Guarda, l’Agnello di Dio

Solo lui può darci ciò di cui abbiamo bisogno

0505069«Il giorno seguente, Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”» Giovanni 1:29.

Quest’affermazione di Giovanni il battista colpì nel segno della vera missione di Gesù. Al di sopra di tutte le altre cose che era venuto a compiere – rivelare il carattere di Dio, cercare e salvare i perduti, annunciare la buona novella – egli era giunto sulla terra per essere il sacrificio divino per il peccato. Il nome stesso di Gesù rimandava allo scopo per eccellenza del suo ministero. Prima di nascere, un angelo del Signore apparve a Giuseppe, il quale si era impegnato a sposare Maria, e gli disse: «Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati» (Mt 1:21).

«Gesù» è la versione greca di Jeoshua, che significa «il Signore salva». Il titolo «Cristo» venne aggiunto in seguito e vuol dire «l’Unto», ovvero, il «Messia». Quando dunque pronunciamo le parole «Gesù Cristo», in realtà diciamo Salvatore-Messia, o il Messia che salva. Per milioni di persone, purtroppo, il nome «Gesù Cristo» non è altro che una profanità. Come sono ignari del vero significato delle parole che pronunciano invano. In questo modo, il maligno, nemico infernale di Gesù nel gran conflitto tra bene e male, cerca di deviare l’attenzione dall’opera salvifica di Gesù!

Il suo proposito divino

Gesù è nato per morire. Per la maggior parte dell’umanità, la morte rappresenta l’ultimo, triste atto di quella rappresentazione che si chiama vita. Ma non per Gesù, nel cui caso la morte fu il momento culminante della sua venuta sulla terra; morendo, avrebbe salvato il mondo. «E io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me» (Gv 12:32), disse. E ancora: «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna» (Gv 3:14,15).

È comprensibile che per i suoi seguaci quella morte fosse motivo di vergogna. La crocifissione era il modo peggiore di morire; un’esecuzione lenta, agonizzante eseguita in un luogo pubblico. Roma la riservava ai criminali peggiori, ma nessun cittadino romano poteva essere condannato a morire secondo quella modalità così disprezzata. Lui poteva essere crocifisso, e lo fu. Fino a questo punto si è umiliato il Salvatore per conquistare la nostra salvezza. Scrive l’apostolo Paolo: «Trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2:8).

Ma i primi cristiani non si vergognavano e non cercarono mai di occultare il modo in cui Gesù morì, non faceva provare loro dell’imbarazzo; non cercarono giustificazioni di sorta, anzi, proclamarono orgogliosamente: «Questo è stato fatto nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti; è per la sua virtù che quest’uomo compare guarito, in presenza vostra» (At 4:10). «I giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia» (1 Cor 1:22,23); «Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo» (Gal 6:14). Ecco le parole con le quali Ellen White spiega l’opera della salvezza compiuta da Gesù: «Gesù è stato trattato come noi meritiamo, affinché possiamo ricevere il trattamento che egli merita. Egli è stato condannato per i nostri peccati, senza avervi partecipato, affinché potessimo ottenere la giustificazione in virtù della sua giustizia, senza avervi preso parte. Egli subì la morte che era nostra, affinché potessimo ricevere la vita che era sua. “E grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti (Is 53:5)”» – DA, p. 25 [13].

