata a 122 anni circa, perché questa era l’età dell’uomo più anziano di cui si abbia notizia certa. «Ora, quest’ultima è una caratteristica genetica della nostra specie: allo stato attuale delle conoscenze, pensare di modificarla è una fantasticheria futuristica», precisa Giorgio. Quello che può fare il gene P66 è offrire a un numero crescente di individui la possibilità di raggiungere in buona salute questo impegnativo traguardo.
La sua importanza sta soprattutto nel fatto che per la prima volta si è riusciti a isolare, in un mammifero, un gene che influenza direttamente il processo di invecchiamento, finora considerato multifattoriale, e dunque composto da vari fattori ambientali e genetici. «Abbiamo fatto un importante passo avanti nella conoscenza dei fattori genetici», spiega Giorgio. Più di uno, in realtà, visto che al P66 si è già aggiunto, grazie ai ricercatori italiani, un altro gene coinvolto nel processo di invecchiamento, l’Igf 1 o Insulin like growth factor 1. Una scoperta che aggiunge un tassello al complicato puzzle: «Sappiamo già che P66 e Igf 1 interagiscono tra loro, e con il tempo è probabile che emergano altri tre o quattro geni coinvolti nel processo di invecchiamento», prosegue il ricercatore.
Con quali ricadute sulla nostra salute? «Non puntiamo a un intervento genetico sull’intera popolazione: nessuna delle ricerche fatte finora ci fa pensare che sarebbe possibile, o anche auspicabile», spiega Giorgio. Gli esperimenti sugli animali mostrano però che intervenendo sul gene P66 si possono curare disturbi che contribuiscono ad accorciarci la vita, come l’aterosclerosi: si è visto che topi da esperimento sottoposti a una dieta eccessivamente ricca di colesterolo – non a caso ribattezzata «western diet», dieta occidentale – sviluppano placche aterosclerotiche proprio come gli esseri umani, mentre i topi geneticamente modificati privi del P66 resistono molto meglio ai danni dovuti alla cattiva alimentazione. «In futuro, riusciremo a produrre farmaci in grado di funzionare come una chiavetta per bloccare a piacere il funzionamento del gene P66, proteggendo l’organismo dall’aterosclerosi ma anche da patologie come l’ischemia», conclude il ricercatore. «È questione di tempo, ma abbiamo acceso le “lampadine” giuste per illuminare un processo complicato come quello dell’invecchiamento, e ora, sia pur lentamente, non possiamo che andare avanti».

Da vecchi il desiderio continua

Il sesso è ancora un piacere

Il sesso è una componente essenziale di una vita serena: e se fino a qualche tempo fa si tendeva a considerare gli anziani – specie i grandi anziani – come asessuati oggi, grazie anche a farmaci come il Viagra che hanno fatto emergere desideri e timori, di sessualità degli anziani si parla sempre più spesso. «Studi recenti mostrano che moltissimi anziani hanno un’attività sessuale», spiega la sessuologa Chiara Simonelli. Dati Censis dimostrano che il 73,4 per cento degli italiani fra i 61 e i 70 anni ha una vita sessualmente attiva, così come il 39,1 per cento degli over 70. «Certo, rispetto all’età produttiva e riproduttiva cambiano i tempi e i ritmi, «ma con un po’ di fortuna si possono riscoprire le possibilità del gioco, il piacere della seduzione, a volte anche del fare le cose di nascosto», precisa la sessuologa . Sono soprattutto le condizioni sociali a fare di molti anziani una specie di adolescenti, obbligati a nascondere la propria vita privata ai figli adulti come un tempo la nascondevano ai genitori: «Per avere una vita sessuale soddisfacente, oltre che della salute, serve dunque una certa indipendenza economica che garantisca un senso di identità e un’autonomia soprattutto rispetto ai figli, spesso turbati nello scoprire che i genitori, magari vedovi da anni, hanno una relazione sentimentale e sessuale», spiega Simonelli.
I medici sono d’accordo nel dire che una vita sessuale serena aiuta a invecchiare meglio; un attività sessuale regolare garantisce quell’allenamento necessario a godere del sesso fino a tarda età. Ad avere più difficoltà spesso sono le donne, vittime di uno stereotipo che vede nella menopausa la fine della sessualità. «Ma è una realtà che si sta modificando, e oggi non è difficile intervenire, se necessario, sui piccoli problemi fisiologici che possono ostacolare una vita sessuale serena e libera dalle preoccupazioni della contraccezione», spiega la sessuologa. Per i maschi, il declino è più graduale, anche se la diminuzione della potenza virile può essere malvissuta dal punto di vista psicologico. «Ma in età matura si ha più tempo a disposizione per riscoprire senza fretta il piacere del corteggiamento. E confrontarsi con il proprio partner per superare quelle ansie che sono spesso l’unico ostacolo a una serena vita sessuale», conclude Simonelli.

