Breve excursus storico sulla trinità

Scutum-Fidei-Arma-Trinitatis1Il termine trinità non è di origine biblica. Ma si è ritenuto che l’uso di questa parola fosse il migliore possibile per far riferimento al Dio unico, che ha rivelato se stesso nelle Scritture quale Padre, Figlio e Spirito Santo. Questo concetto suggerisce l’idea che all’interno dell’essenza unica della divinità, dobbiamo distinguere tre persone che non sono né tre parti, né tre espressioni di Dio, ma bensì tre persone distinte e coeterne.[1] Alcuni avranno la tendenza a opporsi a questa dottrina perché ritengono che non sia espressamente enunciata nelle Scritture. Ma benché possa apparire a prima vista contraddittoria, occorre non rifiutarla in partenza, con il pretesto che non ha senso, perché senza di essa molte affermazioni bibliche perderebbero di significato.

Il Significato della trinità

La dottrina della trinità non è un gioco di numeri. Non è un tentativo di restaurare con un colpo di mano ciò che il monoteismo aveva escluso dall’idea di Dio. E’ invece il tentativo di fare giustizia alla complessità della rivelazione divina. Di fatto, questo è tutto ciò che il concetto trinitario rappresenta. Con tutta la strana terminologia e le intricate argomentazioni che si ritrovano nel suo sviluppo storico, il concetto di trinità esprime una convinzione fondamentale, vale a dire che Dio rivela se stesso come egli veramente è. La rivelazione di Dio nella storia della salvezza è una genuina auto-rivelazione. Come dice Emil Brunner, «L’unità della natura e la rivelazione di Dio è ciò che costituisce il significato della trinità».[2]

Con questo in mente possiamo riassumere abbastanza facilmente il significato essenziale della dottrina. La rivelazione di Dio nella storia della salvezza dischiude e corrisponde a distinzioni presenti nel più profondo essere di Dio stesso. Per spiegare questo abbiamo bisogno di anticipare la dottrina della salvezza, poiché l’insegnamento della trinità sorge dalle affermazioni che i cristiani fanno riguardo a Gesù.

Comprensioni eretiche di Dio

Circa il rapporto fra le tre persone divine, in modo particolare fra i Padre e il figlio, gli scritti patristici più antichi si esprimono con una certa indeterminatezza perché si non era studiata con cura l’intera portata della natura superiore di Gesù e l’essenza dei rapporti con Dio Padre.[3] La riflessione si fermò su questo argomento, solo nel secondo secolo, quando sorsero le eresie giudaizzanti e degli gnostici, che travisavano l’insegnamento degli apostoli.

Fra i Cristiani della chiesa primitiva c’era una corrente rigida degli Ebreo-Cristiani che considerava Cristo come un semplice uomo,[4] una più mitigata che riconosceva almeno la sua nascita miracolosa dalla vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Ambedue le correnti coltivavano  aspettative chiliastiche (Attesa di un millenario regno messianico terreno). Ireneo, alla fine del secondo secolo li chiama Ebioniti.

I Mandei[5]che avevano una particolare venerazione per Giovanni Battista, consideravano Gesù come uno pseudo messia e un impostore. Nelle pseudoclementine, più precisamente nelle venti omelie[6] che contengono le presunte prediche fatte dall’apostolo Pietro nei suo viaggi, il cristianesimo altro non sarebbe che l’ebraismo purificato da storture e travisamenti, Gesù un profeta e maestro più grande di Mosé, ma non Redentore, ne vero Dio, né vero uomo.

I pensatori cristiani formularono la dottrina della trinità soprattutto durante il quarto e quinto secolo dopo Cristo. Essi cercarono di esprimere più pienamente la triplice rivelazione di Dio che troviamo nel Nuovo Testamento, e salvaguardare la percezione di Dio come fatto essenziale per la fede cristiana. Dovevano infatti confrontarsi con due tendenze eretiche.

Alcuni cristiani enfatizzavano così tanto l’unità di Dio da fare perdere ogni forma di pluralità divina. Essi consideravano il Padre, il Figlio e lo Spirito solo come modi attraverso i quali si manifestava l’unico Dio, non come reali persone all’interno di Dio. Al contrario, c’erano quelli che enfatizzavano la pluralità divina a spese dell’unità. Essi subordinavano il Figlio al Padre in modo tale da farlo diventare un po’ meno di Dio, e sembrava così che ci fosse più di un essere divino.

