Malintesi quotidiani su Dio e sulla spiritualità

StoryTime2_main_medium“L’errore sta nella virtù come il sonno sta alla veglia. Ho notato che uscendo dall’errore si torna come ritemprati alla verità” (Johann Wolfgang Goethe).

«Conosciamo il SIGNORE, sforziamoci di conoscerlo! La sua venuta è certa, come quella dell’aurora; egli verrà a noi come la pioggia, come la pioggia di primavera che annaffia la terra» (Os 6:3)

La storia dell’uomo e più di ogni altra cosa del cristianesimo, sin dalle origini, è contraddistinta da considerevoli equivoci riguardo a se stessi, al prossimo, a Dio e al vivere la religiosità. I malintesi[1] fanno parte della vita e sono inevitabili. Ciò è dovuto a diversi fattori: la personale griglia interpretativa del vissuto in generale e in particolare dell’altro, l’incapacità di esprimersi adeguatamente, gli inevitabili elementi culturali e/o ambientali ed in infine le inadeguate aspettative che immancabilmente ci deludono.

Gesù stesso più volte ha dovuto correggere le aspettative messianiche, degli apostoli, di sua madre e dei suoi fratelli.  I discepoli sulla via di Emmaus, dopo la morte di Cristo, manifestarono la loro delusione nelle seguenti parole: «noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose» (Lc 24:21). Eppure, Gesù era risorto e loro lo sapevano perché erano stati avvisati da alcune donne (Lc 24:22). Solo dopo diverse apparizioni i discepoli compresero di essersi sbagliati e finalmente rinfrancati dalla delusione gioirono della presenza del risorto.

Purtroppo il rapporto uomo-Dio nel corso dei secoli è stato contraddistinto da seri equivoci teologici con conseguenze anche luttuose, basti pensare alle crociate, alle inquisizioni, alle indulgenze, alla salvezza per opere o ad una religiosità fondata sull’esperienza personale[2] caratterizzata da un vissuto dal forte carico emotivo che rivela l’infondatezza di un autentico incontro con Cristo e con le Scritture.

Il corredo religioso del credente è tempestato da un insieme di espressioni bisognose di un’attenta valutazione, perché esprimono un concetto errato di Dio e rivelano una devozione ambigua. Fra le tante ne esamineremo alcune.

“Andiamo in chiesa” – “Vado in chiesa”

La parola chiesa, nell’immaginario collettivo, soprattutto di estrazione cattolica,[3] equivale al luogo di culto. Ad esempio, quando diciamo “andiamo in chiesa” non pensiamo minimamente a dei fratelli e sorelle, che si vogliono bene, che condividono la parola e la speranza, ma ad un luogo consacrato al culto[4] o all’adorazione. Ciò significa che l’adorazione è orientata sul comportamento da tenere nel luogo in cui si pensa di adorare Dio, a prescindere dalla persona che necessita di amore, di misericordia, di rispetto e di condivisione. Un malinteso piuttosto singolare, perché l’adorazione può essere vissuta nell’ipocrisia e/o nella forma.[5] Manca il significante che è l’altro; il quale pur essendo nello stesso luogo e accanto a noi, è un avulso: una persona cui diffidare e che in qualche modo ci fa paura.[6]  Secondo l’insegnamento di Gesù (Mt 19:29; cfr Ef 2:19-22), andare in chiesa significa incontrare l’altro nella sua diversità, nei suoi bisogni e nel suo divenire in Cristo; adorare Dio nella comunione fraterna, caratterizzata dal reciproco rispetto (Rm 12:9-10), dal riconoscimento dell’altro come fratello e sorella in Cristo.

Parafrasando l’affermazione “Ecclesia semper reformanda est”,[7] alla luce di quanto espresso diremmo “Homo semper reformando est”.[8] La conversione e l’adorazione[9] hanno a che fare con l’uomo con lo stile di vita e non con lo spazio che occupa nel tempo in cui vive. Pertanto non è il luogo che deve essere consacrato o dedicato all’adorazione,[10] aspetto che delle volte, nel modo operandi assume un significato magico salvifico, ma l’uomo. L’apostolo Paolo invita il credente a presentare la propria vita come profumo d’odor soave al Signore (Rm 12:1). Il comportamento nel luogo dove si prega, si canta, si ascolta la Parola deve essere preceduto da una mente riformata dalla grazia di Dio.

