Noi e l’ecumenismo

Premessa

logo_ecumenismoSi leggono spesso delle espressioni discutibili, formulate da persone che mettono insieme una serie di pensieri contradditori che evidenziano il loro carattere accusatorio e servono per accreditare la loro scelta di vita in opposizione alla Chiesa Avventista del 7° giorno.

La Parola del Signore ci invita ad essere nel mondo e non del mondo (Giovanni 17:15), ciò significa che abbiamo delle responsabilità nei confronti dei nostri simili. Ad esempio, queste incombenze sono state espletate correttamente da uomini come il profeta Daniele e i suoi amici alla corte di Babilonia o come Ester e tanti altri nel corso dei secoli. Uomini e donne che, pur vivendo a stretto contatto con organizzazioni, imperi, stati o governi totalitari, sono riusciti, nella grazia di Dio e nella potenza dello Spirito Santo, a lasciare nei cuori delle persone l’impronta divina, senza mai venire meno nella loro fedeltà al Signore (Daniele cap. 3 e 6).

È vero, come scrive l’apostolo Paolo, che «la nostra cittadinanza è nei cieli» (Filippesi 3:20) e ciò costituisce una priorità di fronte a delle scelte che contrappongono la Parola di Dio a quella umana.  Tutti gli apostoli che hanno dovuto scegliere tra i comandamenti divini e la legge umana hanno preferito la prima opzione. Giovanni e Pietro risposero davanti al sinedrio: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio» (At 4:19). Tuttavia, essere cittadini del cielo non significa non esserlo anche della terra. È una questione di priorità e non di partecipazione e/o di coinvolgimento sociale.

«Paolo era un cittadino di un impero terreno e difendeva i propri diritti. Rivendicare i propri diritti non è in contraddizione con la nostra appartenenza primaria; chi difende i suoi diritti, rafforza e protegge anche quelli altrui. Paolo era un cittadino di Roma e come tale godeva di certi privilegi: nessun romano poteva essere crocifisso o percosso senza un processo. A Filippi, fu arrestato, picchiato e imprigionato illegalmente, poi venne rilasciato. Poi disse agli ufficiali: «Dopo averci battuti in pubblico senza che fossimo stati condannati, noi che siamo cittadini romani, ci hanno gettati in prigione; e ora vogliono rilasciarci di nascosto? No davvero! Anzi, vengano loro stessi a condurci fuori» (Atti 16:37). Un buon cittadino osserva la legge e la valorizza. Chi vive in un paese che tutela per legge i diritti umani è protetto dalla legge, dovrebbe essere in prima linea per difendere, proteggere e osservare la legge e sostenere coloro che hanno il compito di migliorarla. La peggiore tragedia per una nazione è quella di essere governata non dalle leggi, ma da un potere corrotto o totalitario. Nessuno dovrebbe essere considerato al di sopra della legge; i nostri diritti sono protetti da essa. Dobbiamo difenderli senza odio, cristianamente, ma altresì senza debolezze o esitazioni».(1)

Se vogliamo lasciare un’impronta tangibile della presenza di Cristo nelle nostre vite, nel cuore dei nostri simili, se desideriamo offrire una equilibrata e serena testimonianza agli assetati di giustizia, di verità, di affetto, ecc.,  se li amiamo, dobbiamo necessariamente costruire delle relazioni a catena seguendo l’esempio di Cristo, il quale non si è mai rifiutato di dialogare con le classi sociali del suo tempo, partecipando a tutto ciò che rendeva possibile testimoniare dell’amore di Dio, difendendo i diritti fondamentali dell’uomo senza indugi.(2)

Dall’esempio di Gesù impariamo quanto sia significativo partecipare, condividere e affermare, laddove si crea l’occasione,  la validità dei principi che professiamo.