Tra le correnti più significative del pensiero eretico troviamo l’arianesimo, il docetismo e il modalismo.

L’arianesimo

L’arianesimo è una dottrina cristologica elaborata da Ario, condannata come eresia al primo concilio di Nicea (325 d.C.).[7] Ario, vescovo di Alessandria, sosteneva che la natura divina di Gesù fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui Gesù Cristo non esisteva e che dunque fosse stato creato in un secondo momento.

«Per Ario il Logos è una creazione del Padre, è creato dal nulla come creatura prima e più imminente, destinata ad essere strumento per la creazione degli altri esseri… la divinità, assolutamente trascendete, non può mettersi in contatto diretto con il mondo della materia. Secondo Ario il Logos è mutevole e perfezionabile, per sua natura estraneo al Padre, unito a Lui solo nel valore ed elevato a condizione di Figlio di Dio con un atto speciale di grazia, in previsione dei suoi meriti».[8]

Nel corso degli anni, successivi al concilio di Nicea, l’arianesimo trovò l’appoggio nei circoli di corte e presso molti origenisti[9], ma dopo una lotta di oltre cinquanta anni, l’arianesimo, scisso oramai in diverse correnti, privo di Valente (378) e dell’appoggio statale finì per soccombere. Si diffuse fra i Goti e per il loro tramite fra Burgundi, Svevi, Vandali e Longobardi. Come religione nazionale dei germani sopravvisse fra i Visigoti di Spagna fino alla conversione del re Recaredo (589) e fra i Longobardi fino alla conversione del re Ariberto (653).

Come per la dottrina del Logos, anche quella dello Spirito Santo, nei primi secoli, fu messa in discussione. Per l’arianesimo che considerava il Figlio come creatura del Padre e a sua volta creatore di tutto il resto, era naturalmente cosa logica dichiarare lo Spirito Santo creatura del Figlio.

Il docetismo

Questa dottrina nasce e si sviluppa principalmente nell’ambito delle comunità gnostiche nei primi secoli dell’era cristiana. Il suo nome derivata dal greco dokéin, cioè «apparire».

Si riferisce alla convinzione che l’umanità e le sofferenze di Gesù Cristo fossero più apparenti che reali. Secondo i docetisti, non era concepibile che in Gesù Cristo potessero convivere contemporaneamente la natura umana e quella divina, essendo queste rappresentazioni, rispettivamente, del Male e del Bene. Allora Cristo avrebbe dovuto avere un corpo solo apparente oppure etereo e quindi egli non sarebbe potuto nascere dalla vergine Maria, né morire, né risuscitare: il tutto in fondo sarebbe una pura illusione dei sensi. Le idee gnostiche le ritroviamo nel manicheismo, nel mandesimo e nelle Pseudoclementine.

Il Modalismo

Dottrina del II-III sec., il modalismo fu una delle forme in cui si espresse il monarchianismo (Monarchia di Dio e sua assoluta unicità). In particolare affermava che le persone della trinità non erano altro che «modi» d’essere e di agire dell’unico Dio. Le idee patripassianiste costituivano una ulteriore caratteristica del modalismo, secondo le quali il Figlio si incarnò solo in quanto «modo» scelto dal Padre per manifestarsi e che quindi fu il Padre in realtà a soffrire e patire la passione.

Tertulliano scrisse il libello Adversos Praxean, attaccando le presunte idee modaliste di Prassea, che probabilmente erano state elaborate da Noeto di Smirne e dai suoi discepoli: Epigono, diacono e scolaro di Noeto, che riuscì a formare un partito patripassiano, Cleomene e Sabellio.[10]

Sabellio, oriundo della Libia, ammetteva tre rivelazioni di Dio, ovvero tre modi in cui di Dio si manifestava (dal greco πρόσωπα “prosopa”: maschere teatrali o parti di attori, lat. Personae), come Padre nella creazione e nella legislazione, come Figlio nella redenzione, come Spirito Santo nell’opera della santificazione.