“Per i meriti di Cristo”

Molti devoti credenti, in preghiera, concludono le loro variegate richieste con la frase «Ti chiediamo tutto questo per i meriti di Cristo Gesù». Tale modo di esprimersi non è presente nella parola di Dio;[11] per altro Gesù nel suo insegnamento ci invita a pregare «nel suo nome» (Gv 16:24; 14:13-14) che ha ben altro significato.[12]

Qual è il significato di questo modo inappropriato di pregare? Innanzitutto trasmette l’idea che Dio, il padre, abbia bisogno di un intercessore, suo figlio,[13] per esaudire le richieste dei suoi figli.

In secondo luogo, la sua grazia viene accordata non perché Egli è amore, ma per un atto dovuto, un diritto che è stato acquistato con la morte di Cristo. In altre parole, Dio perdona non per amore, ma per i meriti acquisiti da Cristo, il quale si trova costretto a presentarsi a suo Padre con le mani, il torace e i piedi sanguinati, “costringendolo” ad essere clemente verso chi ha accettato il suo sacrificio. Ciò rivela una comprensione della divinità paganeggiante.

In terzo luogo, riguarda il credente, il suo modo di rapportarsi con se stesso e con Dio. Un povero uomo che nell’esperienza del figlio della parabola riportata in Luca 15, si evidenzia come questo peccatore non si senta degno, nonostante quello che ha passato (abbandonato dagli amici, caduto in povertà, lavoratore sfruttato e malnutrito, ecc), di essere riaccolto dal padre come figlio. Desidera chiedere perdono ma in un rapporto di servitù rispetto al padre e non più di figliolanza.

In altre parole, il peccato era stato così grave che il Padre doveva smettere di essere tale e trattare suo figlio come un servo. Questo era anche il pensiero del figlio maggiore, ma non del Padre. Un figlio non può mai diventare servo, rimane sempre figlio e come tale si deve festeggiare. Il figlio tornando a casa offre al Padre la gioia di manifestare tutto il suo amore.

Abbiamo bisogno costantemente di uscire dalla dimensione di servi per dare a Dio la gioia di essere Padre per noi e di offrirci la gioia di essere figli di Dio, di un Padre che è amore.

“Dio prende e da la vita”

Questo pensiero che si richiama al testo biblico che troviamo in Giobbe 1:21 «L’Eterno ha da­to, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno», risente di una serie di malintesi. In primo luogo, Giobbe, schiacciato dalla sof­ferenza, coscien­te della tra­scendenza di Dio, della sua giustizia, sorgente di ogni bene e datore della vita[14] «non attribuì a Dio nulla del male fatto» o subito (1:22).

In secondo luogo il libro di Giobbe ha lo scopo di contrastare il pensiero che il male è mandato da Dio e che sia lui a gestire le guerre, le cala­mità, le malattie. Fin dalla prima pagina notiamo  che il Signore si com­piace del protagonista della storia, Giobbe, suo servitore, uomo fedele, impareggiabile nella sua integrità, rettitudine, rispettoso nei Suoi confronti e nel fuggire dal male (Gb 1:8), nonostante le vicissitudini dolorose della vita.

In terzo luogo, la rovina dell’uo­mo di Dio, non è stata com­piuta dal Signore, ma è stata voluta e realizzata da Satana che il principe di questo mondo (Gv 12:31; 14:30). Gesù in occasione del suo arresto alla presenza di Pilato affermò che il suo regno «non è di questo mondo»; evidenziando che «se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui» (Gv 18:36).

In quarto luogo la cultura orientale talora attribuisce a Dio un effetto diretto di tutto quello che succede nella vita. In modo particolare gli agiografi biblici che nella loro contrapposizione tra il monoteismo e il politeismo affermavano che Dio fosse all’origine di tutto: del bene e del male, della disgrazia e del benessere, della vita e della morte. Per questo incalzante motivo, dagli aspetti culturali, politici e religiosi, la Bibbia insiste sul fatto che un solo Dio è all’origine di tutto.[15] Non esiste un Dio del bene e un dio del male, esiste solo il Signore che riassu­me in sé le due realtà (Is 45:5). Isaia riporta di Dio: «Io formo la luce, creo le tenebre, do il benes­sere, creo l’avversità; io, l’Eterno, sono quello che fa tut­te queste cose» (Is 45:7,8). Di conseguenza, il male come il bene si concepiscono a partire dal Dio unico, anche se l’Eterno non è e non può essere l’autore del male. Infatti, «i suoi occhi sono troppo puri per sopportare la vista del male» e non «tollera lo spettacolo dell’iniquità» (Abacuc 1:13).