Il problema non dobbiamo coglierlo nell’adesione ad un’organizzazione o ad un evento politico, religioso o sociale, ma nella qualità della nostra partecipazione, non perdendo di vista il senso del nostro essere in Cristo e della nostra missione.(3)

Uscire dal mondo o da Babilonia (Apocalisse 18) non significa non avere nulla a che fare con queste realtà; vivere in questo nostro piccolo e moribondo pianeta, comporta come cittadini essere chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo (Matteo cap. 5 e 13). Gesù dichiarò che «Nessuno accende una lampada e poi la copre con un vaso, o la mette sotto il letto; anzi la mette sul candeliere, perché chi entra veda la luce» (Luca 8:16). Ogni angolo della terra deve essere illuminato dall’evangelo (Apocalisse 14:6).

Cos’è il movimento ecumenico?

«Il termine ecumenico deriva dal greco e indica tutte le terre non abitate. Suoi sinonimi sono le parole «universale e cattolico».(4) Il movimento ecumenico ha progressivamente guadagnato strada tra i cristiani nel XX secolo; ambisce a riguadagnare o a raggiungere una qualche forma di unità cristiana mondiale che superi le barriere denominazionali.

Ha raggiunto l’apice organizzativo nel 1948, quando nacque il Consiglio mondiale delle chiese, e quello emotivo nel 1968, subito dopo il Concilio Vaticano II, quando la Chiesa cattolica è salita a bordo del battello ecumenico, perché in origine si era collocata decisamente all’opposizione.

Fino agli anni Cinquanta la preoccupazione principale di molti ecumenisti era acquisire una qualche forma di unità organica; qualcuno si era talmente entusiasmato da sognare addirittura una «Chiesa unica». Si dava estrema rilevanza alla fusione tra chiese, alle Chiese unite, a dialoghi multilaterali e alla comunione eucaristica.

Il movimento ecumenico era costituito da tre filoni principali: fede e ordine (teologia), vita e lavoro (cristianesimo pratico, socio-economico) e Consiglio missionario internazionale (opera missionaria nel mondo). Nel 1961 il terzo filone è confluito nel Consiglio mondiale delle Chiese (WCC), che non deve essere considerato l’equivalente del movimento ecumenico, ben più vasto, ma che ne è però la maggiore espressione organizzativa. Molti ecumenismi convinti vanno addirittura oltre, affermando che il WCC è lo «strumento privilegiato del movimento».

Le organizzazioni ecumeniche abbondano e molte cooperano o sono associate al WCC. Sono stati creati numerosi istituti ecumenici e un certo numero di Chiese dispone di un dipartimento per gli affari ecumenici.

Molte Chiese, soprattutto quelle più tradizionaliste, dichiarano apertamente il loro sostegno al movimento ecumenico, mentre non sono poche quelle che, pur appartenendo al WCC, hanno un’adesione puramente formale all’ecumenismo e certamente non danno nessun tipo di contributo finanziario.

Ci sono poi denominazioni che manifestano apertamente e ad alta voce la loro contrarietà a ogni commistione con l’ecumenismo. I loro attacchi sono piuttosto rabbiosi e considerano il movimento ecumenico la principale sventura della chiesa moderna. Altri ancora, come gli avventisti, mantengono le distanze, non per via della missione profetica, senza salire a bordo del battello, ma riconoscendo alcune positive conquiste, come la libertà religiosa, relazioni meno ostili tra Chiese e una maggiore giustizia nei rapporti umani. Ma anche se non ha scartato il movimento ecumenico, l’avventismo ne ha criticato apertamente alcuni aspetti».(5)

La chiesa avventista è membro del Consiglio mondiale delle chiese (WCC) e del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC)?

La Chiesa avventista, tenendo fede alla missione di Cristo, fa parte del Consiglio Mondiale delle Chiese (World Council of Churches – WCC) ma non del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC). Partecipa al WCC in condizioni di parità con le altre Chiese per parlare di tematiche che riguardano i credenti e il senso della loro testimonianza nella società. Altra cosa è il CEC, dove noi abbiamo lo status di osservatori, perché lo scopo dell’ecumenismo è quello di tendere all’unificazione delle Chiese.