L’attività fisica aiuta a essere più in forma e sereni

Sempre in movimento

Il movimento è la medicina preventiva più efficace: secondo uno studio statunitense, il 12, 5 per cento dei decessi sarebbe collegato a uno stile di vita eccessivamente sedentario. L’attività fisica aiuta a mantenere in forma l’apparato cardiovascolare e muscolare, migliora la respirazione, riduce il rischio di osteoporosi e di fratture, aiuta a combattere l’insonnia e a mantenere il peso forma con pochi sacrifici: senza contare che prendersi cura del proprio corpo aiuta a mantenere alta l’autostima.
Sì allora – purché non ci siano specifiche controindicazioni mediche – allo sport praticato con moderazione che offre anche un’occasione per rimanere a contatto con gli altri, in piscina o sui campi da tennis o da golf. Ma anche al giardinaggio, al gioco delle bocce, a una bella passeggiata quotidiana, economico e salutare passatempo ideale per mantenersi in forma e sereni. Oggi i medici consigliano di coltivare una ragionevole attività fisica anche quando le condizioni di salute non sono buone, per esempio dopo un infarto: uno studio del 2001 su pazienti postinfartuati mostra che un buon livello di attività fisica ne riduce sensibilmente la mortalità.

Non più soli di fronte al tumore

Un nuovo approccio per la cura

Una maggioranza spesso trascurata: sono gli anziani malati di cancro. Malati speciali, e non solo dal punto di vista medico, che avrebbero bisogno di attenzioni particolari, come ricorda un saggio di recente pubblicazione: Curare l’uomo, non solo il cancro. Indagine sulla condizione del paziente oncologico anziano a cura di Nadio Delai e Daniela Minerva (Franco Angeli, pp. Xx, Euro xx). Si parte da un dato incontrovertibile: con l’avanzare dell’età aumenta il rischio di cancro. «Oltre il 60 per cento delle neoplasie è diagnosticato a pazienti di età superiore ai 65 anni, e nella stessa fascia di età i tumori sono responsabili del 70 per cento dei decessi», spiega Silvio Monfardini, presidente della Società internazionale di oncologia geriatrica e direttore della divisione di oncologia medica all’ospedale di Padova. Per questo è importante vincere luoghi comuni, come quello per cui nell’anziano anche il tumore avrebbe un andamento più lento e meno aggressivo: «Un ragionamento che vale solo per i tumori ormonodipendenti, come quelli al seno nella donna e alla prostata nell’uomo», spiega Monfardini. È vero invece che gli anziani sono pazienti più fragili, soprattutto a causa di patologie croniche – cardiopatie, broncopatie, insufficienza renale, depressione – che possono rendere più difficile praticare e sopportare terapie, che quindi devono essere adattate alle loro esigenze: «Quando si tratta di anziani è più che mai necessario curare il paziente nel suo complesso, tenendo conto delle sue condizioni», spiega l’oncologo. Il rischio altrimenti è quello di non cogliere le esigenze specifiche di questi pazienti, trattandoli in modo inadeguato con terapie calibrate su individui più giovani, o al contrario di trascurarli, magari con l’intento di evitare loro sofferenze, come se l’età avanzata giustificasse la resa: secondo gli specialisti, è quanto avviene in molti ospedali; mentre gli studi più recenti mostrano che i malati anziani hanno crescenti speranze di sopravvivenza che giustificano l’investimento in termini di assistenza e terapia, e anche di prevenzione e diagnosi precoce – pensiamo all’importanza delle mammografie per le donne – che servono a evitare sofferenze e maggiori spese.
