La Chiesa Avventista e il ritorno di Cristo

Giovanni 14:1-3; 2 Pietro 3:9-14

0508061Un giorno un fratello pose le seguenti domande a E. G. White: crede lei che il Signore verrà entro dieci anni? Che differenza fa se Egli ritorna entro due, quattro o dieci anni? Poi aggiunse: se sapessi che il Signore torna fra dieci anni credo che farei alcune cose in modo diverso da come le faccio ora.

Elena gli rispose: che cosa farebbe di diverso?

Oh! Rispose il fratello, venderei la mia proprietà e comincerei ad investigare le scritture e cercherei di avvertire la gente invitandola prepararsi per il ritorno di Cristo e pregherei il Signore affinché fossi vivo al suo ritorno per incontrarlo.

E. G. White gli disse: se lei sapesse che il Signore ritorna fra venti anni, vivrebbe in modo diverso? Il fratello rispose: credo proprio di si.

Elena prosegue affermando quanto segue: “Quanto egoista è l’espressione di chi vivrebbe diversamente sapendo che il Signore torna fra dieci anni. Enon camminò con Dio 300 anni. Questa è una lezione per noi che camminiamo con Dio ogni giorno (Eventos de los ultimos dias, pag. 42)… Come Enoc camminò con Dio? Educò la sua mente e il cuore per sentire sempre che stava alla presenza di Dio e, quando era perplesso, le sue preghiere salivano al Signore. Affinché Dio lo aiutasse… La sua preghiera era: insegnami il tuo cammino affinché non possa sbagliare” (ibidem, pag. 72).

“Sebbene nessuno sappia il giorno e l’ora della sua venuta, nondimeno noi siamo tenuti a conoscerne la vicinanza. Siamo inoltre esortati a non trascurare i suoi avvertimenti, perché la volontaria ignoranza dell’avvicinarsi del suo avvento sarebbe per noi altrettanto fatale come lo è stata per i contemporanei di Noè, i quali non vollero credere all’imminenza del diluvio”.

“Il tempo esatto della seconda venuta del figlio dell’uomo è un mistero di Dio… Voi non potete decidere se Gesù verrà entro uno, due o cinque anni, né tanto meno dovete rimandare la sua venuta affermando che ritornerà non oltre 10 o 20 anni”. Il nostro messaggio non consiste nel fissare una data… perché ciò conduce all’incredulità… (Ma) Ciò non significa che dobbiamo tralasciare di porre mente ai segni del prossimo ritorno di Cristo Gesù” (Eventos de los ultimos dias, cap. 2, 3).

Nel libro “Service Chretien”, pag. 47, E. G. White, sostiene che:

“Il popolo di Dio deve fare attenzione ai segni dei tempi. I segni della venuta di Cristo sono troppo chiari per essere messi in dubbio, e nel vederli, tutti coloro che professano di credere alla verità dovrebbero diventare dei predicatori pieni di vita. Dio ci chiama tutti, predicatori e laici a risvegliarci… Ma il popolo di Dio è come se fosse colpito dall’incredulità, di una paralisi spirituale che gli impedisce di vedere chiaramente i doveri dell’ora presente”.

Da che cosa è dovuta questa paralisi spirituale? La risposta la troviamo nel medesimo libro:

“Questa è una dichiarazione solenne che io faccio alla Chiesa: non c’è una persona su venti di coloro i cui nomi sono scritti sui registri di chiesa… che vivono nella condizione di peccatori abituali, cioè senza Dio e senza speranza nel mondo (pag. 51)… “Oggi, gran parte di coloro che compongono le nostre chiese sono morti nei loro falli e nei loro peccati. Vanno e vengono come una porta sui suoi cardini. Per degli anni hanno ascolta le verità più solenni, ma essi non le hanno mai praticate. E per questo che sono sempre più meno sensibili… fanno professione di pietà, ma ne rinnegano la potenza” (pag. 55).

Queste angosciose affermazioni meritano tutta la nostra attenzione ed un sincero approfondimento In quale periodo storico queste dichiarazioni sono state enunciate? A chi sono state rivolte? Perché questi solenni appelli?

E. G. White e il ritorno di Cristo

Nel 1883, aveva detto che il Signore sarebbe potuto venire molto prima:

“Se gli avventisti, dopo la grande delusione del 1844, avessero mantenuto salda la loro fede e unitamente, mano nella mano, avessero colto quello che la Provvidenza offriva loro, accettando il messaggio del terzo angelo e proclamandolo al mondo mediante la potenza dello Spirito Santo, essi avrebbero visto la salvezza di Dio… Cristo sarebbe ritornato… Ma l’opera fu ritardata, e l’umanità lasciata nelle tenebre” (Evangeliser, pag. 620).

Nel 1900 scrisse:

“Se gli avventisti si fossero conformati ai disegni di Dio proclamando al mondo il messaggio di misericordia Gesù Cristo sarebbe già tornato e i santi popolerebbero la città celeste” (Evangeliser, pag. 619)

Nel 1901 avvertì:

“Noi potremmo essere condotti a rimanere in questo mondo ancora per molti anni a causa dell’insubordinazione, così come fecero i figli d’Israele” (Evangelism, pag. 696).