Cenni trinitari nella Parola di Dio

La dottrina della trinità è una di quelle aree in cui la fede afferma ciò che la ragione non può comprendere pienamente. Alcuni sono tentati di abbandonare l’idea come se si trattasse di un gioco di parole teologico immeritevole di una seria riflessione. Ma coloro che la formularono non stavano giocando. Stavano cercando di difendere la comprensione cristiana essenziale di Dio.

Di conseguenza, quando riflettiamo sul significato della trinità, è meglio ritornare alle convinzioni fondamentali che vuole esprimere. La storia della salvezza rivela Dio quale egli è. La triplice rivelazione di Dio come Padre, Figlio e Spirito non è un semplice espediente, o una posa, una parte giocata da Dio. Si tratta invece del dispiegamento della più profonda realtà di Dio, fa parte della sua essenza. Dio ha coinvolto tutto se stesso per offrire la salvezza all’umanità lontana da lui.

Nell’Antico Testamento

L’Antico Testamento, pur affermando chiaramente l’unicità di Dio (Dt 6:4) esprime alcuni concetti relativi alla Divinità che ci sorprendono. Ad esempio, le lingue semitiche dispongono di diversi termini per trasmettere l’idea dell’unicità: yachid per esempio, designa l’unità assoluta indivisibile (Gn 12:2,12,16; Ger 6:26). Echad, indica di norma un’unità formata da più parti (Gn 1:5; 2:10,24; 24:3), o un’unità in merito a un insieme (Gn 26:10).

“Lo scrittore ispirato, tra i vari termini numerali per descrivere l’unità della coppia, sceglie di impiegare il termine echad. Con questo, com’è ovvio, voleva sottolineare che la famiglia appena formata, considerata come «una sola carne», in verità era composta da due realtà distinte: Adamo ed Eva. Nello stesso modo, l’autore del Deuteronomio, redige la famosa preghiera dello Shema Israel, base del credo teologico israelita, avendo cura di scegliere queste precise parole: «Ascolta, Israele: Il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore» (Dt 6:4). Lo scrittore ispirato rivela l’unicità di Dio scegliendo ancora echad, unità composita e non yachid, unità assoluta.

Sembra un dettaglio di poco conto, ma per chi come noi cerca umilmente di capire, non è per nulla un affare da poco. Dio si rivela nella Bibbia dunque come echad e non come yachid e questo indizio dobbiamo tenerlo presente nel nostro tentativo di comprensione.

Altre indicazioni sulla rivelazione della complessità divina nell’Antico Testamento, si possono desumere dal genere e dal numero di un altro sostantivo biblico plurale: Elohim che viene tradotto generalmente nelle nostre Bibbie italiane con «Dio».

Nell’Antico Testamento vi sono 2.570 riferimenti al Dio d’Israele con il nome plurale Elohim e a esso vengono associati sovente aggettivi e verbi al plurale.

La grammatica biblica dunque ci pone davanti a un problema che non può essere cancellato dalle nostre convinzioni preconcette. Di fronte a testi come Genesi 1: 26 dove Elohim dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», oppure a espressioni come quella pronunciata in occasione della costruzione della torre di Babele: «Scendiamo e confondiamo la loro lingua» (Gn 11:6), non si possono cercare spiegazioni puerili come: il possibile utilizzo del plurale majestatis, o del probabile dialogo di Dio con gli angeli, oppure accettando la delucidazione pindarica del Midrash Rabbah nel quale Rabbi Samuel BarNaham nel nome di Rabbi Jonathan afferma che Mosé si rivolge al Signore chiedendo spiegazioni: «“Signore scrivendo tali cose incoraggeremo i settari” [i cristiani], ma il Signore rispose: “Chi vuole sbagliare sbaglierà”. L’Antico Testamento condanna espressamente il politeismo ma affermando l’unicità di Dio in tali termini, permette una rivelazione complementare sulla complessità divina”».[11]

Nel Nuovo Testamento

Sarà, poi il Nuovo Testamento, Gesù e gli apostoli a far emerge in tutta la sua pienezza ciò che l’Antico Patto faceva intravedere. Quando leggiamo i vangeli, notiamo che in diverse circostanze della vita terrena di Gesù, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono menzionati insieme o sono associati strettamente nell’opera della salvezza. Ecco alcune circostanze rilevanti:

A. L’annuncio a Maria della nascita del Salvatore

“E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà sarà chiamato Figliuolo di Dio” (Lc 1:35).

