Mosè: speranza posticipata

Imparò a credere in Dio negli anni del silenzio, nei momenti difficili

0601031Bruce Manners*

Mosè, il nome è sinonimo di forza poiché divenne «uno dei capi più potenti e influenti mai vissuti».(1) Mosè prese un manipolo di schiavi e li fece diventare una nazione. Prese i muratori del faraone e li aiutò a diventare una comunità aperta e capace. Guidò questi figli e figlie di Abraamo attraverso il paese più aspro del pianeta fino ai confini di una terra che stillava latte e miele: la terra promessa.Mosè! Non avrebbe dovuto nemmeno avere un nome. Nato come straniero in Egitto, era probabilmente destinato a servire alla sua nascita come sacrificio al dio fiume, ma la madre lo nascose per tre mesi. Impossibilitata a nasconderlo più a lungo, lo sistemò in un cesto di papiro tra i cespugli che fiorivano lungo le rive del fiume dove la figlia del Faraone era solita bagnarsi.
Mosè era un nome straniero, non quello che i genitori avrebbero scelto per lui. Eppure ogni volta che sentiva pronunciare il suo nome, che significava «tirato fuori» (Es 2:10), Mosè si ricordava del miracolo che gli aveva salvato la vita. Il miracolo di essere stato salvato dal fiume dalla figlia del faraone e adottato dalla famiglia reale.
Ottant’anni dopo, quasi più nessuno tra il suo popolo ricordava il suo nome, ma questo non aveva importanza. Egli era venuto nel nome di un altro, di quel «Io sono», di quel «Signore, Dio dei vostri antenati, il Dio d’Abramo, il Dio d’Isacco, e il Dio di Giacobbe» (Es 3:14,15). Mosè era diventato un messaggero di speranza.

Messaggero di speranza

Quarant’anni prima Mosè avrebbe volentieri guidato il suo popolo fuori dall’Egitto se solo lo avessero sostenuto. Aveva dato prova della sua lealtà uccidendo un egiziano (Es 2:12). Egli era pronto, ma il popolo no. «Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio voleva salvarli per mano di lui; ma essi non compresero» (At 7:25). Mosè aveva capito che cosa volesse Dio da lui, ma aveva ancora molto da imparare. Dio non era pronto a dargli il comando, almeno non in quella circostanza.
Nato schiavo, allevato come un principe, Mosè ebbe bisogno di quarant’anni nel deserto e di un incontro personale con Dio prima di essere pronto a guidare il popolo di Dio. Questa volta è lui che sul suolo sacro è riluttante. Il suo ragionamento è notevolmente moderno; avanza le stesse scuse che avanzeremmo noi: «Chi sono io per fare quello che tu mi chiedi?» E poi: «Chi sei tu? Perché dovrebbero credermi? Io non saprei che cosa dire» (cfr. Es 3:11,13;4:1,10). E infine: «Signore, ti prego! Manda un altro» (Es 3:13).
Il suo senso di inadeguatezza dimostra che egli è pronto a lasciarsi guidare da Dio perché sa che da solo non può farcela. Non dimentichiamo che Mosè era un principe egiziano e che come tale aveva ricevuto una preparazione accurata. Versatile nelle arti, nelle scienze, buon stratega e diplomatico, era all’altezza di mettere insieme un esercito israelita, sia pure raccogliticcio, per sfidare il potere egizio.
Dio aveva un piano diverso. Mosè è la guida, ma lo stratega è Dio. Prima di tutto, Mosè diventa il messaggero di Dio, colui che mette in guardia il faraone e gli egiziani, ma un messaggero di speranza per gli israeliti.
Come moderni messaggeri della speranza facciamo bene a sottolineare quanto Mosè fosse dipendente da Dio. Ascoltate la promessa di Dio: «Perciò, di’ ai figli d’Israele: “Io sono il Signore; vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi salverò con braccio steso e con grandi atti di giudizio. Vi prenderò come mio popolo, sarò vostro Dio… Vi farò entrare nel paese che giurai di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe» (Es 6:6-8). Redenzione e terra promessa! Nulla è cambiato. Queste sono le promesse di Dio, sussurrate nel giardino dopo la caduta, dichiarate come reali… firmate con il sangue al Calvario, e proclamate al mondo dai tre messaggeri di Apocalisse 14.

Questo è il nostro messaggio

La redenzione di Israele è cosa certa. Le piaghe attestano il potere di Dio sugli dèi d’Egitto e rafforzano la fede degli israeliti. Arriva la vigilia della Pasqua e loro sono pronti, con i bagagli fatti, in attesa della «bella speranza di libertà». Sono pronti a iniziare il viaggio verso la terra promessa. I primogeniti sono protetti dalla morte dal sangue dell’agnello sugli stipiti delle case. Il sangue dell’agnello dà la vita. Nel sangue dell’agnello di Dio riposa la nostra speranza.