Nel Gran Conflitto, come in altre sue testimonianze, troviamo le seguenti parole:

“La storia dell’antico Israele è una chiara illustrazione della passata esperienza degli avventisti. Dio guidò il suo popolo nel movimento avventista come condusse Israele fuori dell’Egitto. Nella grande delusione, la loro fede fu messa alla prova come quella degli ebrei a Mar Rosso. Se avessero confidato nella mano che li guidava e che era stata con loro nel passato, avrebbero visto la salvezza di Dio. Se tutti coloro che avevano operato compatti nel 1844 avessero accettato il messaggio del terzo angelo e l’avessero proclamato con la potenza dello Spirito di Dio, il Signore si sarebbe unito con potenza ai loro sforzi; un fascio di luce sarebbe stato riversato sul mondo, e gli abitanti della terra sarebbero stati avvertiti da anni. L’opera sarebbe stata ultimata e Cristo già venuto per la redenzione del suo popolo. Non era volontà di Dio che gli Israeliti errassero nel deserto per 40 anni: Egli desiderava condurre i suoi figli direttamente nella terra di Canaan e stabilirveli come nazione santa e felice. Ma <> (Ebrei 3: 19). A causa della loro rilassatezza e della loro apostasia, gli israeliti perirono nel deserto, e una nuova generazione fu suscitata perché entrasse nella terra promessa. Non era neppure volontà di Dio che la venuta di Cristo fosse così ritardata e che il suo popolo rimanesse tanti anni in questo mondo di peccato e di dolore. Ma la sua incredulità lo ha separato da lui. Avendo rifiutato di svolgere l’opera che Egli gli aveva assegnata, altri furono suscitati per la proclamazione del messaggio” (GC., pag. 334, 335).

“Per quarant’anni l’incredulità, la scontentezza e la ribellione tennero lontano l’antico Israele dalla terra di Canaan. Gli stessi peccati ritardano l’ingresso dell’Israele moderno nella Canaan celeste. L’incredulità, la mondanità, la mancanza di consacrazione e i litigi del popolo di Dio ci hanno tenuti in questo mondo di peccato e di sofferenza per così tant’anni” (E. G. White, Last Day Events, pag. 38).

Per quello che possiamo leggere nella Parola di Dio, il popolo d’Israele violò continuamente il patto e ciò lo condusse lentamente a rigettare il Messia. Tra i tanti aspetti che possiamo cogliere nell’atteggiamento rivoltoso d’Israele nei confronti di Dio ce ne sono alcuni che desidero porre alla vostra attenzione:

1. Il vero nemico d’Israele era Israele stesso, ovvero nemici interni e non esterni. Israele divenne nemico a se stesso.

E. G. White afferma che “Abbiamo molto più da temere dai nemici interni che da quelli esterni. Gli impedimenti per il vigore e l’esito di un risveglio provengono molto più dalla chiesa stessa che dal mondo… Mi fu mostrato che angeli malvagi, sotto forma di credenti, operano nelle nostre file per introdurre un forte spirito di incredulità” (Eventos de los ultimos dias”, pag. 165).

2. Il popolo è stato indotto al peccato dai dirigenti o dai personaggi influenti.

Gli episodi illustrativi di questa drammatica verità li conosciamo.

♦ La violazione del patto al monte Sinai con la collaborazione di Aronne (Es. 32:1-2, 25).
♦ Il rapporto delle dodici principi e il costo di 40 anni nel deserto (Num. 13:1-3, 30-33).
♦ L’esperienza dei Re coadiuvata dai falsi profeti che condusse alla deportazione e all’esilio.
♦ Il comportamento dei sommi sacerdoti al tempo di Gesù che indusse al rigetto del Messia e del popolo d’Israele come nazione eletta.

3. Riassumendo, i peccati che hanno impedito al popolo d’Israele di entrare nelle terra promessa e che hanno ritardato il ritorno di Cristo, sono:

♦ l’incredulità, la rilassatezza spirituale e dottrinale;
♦ la generale scontentezza, il malcontento e la ribellione;
♦ la mondanità, la mancanza di consacrazione e i litigi;
♦ l’autosufficienza;
♦ il compromesso con il peccato e i costumi del mondo;
♦ la mancata comunione vivente con Dio e fraterna e la proclamazione dell’amore di Dio.

Conclusione

“Io so che se il popolo di Dio avesse mantenuto una comunione vivente con Dio, se avesse obbedito alla sua parola, egli sarebbe oggi nella Canaan celeste” (General Conference Bulletin, 30 marzo 1903, cit. Evangeliser, pag. 619).

Credo fermamente che il Signore sia vicino. Questa beata speranza dovrebbe indurci come chiesa a riaccendere le «lampade dello Spirito Santo, dell’unità e dell’amore fraterno», affinché possiamo avere chiaro il «senso delle cose di Dio» ed essere maggiormente determinati nell’opera dell’evangelizzazione.

