Seno al sicuro

PREVENZIONE: In aumento i tumori. Come evitare i rischi

35L’imputato numero uno della mammella è lo stile di vita delle società occidentali. Dove i casi sono notevolmente superiori al resto della popolazione. Ecco le soluzioni attuali (e quelle future) a nostra disposizione

di Paola Emilia Cicerone

«La mia vita è cambiata. Oggi sono più paziente e serena, amo di più la vita. E mi voglio molto più bene»: quella che Sara, cinquantenne milanese, descrive come «una grande opportunità di crescita», è una malattia grave. Uno, anzi due tumori al seno, che sono saltati fuori in un controllo di routine, costringendola a entrare nel lungo tunnel percorso da tutti i pazienti oncologici: analisi, operazioni, terapie, controlli… Un destino che Sara condivide con migliaia di donne: il tumore al seno è una delle patologie più diffuse, in aumento nei paesi industrializzati, dove oltre una donna su dieci corre il rischio di svilupparne uno nel corso della vita.
Nel 2002 in Italia, i ricoveri per tumore al seno sono stati quasi 54 mila, l’1,24 per cento di tutti i ricoveri di donne oltre i 20 anni di età. Eppure oggi di tumore al seno si muore sempre meno. «L’incidenza della malattia nel nostro paese è relativamente stabile», spiega Alberto Luini, direttore della divisione di senologia dell’Istituto europeo di oncologia. «Mentre abbiamo ottenuto risultati importanti in termini di riduzione della mortalità, dovuti soprattutto alla diagnosi precoce che consente di scoprire la maggior parte dei tumori in una fase in cui la probabilità di guarigione è elevatissima». Fino ad oggi, infatti, la lotta contro il tumore al seno è stata combattuta soprattutto sul fronte degli strumenti – autoesame, mammografia, ecografia – di diagnosi precoce. «E oggi, fortunatamente, la prevenzione è entrata nella nostra cultura, anche perché le campagne di informazione, e le testimonianze di chi ha vissuto questa esperienza, contribuiscono a diffondere la certezza che il cancro al seno sia una malattia curabile», spiega lo psicologo Stefano Gastaldi. Ma il tumore si può prevenire anche con uno stile di vita sano. Si sa infatti che le cause genetiche incidono solo su un numero limitato di casi. E anche se recenti ricerche sembrano aver individuato un virus, chiamato Mmv, che potrebbe giocare un ruolo nello sviluppo del tumore, alcuni dei fattori di rischio più importanti possono essere evitati.
«L’aumento del tumore al seno nei paesi occidentali è legato proprio allo stile di vita», spiega Francesco Bottaccioli, presidente della Società italiana di medicina integrata. «In questo senso la prevenzione ha un ruolo cruciale, e non solo per questo tipo di tumori». «Il fatto che questa malattia sia presente con un’incidenza dieci volte più alta nel mondo occidentale, rispetto a popolazioni che vivono in aree rurali di paesi poveri, dimostra inequivocabilmente che essa ha a che fare con la crescita economica, e con lo stile di vita che ne consegue», puntualizza Franco Berrino, epidemiologo all’Istituto nazionale tumori di Milano.