Il mistero dell’incarnazione che l’angelo annuncia a Maria doveva segnare l’inizio del piano redentivo di Dio. Ora, come si vede dal passo di Luca, nel primo annuncio dell’evento della salvezza che segnerà l’avvento del tempo di grazia, cogliamo il Padre, lo Spirito Santo ed il Figlio di Dio pienamente e intimamente associati e coinvolti nell’iniziativa della salvezza stessa.

B. Il battesimo di Gesù

«E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuor dell’acqua; ed ecco i cieli s’apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figliuolo nel quale mi son compiaciuto» (Mt 3:16-17 cfr. Mc 1:10-11; Luca 3:22).

Nel momento solenne in cui Gesù con l’atto pubblico del battesimo inaugura il suo ministero terreno e si manifesta ad Israele come Messia e Salvatore, ecco che lo Spirito Santo discende visibilmente su di lui e il Padre ne proclama udibilmente la divina filialità.

La presenza dello Spirito Divino in quel momento solenne attestava che il Padre consacrava il Figlio come Salvatore d’Israele e del mondo.

La dichiarazione da parte di Dio della divina filialità di Gesù, tenuto conto dell’ambiente religioso e psicologico in cui venne fatta, implicava l’affermazione della sua natura divina. Infatti, per i Giudei dichiarare o dichiarasi figlio di Dio significava attribuire o rivendicare un’identità di natura come Dio. Tant’è vero che quando Gesù in una certa occasione chiamò Dio Padre suo, i Giudei cercarono di ucciderlo perché, spiega Giovanni, «chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5:17).

C. La promessa dello Spirito Santo

«E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi» (Gv 14:16-17; cfr. Gv 11:25; 15:26; 16:7-11; Lc 24:19).

Il Figlio promette ai discepoli che domanderà al Padre per loro il dono dello Spirito Consolatore e li rassicura aggiungendo che il Padre elargirà loro tale dono in modo permanente. Ancora una volta cogliamo nel Vangelo le tre persone della Divinità – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – perfettamente e intimamente unite nell’iniziativa della salvezza.

D. L’ordine di Battezzare

«Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo» (Mt 28:19).[12] Questa è la dichiarazione più pregnante di tutto il Nuovo Testamento sul mistero della Divinità una e trina. Gesù Cristo riunisce in un solo nome, il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.

Per cogliere tutta la portata di questa dichiarazione di Gesù, è necessario riferirsi alla nozione semantica del «nome». Per noi il nome designa il tutto, esteriore e convenzionale, una specie di etichetta che apponiamo alle cose o alle persone per distinguerle tra loro. Ma per gli antichi semiti il nome aveva ben altra importanza. Possiamo avere un’idea leggendo i versi iniziali dell’antichissimo poema mitico babilonese “Eunuma elish”: “Quando lassù il cielo non era ancora nominato e quaggiù la terra non portava ancora nome…” Il significato di questi versi è esattamente il seguente: quando lassù il cielo e quaggiù la terra ancora non esistevano.

Per i semiti «avere un nome» significava «esistere». Era inconcepibile per loro un’esistenza senza un nome. Il nome dunque si identificava con l’essere, ne racchiudeva e in qualche modo ne manifestava la natura e l’essenza (Eccl 6:10).

Tanto era radicata nello spirito semitico – e gli ebri erano semiti – l’idea della naturalità del nome all’essere che lo portava, che conoscere il nome di qualcuno equivaleva a conoscere la sua intima essenza al punto da averlo in proprio potere. Non a caso fu celato a Giacobbe, e dopo di lui a Manoah, il nome dell’Angelo dell’Eterno che si era rivelato ad essi (Gn 32:29; Nm 13:17-18). Né a Giacobbe, né a Manoah fu dato di conoscere il nome ineffabile di quell’essere meraviglioso, perché Egli era l’Inconoscibile (cfr. Gn 32:30; 35:9-11)

Biblicamente mutare il nome a qualcuno significava mutare il carattere e il destino di questi. (Abramo – Abrahamo; Sarai – Sara (Gn 17:4-8 e 15-16); Giacobbe in Israele (Gn 32:26-28 e 35:9-11). Il mutamento del nome del pescatore Pietro  in Cefa nel vangelo (Gv 1:42), riveste l’identico significato.