Come le 10 vergini, ciascuno di noi possiede una lampada che, per quanto sia stata spenta, può essere riaccesa; perché in ognuna c’è ancora dell’olio che è simbolo dello Spirito Santo. Ma queste lampade, oltre ad averle nel cuore, devono essere tenute strette fra le mani davanti ai nostri occhi, ai nostri pensieri, al nostro cuore, alla nostra bocca e ai nostri piedi, al nostro essere intero.

Come riaccenderle? Come camminare alla luce dello Spirito Santo?

Riflettendo sull’esperienza della chiesa primitiva (Atti 2:37–47), colgo alcuni insegnamenti, che desidero porre alla vostra spirituale attenzione. Fra i tanti troviamo la fedeltà, l’unità o il pari consentimento, il rispetto della persona e dei ruoli, la semplicità di cuore, la gioia di stare insieme, la lode al Signore e la koinonia, cioè: lo stare insieme tutti i giorni.

Perché la chiesa primitiva si riuniva tutti giorni al tempio? Considerando la loro semplice vita, che necessità avevano di stare insieme ogni giorno?

Quando la mia mente si lascia andare al dono dell’immaginazione, vedo una comunità d’uomini, donne e bambini insieme, che non si accontentano di ritrovarsi solo il sabato mattina, per il culto d’adorazione, per lo studio della scuola del Sabato, per qualche sporadica uscita missionaria, ma una chiesa che ha nel cuore il gran bisogno di stare insieme per conoscersi, per imparare ad amarsi, ad apprezzarsi, per scoprire i talenti di ciascuno, una comunità dove ciascuno ha nel cuore e tra le mani una lampada accesa.

Per noi oggi, cari fratelli e sorelle, il sabato è diventato un contenitore troppo stretto. Pretendiamo di fare tutto in un solo giorno quello che la chiesa primitiva realizzava durante la settimana. E’ praticamente impossibile. Il Signore ha affermato che il sabato è un giorno di riposo con e in Dio e con i fratelli e nelle sorelle. E’ un giorno dove ogni membro, illuminato dallo Spirito Santo, offre al Signore un atto di culto e d’adorazione. Un giorno in cui si deve lodare il Signore con l’ascolto della Parola, canti di lode e testimonianze, in cui ci si rilassa come comunità nel Signore e nella comunione fraterna.

Il sabato è diventato il giorno del dovere, più che di letizia e di semplicità. Perché? Perché i valori morali, spirituali e comunitari, sono stati sostituiti dai quelli materiali e/o economici, che ci hanno reso la vita sempre più frenetica, stressante, al punto che non riusciamo a trovare il tempo per stare con noi stessi, col Signore, con la famiglia e, ancor meno, con la comunità.

In questo modo, inconsciamente, nel giorno di sabato vogliamo, come per incanto, recuperare tutto: il senso delle cose di Dio, della famiglia, della comunione fraterna e del riposo fisico.

Conseguentemente, quando entriamo in chiesa, le lampade sono spente e, involontariamente, pretendiamo che qualcuno le accenda con una interessante scuola del sabato, un bel culto o con un saluto riverenziale; poi, in un modo o in un altro, torniamo a casa sempre con le lucerne spente, magari dopo qualche chiacchierata e un boccone, con l’espressione nel cuore o sulle labbra: soddisfatti – contenti o insoddisfatti – lagnosi e critici.

Siamo diventanti avventisti cattolicizzati, che si ritrovano solo due ore al sabato mattina.

Vorrei farvi una proposta e, mi farebbe piacere che ciascuno di voi, dopo attenta riflessione, si esprimesse personalmente per iscritto e verbalmente. Non vi chiedo di trovarci tutti i giorni in chiesa, so di chiedervi l’impossibile, ma semplicemente quanto segue:

♦ Riunione infrasettimanale nei gruppi ogni martedì o mercoledì.
♦ Riunione ogni venerdì sera in chiesa con studio della Parola di Dio, canti lode e koinonia evangelistica, momento nel quale ognuno avrà la possibilità di tenere una meditazione con relativo dialogo comunitario.
♦Osservanza del sabato:

♦ Apertura della S. del Sabato con 4 o 5 canti di lode, quindi relativa riflessione nei gruppi della scuola del sabato e culto d’adorazione.
♦ Ritrovarsi nel pomeriggio per lodare il Signore con canti – preghiere e fare delle visite missionarie e fraterne.
♦ Concludere il giorno del Signore assieme (bambini e adolescenti compresi) con canti di lode e breve riflessione spirituale.

♦ Una volta al mese, nel pomeriggio di sabato, avere una riunione di preghiera, di ringraziamento e d’intercessione.
♦ Ed infine tenere le riunioni amministrative (finanziarie o disciplinari) in giorno di domenica.

Serriamo le file, impariamo a stare insieme come fratelli e sorelle che si amano e cercano il bene reciproco e si rispettano.

♦ Ebrei 10: 19 – 26

Past. Francesco Zenzale
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