Cristo vincitore!

Egli ritorna

ritorno3La salvezza dei cristiani non è solo per il presente, ma soprattutto per il futuro, perché con la morte redentrice di Cristo sul Golgota, e con la giustificazione e la salvezza per fede, il piano di Dio non è ancora completamente compiuto.Certo, il peccato non ha più potere sul credente che sa di poterlo vincere con l’aiuto di Dio, ma rimane pur sempre presente nel mondo sotto forma di infedeltà, omicidi, guerre, distruzioni fino a quando Dio, rinnovando il mondo, metterà la parola fine. Al Golgota, la luce ha vinto le tenebre. Da allora il nemico combatte dalle retrovie finché il suo dominio scomparirà per lasciare il posto alla pace eterna.

Per millenni, tutti gli sforzi umani a favore della pace sono stati annientati da nuove violenze, nuove guerre. La soluzione non può essere che oltre la storia, nella certezza che il Signore dello spazio e del tempo un giorno dichiarerà: «È fatto!».

«La storia ha ragione in un solo punto: quando sta per finire», afferma il filosofo russo Berdajev.

Precisiamo che non si tratta solo della fine del mondo, ma dell’inizio del regno di Dio. Della fine, oggi ne parla il mondo intero! Siamo giunti a un punto in cui la razza umana potrebbe distruggersi da sola. La meta di Cristo è ben diversa. Non il caos, ma l’ordine è la nostra speranza. L’apostolo Paolo dichiara: «Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, ne’ quali abiti la giustizia» (2 Pietro 3:13).

Questo messaggio è oggi più che mai attuale. Gli uomini cercano ansiosamente una ricetta per guarire la terra dai suoi mali, però il rimedio si trova solo nel messaggio cristiano. Chi toglie dall’Evangelo la speranza del ritorno di Cristo, chi fa del futuro regno un regno di questo mondo, distrugge il messaggio biblico. La speranza della seconda venuta di Cristo è basata sulla sua promessa. Poco prima della sua morte, Gesù consolò così gli apostoli: «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci son molte dimore; se no, ve l’avrei detto; io vo a prepararvi un luogo; e quando sarò andato e v’avrò preparato un luogo, tornerò, e v’accoglierò presso di me, affinché dove son io, siate anche voi» (Giovanni 14:1-3).

Molti dei suoi sermoni e delle sue parabole parlano del suo ritorno, del giudizio universale e del regno di Dio. Nelle sue predicazioni, Gesù prendeva spunto dalle profezie dell’Antico Testamento, dove già si parlava del trionfale ritorno del Messia. Nel Nuovo Testamento sono più di trecento i versetti che ripetono questa promessa. Si può quindi affermare che la redenzione e il ritorno di Cristo sono il tema dominante della fede cristiana. I primi cristiani, che ne erano fermamente convinti, si salutavano con: «Maranatha! (Il Signore viene!)». Questa speranza è solidamente ancorata al messaggio di Cristo stesso. Il regno di Dio, che è stato stabilito con la sua prima venuta (Matteo 12:28; Luca 17:22), attende il compimento nel giorno del suo ritorno (Matteo 25:31-34).

Gesù non ci parla solo della sua venuta, ma anche della sua apparizione (Luca 17:30), quando sarà visibile in tutta la sua maestà. «E allora apparirà nel cielo il segno del Figliuol dell’uomo; ed allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio, e vedranno il Figliuol dell’uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria» (Matteo 24:30). Come è salito al cielo in modo visibile, così pure ritornerà (Atti 1:9-11; Apocalisse 1:7; 14:14).

Nella sua seconda lettera, Pietro ci mette in guardia dallo scetticismo (2 Pietro 3:3). Inoltre Gesù nel sermone profetico sulla fine del mondo (vedere Matteo 24) ci mette in guardia contro un falso e ingiustificato ottimismo, perché il tempo precedente il suo avvento non sarà un’epoca d’oro, ma un’epoca di grandi crisi mondiali (Luca 21:25). Egli ci avverte pure di non prestare fede alle false aspettative sul suo ritorno, le quali non parlano di un avvento visibile, ma sostengono cose false, dette da falsi profeti. «Perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno gran segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l’ho predetto. Se dunque vi dicono: Eccolo, è nel deserto, non v’andate; eccolo, è nelle stanze interne, non lo credete; perché, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figliuol dell’uomo» (Matteo 24:24-27). Gesù ci ammonisce anche a non credere a coloro che pretendono di poter fissare la data di quel giorno (Marco 13:32).