Nella parabola delle zizzanie Gesù puntualizza che le zizzanie sono state seminate nel campo dal nemico (Satana – Mt 13:24,28) e che pertanto il male è entrato nel mondo a causa della complicità dell’uomo (Ro 5:12). Ancora prima di Gesù, l’autore del libro apocrifo della Sapienza, del II secolo a.C., l’aveva capito ed esprimeva la cultura ebraica con queste parole: «La morte certo non è opera di Dio, né egli gioisce che i vivi debbano morire» (1:13).

R. de Pury, scriveva: «La morte è, in effetti, la sola cosa che Dio non dà. Essa  è la sola cosa che l’uomo possa dare a se stesso. È il salario del peccato (Romani 6:23). Essa è il segreto di un mondo nel quale Dio non è più colui che dà tutto; è lo stato di un uomo che cerca di farsi vivere dandosi la vita. Che ci si pensi bene: qual è la sola cosa che effettivamente noi possiamo dare a noi stessi, se non la morte?…».[16]

Dio è il buon pastore che dà la sua vita per le pecore (Gv 10:11; Sl 23). Il basto­ne e la verga, con i quali il pastore è presentato nel Salmo 23 vengo­no indi­cati dai religiosi e creduti dai fedeli come mezzi di punizione, ma nella realtà servono a proteggere il gregge dai lupi, a difenderlo, a guidare le pecore e non per colpirle. Il pastore vuole che chi lo segue abbia vita in abbondanza (Gv 10:10). Il ladro e/o il lupo rubano, ammazzano, mangiano e distruggono, non il pastore! (Gv 10:10,11). Il Signore non pastura il gregge affinché possa trarre per sé della buona lana, latte e carne tenera. Il suo agire non è per avere dei vantaggi, ma affinché le sue creature siano nella gioia. Il buon pastore non uccide nes­su­na pecora, neppure quelle che si allontanano dal gregge. Dio non vuole la morte neppure del peccato­re (Ez 18:23; 2 Pt 3:9). Non può volerla perché è venuto a condivi­de­re la sua esistenza affinché l’umanità abbia vita eterna (Gv 3:15-17).

“A Dio Piacendo”

“A Dio piacendo…”; o “Se piace a Dio…”. Questo modo di esprimersi dà l’idea che tutto dipende da Dio, anche la nostra vita e parafrasando l’espressione potremmo anche dire: «se Dio si compiace di non togliermi la vita…». Abbiamo già evidenziato quanto Dio ci ami e che non è per nulla intenzionato a toglierci la vita; vivere costituisce lo spazio di tempo in cui Dio si rivela all’uomo offrendogli la vita eterna, pertanto se dovesse toglierci la vita impedirebbe ogni possibile rivelazione di se stesso. Il Dio della Bibbia è il Dio dei viventi e non dei morti (Mc 12:27).

Un altro aspetto da evidenziare riguarda il nostro rapporto con Dio. Questa locuzione dà l’idea che la nostra vita sia qualificata da un atto di abbandono a Dio, che siamo delle persone che vivono consapevolmente all’ombra dell’Onnipotente. Nella realtà la consapevolezza della presenza di Dio nel quotidiano è alquanto limitata e compulsiva.[17] Perfino in preghiera, siamo alle prese con dei pensieri devianti, soprattutto quando c’è qualcosa che ci assilla, quando andiamo di corsa o siamo in procinto di soddisfare un desiderio dubbioso o corretto che sia, ecc. Dio c’è, ma non c’è, nel senso che viviamo come se non esistesse, eppure diciamo «A Dio piacendo».

Delle volte questo equivoco può nascondere le nostre vere intenzioni nei confronti dell’altro, nel senso che in fondo non è poi così piacevole incontrarti domani o in chiesa, ecc.

Inoltre non è saggio pronunciare il nome di Dio senza il dovuto significato e con leggerezza. Che cosa vogliamo sostenere con questa affermazione? Che se una cosa piace a Dio è possibile altrimenti no? Ma è proprio vero che Dio possa essere arbitro nelle nostre scelte di vita in questi termini: piace o non piace, tale da definire o limitare la nostra volontà? Credo proprio di no! La saggezza s’addice all’umile, l’equivoco al presuntuoso.

