Il mediatore

La nostra salvezza è nelle sue mani

 a-perdonoIn Cile, il 12 ottobre del 2010, il mondo trattenne collettivamente il respiro davanti alla fase decisiva di un’ardita operazione di soccorso. 69 giorni prima, 33 uomini erano rimasti intrappolati a 610 metri di profondità per colpa di un’enorme frana rocciosa che aveva investito la miniera di rame e oro nella quale stavano lavorando. Per settimane, le squadre di soccorso avevano perforato il suolo per costruire un corridoio di emergenza e avvicinarsi sempre più ai minatori ed era stata approntata una capsula di salvataggio larga 70 cm. Il corridoio aveva raggiunto i minatori, ma avrebbe funzionato?

La storia dei minatori e del tentativo di salvataggio aveva galvanizzato l’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Troupe televisive provenienti da oltre 100 nazioni, compresa la Corea del Nord, si erano riunite sul luogo del dramma. Il presidente cileno Sebastian Pinera era in attesa che i minatori risalissero in superficie dalla loro sporca e bollente prigione e poterli accogliere. Poco dopo la mezzanotte la tensione dell’attesa si sciolse in giubilo mentre la capsula portava in salvo il primo minatore. I flash impazziti, le bande che suonavano l’inno nazionale cileno, gli abbracci e le lacrime che scendevano a fiotti. Nel corso delle 21 ore successive l’operazione si era completata con la restituzione dei 33 sventurati a mogli e cari. È stato un momento stupendo, un breve tregua dalle notizie terribili che ogni giorno i media portano dentro le nostre case. E, tuttavia, nulla se paragonato al giorno in cui il mondo intero ha trattenuto il fiato; era tanto tempo fa e non c’era in gioco la sorte di 33 minatori, ma quello dell’umanità intera. Anche noi eravamo prigionieri, condannati nella malsana buca del peccato senza via di fuga e senza speranza. Ma il Figlio di Dio, scavandosi un passaggio nella dura roccia della disperazione, lanciò un’ardita missione di soccorso. Mentre la sua opera raggiungeva l’apice ed egli doveva affrontare l’agonia del Getsemane e l’umiliazione del Calvario, l’universo osservava con stupore e apprensione.

Ellen G. White ha scritto: «I mondi che non hanno conosciuto il peccato e gli angeli osservavano con grande interesse la conclusione del conflitto. Anche Satana e i suoi seguaci guardavano attentamente la grande lotta per la redenzione. Le potenze del bene e del male attendevano ansiosamente la risposta di Dio alla preghiera che Gesù aveva ripetuto tre volte. Gli angeli avrebbero soffriva, ma non potevano. Nessuna via d’uscita si apriva per il Figlio di Dio. In quella tremenda crisi, quando ogni cosa era in gioco e il calice misterioso tremava nelle mani del Cristo sofferente, i cieli si aprirono, una luce squarciò quelle tenebre oscure e l’angelo possente che occupa, alla presenza di Dio, il posto di Satana prima della sua caduta, scese al fianco del Cristo» – DA, p. 693 [530].

Il solo e unico

Che Salvatore straordinario è Gesù! Diventò genuinamente umano, assumendo la nostra carne e il nostro sangue, prese il ruolo di nostro Sommo Sacerdote, mediatore tra Dio e l’uomo. Egli è il Dio-uomo, che ha colmato l’abisso tra il cielo e la terra che la caduta dei nostri progenitori aveva scavato. Il santuario terreno aveva rimandato a lui; i servizi che si svolgevano al suo interno erano incentrati attorno al sacrificio e alla figura del sacerdote. Il sangue degli agnelli, dei capri, dei tori e delle giovenche, offerti dal peccatore penitente, prefiguravano Cristo, l’Agnello di Dio, che avrebbe tolto i peccati del mondo. Il ministero del sacerdote, in particolare quello del sommo, l’unico al quale era consentito entrare nel luogo santissimo un solo giorno l’anno, quello dell’espiazione, anticipava il ministero superiore del Dio-uomo nel santuario celeste, «Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo», scrisse l’apostolo Paolo (1 Tm 2:5). «Per questo egli è mediatore di un nuovo patto. La sua morte è avvenuta per redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo patto, affinché i chiamati ricevano l’eterna eredità promessa» (Eb 9:15).