Non solo ma egli ha anche denunciato chiaramente le false idee circa il suo ritorno e ha anche accusato la pigrizia e la leggerezza di una cristianità troppo sazia, la quale non ha il desiderio di dire, come fece l’apostolo Giovanni: «Vieni Signor Gesù». Gesù paragona questa parte di cristiani intolleranti, presuntuosi e indolenti, all’immagine del malvagio servitore che, in cuor suo dice: « … Il mio padrone tarda a venire» (Matteo 24:48). Invece di vegliare ogni giorno e dispensare il cibo della Parola, come fa ogni buon servitore, egli rinnega il suo Signore con la propria condotta, e perseguita coloro che non pensano come lui.

Per il servitore infedele ci sarà un giorno un brutto risveglio. Leggiamo che cosa ha detto Cristo: «il padrone di quel servitore verrà nel giorno che non se l’aspetta, e nell’ora che non sa; e lo farà lacerare a colpi di flagello, e gli assegnerà la sorte degli ipocriti. Ivi sarà il pianto e lo stridor de’ denti» (Matteo 24:48).

Il vero discepolo non ha difficoltà a ripetere con Paolo: «Quanto a noi, la nostra cittadinanza è ne’ cieli, d’onde aspettiamo come Salvatore il Signor Gesù Cristo» (Filippesi 3:20). Affinché la chiesa cristiana possa vivere in questa costante attesa, il Signore non cessa di avvertire: «Io vengo tosto» (Apocalisse 3:11), e i suoi fedeli gli rispondono: «… Amen! Vieni, Signor Gesù!» (Apocalisse 22:20).

I seguaci di Cristo sono consapevoli di quanto deve avvenire, anche se non conoscono quando accadrà, quanto durerà e quando tutto sarà compiuto. Questo richiede un continuo stato di vigilanza e di pazienza per i credenti (Giacomo 5:7). La vera chiesa di Dio vive in uno stato di tensione: quello che Dio ha progettato deve avverarsi e può avvenire in ogni tempo, secondo la sua volontà, mai secondo i calcoli umani. Egli ci ha pure detto che « … E questo evangelo del Regno sarà predicato per tutto il mondo, onde ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine» (Matteo 24:14). I «tempi delle nazioni» saranno allora adempiuti (Luca 21:23), il bene e il male saranno maturi (Matteo 13:24-30), i servitori avranno fatto fruttare i talenti loro affidati (Luca 19:13), per poi «dopo molto tempo» quando il loro Signore sarà tornato, rendergliene ragione (Matteo 25:19).

Guardando al passato, la chiesa riconoscerà che il Signore l’ha guidata passo, passo attraverso la storia. Ciò che nelle generazioni passate, piene di speranza, appariva come un ritardo dell’avvento di Cristo, non scoraggiò però i discepoli, anzi divenne motivo di fede, perché rafforzato dalle profezie già adempiute (2 Pietro 3:3-9). Come Dio mantenne la sua parola al tempo del diluvio universale, così sarà per la venuta del Signore.
In realtà, già alla nascita di Cristo è cominciato l’«ultimo tempo» (1 Giovanni 2:18), gli «ultimi giorni» (Ebrei 1:1), gli «ultimi termini dei secoli» (1 Corinzi 10:11). Ora ci avviciniamo alla meta, una meta che non è un regno di uomini, non è il caos: è il regno di Dio. Questo regno è visibile ovunque i credenti riportano la vittoria sull’ingiustizia, sull’odio, sulle forze distruttrici. Ben presto la sovranità divina sarà visibile su tutta la terra (Matteo 25:31-34).

Segni premonitori

Circa gli ultimi eventi, la Scrittura attira ripetutamente la nostra attenzione sui segni precursori della venuta di Cristo e della fine del mondo di cui nessuno però conosce il giorno. Questi «segni dei tempi» fanno parte della predicazione affinché la chiesa di Cristo sia fortificata nella sua attesa (Luca 21:18), e il mondo venga messo in guardia (Luca 21:56). Già molti di questi segni: guerre, calamità, terremoti, inondazioni, fame, epidemie, dissolutezza, abbandono della fede, persecuzioni e aggressioni si sono manifestati. Anche la predicazione dell’Evangelo e la comprensione delle profezie sono in aumento.

