Il giudizio e i libri nel cielo

0609164Ovviamente, per quanto i dipinti fossero incantevoli, non riproducono realmente la verità. Nel giudizio, non ci sono diavoli che spingono i cattivi nell’inferno e non esiste tanto meno l’inferno e gli stessi diavoli saranno giudicati e condannati (Giuda 6).

Sono soltanto immagini che si richiamano a due parabole, quella del buon grano e della zizzania (Matteo 13:24-30 e 36-42) e quella dei talenti (Matteo 25:14-30).

La parola «giudizio» (essere valutato) rievoca sofferenze, vergogne e paure. Sin da bambini, abbiamo vissuto l’esperienza dell’essere stati giudicati: inopportunamente e in modo inappropriato. E, ancora oggi, a distanza di anni, le reazioni di fronte ad una parola pronunciata con un certo tono di voce o ad uno sguardo scrutatore o di disapprovazione, stranamente, avvertiamo un profondo disagio interiore: senso di colpa, paura di aver fatto qualcosa di grave, ecc. Ci sentiamo giudicati!

A proposito del giudizio Gesù ha detto:

«E il giudizio è questo: che la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (Giovanni 3:19).

Nella parola di Dio la predicazione del «giudizio» ci ricorda che si tratta di una cosa seria e che Iddio non si lascia prendere in giro. Ci ricorda che Dio non è soltanto il Padre misericordioso, ma anche il Signore santo e giusto.

Che cosa sarebbe l’amore senza la giustizia o la giustizia senza l’amore? L’amore senza giustizia è debolezza e la giustizia senza amore è crudeltà.

Nel libro di Daniele, al capitolo sette, troviamo la seguente descrizione del giudizio:

“Io continuai a guardare e vidi collocare dei troni, e un vegliardo sedersi. La sua veste era bianca come la neve e i capelli del suo capo erano simili a lana pura; fiamme di fuoco erano il suo trono, che aveva ruote di fuoco ardente. Un fiume di fuoco scaturiva e scendeva dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano, diecimila miriadi gli stavano davanti. Si tenne il giudizio e i libri furono aperti. Io guardavo ancora, a motivo delle parole arroganti che il corno pronunziava; guardai fino a quando la bestia fu uccisa e il suo corpo distrutto, gettato nel fuoco per essere arso. Le altre bestie furono private del loro potere; ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un tempo determinato. Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto” (Daniele 7:9-14).

Un quadro di dimensione cosmica sovrasta e fa impallidire la figura del mostro dalle 10 corna col “piccolo corno” cresciuto che proferisce cose inaudite. Daniele vede “l’aula giudiziaria” del tribunale di Dio nella quale vengono collocati innumerevoli “troni”.

Il vocabolo aramaico indica un seggio speciale che era riservato a personaggi di riguardo e per circostanze eccezionali (H.C. Leupold).

Sullo scanno centrale prende posto il Giudice dell’universo che Daniele descrive come un “vegliardo” (aramaico), letteralmente “un antico di giorni”.

Il candore dei capelli, “come lana pura”, è indice di età veneranda. Non è una descrizione letterale della Maestà del cielo, ma una sua figurazione antropomorfica. Nessun occhio umano ha mai visto Dio nella realtà (1Timoteo 6:16; Genesi 6:46; Esodo 33:20). Il biancore niveo delle vesti è simbolo di purezza, quindi di equità assoluta.

Il “trono” sul quale siede l'”antico di giorni” è composto di sostanza eterea: “fiamme di fuoco” (Leupold). Le “ruote” (cfr. Ezechiele 1:16,26) evocano l’idea di movimento rapido e continuo, quindi di onnipresenza e onniveggenza (in Ezechiele 1:18 le “ruote” del trono di Dio sono “piene di occhi”).

Lo splendore insostenibile che irradia dalla maestosa Figura centrale è descritto dal profeta come un accecante torrente di fuoco. Daniele non identifica la moltitudine di esseri che stanno davanti all'”antico di giorni”, ma è chiaro che questi esseri sono angeli che sono in presenza dell’Onnipotente pronti ad eseguire i suoi ordini.

“Il giudizio si tenne e i libri furono aperti” (così la versione Riveduta) oppure “La corte sedette e i libri furono aperti” (lo stesso G. Rinaldi). Questa traduzione è migliore.

Il testo descrive precisamente una grande assise giudiziaria nella quale gli angeli fungono insieme da testimoni e da giurati. Quello che descrive Daniele in questo punto è il giudizio che precede il secondo avvento di Cristo , ovvero la prima fase del giudizio finale, la quale per gli eletti di Dio costituirà un’azione liberatoria. Quando siede la corte i libri si aprono (una scena analoga è descritta in Apocalisse 20:12 dove pure si dice: “ed i libri furono aperti”).

Le Scritture alludono a tre libri celesti nei quali sono accuratamente registrati i nomi e le azioni degli uomini:

1) Il libro della vita, dove sono scritti i nomi degli eletti di Dio (Esodo 32:32; Salmo 69:28). Nel libro della vita resteranno scritti i nomi degli eletti che avranno perseverato fino alla fine (Apocalisse 3:5).

I nomi degli eletti che avranno apostatato saranno cancellati e la sorte di costoro sarà “lo stagno di fuoco” (Apocalisse 20:15).

2) Il libro delle memorie, nel quale sono registrate con cura le azioni giuste dei santi (Malachia 3:16), ovvero le opere della fede (Galati 5:6).

3) Il libro della morte, sul quale sono riportate le opere malvagie degli uomini che si chiusero all’appello di Dio. Questo “libro” è presupposto in Apocalisse 20:12 dove il giudizio e la sorte finale degli uomini sono fatti dipendere “dalle cose scritte nei libri” in base alle loro azioni.

Poiché il destino finale degli uomini sarà la vita eterna o la morte eterna (cfr. Daniele 12:2; Matteo 25:46; Genesi 5:28,29; Romani 2:6-8), i “libri” debbono contenere le memorie delle opere giuste dei santi (il libro delle memorie ) e il ricordo delle azioni perverse dei ribelli (il libro della morte) I libri celesti non debbono essere immaginati come oggetti materiali.

«Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna» (Galati 6:8)

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