“Dio permette il male”

Questo modo di esprimersi è caratterizzato da un equivoco tipico del nostro modo di pensare e di intendere il significato della parola «permettere». “Permettere”, significa, letteralmente «concedere qualche cosa facendo uso della propria autorità» ad esempio: verrò al cinema se mio padre me lo permetterà; il direttore non permette che usciamo nelle ore d’ufficio… Con valore attenuato in formule di  cortesia: se (mi) permette, vorrei parlarle; (mi) permette una domanda?, ecc. ».[18]

Questo modo di intendere da una parte deresponsabilizzando la persona e il suo agire evidenzia l’incapacità di essere liberi di vivere nel tempo e nello spazio; dall’altra presenta Dio come un essere che detiene il potere assoluto e che nulla succede o che deve essere fatto senza la sua autorizzazione o il suo benestare. Con  parole diverse Dio è responsabile di tutto quello che succede nella nostra vita e intorno a noi. Se Dio permette la sofferenza vuol dire che il male, permesso e/o voluto da Dio, è necessario a fin di bene e che solo lui ne è il responsabile. Se egli permette la realizzazione di un determinato progetto, nel bene e nel male della sua riuscita è sempre lui il garante, ma anche unico imputato. E considerato che secondo il detto popolare “non si muove foglia che Dio non voglia”,[19] nel giorno del giudizio non è l’uomo che deve essere giudicato o approvato, ma Dio.

Uno stile di vita facilmente percorribile perché ci permette di vivere senza sensi di colpa e senza quel senso di responsabilità morale, sociale, politica e spirituale che caratterizza l’uomo creato ad immagine di Dio.

Dio  non permette né il male né il bene, perché nel suo amore è capace solo di offrire il bene o il meglio per tutti coloro che lo riconoscono come Padre. Non solo, «egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5:45).

Se il male pervade la nostra vita ciò è dovuto consapevolmente alle nostre scelte di vita, alle interazioni psico-sociali, a Satana e al fatto che abbiamo ignorato Dio nella nostra vita. Se il bene è parte della nostra vita, nonostante le vicissitudini dolorose, lo dobbiamo alle scelte di vita che noi abbiamo fatto e soprattutto perché abbiamo scelto di accogliere la grazia di Dio nei nostri cuori.

“Sia fatta la tua volontà”

Il malinteso su questa locuzione biblica a conclusione delle nostre preghiere, non dobbiamo cercarlo nel significato intrinseco che consiste nel lasciare a Dio di gestire la nostra vita nella sua totalità, quanto nel contesto in cui la pronunciamo, ovvero di fronte all’insuccesso, al fallimento personale, ecclesiale e/o di testimonianza.

In altre parole adoperiamo questa espressione per evitare consapevolmente o involontariamente la sana autocritica che dovrebbe aiutarci a capire che la disfatta, non era nelle intenzioni di Dio, ma che era inevitabile perché abbiamo agito senza la dovuta consapevolezza di quello che volevamo fare, non tenendo conto di una serie di elementi. Se li avessimo dovutamente considerati, magari avremmo capito che quella cosa non avremmo dovuta farla o che comunque avremmo dovuto attuarla con modalità e tempi diversi.

Ma noi non siamo abituati alla sana autocritica, perché abbiamo paura di ammettere di sbagliare, di perdere la faccia o ancor peggio di essere criticati; così quando arriva il successo suoniamo le campane a lungo, quando invece le aspettative non sono state raggiunte, con rassegnazione, con senso di perdita, esclamiamo «sia fatta la tua volontà» e naturalmente preferiamo stare in silenzio, nell’attesa che il buono risultato arrivi.

Spesso dietro a questa espressione nascondiamo la nostra tristezza, la nostra rabbia, il nostro senso di sconfitta, la dipendenza dal successo, la nostra incapacità di dipendere veramente da Dio e di gioire solo della sua presenza nella nostra vita. In fondo nasconde un falso rapporto con Dio.