Dunque, questa caratteristica peculiare dello spirito semitico la troviamo anche nel Nuovo Testamento e non c’è da meravigliarsene perché gli scrittori e i protagonisti di questa parte della scrittura – specie nei vangeli – erano ebrei e quindi semiti.

Alla luce di quanto detto è evidente che quando Gesù, nato e cresciuto in ambiente ebraico, dice ai suoi discepoli, anch’essi nati e cresciuti nel medesimo ambiente: «Nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo», con le parole «nel nome», non poteva avere voluto significare altro che «in un’entità personale»; in quella espressione i suoi discepoli non potevano avere inteso diversamente.

Afferma bene J. M Dal Man nell’enciclopedia della Bibbia, LDC, vol. 6, col 1010: “Colui nel cui nome uno può essere battezzato, può essere solo un essere personale”.

Più avanti lo stesso autore dichiara ancora, molto giustamente: “Le tre persone hanno la natura e il potere divino; infatti essere battezzati nel nome di qualcuno, come rito religioso indica sia la consacrazione al culto di quella persona sia l’autorevole potestà di questa nel santificare” (Rm 6:3ss. 1 Cor 1:12,15, ecc. Ibidem.)

E. Nelle lettere apostoliche

Nel libro degli Atti l’intima associazione e unione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nell’opera della redenzione traspare con chiarezza nella dottrina della salvezza esposta da Pietro: “Egli (Gesù) dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio, e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (At 2:33). “E questa è la parola ch’Egli ha diretta ai figliuoli d’Israele, annunziando pace per mezzo di Gesù Cristo. Esso è il Signore di tutti. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Iddio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Iddio era con lui” (At 10:36-38; cfr. At 5:31-32).

Nelle epistole di Paolo sono una quarantina i passi nei quali il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono presentati insieme. In seconda Corinzi 13:13 si legge: “La grazia del Signor Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

E’ l’augurio con cui Paolo chiude una delle sue epistole. Un augurio nel quale si esprime l’ardente desiderio dell’apostolo per i destinatari della sua lettera. Qual è questo desiderio? E’ che i fratelli di Corinto siano resi partecipi dei supremi beni spirituali che procedono dal Signore Gesù Cristo, da Dio Padre e dallo Spirito Santo.

Dal Signore Gesù Cristo procede la grazia, ovvero il dono della remissione dei peccati (Lc 24:17) e della vita nuova (Gl 5:20). Da Dio Padre procede l’amore che trovò nel dono del suo Figlio per la salvezza dell’umanità la sua più alta espressione (Giovanni 3: 16) e che continuamente si rinnova nei doni della sua provvidenza (Mt 5:45). Lo Spirito Santo, promuove e realizza la comunione coi credenti, ovvero quella intima relazione interpersonale tra essi e il Padre e il Figlio per cui Gesù pregò alla vigilia della crocifissione (Gv 17:21).

La grazia, che nel saluto augurale di Paolo ai Corinzi appare come un dono del Signore Gesù Cristo, è anche il dono del Padre: Rm 5:15; Ef 3:7; Col 1:6; Ti 2:11, ecc. E’ il dono del Padre e del Figlio nel medesimo tempo (1Tm 1:2; 2Tm 1:2; Ti 1:4; 2 Gv 3).

L’amore, che nel suo saluto ai Corinzi Paolo fa procedere da Dio, è anche la qualità del Figlio (Rm 8:35; Ef 3:18). L’umanizzazione del Figlio di Dio culminante nella sua morte sostitutiva, fu la dimostrazione suprema dell’amore di Dio per noi (Rm 5:8) e fu per la mediazione dello Spirito che prese forma concreta l’amore di Dio per noi nell’incarnazione del Figlio (Lc 1:35). Ed è ancora per la mediazione dello Spirito Santo che l’amore di Dio continua a giungere sino a noi (Rm 5:5).

La comunione di cui Paolo parla in 2Cor 13:13 indica nello Spirito Santo il promotore; è comunione con lo Spirito, ma anche col Padre (1Cor 1:9) e col Padre e il Figlio (1Gv 1:3).

Se gli stessi doni salvifici procedono dal Padre, dallo Spirito Santo e dal Figlio si deve dedurre che i Tre esercitano lo stesso potere e partecipano della medesima natura, e perciò formano una perfetta unità.