Fattori di protezione

Alcuni fattori di rischio sono inevitabili: tra questi, lo scarso numero di gravidanze, il fatto che queste avvengano in età sempre più avanzata, e l’età sempre più precoce della prima mestruazione. «È possibile invece contare sulla protezione, sia pur modesta, dovuta all’allattamento al seno, ed evitare l’eccessiva esposizione di bambine e adolescenti alle radiazioni al petto causate da radiografie al torace e alla spina dorsale», prosegue l’epidemiologo. «Ma il fattore di rischio più importante sul quale possiamo intervenire resta l’alimentazione». Mangiare meno, controllando l’aumento del peso soprattutto dopo la menopausa, consente di ridurre sostanzialmente il rischio di tumore al seno, oltre che di altre patologie tumorali e non. «Ci sono sempre più indicazioni che la dieta occidentale, caratterizzata da un eccesso di cibi ad alto valore glicemico e insulinemico, sia associata a un maggior rischio, dovuto a complesse interazioni metabolico-endocrine che favoriscono un’aumentata biodisponibilità di ormoni sessuali e di fattori di crescita», spiega Berrino. Importanti studi epidemiologici confermano infatti che la presenza nel sangue di ormoni sessuali – maschili e femminili – e di fattori di crescita è legata all’aumento dei tumori, e così i valori elevati di insulina causati dall’obesità o da un elevato consumo di grassi animali. Mentre una recente ricerca effettuata in Norvegia su 39 mila donne anziane sovrappeso mostra che un ridotto livello di colesterolo «buono», o HDL, può indicare un aumentato rischio di tumore al seno.
«Un altro fattore di rischio importante è rappresentato dall’alcol», afferma Bottaccioli. «Uno studio americano che si è recentemente concluso mette in relazione il consumo di alcolici con la carenza di acido folico e vitamina B6, che sembrerebbe legata a un incremento dei tumori». Pare ormai certo, invece, che un fattore protettivo sia rappresentato dall’attività fisica, che aiuta a controllare il peso e a prevenire squilibri metabolici.
Gli studi più recenti sembrano poi confermare i rischi legati alla terapia ormonale sostitutiva per la menopausa, «e anche le terapie a base di fitormoni, di origine vegetale», spiega Berrino, «allo stato attuale non possono essere considerate del tutto sicure, perché non disponiamo di dati sufficienti». Un altro argomento ancora da approfondire è quello legato alla presenza nel cibo di estrogeni, naturali o meno: «pensiamo ai problemi derivati da carni gonfiate di ormoni, e da residui di diverse sostanze chimiche estrogeno simili che si trovano negli alimenti e possono agire sul sistema endocrino», spiega Bottaccioli.

Diagnosi precoce

Il fatto che non tutti i fattori di rischio siano controllabili rende ancora più importante il ricorso a strumenti di diagnosi precoce. Purtroppo, nel nostro paese le campagne di prevenzione si svolgono ancora oggi a macchia di leopardo, e il numero di donne che effettua i necessari controlli, se pur in aumento, è ancora troppo scarso. «Molto dipende anche dall’atteggiamento della donna nei confronti delle strutture sanitarie: sappiamo che chi ha un buon rapporto con il medico di base si sottopone più facilmente agli screening», spiega Gastaldi. Eppure oggi i mezzi diagnostici hanno fatto passi da gigante: «il 30 per cento dei tumori viene evidenziato dalle macchine, e la diagnosi precoce consente il trattamento conservativo della mammella e la guarigione dell’80 per cento dei casi», spiega Salvo Catania, «Più dei due terzi dei tumori, tuttavia, viene ancora scoperto dalle donne attraverso l’autopalpazione del seno».
La strada da percorrere è ancora lunga anche per la terapia: se dal punto di vista scientifico l’Italia è all’avanguardia nel mondo per le tecniche chirurgiche conservative – dalla quadrantectomia alla biopsia del linfonodo sentinella – ancora nel 2002 questi interventi venivano eseguiti solo nel 57 per cento dei casi, con forti differenze tra le diverse regioni: si va dal 73 per cento della Val d’Aosta e il 64 per cento della Liguria al 33 per cento della Calabria, e si tratta di differenze dovute soprattutto a carenze strutturali. «Spesso si ricorre alla mastectomia perché le donne non possono sottoporsi a radioterapia dopo una chirurgia conservativa: l’accessibilità geografica, i costi degli spostamenti, l’impossibilità di essere accompagnate a fare la radioterapia per 6 settimane consecutive spingono a volte le donne a scegliere un intervento più radicale», spiega Luini. Senza contare il peso dei fattori psicologici: alcune donne scelgono la mastectomia per minimizzare il rischio, e soprattutto il timore, di possibili ricadute.
«A volte il dopo operazione può essere davvero il momento più difficile», spiega Sara. «C’è da fare i conti con il cambiamento del proprio corpo, con una terapia lunga e faticosa anche fisicamente, con l’ansia dei controlli». Una malattia come questa rappresenta comunque una frattura del nostro continuum vitale: «un cambiamento importante, che fa saltare gli schemi di abitudini, progetti che abbiamo dentro di noi», spiega Gastaldi. «E dato che il tumore è una malattia lunga, lo stress si protrae nel tempo: alcune donne vivono i controlli periodici, che rappresentano una forma di tutela, come una sorta di persecuzione».