Io credo che «sia fatta la tua Volontà»[20] traduca la seguente preghiera: «tu sei il nostro Padre, non cambiare i tuoi progetti, non variare i tuoi modi di fare, continua a esserci Papà e ad esigere da noi di imitarti. Continua a proporci di cambiare noi i nostri falsi desideri con i tuoi. Insisti a volere ciò che hai programmato, perché i tuoi disegni sono disegni di un padre, sono opere e sentimenti che danno la vita e la alimentano in maniera piena, gioiosa, completa. Padre nostro, non lasciarti condizionare dai nostri errori, non reagire ai nostri sbagli e alle nostre disobbedienze e prepotenze nei tuoi riguardi: continui a compiersi la tua Volontà, quella che avevi prima della nostra defezione, prima del nostro peccato!»

Scriveva la signora White: «Sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo» esprime il desiderio di vedere la fine del regno di Satana, l’eliminazione definitiva del peccato e l’instaurazione di un regno in cui prevale la giustizia».[21]

“La santa cena”

Concludiamo questa rassegna su i malintesi su Dio e sul nostro modo di vivere la spiritualità con un equivoco che indubbiamente meriterebbe uno studio approfondito. La tendenza umana è quella di oggettivare la divinità e la spiritualità. Siamo come Tommaso, abbiamo bisogno di toccare per credere nel risorto o trascendere l’umana religiosità, anche se «Dio è spirito e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità» (Gv 4:24). Se da una parte rifiutiamo ogni forma di idolatria, dall’altra ne subiamo l’attrazione fatale che si manifesta nella benedizione di oggetti: cibo, denaro, libri, tuniche, luoghi di culto, ecc.,[22] tale da creare un qualcosa o un rituale che si frappone tra noi e Dio, che ci rassicuri o che ci dia la certezza di essere salvati o graditi a Dio.[23]

Malauguratamente, siamo sempre alla ricerca di certezze; è questo uno dei tanti motivi per cui avvertiamo un gran bisogno di toccare, di vedere, di manipolare lo spirituale e così tendiamo a ritualizzare esperienze religiose dando loro un significato quasi sacramentale.[24] Ciò che era commemorativo[25] è diventato rito, ciò che aveva un valore simbolico è diventato sacro.

La cena del Signore[26] non è un sacramento o un rito sacro – salvifico, ma commemorativo e il pane e il vino sono dei simboli: un rendimento di grazie reso al Signore per la manifestazione del suo amore nella persona di Gesù. Ma nell’immaginario collettivo, nell’esercizio teologico e nella pratica, la cena è diventata santa. Infatti, gli officianti benedicono il pane e il vino e successivamente a causa di questo malinteso, dopo la funzione i diaconi e le diaconesse smaltiscono «il pane o il vino rimasti versando il vino e sotterrando, bruciando o eliminando il pane in altro modo adeguato ma in nessun caso riutilizzandolo per l’uso comune».[27]

L’esperienza apostolica commemorava la grazia di Dio con frequenza nel corso di pasti comuni o a conclusione di un incontro di testimonianza, di ascolto della parola  (At 2:42,46; 20:7,11), ma mai vissuta come un rito sacro.  Inoltre, l’insegnamento di Gesù prevede il ringraziamento «eucharistêsas» e non la benedizione del pane e del vino (Lc 22:17,19), così anche l’apostolo Paolo il quale afferma che Gesù prese del pane, e dopo aver reso grazie (eucharistêsas), lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me» (1Cor 11:24).

L’evangelista Marco (Mc 14:21-23; cfr Mt 26:26-29), in rapporto al pane, come simbolo del suo corpo, parla di benedizione (eulogêsas),[28] ma nel presentare il calice, parla di rendimento di grazie (eucharistêsas). Inoltre, benedire oltre a invocare da Dio bene e protezione per una persona o una cosa, significa anche rendere grazie, esprimere riconoscenza.[29]

La cena del Signore incoraggia un senso di comu­nione tra i membri della chiesa. Si tratta di un pasto comune, qualcosa che tutti condividiamo insieme e con la gioia della salvezza nel cuore. É  indubbiamente un’esperienza mistica e pertanto è doveroso richiedere ai convenuti riverenza e comprensione, ma dobbiamo fare attenzione a non trasformarla in un rito da cui dipende la certezza della salvezza.

Indubbiamente ci sono tanti altri modi di dire e di vivere che tradiscono la nostra fedeltà e spiritualità che in qualche modo rivelano una visione distorta di Dio, di noi stessi e del prossimo. L’ambiente culturale in cui siamo vissuti, l’educazione religiosa, le personali esperienze, ecc. costituiscono il terreno fertile, su cui i malintesi si generano, si moltiplicano e si consolidano. Come i farisei rischiamo di fraintendere Dio e la sua volontà, i quali per Gesù  erano «diventati duri d’orecchi» e avevano «chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi», non lasciandosi guarire (Mt 13:15).