Il CNI(6) è un Consiglio Nazionale di Chiese, in qualche modo è il WCC a livello nazionale. In questo senso non c’è differenza tra una Consulta di chiese a cui partecipiamo tranquillamente in diverse città italiane e con cui facciamo regolarmente programmi, con la partecipazione al WCC.

Pertanto, la Chiesa avventista non fa parte del CEC , ma del Consiglio mondiale delle Chiese (WCC).(7)

In breve, sebbene non facciamo parte del CEC a motivo della nostra lealtà verso le Sacre Scritture, noi restiamo aperti a ogni tipo di relazione interconfessionale che non metta in questione la nostra concezione specifica.

 “Dio possiede dei gioielli in altre chiese e non è nostro compito portare accuse globali e severe contro il mondo cosiddetto religioso. Al contrario, noi dobbiamo presentare la verità con umiltà e con amore, quale essa è in Gesù Cristo (…). La nostra opera consiste in una riforma e in un adempimento profetico diretto da Dio, in vista della realizzazione di un compito speciale di cui non è stata incaricata nessun’altra chiesa (…). Non dobbiamo erigere nessuna inutile barriera tra noi e le altre chiese”.(8)

Noi siamo, dunque, pronti a collaborare con altre organizzazioni confessionali ogni volta che la nostra identità potrà essere salvaguardata. Per esempio, collaborando con delle società bibliche e sostenendole finanziariamente; cooperando con delle stazioni radio e dei media cristiani; partecipando a organizzazioni religiose di aiuto allo sviluppo e ai rifugiati; intervenendo in caso di catastrofi; operando in favore della libertà religiosa. Possiamo anche prevedere la nostra partecipazione alle attività delle commissioni teologiche e in qualità di osservatori in gruppi di lavoro delle chiese cristiane.

 Preghiamo il Signore affinché uomini e donne possano espletare il loro servizio alla gloria di Dio con forza e coraggio, offrendo parole e comportamenti tesi a contribuire per una società libera e rispettosa dei diritti umani, in vista della beata speranza del ritorno di Cristo.