False aspettative

I discepoli di Gesù non colsero all’istante il proposito divino che si nascondeva dietro la morte del loro Maestro. Quando Giovanni battista, parlando sotto ispirazione divina, disse «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Gv 1:29), quanti lo ascoltarono devono essere rimasti confusi circa il significato di quelle parole. Per tutto il tempo del ministero del Messia, i dodici si erano aspettati che Gesù agisse da Messia politico, mandato per liberare gli ebrei dal gioco degli odiati romani. Trovavano incomprensibili le predizioni sulle sue sofferenze e la sua morte imminente a Gerusalemme (Mt 16:21-23; 20:17-19). Solo dopo la sua risurrezione, i discepoli cominciarono a capire il significato della croce nel disegno divino; la luce cominciò a penetrare in loro sulla strada di Emmaus: «Allora Gesù disse loro: “O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano» (Lc 24:25-27). Alla luce del Calvario, riusciamo a comprendere più chiaramente anche passaggi dell’Antico Testamento che, se non fosse stato per Gesù, ci avrebbero lasciati perplessi, creandoci probabilmente anche dei problemi. Per esempio, il servizio del santuario: che bisogno c’era di uccidere tutti questi animali innocenti? Perché tanto spargimento di sangue? Rileggendo il sistema sacrificale attraverso le lenti della croce, ci rendiamo conto che assolse a una funzione educativa divina. Insegnò agli israeliti che il peccato aveva un prezzo alto, che non andava preso alla leggera; e che poteva essere gestito solo mediante il sacrificio di un’esistenza, come dice esplicitamente il libro degli Ebrei: «Senza spargimento di sangue, non c’è perdono» (Eb 9:22).

La tenda nel deserto e i templi successivi concentrarono l’attenzione, per un periodo particolare, sulla salvezza per grazia. La persona rammaricata dei propri peccati trovava pace facendo quanto Dio aveva ordinato, non ricorrendo a metodi propri. In ultima analisi, però, il sacrificio animale non era in grado di garantire l’espiazione; «Perché è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati» (Eb 10:4). Solo la morte del Dio-uomo, Gesù Cristo, poteva risolvere definitivamente la questione del peccato. E così, ogni agnello o altro animale portato in sacrificio dal penitente era efficace solo in virtù dell’offerta dell’Agnello di Dio, alla quale rimandava.

Grazie al Calvario cominciamo anche a comprendere la straordinaria ma imbarazzante storia raccontata in Genesi 22, quella di Abraamo e Isacco presso il monte Moria. L’episodio ha creato tanti problemi a studiosi della Bibbia, sia cristiani sia ebrei. Ci racconta dell’ordine impartito da Yahweh all’anziano padre: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò» (v. 2).

Com’era possibile che un Dio d’amore imponesse una cosa simile? Sembra di sentire le parole di una delle divinità pagane adorate dagli abitanti di Canan. Essi offrivano sacrifici umani, ma Yahweh impedì rigorosamente agli israeliti di imitare le loro pratiche diaboliche: «Non darai i tuoi figli perché vengano offerti a Moloc; e non profanerai il nome del tuo Dio. Io sono il Signore» (Lv 18:21). Quella disposizione deve essere stata tagliente come una spada infilata nel cuore del vecchio patriarca, ma in qualche modo riuscì a trovare la fede per andare avanti; non capiva, però aveva camminato troppo tempo al fianco di Dio per disubbidirgli ora. Quando il ragazzo pose la terribile domanda, Abraamo rispose: «”Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto”. E proseguirono tutti e due insieme» (Gn 22:7,8). E Dio provvide. Mentre Abraamo stava per sollevare il coltello che avrebbe ucciso il figlio, l’angelo del Signore gli disse di fermarsi: «Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio» (v. 13). Era lì da tanto, ma il padre angosciato era troppo preso per accorgersene.

Abraamo chiamò quel luogo Yahweh jireh, che significa «il Signore provvederà». Circa mille anni dopo, quando il re Salomone costruì il tempio, lo collocò esattamente nello stesso punto, sul monte Moria (2 Cr 3:1); altri mille anni passarono e Gesù morì in quei paraggi. Il Signore che provvide per Abraamo ha fatto altrettanto per l’intero genere umano. Finalmente, alla luce di Gesù Agnello di Dio, comprendiamo il significato del meraviglioso 53mo capitolo di Isaia, nel quale qualcuno viene «come l’agnello condotto al mattatoio» (v. 7), «trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (vv. 5,6).

Amici, quei peccati che egli porta sono i miei e i vostri. Come si fa a non amare questo Gesù, questo Agnello di Dio che è morto al nostro posto?

William G. Johnsson, Ph.D., ex direttore di Adventist Review.
Come emerito collabora con il presidente per le relazioni interreligiose della G.C.

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