L’apostolo Pietro apre al sua prima lettera con le seguenti parole: “Pietro, apostolo di Gesù Cristo, agli eletti che vivono come forestieri nella dispersione del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, ad ubbidire e ad esser cosparsi del sangue di Gesù Cristo: grazia e pace vi siano moltiplicate” (1Pt 1:1-2).

E’ il saluto augurale che Pietro rivolge nella dedica della sua lettera ai credenti della dispersione. Nel saluto è incorporato un breve inciso di indole teologica riguardante l’elezione dei credenti. Risulta da questo inciso, come ognuno può notare, che l’elezione dei credenti procede dalla preconoscenza di Dio Padre e si attua verso la santificazione dello Spirito Santo, per rendere i credenti stessi atti ad ubbidire e ad essere cosparsi del sangue di Gesù Cristo.

Come nelle epistole di Paolo, anche in questo scritto Dio Padre, lo Spirito Santo e Gesù Cristo sono presentati come operanti nell’unione più perfetta per il recupero dell’uomo peccatore. L’elezione di Dio Padre si realizza nella santificazione dello Spirito Santo, che è resa possibile dal sangue di Gesù Cristo.

Conclusione

La nozione trinitaria non deriva dunque da una speculazione filosofica patristica raggiunta per tappe e compromessi dai padri nel concilio di Nicea (325), di Costantinopoli (381) e di Toledo (569), essa ha le sue radici nella Parola ispirata.

Nella sua Parola troviamo indicazioni che ci portano a concludere, al di là di ogni dubbio, che pur nell’unicità della sua persona coesistono in lui tre individualità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Come questo avvenga è impossibile spiegarlo con la ragione umana. Credere significa anche accettare i propri limiti, significa essere umili di fronte a un universo che non conosciamo.

Ma ciò che conta è che il Signore vuole essere il compagno della nostra vita. Egli è il principio della vita e dell’universo stesso e vuole prendersi cura di noi.

«…che cos’è l’uomo che tu n’abbia memoria?» (Salmo 8:4). La risposta a questa domanda resta avvolta nel mistero dell’amore divino. «Le cose occulte appartengono all’Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi…» (Deuteronomio 29:29).

Lo scopo della nostra vita è rimanere con lo sguardo volto verso il Signore, affinché come Pietro possiamo «camminare sul mare agitato della vita», per testimoniare il suo amore per l’uomo: amando noi stessi e i nostri fratelli” (Vacca – Fantoni).