Anche noi, come i discepoli di Emmaus abbiamo bisogno di avvicinarci alle Scritture con fiducia e col cuore disposto a lasciarsi guidare dalla grazia di Dio nella persona dello Spirito Santo, affinché possiamo evitare di avere o a che fare con le illusioni religiose e con occhi aperti, possiamo riconoscere Gesù l’amico e compagno di viaggio (Lc 24).

Note:
[1] malintéso (ant. mal intéso) agg. e s. m. [comp. di male 2 e inteso, part. pass. di intendere; il sign. 2 sul modello del fr. malentendu]. 1. agg. Non inteso bene; non interpretato o giudicato esattamente; quindi, frainteso, o anche inadatto, inopportuno: un senso di m. riguardo; una m. indulgenza può essere più dannosa di una giusta severità. Si scrive con grafia staccata (mal inteso o male inteso) quando inteso ha valore più schiettamente verbale: Questo principio, male inteso, torse Già tutto il mondo quasi (Dante).  2. s. m. Equivoco derivante dall’aver mal compreso o male interpretato parole o atti altrui, che è spesso causa di risentimenti o litigi: è stato solo un m.; si è trattato di un m.; voglio chiarire questo stupido malinteso. – Vocabolario Treccani online
[2] La teologia dell’esperienza in molte comunità cristiane è considerata come criterio di verità.
[3] Chiesa Cattolica Romana
[4] Anche la parola culto, nel mondo protestante, è oggetto di equivoco. “Ascoltiamo il culto del pastore …” è un’espressione impropria, perché non si ascolta il culto, ma il sermone, l’omelia, ecc. Culto s. m. [dal lat. cultus -us, der. di colĕre «coltivare, venerare», part. pass. cultus]. – 1. a. Manifestazione interiore o esteriore del sentimento religioso, come ossequio individuale o collettivo reso alla divinità (Treccani online).
[5] In alcune comunità cristiane la dossologia (rito) occupa uno spazio maggiore rispetto all’annuncio della Parola, alla comunione fraterna e alla testimonianza.
[6] Dal modo in cui ci atteggiamo, come i farisei, diamo l’impressione che Dio sia interessato più al luogo e alla forma che alla persona.
[7] “La Chiesa deve essere sempre (continuamente) sottoposta a riforma”.
[8] “L’uomo deve essere sempre sottoposto a riforma”.
[9] Conversione e adorazione esprimo un unico orientamento: Dio
[10] Nell’immaginario collettivo la differenza è relativa.
[11] Tertulliano fu il primo a coniare il termine “merito” e “soddisfazione”.
[12] Pregare nel nome di Gesù nello stile delle Scritture, in considerazione che il nome signifi­cava «l’essere con la sua essenza e tutte le sue proprietà» è la preghiera espressa in una comunione intima con lui, secondo la sua volontà, pronunciata nel suo Spirito che dà senso a questo atto religioso. Chi prega così è uno con il Salvatore, e crede che la sua pre­ghiera sarà esaudita come quando Gesù pregò davanti alla tomba di Lazzaro. Questa preghiera è diversa da quelle che si pronunciano nell’elencare i nostri biso­gni, che abbiamo il diritto di fare, ma che non sono il risultato dell’azione dello Spi­ri­to in noi. Gesù precisa: «Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto» Gv 15:7. Giovanni riprende questo pensiero di Gesù nella sua prima lettera: «Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce» 1 Gv 5:14. Con la formula di Gesù «nel mio nome = nel nome di Gesù» il fedele presenta la propria persona nella qualità di discepolo di Gesù, pienamente in unione con lui, esprimendo pro­prio ciò che sta a cuore a lui (A. Pellegrini).
[13] Per alcune confessioni religiose una schiera di santi intercessori che hanno acquisito dei meriti mediante una vita “santa” e un insieme di presunti  miracoli post mortem.
[14] Nell’intrigo fra Joab e Absalon, la donna di Tecoa, nel tentativo di indurre Davide alla riconciliazione con il figlio, afferma che «Dio non toglie la vita» (2 Sam 14:14).