Un mediatore, uno soltanto! Nessun altro può collegare cielo e terra, nessun altro può perdonare i nostri peccati. Nessun altro può o deve reclamare per se stesso ciò che Gesù solo è in grado di rappresentare e fare. Non abbiamo bisogno di confessare i nostri peccati a un essere umano che rivendica una funzione di intermediario a nostro beneficio e pretende di portare a Dio le nostre suppliche. «Noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2:1,2). Il nostro mediatore nel cielo è qualcuno che comprende i nostri travagli, che è stato qui e che li ha vissuti. Ha sofferto e ha subito la tentazione, ha provato il senso del dolore, la puntura del rifiuto. Qualsiasi cosa possa farci cadere, lui l’ha già sperimentata. Con una meravigliosa esposizione, il libro degli Ebrei sviluppa il concetto di Gesù nostro Sommo Sacerdote; il primo capitolo rivela che egli è realmente Dio, superiore agli angeli: «Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza…». Ma, a proposito del Figlio, aggiunge: «Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia» (Eb 1:3,8).

Le suo stupende implicazioni

Lasciamo che questa gloriosa verità invada i nostri cuori: recandoci da Gesù, noi andiamo a Dio; Gesù non è una tappa del viaggio tra terra e cielo, è Dio. Tutto quello che vale per Dio, vale altrettanto per lui. Gesù è, è sempre stato e sempre sarà. «Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio» (Gv 1:1). Egli ci ama tanto da chiamarci suoi amici (15:14,15), proprio come accadde ad Abraamo, che fu chiamato amico di Dio (2 Cr 20:7). Noi abbiamo la possibilità di aderire a questa preziosa comunione con lui, ma non dimentichiamoci mai che egli è Dio! Nelle nostre preghiere, nei nostri canti, in tutti i nostri dialoghi con Gesù, non trattiamolo mai come un «amicone», secondo le abitudini in uso tra di noi.

Torniamo a Ebrei: se il primo capitolo spiega che Gesù è a tutti gli effetti Dio, il secondo lo ritrae come vero uomo: «Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita» (Eb 2:14,15). Eccola di nuovo: la grande missione di salvataggio. Gesù non mandò qualcun altro, èvenuto di persona perché solo lui poteva portare a termine questo compito. È diventato uno di noi, è precipitato in quell’orrore finale dal quale tutti cerchiamo di sottrarci: la morte. Ha conosciuto il regno della morte e ne ha annientato il potere, interrompendo la paura da essa evocata. È risuscitato dalla morte lasciando vuota la tomba nella quale era sepolto!

Veramente Dio, veramente uomo, Gesù è unico nell’universo e per questo è divenuto nostro Sommo Sacerdote, operando nelle corti celesti: «Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo» (v. 17).

Lungo tutto l’arco della storia umana, e ancora oggi, uomini e donne hanno percepito l’esigenza di avere dei sacerdoti; consapevoli della loro indegnità, si sono affidati ad altri esseri umani considerati vicini a Dio e quindi capaci di far arrivare in anticipo le loro preghiere e i loro bisogni in maniera tale da risultare accettabili al Signore.

Nella realtà, però, è sempre esistito e continua a esistere un solo vero Sacerdote, il Diouomo, che nella propria persona ci conduce alla presenza del Padre. Tutti gli altri non sono altro che falsi sacerdoti, che hanno essi stessi la necessità del Mediatore Gesù Cristo.