Viaggio della speranza

Finalmente liberi, gli schiavi di Israele marciano «come un’armata vittoriosa» fuori dall’Egitto (Es 12:36). Il viaggio della speranza è iniziato: essi marciano verso Sion, o comunque verso quella direzione.
Per proteggerlo da un possibile scontro con i filistei, Dio dirige il popolo verso il deserto. Il viaggio subirà molte deviazioni e sarà più lungo del previsto, ma Dio è con loro. Lo vedono nella colonna di fuoco. Non sono esenti dalla paura. Hanno paura quando sulle rive del mar Rosso vedono avvicinarsi l’esercito di faraone. La paura serpeggia nell’accampamento perché la presenza del nemico distoglie lo sguardo da Dio. Gli israeliti desiderano ardentemente quello che già hanno non quello che Dio ha loro promesso. Meglio essere schiavi in Egitto che fronteggiare la morte nel deserto, è il loro grido (Es 14:11,12). Perdono la speranza.
Mosè risponde ordinando di rimanere fermi: «Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il Signore compirà oggi per voi» (v. 13).
In nessun altro luogo c’è la speranza. Sono sicuro che tutti siete passati da questa strada. Di sicuro ci sono passato io. È quando non ci resta altro, che occorre abbandonarsi nelle braccia di Dio.
Durante il miracolo dell’attraversamento del mar Rosso sono battezzati (1 Cor 10:2) e liberati dal nemico. Ora sanno che non dovranno più temere l’Egitto e se ne rallegrano. Se ne rallegrano e celebrano la ritrovata libertà in Dio. Celebrano la speranza.
Sul monte Sinai si forma una nazione, un sacerdozio, e viene istituito il patto d’amore. Salvati da poco, Dio li guida, per mano di Mosè, a sviluppare un rapporto totale con lui e tra di loro. Mosè scrive le istruzioni perché nessuno le dimentichi.
Ecco, ormai sono pronti per la terra promessa e tuttavia lo spirito della paura aleggia ancora e rinvia il loro ingresso di altri quarant’anni. Davanti alle difficoltà del viaggio, l’Egitto riacquista un po’ del suo fascino. Noi che abbiamo lasciato il suolo nemico, dobbiamo capire che la via potrà non essere facile, e che quello che abbiamo lasciato potrà a volte sembrarci affascinante. Ritornare al passato però ci rende di nuovo schiavi. Davanti c’è la terra promessa, e Dio è con noi.

Riposare nella speranza

Mosè muore con gli occhi rivolti alla terra promessa che è davanti a lui!
Dio lo seppellisce sui pendii scoscesi del monte Pisga. Non c’è una lapide che contraddistingua la sua tomba. Né una sfinge o una piramide. Aveva scelto una cosa più preziosa di quelle che l’Egitto avrebbe potuto offrirgli.
«[Mosè] volontariamente scambiò i monumenti e le lodi terrene, i vantaggi, il potere e il piacere con un regno invisibile. Incassò ogni shekel… per un rapporto con il Dio vivente. Fu l’affare migliore mai fatto al mondo. Quello che perse, non avrebbe comunque potuto tenerlo, e quello che guadagnò non lo avrebbe mai perso».(2)
Mosè muore, ma muore nella speranza, accolto tra coloro che «riposero la loro speranza per ottenere una risurrezione migliore» (Eb 11:35). E, come sembra, gustò la realtà della risurrezione prima di ogni altro (Gd 9; Mt 17:3).
Dobbiamo ammettere e accettare che non sempre potremo vedere realizzata la speranza durante la vita. Tuttavia, questa possibilità non diminuisce la speranza che abbiamo, perché il sonno della morte dura solo una notte nell’attesa che arrivi l’alba della risurrezione.
Mosè si congeda dagli israeliti con un canto: un canto che è una promessa per il futuro (Dt 32). E in Apocalisse 15, c’è il canto di Mosè e dell’Agnello: il canto dell’adorazione e della vittoria. Desideriamo cantare questo canto, perché sarà il momento della realizzazione della nostra speranza. E non fa differenza se riposiamo in una tomba o siamo vivi al ritorno di Gesù.
Fino allora saremo i messaggeri della speranza in viaggio verso la terra promessa.

Note:
(1) L. Woolfe, The Bible on Leadership: From Moses to Matthew – Management Lessons for Contemporary Leaders, Amazon, New York, 2002, p. 71.
(2) Charles R. Swindoll, Moses: A man of Selfless Dedication, Word Publishing, Nashiville, 1999, p. 366.

*Bruce Manners è pastore dell’Avondale College a Coorambong, Nuovo Galles del Sud, Australia.

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