[15]  In funzione di questo pensiero troviamo espressioni del tipo: «Se osserverete i miei comandamenti… io vi darò…» Levitico 26: 3,4; «Se ubbidisci… il tuo Dio ti metterà al di sopra di tutte le nazioni» Deuteronomio 28:1. Per contro: «Se non mettete in pratica tutti questi coman­­damenti… ecco quel che vi farò…» Leviti­co 26:14,16; «Se non ubbi­disci… il Signore manderà contro di te la maledizione…» Deuteronomio 28:15,20. Il profeta Geremia dirà da parte del Signore: «Ma essi non l’han­no ascoltato, …perciò io (l’Eter­no) ho fatto venire su di loro tutto quello che avevo detto… » Geremia 11.8; cfr. Isaia 24:5-20; 26:3-6. Un altro te­sto dice: «Per­ché gridi a causa della tua ferita? Il tuo dolore è insanabile. Io ti ho fatto queste cose per la tua grande iniquità, perché i tuoi peccati sono andati aumentando» Geremia 30:15. Ma in altre occasioni, lo stesso profeta Geremia aveva precisato meglio quali erano le cause del male: «La tua malvagità è quella che ti castiga; le tue infedeltà sono la tua punizione. Sap­pi dunque e vedi che cattiva e amara cosa è abban­donare il Signore, tuo Dio, e non avere di me nessun timore. Le vostre iniquità hanno sconvolto queste cose; i vostri peccati vi hanno privati del benessere. Ascolta, terra! Ecco, io faccio venire su questo popolo una calamità, frutto dei loro pen­sieri; perché non sono stati attenti alle mie parole; hanno rigettato la mia legge. È proprio me che offendono, dice il Signore, non offendono essi loro stessi, a loro vergogna?» Geremia 2:19; 5:25; 6:19; 7:19. Anche Mosè ave­va già scritto: «Ma se non fate così, voi avrete peccato contro il Signore; e sappiate che il vostro peccato vi ritroverà» Numeri 32:23.
[16] PURY Roland de, Présence de l’Éternité – L’ennemi et les deux arbres, ed. Delachaux & Niestlé, Neuchâtel 1946, p. 36.
«“L’idea del peccato è come l’inverso dell’idea di Dio” GELIN, Les idées maî­tresses de l’Ancien Testament, p. 66. Dio è la forza di ogni sua azione tende a dare la forza e la vita; il peccato, per contro, che prende l’aspetto di una forza anta­gonista… crea sempre uno stato di debolezza precursore della morte. Dio è colui che entra in relazione e che fa alleanza, il peccato è la rottura di questa relazione: “le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio” Isaia 59:2. Dappertutto dove il peccato si manifesta, sopprime la comunione con Dio e abbandona l’uomo a se stesso o a delle forze malvagie…. L’uomo è il vis-à-vis di Dio, al quale questi ha dato la possibilità di una risposta e che gli ha messo davanti la necessità di una scelta. Il peccato è il rifiuto di scegliere Dio e, di conseguenza, la rottura di questa relazione» JACOB Edmond, La Théologie de l’Ancien Testament,  Delachaux et  Niestlé, Neuchâtel 1955, pp. 226,228.
[17] Compulsivo agg. [der. di compulsione]. – In psichiatria, di impulso, comportamento, atto e sim., che viene eseguito da un soggetto in modo macchinale e infrenabile, come sintomo di una varietà di disturbi del comportamento e neurologici: è affetto da disturbo ossessivo compulsivo.
[18] Vocabolario Treccani, voce “permettere”.
[19] Se una persona muore a causa della caduta di un grosso ramo da un albero, mentre viaggia tornando a casa dopo un giornata di lavoro, siccome “non si muove ramo che Dio non voglia”, Dio è responsabile della morte di quel povero uomo.
[20] Il testo greco originale , che è stato tradotto con “sia fatta la tua volontà”, non ha il verbo fare ma il verbo divenire. La preghiera chiede che la volontà di Dio “avvenga”, “divenga”, “vada avanti”. Proprio come si chiedeva per il Regno. Quasi che la volontà di Dio sia un avvenimento che va avanti indipendentemente da noi, ma a cui noi (come per il Regno) siamo invitati a contribuire con la nostra debole collaborazione.
[21] Ellen G. White, “Con Gesù sul monte delle beatitudini”, ed. AdV, Impruneta (Fi), 1998, p. 130.
[22] È vero che esiste una differenza fra benedizione e dedicazione, ma nell’immaginario collettivo questa differenza si annulla. Non sono gli oggetti, il denaro, le tuniche, ecc. che devono essere benedette, ma le persone.