Molto dipende anche dal contesto sociale: ad essere in difficoltà sono soprattutto gli anziani soli, o quelli costretti a prendersi cura di un coniuge già malato. E le donne: «Gli uomini sposati di solito possono contare sull’assistenza della moglie, mentre quando ad ammalarsi è un’anziana non sempre il marito è in grado di farsi carico delle sue esigenze», rileva l’oncologo, «e spesso la mancanza del supporto familiare può rendere difficile la gestione di una terapia adeguata».
Nonostante le difficoltà e la depressione che frequentemente li colpisce però, gli anziani non sono pazienti psicologicamente fragili. «Spesso, invece, quando non ci sono disturbi cognitivi, affrontano la malattia con maggiore serenità e realismo rispetto a pazienti più giovani, scegliendo e sopportando lucidamente anche trattamenti aggressivi», prosegue Monfardini. «Certo, quando è possibile è meglio curarli nel loro ambiente familiare, evitando ricoveri prolungati che rischiano anche di compromettere la mobilità».
La garanzia del successo sta in un intervento integrato tra diverse figure professionali che tenga nel giusto conto le esigenze psicologiche e spirituali del malato. Come il programma oncologico geriatrico, esempio unico al mondo, allestito da Ludovico Balducci – un italiano – al Lee Moffitt Cancer Center di Tampa, in Florida: «Bisogna comunque puntare su un lavoro di squadra, che richiede tempo e investimenti», conclude Monfardini. «L’importante è rivolgersi a un centro specializzato in grado di garantire terapie adeguate, anche sul fronte delle cure palliative e antidolorifiche, che sono comunque un diritto. Gli anziani devono essere seguiti con particolare cura per essere certi di cogliere anche i segnali «deboli».
La strada da percorrere è ancora lunga, ma per fortuna negli ultimi dieci anni il tasso di sopravvivenza è migliorato anche nelle fasce di età più elevate: sintomo di cure più efficaci e di un miglior stile di vita, ma anche del progressivo abbandono del pregiudizio che vedeva nell’anziano un paziente «a perdere».

Indirizzi utili
Una rete di opportunità

Ageing society. Associazione che studia i problemi degli anziani dal punto di vista sociale e sanitario. www.ageingsociety.com  Tel. 06/3975191406/39751914
Associazione Nazionale delle Università della terza età. www.unitre.net 011/43375 Tel. 011/4337594011/4337594.
Società Italiana di Gerontologia e geriatria. www.sigg.it
www.over65.it Un portale dedicato alla salute degli anziani, sponsorizzato dall’azienda farmaceutica Janssen-Cilag.
Spi. Il principale sindacato italiano dei pensionati. www.spi.cgil.it 06/444811 Tel. 06444811.
www.terzaeta.com Un sito dedicato ai problemi degli anziani, con forum e chat per incontrarsi on line.
www.tuttoanziani.it Un sito toscano ricco di informazioni riguardanti soprattutto l’assistenza sanitaria.
50&più Fenacom L’associazione dei pensionati della Confcommercio, offre servizi e attività culturali. Tel. 06/68883106/688831 www.enasco.it

Ringraziamo Vita & Salute per l’offerta di alcuni articoli tratti dal suo archivio.

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