L’aiuto dalle associazioni

Anche per questo, per molte donne, può essere prezioso l’appoggio di un’associazione tipo «Attive come prima» (www.attivecomeprima.org, Tel. 02/688964702/68896). «La malattia è l’incontro con un’incognita che fa paura: noi aiutiamo le donne a incanalare le loro energie verso loro stesse e la propria guarigione», spiega la fondatrice dell’associazione Ada Burrone, lei stessa operata al seno nel 1970 e da allora attivissima organizzatrice di incontri e gruppi di sostegno che accompagnano le donne prima, durante e dopo la terapia, e le aiutano ad accettare i cambiamenti anche fisici che la malattia porta con sé. «Paradossalmente, sembrano essere le donne più anziane a soffrire di più di quella che vivono come una mutilazione, mentre le donne più giovani si adattano più facilmente alla nuova immagine corporea», spiega Gastaldi. «Ma sappiamo anche che i partner delle donne operate spesso accettano il loro cambiamento corporeo meglio di quanto non riescano a farlo le pazienti stesse». Questo, naturalmente, se si tratta di una relazione solida: come tutte le emergenze il cancro ha la caratteristica di far venire i nodi al pettine, «e mentre un buon rapporto con il partner può essere di grande aiuto, se c’è una crisi potenziale è possibile che emerga proprio in questa fase», prosegue lo psicologo, «ma per molte donne la malattia rappresenta anche un momento importante di crescita».
«Il cancro è entrato nella mia vita in un momento di crisi, e mi ha fatto ripartire da zero: la malattia, e il lavoro con i gruppi, mi hanno fatto capire che avevo più paura di vivere che di morire », spiega Lucia, 53 anni, operata nel ’91 e oggi impegnata in «Attive come prima». «A chi vive questa esperienza vorrei dire che farcela è possibile, anche quando va tutto storto». «Oggi, sempre più, il cancro è una malattia che si riesce a controllare, ma che ti impone di vivere nel presente», conclude Ada Burrone, «E quando mi chiedono se sono guarita, rispondo che io vivo: non è abbastanza?».

Gli sviluppi futuri della terapia
Un bisturi discreto

Il nuovo corso della chirurgia conservativa della mammella è nato proprio in Italia, presso l’Istituto dei Tumori di Milano, a partire dagli anni Settanta: «È in quegli anni che si raggiunge la consapevolezza che la conservazione della mammella, oltre ad essere importante per la qualità della vita delle pazienti, non condiziona il rischio di metastasi a distanza e di sopravvivenza rispetto alla classica mastectomia radicale», spiega Catania. L’intervento conservativo ideato da Umberto Veronesi (quadrantectomia e svuotamento dei linfonodi ascellari) ha finito per diventare la procedura chirurgica più praticata, in alternativa alla mastectomia radicale, per i tumori diagnosticati in fase precoce. E dal 1994, grazie ai progressi compiuti presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, il concetto di «conservazione» si è sviluppato ulteriormente grazie alla cosiddetta tecnica del linfonodo sentinella, che utilizza una sostanza radioattiva per verificare l’eventuale passaggio di cellule tumorali nel linfonodo preso in esame. Con questa tecnica, utilizzata oggi su oltre l’80 per cento dei tumori della mammella, è possibile risparmiare la maggior parte dei linfonodi del cavo ascellare.
Altre novità recenti sono rappresentate dalle nuove tecniche di radioterapia – come la radioterapia intraoperatoria e la brachiterapia – che puntano a sostituire il trattamento radioterapico che normalmente segue gli interventi conservativi (30 sedute in sei mesi) con trattamenti più mirati che si concludono nel corso dell’operazione, o al massimo nei giorni successivi.
In questo modo, il follow up, oltre ai necessari controlli, può essere solo farmacologico, e limitarsi a un trattamento ormonale, di solito a base di tamoxifene, per i casi a basso rischio, o a una chemioterapia per i casi in cui il rischio è maggiore.
E per il futuro? «Possiamo aspettarci terapie sempre più selettive e mirate», spiega Luini, «farmaci in grado di riconoscere le cellule tumorali rispettando le cellule sane, oppure di modulare l’attività ormonale in modo da inibire lo sviluppo del tumore. E anche chirurgia sempre più conservativa, con una radioterapia intraoperatoria usata sempre più di frequente». Senza dimenticare i progressi che si attendono dallo studio della genetica dei tumori: «che ci consentirà di adottare terapie sempre più personalizzate, sulla base della conoscenza del comportamento di ogni particolare sottotipo di tumore».