[23] Una specie di feticismo –  Forma di religiosità primitiva, consistente nel culto di oggetti naturali, talora anche di oggetti fabbricati a fini rituali o profani, considerati come sacri e dotati di particolare potenza.
[24] La parola «sacramento» deriva dal latino sacramentum, ovvero «cosa sacra» che anticamente aveva anche assunto il significato di «giuramento solenne e impegnativo». Indicava il giuramento di fedeltà dei soldati all’imperatore. Il termine non è biblico.  Tertulliano, creatore di una parte dei termini tecnici della Chiesa d’Occidente, lo usò per designare quegli atti sacri che, conformemente all’uso delle religioni misteriche, erano detti, nella chiesa di lingua greca, misteri (mysteria). E con il termine sacramentum la Vulgata (S. Gerolamo IV sec) traduce il termine mysterion nelle epistole agli Efesini, Colossesi,  Timoteo (ove però non designa i riti della chiesa; es. Efesini 3: 32, il ”mistero” dell’unione di Cristo con la Chiesa); talché si deve osservare, che non solo il termine non è biblico, ma nemmeno la parola mistero, che vuol tradurre, si riferisce nel N.T. ai nostri sacramenti. Nel sacramento il rito si trasforma in qualcosa di magico che infonde la grazia, la benedizione di Dio, per il solo fatto di compierlo (ex opere operato), quando, cioè, da simbolico e commemorativo diventa operante di per sé nella sua materialità. Ed è quello che purtroppo è diventato nel corso dei secoli.
[25] Non si celebra la cena del Signore, ma si commemora. commemorare v. tr. [dal lat. commemorare, comp. di con- e memorare «ricordare». celebrare v. tr. [dal lat. celebrare, propr. «frequentare, rendere frequentato», quindi «solennizzare, onorare, Lodare, esaltare, glorificare, festeggiare».
[26] I Cristiani chiamano questo rito in diversi modi. «Eucaristia», che significa “ringraziamento”, è uno dei più antichi. «Cena del Signore» è il nome abitualmente dato tra i Protestanti che parlano anche di “Comunione”. I Cattolici Romani la chiamano “Messa”. I Cristiani hanno interpretato in modi diversi anche il suo significato. Secondo la dottrina cattolica della transustanziazione, Cristo è fisicamente presente negli elementi. Con le parole del prete (Hoc est corpus meum = questo è il mio corpo), l’essenza del pane e del vino si muta in quella del corpo e del sangue di Cristo, sebbene la loro forma esteriore rimanga la stessa. In accordo con questo modo di comprendere, la messa è considerata un sacrificio, e la condivisione degli elementi è un mezzo per ricevere grazia. I luterani sostengono la dottrina della consustanziazione. Nel momento in cui il pastore benedice il pane e il vino, il corpo e il sangue di Gesù Cristo si aggiungono ad esse, così accade che invece di un sostanza ce ne sono due. I Protestanti Riformati rigettano questi concetti, ma non concordano sull’alternativa. Per i Protestanti in genere, Cristo è spiritualmente presente nella celebrazione della Cena del Signore, ma non si identifica con gli elementi usati. La loro condivisione non è concepita come un mezzo per ottenere la grazia divina.
[27] Manuale di chiesa, della Chiesa Avventista del 7° giorno – 2005, cap. 8, p. 80.  – Credo che sia saggio o opportuno che entrambi i simboli siano consumati dall’assemblea, piuttosto che versare il vino o bruciare il pane. Il manuale di chiesa contiene, oltre alla professione di fede, delle indicazioni pratiche relative alle responsabilità ecclesiastiche e della gestione della vita della comunità. Istruzioni che nella loro applicazione si deve tenere conto del contesto culturale e dei bisogni locali, ecc.
[28] benedire v. tr. [lat. benedicĕre, comp. di bene e dicĕre, propr. «dir bene» e nel lat. eccles. (come traduz. del gr. εὐλογέω) «benedire»] (coniug. come dire; nell’imperf. indic. ha anche, come forma pop., benedivo, e nel pass. rem. benedìi, benedisti, ecc.; imperat. benedici). –
[29] Ad esempio: a. tutti lo benedicono per il suo buon cuore; b. il nome, la memoria di una persona, c. ringrazio Dio del bene ricevuto.

Past. Francesco Zenzale

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