La Donna nel contesto del Nuovo testamento

Esther_mainLe regole di buona condotta proibivano a un uomo di incontrare da solo una donna, di conversare in privato con lei (Qiddushin 4:12 b; 81 a) o in generale di parlare con lei, se non per lo stretto necessario. Yosé ben Yohanan di Gerusalemme, uno dei più vecchi e rispettati scribi (verso il 150 a. C.) ordinava: «Non parlare molto con una donna…fosse anche la tua» (Abot 1:5). Da qui lo stupore dei discepoli nel vedere Gesù conversare con la Samaritana (Giovanni 4:27). Filone, contemporaneo di Gesù, diceva: «Le donne devono restare sempre in casa e vivere ritirate. Le giovani devono rimanere nelle stanze interne, ponendosi il limite della porta di comunicazione (con le stanze in cui vivevano gli uomini). Per le sposate, al massimo la porta del cortile, onde evitare per pudore lo sguardo degli uomini, compreso quello dei parenti più stretti» (De specialibus legibus 3:169). Questo «ideale» teorico non era sempre vissuto agli estremi, nella vita pratica.

In quella società la donna si teneva ai margini della vita religiosa pubblica, visto che si credeva soggetta alle proibizioni della Torah (eccetto tre che riguardavano unicamente gli uomini, secondo l’interpretazione rabbinica di Levitico 19:27 e 21:1,2; Qiddushin 1:7), però era giustificata da quasi tutti i precetti positivi, cioè da tutti quelli «vincolati al tempo» (Qiddushin 1:7) come l’obbligo di andare a Gerusalemme in pellegrinaggio per la festa, assistere ai servizi religiosi (Hagiga 1:1), recitare certe preghiere (Berakhot 3:3) e, soprattutto, studiare la Torah. Rabbi Eliezer (verso il 90 d. C.) diceva dal canto suo che colui che «insegna la Torah a sua figlia, è come se la avviasse alla prostituzione» (Sota 3:4) e che «meglio sarebbe bruciare la Torah che trasmetterla alle donne» (j Sota 3:4,19 a). L’atto di trasmettere la vita e assumere la maternità erano considerate responsabilità sufficientemente sacre da esentare la donna dalle restanti esigenze della religione (cfr. 1 Timoteo 2:15). L’atteggiamento di Gesù verso la donna è «senza precedenti nella storia dell’epoca» (Joachim Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, Roma, 1989, p. 562). Forse si è esagerata l’importanza della tradizione secondo la quale «l’uomo deve rendere grazie a Dio ogni giorno, per tre cose: perché sono nato israelita, perché non mi hai fatto donna, e perché non sono un idiota» (Menahot 43 b) o, secondo altre versioni: «Perché non sono nato né pagano, né schiavo, né donna» (Abot 2:6). La sapienza rabbinica spiega il triplice ringraziamento dicendo che solo l’uomo libero e intelligente può essere responsabile davanti a Dio del compimento di tutta la Legge di Dio. Non sembri che queste nozioni lascino intravedere idee di superiorità dell’uomo sulla donna; infatti lo stesso Talmud sosteneva che «Dio concesse alla donna più intelligenza che all’uomo» (Middot 45 b), sebbene fosse convinto che avesse una tendenza spiccata a utilizzarla per il male, in particolare per la stregoneria e le arti malefiche (Yoma 83 b).

Past. Francesco Zenzale

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