Tutto questo, prima della fine, prenderà dimensioni universali: dalla guerra di Gerusalemme ai tempi degli apostoli (Luca 21:20), si arriva alle grandi guerre mondiali del nostro secolo, le quali annunciano l’ultimo conflitto di dimensioni cosmiche, quello della battaglia di Armaghedon (Apocalisse 16:12-16). I terremoti, dapprima limitati a poche regioni, diventeranno di portata mondiale, un vero cataclisma come non fu mai «… da quando gli uomini sono stati sulla terra» (Apocalisse 16:18). Anche la proclamazione dell’Evangelo conoscerà una grande diffusione. Partito da Gerusalemme, esso sarà diffuso nel mondo intero (Matteo 24:14; Atti 1:8). Purtroppo aumenteranno anche le persecuzioni dei cristiani, fino ad arrivare a «… una grande afflizione; tale, che non v’è stata l’uguale dal principio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà» (Matteo 24:21).

Più la «Parusia» si avvicina, più gli uomini si allontanano da Dio. Ecco come l’apostolo Paolo descrive gli ultimi tempi: «Or sappi questo, che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, irreligiosi, senz’affezione naturale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza» (2 Timoteo 3:1-5).

Giacomo, invece, pone gli occhi sui problemi dell’ingiustizia sociale e sulla loro soluzione finale: «A voi ora, o ricchi; piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze son marcite, e le vostre vesti son rose dalle tignuole. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro a voi, e divorerà le vostre carni a guisa di fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario dei lavoratori che han mietuto i vostri campi, e del quale li avete frodati, grida; e le grida di quelli che han mietuto sono giunte alle orecchie del Signor degli eserciti. Voi siete vissuti sulla terra nelle delizie e vi siete dati ai piaceri; avete pasciuto i vostri cuori in giorno di strage. Avete condannato, avete ucciso il giusto; egli non vi resiste» (Giacomo 5:1-8).

I credenti sono chiamati a perseverare, ad avere pazienza fino alla venuta di Cristo; devono sapere che il compimento dei segni dei tempi significa che la redenzione sta per compiersi. In un secolo come il nostro in cui dobbiamo confrontarci con la minaccia mortale dei gravi problemi dell’ambiente, dell’atomo e delle loro conseguenze, dobbiamo riconoscere che stiamo vivendo una grande crisi la cui soluzione è costituita dal ritorno di Cristo. I segni dei tempi devono dunque portarci a più solidarietà e a più amore per il prossimo, ad avere più fiducia nelle promesse contenute nella Parola di Dio e nell’avvenire. Il messaggio della fine deve essere annunciato a tutto il mondo, per dare a tutti coloro che lo intendono la possibilità di scegliere la salvezza. I segni dei tempi, tuttavia, non hanno il compito di impaurire l’umanità, bensì di farle conoscere che il male del mondo sta per finire, perché sta per tornare colui che fa ogni cosa nuova (Apocalisse 21:5). Questo ritorno appare agli occhi dei lettori della Bibbia come un avvenimento grandioso. «E allora apparirà nel cielo il segno del Figliuol dell’uomo; ed allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio, e vedranno il Figliuol dell’uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’un capo all’altro de’ cieli» (Matteo 24:30,31).

Se riconosciamo che i segni dei tempi si stanno avverando sotto i nostri occhi, ricordiamo le parole di Gesù, oggi più attuali che mai: «Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte» (Matteo 24:33).

La sua venuta non può tardare troppo. Siamo anche noi tra coloro che vivono nell’attesa di colui che viene?

Quando comincia la vita eterna?

Vincere la morte, accedere all’immortalità, ecco l’aspirazione e il desiderio di tutte le religioni e di molte filosofie. Il platonismo, per esempio, crede nell’immortalità dell’anima, aggiungendo a volte a questa nozione anche quella della reincarnazione. «Queste nozioni – dice il teologo Karl Barth – sono una scappatoia, pensieri effimeri per convincere gli uomini che la morte colpisce solo il corpo, e va considerata una “liberazione” che dà accesso a un’esistenza più ricca, vissuta nell’aldilà».