Past. Francesco Zenzale

Note:
[1] Noi, Cristiani Avventisti del 7° Giorno, crediamo che c’è un solo Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo, un’unità di tre persone coeterne. Dio è immortale, onnipotente, onnisciente, onnipresente ovunque e sempre. Egli è infinito e trascende l’umana comprensione, ma si fa conoscere tramite la sua rivelazione. Egli è degno per sempre dell’adorazione e del servizio di tutta la creazione (cfr. Dt 6:4; Mt 28:19; 2Cor 13:14; Ef 4:4-6; 1Pt 1:2; 1Tm 1:17; Ap 14:7). Dio, l’Eterno Padre, è il Creatore, la Fonte, il Sostenitore, il Sovrano di tutta la creazione. Egli è giusto e santo, misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di immutabile amore e di fedeltà. Le qualità e i poteri espressi nel Figlio e nello Spirito Santo sono anche rivelazione del Padre (cfr. Gn 1:1; Ap 4:11; 1Cor 15:28; Gv 3:16; 1Gv 4:8; 1Tm 1:17; Es 34:6,7; Gv 14:9). Dio, l’Eterno Figlio, si incarnò in Gesù Cristo. Grazie a lui furono create tutte le cose, è stato rivelato il carattere di Dio, si compie la salvezza dell’umanità e il mondo viene giudicato. Per sempre vero Dio, egli divenne anche vero uomo: Gesù il Cristo. Fu concepito dallo Spirito Santo e nacque dalla vergine Maria. Visse e sperimentò la tentazione come un essere umano, ma fu un esempio perfetto della giustizia e dell’amore di Dio. Tramite i suoi miracoli manifestò la potenza di Dio e fu dichiarato il Messia promesso da Dio. Soffrì e morì volontariamente sulla croce per i nostri peccati e al nostro posto. Risuscitato dai morti, ascese al cielo per esercitare nel santuario del cielo il suo ministero in nostro favore. Egli verrà di nuovo in gloria per la liberazione finale del suo popolo e per la restaurazione di tutte le cose (cfr. Gv 1:1-3,14; Col 1:15-19; Gv 10:30; 14:9; Rm 6:23; 2Cor 5:17-19; Gv 5:22; Lc 1:35; Fil 2:5-11; Eb 2:9-18; 1Cor 15:3,4; Eb 8:1,2; Gv 14:1-3). Dio, l’Eterno Spirito, partecipò con il Padre e con il Figlio alla creazione, all’incarnazione e alla redenzione. Egli ispirò gli autori delle Scritture. Manifestò la sua potenza nella vita del Cristo. Sensibilizza e convince gli esseri umani, rigenera e trasforma a immagine di Dio coloro che rispondono al suo invito. Inviato dal Padre e dal Figlio per essere per sempre con i suoi figli, egli concede i doni spirituali alla chiesa, le accorda potenza per testimoniare del Cristo e, in armonia con le Scritture, la guida in tutta la verità (cfr. Gn 1:1,2; Lc 1:35; 4:18; At 10:38; 2Pt 1:21; 2Cor 3:18; Ef 4:11,12; At 1:8; Gv 14:16-18,26; 15:26,27; 16:7-13).
[2] Emil Brunner, The Christian Doctrine of God, Dogmatics, vol. 1, (Philadelphia: The Westminster Press, 1949), p. 220. Il corsivo è originale.
[3] La cosiddetta lettera di Clemente romano ai Corinzi (Il più antico documento letterario della religione cristiana che possa essere datato, immediatamente posteriore al tempo degli apostoli); esordisce con le seguenti parole: «Fratelli, questo è il concetto che dobbiamo farci di Gesù Cristo: considerarlo quale Dio, quale giudice dei vivi e dei morti; e non dobbiamo tenere in poco conto la nostra salvezza». I cristiani credevano anche nello Spirito Santo, la terza persona della trinità: il Paraclito che sarebbe rimasto sempre con i discepoli di Gesù (Gv. 14:16). – Trias, per la prima volta in Teofilo, Ad Autol. II, 15, o in Clem, Aless., Excerpta ex Theodoto 80,3; trinitas, in Tert. Adv, Prax 2 ss..
[4] Gli esponenti di questa eresia, dalla loro formula caratteristica (Monarchiam tenemus) (Tert. Adv. Prax, 3), presero il nome di monarchiani. A seconda del modo diverso di risolvere il problema, si dividono in due calssi: monarchiani dinamisti o ebionitici). Teodoto, probabilmente fodatore del Monarchianismo dinamistico, nel 190 d.C. sosteneva che Cristo era puro uomo terreno. (K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, vol. 1 Antichità Cristiana, pag. 193,  Morceliana – Brescia.
[5] Il mandeismo è una corrente gnostica ebraico-orientale cristianizzata, formatosi forse in Palestina. Le sue origini più antiche risalgono ai tempi precristiani.
[6] PG 2; ed. B. Rehm, 1953.
[7] Credo di Niceno – “Crediamo in un solo Dio, Padre Onnipotente, Creatore di tutte le cose, visibili e invisibili; e in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio Unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della sostanza del Padre, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, prese carne dallo Spirito Santo e da Maria Vergine, e divenne uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, fu sepolto e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, salì al cielo, si sedette alla destra del Padre: verrà nuovamente nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il Suo Regno non avrà fine; Crediamo anche nello Spirito Santo, che è Signore e dà vita, che procede dal Padre e dal Figlio*; che col Padre e col Figlio deve essere adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Crediamo la chiesa, una, santa, cattolica** e apostolica. Crediamo un solo battesimo per la remissione dei peccati e aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita nel secolo futuro. Amen”.