Note

(1) John Graz e Bert B. Beach, “101 domande”, gli interrogativi più frequenti degli avventisti, ed. AdV, Impruneta (Fi), 2008,  p. 42.
(2) Gesù non ha mai rifiutato un invito dove riteneva opportuno offrire parole di speranza, di comprensione e rilettura teologica e comportamentale. Nei dovuti modi Egli sapeva dirigere uomini e donne alla fonte della vita attraverso la Parola di Dio (Giovanni 5:39). Lo troviamo in un matrimonio, a casa dei farisei, dei pubblicani, di persone semplici come la famiglia di Lazzaro. Parlava con i dottori della legge, con le prostitute e perfino con coloro che avevano deliberato di ucciderlo. Amava anche loro ed era interessato alla loro salvezza.
(3) Spesso, impropriamente, si afferma che Gesù non ha mai aderito ad un partito o ad un gruppo religioso o ad una associazione e che pertanto, seguendo il suo esempio, dobbiamo astenerci dall’essere membri di qualsiasi organizzazione sociale, politica e religiosa. Questo modo di pensare non prende in dovuta considerazione il contesto storico culturale in cui Gesù operava che è ben diverso dal nostro;  ciò che è importante è il modo in cui si realizza l’amore per il prossimo nel contesto in cui si vive. La nostra è una società che si espleta attraverso sistemi organizzativi sociali, religiosi e politici ben delineati, senza i quali è praticamente impossibile operare e raggiungere determinati obbiettivi. La Chiesa stessa è un sistema organizzativo religioso che interagisce con lo Stato Italiano, senza tale struttura è praticamente impossibile far valere i propri diritti. Ciò non significa che dobbiamo far parte di tutte le organizzazioni di questo mondo. Il Signore ha accordato alla Chiesa il dono del discernimento ed è un privilegio esercitarlo correttamente.
(4) Non è riferito alla Chiesa cattolica romana, ma nel senso universale.
(5) John Graz e Bert B. Beach, “101 domande”, gli interrogativi più frequenti degli avventisti, ed. AdV, Impruneta (Fi), 2008,  p. 83.82.
(6) Consiglio nazionale interreligioso.
(7) Il 12 novembre 1991, il comitato plenario della Divisione euroafricana ha approvato questa raccomandazione sui rapporti con altre chiese e comunità cristiane. Anche se gli avventisti hanno delle serie obiezioni per quanto riguarda una loro adesione al Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec), essi riconoscono l’utilità degli sforzi fatti in vista dell’unità dei cristiani e la necessità di stabilire buone relazioni con le altre chiese cristiane.
Gli avventisti del 7° giorno e le iniziative in favore dell’unità dei cristiani
La chiesa di Cristo è la comunità dei credenti di tutti i tempi che riconoscono Gesù Cristo come loro Signore e Salvatore. La chiesa mondiale è composta da tutti coloro che credono sinceramente in Gesù. Si tratta dei fedeli di tutti i tempi che Gesù Cristo ha riscattato con il suo sangue.
1. La specificità avventista
Noi crediamo che la Chiesa Avventista del 7° Giorno, in quanto parte della cristianità, sia stata suscitata da Dio in un’epoca precisa (cfr. Daniele 8:14) per proclamare a tutta l’umanità il “Vangelo Eterno” prima del ritorno di Cristo (cfr. Apocalisse 14:6-14). La Bibbia annuncia che il tempo della fine sarà un’epoca di apostasia riguardante particolarmente gli insegnamenti di Gesù Cristo. Dio ha dunque chiamato un gruppo di credenti a “osservare i comandamenti di Dio e la fede in Gesù” (cfr. Apocalisse 14:12). Noi crediamo, sulla base della nostra comprensione delle Sacre Scritture, che la Chiesa Avventista del 7° Giorno è l’espressione visibile della chiesa del rimanente (cfr. Apocalisse 12:17). Nel tempo della fine, essa è chiamata a invitare tutti gli esseri umani a una fede assoluta in Gesù Cristo e a un’ubbidienza senza compromessi ai suoi comandamenti. Noi comprendiamo che il nostro compito non consiste soltanto nel trasmettere il Vangelo eterno a tutti i popoli, ma anche nell’avvertire i cristiani, se si sono allontanati dalla fede in Gesù Cristo e dalla fedeltà alla volontà rivelata di Dio.
2. La posizione nei confronti del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec)
Questa concezione del nostro mandato non esclude però il fatto che noi vediamo lo Spirito Santo manifestarsi ugualmente in altre chiese cristiane e comunità di credenti e che noi ci sentiamo uniti ad altri cristiani che si sforzano, come facciamo noi, di ricordarsi degli insegnamenti di Dio secondo le loro conoscenze e di conservare la fede in Gesù Cristo.
Le motivazioni che adduciamo qui di seguito fanno sì che la Chiesa Avventista del 7° Giorno si trovi nell’impossibilità di diventare membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec).