Il pensiero biblico considera invece la morte molto seriamente: questa colpisce l’uomo come «salario del peccato» (Romani 6:23), al quale nessuno può sfuggire; non è quindi la «liberatrice», ma l’«ultima nemica», vinta da Cristo alla sua morte sulla croce (2 Timoteo 1:9), e che sarà distrutta al suo ritorno (1 Corinzi 15:26). Quindi, l’immortalità non è un attributo dell’anima umana, ma di Dio (1 Timoteo 6:16). Chi però crede che Dio si è manifestato in Cristo, entra nella sfera spirituale divina e ha la vita eterna (Giovanni 3:16,36). L’immortalità è dunque la grazia di Dio per coloro che credono in lui, anche se resteranno ancora sottoposti alla morte «naturale», ma non più alla morte eterna (Giovanni 5:24). Questa è la promessa dell’Evangelo, la promessa cristiana. Al ritorno di Cristo, quando alla sua parola i morti risusciteranno incorruttibili, questa promessa diventerà realtà (1 Corinzi 15:51-55).

Giustamente Karl Barth pone la domanda: «Che cosa significa possedere la speranza cristiana in questa vita? Una vita al di là della morte? Un’esperienza dopo la morte? Un’anima che, come una farfalla, esce dalla crisalide e aleggia sulla tomba, per essere poi conservata in qualche luogo e vivere eternamente? Questo non costituisce certo la speranza del cristiano il quale attesta invece: “Io credo nella risurrezione del corpo”».

Perciò il ritorno di Cristo non segna solo la fine di un mondo decaduto, ingiusto e nemico di Dio, ma con la risurrezione ha inizio una vita nuova e irreprensibile (Ebrei 11:17-19,35). Questa era la speranza dei patriarchi, e i profeti che l’annunciarono si consolavano con queste promesse (Isaia 26:19; Daniele 12:2,13). Per Gesù Cristo, il ritorno simboleggiava l’ultimo significativo atto del suo ministero terreno (Giovanni 5:28; Luca 14:14). Per i primi cristiani, il ritorno di Cristo era la speranza che illuminava l’orizzonte del mondo presente (Filippesi 3:8-11). Senza la risurrezione, il dramma del peccato e del perdono non avrebbe né senso né soluzione. Le promesse di Dio risulterebbero vane, la testimonianza degli apostoli illusoria e la nostra vita senza prospettive oltre la morte (1 Corinzi 15:12-19).

Certo, senza la realtà della risurrezione, non si potrebbe dare un significato al nostro soggiorno terreno. Tuttavia ammettiamo che né il ritorno di Cristo né la risurrezione sono realtà che si possono toccare col dito, il cui «come» si sottrae al nostro sapere, e il cui «affinché», con il suo carattere di promessa, ci indirizza alla fedeltà di Dio. Fedeltà di Dio significa che Dio vuole e può risuscitare (1 Corinzi 15:12-19). Persino il filosofo Voltaire, noto avversario del Cristianesimo, avrebbe detto un giorno a una signora che si prendeva beffe della risurrezione: «Madame, la risurrezione è la cosa più facile. Se è vero che Dio ha creato l’uomo, perché non gli sarebbe possibile rendergli la vita una seconda volta?».

Con un paragone preso dalla natura si può fare un po’ di luce su che cosa significhi la risurrezione. L’apostolo Paolo ricorda a questo proposito il seme di grano. Dopo la semina, grazie alla forza del sole, dell’acqua e del suolo, esso si trasforma in una magnifica spiga. Nello stesso modo, l’uomo muore e ritorna polvere (Genesi 3:19), ma non viene dimenticato. La sua identità riposa in Dio (Luca 20:37). Come alla creazione l’uomo ricevette la vita, così alla fine la Parola del Creatore gli renderà la vita, non più in un corpo corruttibile, bensì in un corpo «spirituale e immortale», nella nuova terra (1 Corinzi 15:45-49).«Corpo spirituale» vuol dire che allora lo Spirito, il «mezzo» che apre l’uomo a Dio, avrà assunto il controllo totale del pensiero, della volontà e dei sentimenti.

Certo, questa immagine tra il chicco di grano gettato nel terreno e il corpo umano inerte che risusciterà glorioso, è molto imperfetta; tuttavia, anche se debole, essa dà un’idea del processo miracoloso che si svolge grazie alla potenza di Dio e nel quale, per fede, possiamo credere.

Ritorniamo ora ai morti che riposano nei loro sepolcri. Cristo e gli apostoli parlano del «sonno dei defunti» (Giovanni 11:11-14). Al ritorno di Cristo, i «morti in Cristo» risorgeranno a nuova vita e saranno sempre col Signore (1 Tessalonicesi 4:14-18). L’ultima eterna dimora dell’uomo sarà la «nuova terra» (2 Pietro 3:13). Perciò la vita eterna sarà una vita corporale.