*e dal Figlio: questa frase è ancora ripudiata dalla chiesa ortodossa orientale. La chiesa occidentale insisté sull’inclusione della frase “e dal Figlio” (in originale “filioque”), mentre la chiesa orientale l’ha ripudiata. Il Credo Atanasiano, comunque, rende chiaro questo punto quando dice: “Lo Spirito Santo proviene dal Padre e dal Figlio – non è fatto, né creato, né generato, ma procede”.
**Cattolica: il termine “cattolico” significa “universale”. Quando il termine è applicato alla chiesa, s’intende la chiesa cristiana nella sua generalità o universalità. Questo termine non è mai da intendersi, quindi, come applicato alla chiesa cattolica romana, in senso denominazionale.
Confessione Augustana – Nel 1530 La Confessione Augustana manifesta il completo accordo sul decreto del Concilio di Nicea: «… c’è un’unica essenza divina la quale è chiamata ed è Dio, eterno, incorporeo, indivisibile, d’immensa potenza, sapienza, bontà, creatore e conservatore di tutte le cose visibili e invisibili; e tuttavia che sono tre le Persone, della medesima essenza e potenza, e coeterne: Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E si usa il termine Persona con il significato con cui lo usarono, a questo proposito, i Padri della chiesa, per indicare cioè non una parte o una qualità inerente a un altro essere, ma quel che esiste di per sé» (La Confessione augustana del 1530, Claudiana, Torino, p. 115).
[8] K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, vol. 1 Antichità Cristiana, pag. 298,  Morceliana – Brescia.
[9] Per quanto riguarda al dottrina trinitaria Origine fissa il rapporto fra le tre divine persone secondo il criterio di subordinazione: il Logos è inferiore al Padre e lo Spirito Santo inferiore al Figlio.
[10] K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, vol. 1 Antichità Cristiana, pag. 195,  Morceliana – Brescia.
[11] Mozzato Davide, Siate ricolmi di Spirito Santo, cap. 3, ed. ADV, Impruneta (Fi) – 2005.
[12] A proposito della formula trinitaria, i nostri fratelli “unitari” fanno presente che gli apostoli non hanno mai battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28:19) perché non credevano nella trinità. Di fatto, bisogna ammettere che la formula trinitaria, a prima vista e nella forma, sia stata disattesa dagli apostoli, ma non nel contenuto e nell’insegnamento. Infatti, Gesù non ha lasciato una “formula” o una frase rituale da pronunciare in occasione del battesimo. Pertanto, l’espressione trinitaria battesimale deve essere colta nel suo significato e non tanto nella forma. Ciò è ben evidenziato dal significato esistenziale della parola «ònoma » nome, che precede i rispettivi attributi: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella mentalità ebraica dare un nome ad una persona o chiamarla per nome significava offrirle il diritto di esistere, di pensare e ti interagire nel mondo e con se medesimi; ciò implicava una conoscenza  affettiva, empirica della persona e non nominativa e/o formale, devozionale. Il terzo comandamento  «non nominare il nome di Dio invano» significa disattendere la persona di Dio nel quotidiano, più che bestemmiarlo che in sé rivela spesso mancanza di conoscenza e di riverenza formale. In questo senso gli apostoli non hanno disatteso l’insegnamento di Gesù nel suo significato e i catecumeni più che credere nella trinità, la sperimentavano. Ad esempio, gli Atti degli apostoli sono da attribuire allo Spirito Santo più che agli apostoli (cfr. At 2; 5:1-4; 8: 29; 13:2; 15: 28;16:6) e le lettere di Paolo sono impregnate della presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, lo stesso per quelle di Pietro e di Giovanni. (cfr. At 2:33; 2:38-39; 5:31-32; At 10:36-38; 1Co 12:4-6; 2Co 13:13; Ef 2:18; Ti 3:4-6; Eb 9:14; 1Pt 1:1-2; 4:14; 1Gv 4:13-15). Inoltre, è importante evidenziare che secondo l’apostolo Paolo, in Gesù «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2:9), pertanto battezzare nel «nome di Gesù» (At 2:38; 8:16) significa anche nel nome del Padre e dello Spirito Santo. Nell’esperienza di conversione di Cornelio, lo Spirito Santo aveva già operato potentemente, tale da indurre Pietro  ad esprimersi : «C’è forse qualcuno che possa negare l’acqua e impedire che siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi?» (At 10:47). Comunque, volendo attenersi alla forma, nel Nuovo Testamento oltre a Matteo 28:19, troviamo anche la formula di benedizione in 2 Corinzi: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (13:14).

Past. Francesco Zenzale

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