Secondo la nostra concezione, siamo convinti di dover annunciare l’ultimo messaggio di Dio “a ogni nazione e tribù e lingua e popolo” (Apocalisse 14:6). La comprensione della nostra missione e la coscienza del nostro compito non sono compatibili in tutto e per tutto con le interpretazioni attualmente ammesse in seno al Consiglio Ecumenico (Cec).
Noi soffriamo, insieme con altri cristiani sinceri, a causa delle divisioni confessionali e consideriamo nostro compito favorire “l’unità dello Spirito” (Efesini 4:3). Noi cerchiamo l’unità nella verità e nella fede, fondate sulla Parola ispirata di Dio. Non potremmo dunque aderire a un’unità che non si fondi esclusivamente sulla rivelazione biblica.
Noi osserviamo con inquietudine le tendenze che, in seno al Cec, si ispirano a tradizioni non bibliche e deviano dall’esclusività della salvezza in Gesù Cristo. Esse sono in contraddizione con il principio del “Sola Scriptura”, risalente alla Riforma, e sono in disaccordo con la purezza del Vangelo.
Sulla base della nostra comprensione della parola profetica, noi riconosciamo, come altri cristiani, nell’evoluzione della storia della potenza politico-religiosa del papato il compimento delle profezie bibliche (cfr. Daniele 7, Apocalisse 13 e 17). La crescente apertura del Cec al cattolicesimo, il suo attuale impegno politico, come anche le tendenze teologiche e religiose liberali e pluraliste sembrano ben confermare la nostra interpretazione della profezia biblica (cfr. Apocalisse 13:11-18).
Non mettiamo in dubbio le buone intenzioni dei fondatori del Movimento Ecumenico e dei dirigenti attuali. Tuttavia, non crediamo che il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cce) riuscirà in questo modo a realizzare l’unità per la quale Gesù Cristo intercedeva in favore della sua Chiesa (cfr. Giovanni 17:20-21).
3. I nostri rapporti nei confronti di altre chiese e comunità religiose
Sebbene non possiamo unirci al Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec) a causa della nostra lealtà verso le Sacre Scritture, noi restiamo aperti a ogni tipo di relazione interconfessionale che non metta in questione la nostra concezione specifica.
“Noi riconosciamo ogni organizzazione mondiale. Noi rispettiamo profondamente gli uomini e le donne cristiani di altre denominazioni, che si sforzano di conquistare delle anime a Cristo” (Conferenza Generale delle Chiese Avventiste del 7° Giorno, Working Policy, edizione 1989/1990, p. 368).
“Dio possiede dei gioielli in altre chiese e non è nostro compito portare accuse globali e severe contro il mondo cosiddetto religioso. Al contrario, noi dobbiamo presentare la verità con umiltà e con amore, quale essa è in Gesù Cristo (…). La nostra opera consiste in una riforma e in un adempimento profetico diretto da Dio, in vista della realizzazione di un compito speciale di cui non è stata incaricata nessun’altra chiesa (…). Non dobbiamo erigere nessuna inutile barriera tra noi e le altre chiese” (E.G. White, Review and Herald, 17/1/1893).
Noi siamo, dunque, pronti a collaborare con altre organizzazioni confessionali ogni volta che la nostra identità potrà essere salvaguardata. Per esempio, collaborando con delle società bibliche e sostenendole finanziariamente; cooperando con delle stazioni radio e dei media cristiani; partecipando a organizzazioni religiose di aiuto allo sviluppo e ai rifugiati; intervenendo in caso di catastrofi; operando in favore della libertà religiosa. Possiamo anche prevedere la nostra partecipazione alle attività delle commissioni teologiche e in qualità di osservatori in gruppi di lavoro delle chiese cristiane.
1 pastori della Chiesa Avventista del 7° Giorno dovrebbero entrare in contatto con ecclesiastici di altre chiese o comunità cristiane locali per sottolineare i punti confessionali comuni, senza trascurare gli aspetti divergenti. Le chiese locali cercheranno di intrattenere buone relazioni con le altre chiese cristiane, basate sulla tolleranza e il rispetto reciproci.
La preoccupazione di conservare l’integrità della nostra posizione specifica costituisce il limite della nostra apertura e della nostra collaborazione.
In quanto avventisti del 7° giorno, come numerosi altri cristiani, desideriamo che si realizzi l’unità della chiesa di Gesù Cristo nel nostro tempo. Tuttavia, sappiamo che questa unità si compirà nel regno di Dio. Per questo noi poniamo le nostre speranze sul ritorno di Cristo e preghiamo in questi termini: “Venga il tuo regno!” (Matteo 6: 10), “Amen, vieni Signor Gesù!” (Apocalisse 22:21).
(8) E.G. White, Review and Herald, 17/1/1893.

Past. Francesco Zenzale

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