Ecco perché anche il sommo sacerdote del santuario terreno doveva «offrire dei sacrifici per i peccati, tanto per se stesso quanto per il popolo» (Eb 5:3).

L’insegnamento di Gesù nostro sommo sacerdote nel santuario celeste è una preziosa verità affidata alla chiesa avventista perché la condivida con il mondo intero. Nella sua essenza, essa ci dona certezza in quattro aree vitali:

1. La realtà della nostra speranza.
Oggi, per molti cristiani, il cielo è sbiadito quale luogo reale; persino alcuni pastori non credono più nella vita dopo la morte; ritengono che l’immortalità consista nella vita dei nostri figli e nipoti, ma il ministero sempre attivo di Gesù dà la certezza che il cielo esiste davvero e che un giorno lui tornerà per accoglierci presso di lui. «Ora, il punto essenziale delle cose che stiamo dicendo è questo: abbiamo un sommo sacerdote tale che si è seduto alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e del vero tabernacolo, che il Signore, e non un uomo, ha eretto» (Eb 8:1,2).

2. La realtà del perdono.
Indipendentemente da quello che possono suggerirci i nostri sentimenti, abbiamo un mediatore che «vive sempre per intercedere» per noi (7:25). I sentimenti sono volubili, Gesù no. Quando tutti gli altri si rivelano inaffidabili, «egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2:13).

3. Il cielo è un luogo accogliente.
Ci spetta: non dobbiamo andarci con la schiena piegata e il cappello in mano. Gesù è lì per noi, ci dà il benvenuto. «Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno» (Eb 4:14-16).

4. Il santuario è un luogo di potere.
Gesù ci capisce e solidarizza con noi che ci troviamo alle prese con i nostri conflitti. Ma non si limita a questo, ci offre una forza vincente. «Poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati» (2:18).

Caro amico, lo sai di avere un mediatore, un essere che sta dalla tua parte nelle corti celesti? Non preoccuparti di quello che è stata la tua vita passata, della distanza che ti ha separato dal sacro proposito divino per la tua esistenza. Egli ti accetta così come sei, come figlio o figlia. Recati da lui e deponi nelle sue mani tutti i tuoi affanni, egli se ne farà carico e ti darà e ti donerà la sua pace.

Nel corso di una riunione di testimonianza, al termine di un incontro al quale partecipavano i dirigenti della chiesa avventista, un amministratore ha raccontato una commovente storia personale. Sette mesi prima, insieme alla moglie erano scesi da un aereo a Los Angeles, in California. Mentre si stavano recando alla postazione per il noleggio auto, egli avvertì improvvisamente una terribile fitta nel petto. L’arteria principale del suo cuore si era ostruita completamente, stava per morire. La moglie, un’esperta infermiera, gridò disperatamente per vedere se qualcuno avesse un’aspirina. Fortunatamente, uno degli impiegati aveva infilato proprio quella mattina un’aspirina nel suo portafogli e gliela consegnò. Ma nonostante tutto, il cuore del pastore si era fermato; la moglie gli praticò allora un massaggio cardiopolmonare, salvandogli la vita.

«Sapete a cosa somiglia morire?», chiese l’uomo alle persone inchiodate sulle loro sedie. Mentre era tra la vita e la morte, riuscì a pensare solo: «Non stringo niente nella mia mano, mi aggrappo semplicemente alla croce» (Augustus M. Toplady).

Se non dovessi vivere fino a vedere Gesù tornare sulle nuvole, se dovessi entrare nelle fredde acque della morte, auspico che il mio ultimo pensiero sia sempre lo stesso: Gesù, solo lui. Egli è tutto ciò che abbiamo in questa vita e sarà tutto quello che vorremo nella vita futura; è il nostro Salvatore, Signore, Amico, Re… e Mediatore.

William G. Johnsson, Ph.D., ex direttore di Adventist Review.
Come emerito collabora con il presidente per le relazioni interreligiose della G.C.

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