Regole d’oro
Dal cibo al sonno

  • Evitate il sovrappeso, e soprattutto l’aumento di peso dopo la menopausa.
  • Preferite una dieta ricca di verdure, frutta e cereali integrali, e limitate gli alimenti ad alto indice glicemico come zuccheri semplici, patate, pane bianco, farine raffinate.
  • Limitate il consumo di uova.
  • Evitate l’uso quotidiano di alcol, meglio ancora abolirlo.
  • Non eccedete nel consumo di latte e latticini: le donne in menopausa possono proteggersi dall’osteoporosi limitando il consumo di proteine animali.
  • Limitate il ricorso troppo frequente alle radiografie in età infantile e adolescenziale.
  • Praticate un’attività fisica costante.
  • Allattate al seno.
  • Se assumete contraccettivi orali , evitate quelli a base di progestinici di sintesi.
  • In menopausa, evitate la terapia ormonale sostitutiva: se indispensabile, preferite un’associazione di estrogeni con progesterone naturale. Quando possibile, controllate i sintomi della menopausa con una buona attività fisica e un’alimentazione povera di proteine e di sostanze eccitanti.
  • Evitate per quanto possibile di alterare il ritmo sonno/veglia: uno studio americano ha riscontrato un incremento di tumori in donne che lavoravano costantemente in turni di notte.

I primi controlli da fare
Fatevi un autoesame

È il primo passo verso la prevenzione. Aiuta la donna a conoscere bene il proprio corpo e a notare qualsiasi alterazione. Il periodo migliore per eseguire l’esame è la settimana successiva alle mestruazioni, quando il seno non è congestionato: bisogna mettersi in piedi di fronte a uno specchio, ed effettuare la palpazione esercitando una pressione delicata e uniforme con la punta delle dita su tutta la mammella, comprese le zone più periferiche, per individuare eventuali noduli. Bisogna distinguere fra una nodularità diffusa, in genere legata a una modificazione normale della mammella durante il periodo premestruale, e un nodulo isolato. È importante rivolgersi al medico per una visita senologica se si individuano uno o più noduli isolati (sia nella mammella sia nella zona ascellare), una retrazione (fossa) della pelle o una secrezione dal capezzolo. «L’’autopalpazione non va vissuta con ansia, perché l’esperienza insegna che la maggior parte dei noduli mammari viene scoperta casualmente sotto la doccia, davanti al televisore, in ufficio, in situazioni cioè dove può capitare di passarsi inavvertitamente la mano sul seno», spiega Catania. «La cosa importante è che ogni donna impari a conoscere le proprie mammelle, a verificare eventuali variazioni di forma e consistenza e a sentire subito una presenza estranea».
In ogni caso, l’autoesame va integrato con opportuni controlli, che variano a seconda dell’età: «per le donne al di sotto dei 40 anni è opportuna un’ecografia mammaria bilaterale annuale, più avanti una mammografia bilaterale annuale», spiega Alberto Luini, direttore della divisione di senologia dell’Istituto europeo di oncologia, «che è bene integrare con ecografia mammaria, a meno che il radiologo non assicuri che la mammella è totalmente radiotrasparente, quindi indagabile perfettamente solo con mammografia».

Ringraziamo Vita & Salute per l’offerta di alcuni articoli tratti dal suo archivio.

Vita e salute      Torna su
Call
Send SMS
Add to Skype
You’ll need Skype CreditFree via Skype
Share Button