74 – Noi, Dio e la fragilità condivisa

«Non è bene che l’uomo sia solo!» (Genesi 2:18).

La percezione della propria fragilità, che spesso è caratterizzata dalla paura, ci conduce verso l’altro, che nella sua fragilità ci aiuta a sanare la paura. In questo processo di scambio di esilità, la fragilità si colora di forza, vive e si fa storia. Insieme si vive meglio! Il dolore si attenua, la solitudine svanisce e la morte fa meno rumore. Nell’invito che Gesù rivolse alla gente del suo tempo emerge tutta la fragilità dell’uomo e il bisogno di condividerla. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Matteo 11:28-30).

Nel suo meraviglioso invito il Signore oltre a offrirsi come colui che è in grado di alleviare la nostra fragilità esistenziale e spirituale, evidenzia l’importanza della condivisione fraterna della fragilità. Questo aspetto è chiaramente espresso nella parola “giogo”. Che cosa significa prendere il giogo di Cristo?

Immaginiamo due buoi uniti da un giogo di legno per poter tirare un aratro. Sono due animali della stessa specie che sono stati uniti per fare un lavoro specifico. Sono stati attentamente addestrati a rispondere agli stessi comandi, e, quando sono uniti, sono considerati una pariglia. Un contadino saggio sceglie due animali di stazza, forza e temperamento simili perché sa che lavoreranno meglio insieme. Se uno dei due avesse bisogno di essere frustato per muoversi e l’altro fosse terrorizzato solo alla vista della frusta, non sembrerebbe saggio legarli insieme e aspettarsi che lavorino come una pariglia. Uno dei due cercherebbe di correre via mentre l’altro si rifiuterebbe ostinatamente di muoversi. Infatti, se due così fossero legati assieme, il disastro sarebbe dietro l’angolo, con possibili danni agli attrezzi, la confusione per la pariglia e, naturalmente, il lavoro non sarebbe mai fatto.

Ora, il nostro Signore Gesù è il più saggio e amorevole “contadino” dell’universo e pertanto, parlando ai fragili di questo mondo, li invita a condividere la propria esilità, perché sa che da soli potrebbero essere indotti a fare scelte sbagliate o a un’implosione psicologica, tale da creare seri problemi alla propria esistenza. Il giogo è simbolo di unione coniugale, concordia, devozione, pazienza nel condividere la propria caducità.

“C’è tra di voi qualcuno che soffre? Preghi. C’è qualcuno d’animo lieto? Canti degli inni. C’è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore: la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà; se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati. Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia” (Giacomo 5:13-16).

Past. Francesco Zenzale

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