Secondo la Bibbia, essere rivestiti del corpo non significa essere in uno stato di inferiorità; il corpo non è qualcosa di condannabile, d’indegno, anzi, per i fedeli esso è la dimora dello Spirito Santo (1 Corinzi 6:18-20). Nell’Evangelo non si parla quindi di liberazione dal corpo, ma di «redenzione del corpo» (Romani 8:23).

La risurrezione, quale ultimo atto di salvezza, avviene però solo per i credenti. Chi rifiuta l’offerta di vita che proviene da Dio, avrà anch’egli una risurrezione, non a vita eterna, ma di condanna (Giovanni 5:29). Le due risurrezioni non avverranno nel medesimo tempo, ci dice la Sacra Scrittura. Alla Parusia solo i «morti in Cristo», i morti che gli appartengono, risorgeranno (1 Tessalonicesi 4:16), mentre i fedeli ancora in vita, saranno mutati. Poi, insieme, saranno rapiti in cielo a incontrare il Signore (1 Tessalonicesi 4:17). Lì, avranno parte al regno del Figlio di Dio, alla sua signoria, per un periodo di mille anni. Durante questo periodo, essi giudicheranno il mondo con Cristo (1 Corinzi 6:2).

Alla fine di questi mille anni gli altri morti torneranno in vita (Apocalisse 20:5); non per la vita eterna, ma per la seconda morte, il che significa perdizione, annientamento, fine (Apocalisse 21:8; Galati 6:8; 2 Tessalonicesi 1:9; Ebrei 10:27; Apocalisse 21:5).

Cronologicamente, la risurrezione dei credenti viene chiamata «prima risurrezione» (Apocalisse 20:6); essa è la risurrezione per la vita (Giovanni 5:29); questa nuova vita significa rinnovamento e glorificazione. Si tratta di un’esistenza di gran lunga superiore sia per quantità sia per qualità. Dio dice: «Ecco, io fo ogni cosa nuova» (Apocalisse 21:5).
I redenti avranno anche un nome nuovo, canteranno un nuovo cantico, abiteranno una nuova terra (Apocalisse 2:17; 5:9; 14:9; 21:1). È vero che al ritorno di Cristo essi saliranno in cielo, ma, dopo il millennio, sarà la terra la loro nuova dimora, e Dio abiterà con loro (Apocalisse 21:1).

Allora, il piano della salvezza sarà finalmente realizzato, e la volontà di Dio compiuta. Nella sua infinita, divina saggezza, nel suo immenso amore, egli guiderà il suo popolo a una conoscenza sempre maggiore. Niente più potrà essere di impedimento alla contemplazione, alla comprensione della saggezza e dell’amore del nostro Redentore.

L’amore di Dio si riverserà pienamente, senza essere ostacolato, su tutto il creato, ormai libero dal peccato. Ovunque regneranno armonia, pace e libertà. Tutti i profondi desideri dell’uomo saranno appagati; l’umanità conoscerà la vera e completa felicità eterna.

Da questa aspettativa, il cristiano trae la forza e il coraggio per sopportare in questa vita le avversità e i dolori. Anche se i problemi del mondo vanno aumentando sempre più, anche se le pene e i dolori di ognuno si aggravano, lo sguardo diretto a questa fine gloriosa procura pace e consolazione.

Non dimentichiamo che Dio mostrò al profeta Daniele come una pietra, senza opera di mani, abbia distrutto e disperso la grande statua d’oro, d’argento, di rame, di ferro e di argilla. Questo simbolo della presa di potere da parte di Cristo, vuol rappresentare la fine di un mondo sofferente e decaduto. La meta finale del mondo è il nuovo creato nel quale non esisterà più alcun male. La pietra che riempirà la terra sarà portatrice dei cambiamenti radicali che ogni uomo anela.

Allora, finalmente, sarà esaudita la preghiera di una moltitudine di esseri umani attraverso i secoli: «Venga il tuo regno!».

Questo studio è stato tratto dal libro di Hans Heinz, “Un mondo che cambia”, ed. AdV, Falciani Impruneta (Fi). Adattato dal Past. Francesco Zenzale.

Maràn-atà      Torna su
Share Button