Tornerò

Riaccendere la beata speranza

ritorno0di William Hucks*

Ogni volta che ne abbiamo l’opportunità, mia moglie ed io facciamo una passeggiata lungo il sentiero che corre vicino alla nostra casa. È una delle rare occasioni in cui possiamo godere di un po’ di tranquillità lontano da tutto e da tutti. I nostri due figli, di 14 e 10 anni, a volte ci accompagnano, anche se in genere questa è l’eccezione e non la regola.
Durante una di queste camminate ci siamo dimenticati entrambi il telefonino e la nostra assenza è stata più lunga di quanto i ragazzi si aspettassero; appena arrivati a casa mia figlia ha esclamato: «Dove eravate? Pensavo che a quest’ora sareste già stati di ritorno, eravamo in pensiero». «Perché eri in pensiero?», le chiesi, «ti avevo detto che saremmo tornati finito il giro».

A me non sembrava fosse passato molto tempo, ma in realtà era stato più lungo di quello che si aspettava mia figlia. Una settimana dopo circa, abbiamo fatto con mia moglie un altro percorso che ha richiesto più o meno lo stesso tempo. Verso la fine della passeggiata è cominciato a piovere, avevamo sperato di riuscire ad arrivare a casa prima che la pioggia si facesse più intensa, ma inutilmente. Quando finalmente siamo arrivati, completamente inzuppati, i nostri figli sono corsi ad abbracciarci con più entusiasmo del solito. «Eravamo così preoccupati che abbiamo pregato il Signore perché vi facesse tornare a casa presto e salvi».

I discepoli probabilmente avrebbero voluto abbracciare Gesù con più forza del solito e non perché era arrivato sano e salvo, ma perché stava per andarsene. Avevano trascorso insieme a lui i tre anni e mezzo migliori della loro vita e non riuscivano a sopportare il pensiero che questo tempo stesse per scadere. Sì, li avvertì che il giorno stava per arrivare ma, in quel caso, la realtà era peggiore della previsione.

Mentre si allontanava da loro, i discepoli guardavano intensamente in alto fino a quando non lo videro più. Improvvisamente, apparvero due esseri e dissero queste parole: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo» (At 1:11).

Preziosi ricordi

Mentre i discepoli riflettevano su quelle parole, le loro menti furono invase dai ricordi; tanti discorsi che Gesù aveva condiviso con loro cominciarono ad acquisire maggior senso: «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi» (Gv 14:1-3).

Quando ero bambino, avevo una fervida immaginazione a proposito del ritorno di Cristo, guardavo nei libri e nelle riviste le opere di artisti su quel soggetto e desideravo con tutto me stesso che arrivasse presto quel giorno. A casa e in chiesa ci piaceva cantare gli inni che parlavano della seconda venuta di Cristo. Di tanto in tanto, da allora, le circostanze della vita mi hanno ostruito la visione del suo ritorno. Ma le domande dei miei figli circa gli avvenimenti descritti in Apocalisse 19-22 fungono da salutare richiamo a considerare il «non ancora». Le loro domande mi motivano a riflettere sul suo ritorno.

Gesù descrisse il suo ritorno mentre rispondeva ad alcune domande poste dai suoi discepoli; riferendosi a chi abiterà sulla terra in quel momento, disse: «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria» (Mt 24:30). Potenza, gloria: che termini evocativi! La potenza non sembrerebbe un attributo di Cristo durante il suo passaggio sulla terra; l’ultima sua apparizione infatti, lo vede percosso senza pietà, senza che lui reagisca. E in quella stessa situazione non si può certo parlare di gloria. Isaia, a questo proposito, profetizzò: «non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci» (Is 53:2).

Ma guardiamolo adesso, mentre cammina sulle nuvole, circondato dalle schiere celesti. Lo immagino indossare non una corona di spine, ma uno scintillante diadema; non un manto di porpora (Gv 19:5) ma una veste bianca e splendente. Giovanni lo definisce «fedele e veritiero» (Ap 19:11), e gli rende onore con il titolo «Re dei re e Signore dei signori» (v. 16). Non c’è alcun dubbio che a lui appartenga la vittoria, la quale a sua volta appartiene a tutti coloro che sono stati lavati per l’eternità nel sangue. Immagino di udire i suoni delle trombe (Mt 24:31) che annunciano il suo ritorno. Che meraviglioso concerto! Gli stessi angeli che annunciarono la sua prima venuta con un coro, adesso aggiungono alle loro voci un elemento strumentale per la manifestazione in gloria del Signore.

Riaccendere la speranza

Tuttavia temo che alcuni considerino la seconda venuta una favola, qualcosa che si accetta nella teoria ma che non si aspetta più nella pratica. I problemi della vita possono avere offuscato la nostra fervida immaginazione; non predichiamo né udiamo più queste parole dal pulpito come una volta. Non cantiamo più inni di speranza come un tempo; inni che hanno parole di questo tipo:

Veder Cristo faccia a faccia,
contemplar la sua beltà
oh, suprema gioia, oh, grazia
oh, qual gran felicità!
Sì, la tua magnificenza
contemplar potrò gran Re!
E per sempre in tua presenza
voglio star, lodando te.

Oppure

E giunta ormai quell’ora,
il tempo se ne va;
si sta schiarendo il cielo:
Gesù ritornerà.
Su nuvole dorate ritorna
il Salvator
e gli uomini salvati
raggiungono il Signor.

Temo che per colpa della nostra immaginazione offuscata, ci si possa avvizzire spiritualmente, perché abbiamo perso la speranza ed è facile perderla quando non pronunciamo parole che la evochino; vale a dire, quando dimentichiamo di riflettere sulle parole di speranza pronunciate dal Signore.
Oggi è tempo di riaccenderla e mi viene in mente un altro canto:

Viva speranza vibra nel mio cuor:
presto Gesù dal ciel verrà!
Santa speranza frutto della fé,
nella Parola del Signor.

E vicino il giorno che
le nazioni, il mondo inter
canteranno con fervor:
Alleluia al Cristo, al Re!

Mio figlio continua a non volere che io esca di casa quando è buio – l’unico momento libero della giornata – per andare a passeggiare. «Devi andare a camminare?», mi chiede e gli rispondo di sì, «ma tornerò entro tre quarti d’ora». In quel momento l’unica sua speranza è che non si addormenti prima del mio ritorno; a volte, allo scadere dei 45 minuti, l’ho visto guardare dalle finestre del soggiorno e farmi dei cenni mentre mi avvicinavo a casa. Fuori magari è buio, ma all’improvviso la vita è diventata luminosa.

Prendendo in prestito le parole di un cantautore, riusciamo a vedere «i raggi del mattino dorato mentre penetrano in questa notte di malinconia?». In realtà quel mattino dorato si sta avvicinando rapidamente ed è quel giorno in cui Gesù porterà i suoi figli felici e fedeli nella casa promessa.
Parliamone nelle nostre famiglie, predichiamolo dai pulpiti, cantiamolo nelle nostre assemblee e nei cori. Perché? Perché se lo ha detto Gesù, vuol dire che è vero: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi» Gv 14:3.

Alcuni ritengono che la seconda venuta sia una favola

* William Hucks è il direttore responsabile della rivista Ministry.

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