Cristo incontra la storia umana

Il senso e la prospettiva dell’incarnazione

incarnazioneUna parte importante della storia della spiritualità cristiana può essere ricondotta a due principali manifestazioni di fede: imitare e interiorizzare Cristo. La prima di queste esperienze richiede lo sforzo centrifugo che dal credente va verso Cristo allineando condotta e volontà umane con la volontà divina.

La seconda mette in atto un movimento centripeto teso a portare Cristo dentro l’interiorità del credente imponendo a questo l’esigenza irreversibile di scoprirlo nel profondo del proprio essere. Se la prima esperienza di fede deve lottare con la tentazione di diventare moralismo volontarista, la seconda scivola spesso verso una mistica individuale dell’immediatezza.
Mentre il cristianesimo pre-moderno ha incarnato spesso il primo errore, quello contemporaneo indulge maggiormente e senza troppe resistenze di fronte al secondo.

Queste due anomalie della fede hanno però un elemento in comune. Entrambe partono dall’uomo per poi arrivare a Cristo. L’antropologia decide le sorti della cristologia. L’incarnazione, invece, in quanto essenza e riassunto di tutta la cristologia, rappresenta l’alternativa radicale a queste due derive perché fa di Cristo la premessa e condizione di qualunque discorso sull’uomo e dell’uomo. L’incarnazione ci ricorda, infatti, che non è l’uomo che si avvicina a Cristo cercando aiuto, ma è Cristo che per primo si avvicina all’uomo e gli offre la salvezza. Non è l’ascesa dell’uomo verso Dio ma la discesa di Dio verso l’uomo ciò che costituisce l’essenza del cristianesimo. Questo è l’incarnazione.

Cristo, come scende verso l’uomo?

L’incarnazione può essere descritta attraverso due movimenti. Il primo possiamo chiamarlo identificazione; il secondo, trasformazione. Nel movimento d’identificazione Cristo lascia il regno di suo Padre (Fil 2:6,7). Rinuncia al privilegio di essere circondato da esseri perfetti e dall’ambiente che corrisponde alla santità, alla bellezza, alla vita e all’armonia di questo regno. Lontano da questa perfezione, l’essere umano è invece condizionato e minacciato dalla chiusura in se stesso e poi da tutto ciò che da questa chiusura deriva: alienazione, solitudine, peccato, distruzione e morte. Cristo sceglie di andare controcorrente e in modo non calcolato, non redditizio accettando perfino di «perdere». L’essere umano lontano e in difficoltà diventa la meta desiderata. Questo non è solo un’idea programmatica o un’incursione esplorativa transitoria, ma diventa una realtà impegnativa e paradossale dove coloro che egli visita per guarire si disinteressano e snobbano la sua generosità.

Gesù insiste e persiste nel suo proposito e va avanti. È spinto, però, non dalla fiducia nel suo rigore, dalla sua ferrea perseveranza o dalla sua decisa determinazione e diligente volontà ma dalla fiducia in loro, da un amore nobile e nobilitante, generoso e infinito. È spinto da coloro che egli ama. La sua grandezza rappresenta la sua vulnerabilità. Nessuna pretesa virtù egoista macchia il suo animo o la sua disponibilità, né vengono contaminati da paternalismo, eroismo, filantropia o virtuosismo, ma getta un ponte affettivo spontaneo e vero, senza «se» e senza «ma», teso tutto verso l’altro.

Questo amore non intende curare e preservare la propria logica e la propria onestà, quindi, spontaneamente diventa impegno per l’altro, desiderio di conoscerlo (Gv 1:48). Gesù viene per comprendere l’uomo, le sue esigenze, la sua situazione aggrovigliata, le fluttuazioni del suo animo, la fragilità delle sue decisioni o l’intermittenza dei suoi
buoni desideri. A questa conoscenza segue la sua accettazione.

In Gesù, Dio riconosce e accetta l’uomo come sua creatura e gli trasmette il senso profondo della sua accoglienza (Lc 15:2). L’uomo non ha bisogno di cambiare per essere amato né fingersi diverso per essere accettato; è membro della famiglia del Padre così com’è, e Cristo se ne compiace e se ne rallegra enormemente. La logica dell’incarnazione e della rinuncia a se stessi non si ferma lì. Dopo la conoscenza e l’accettazione dell’uomo, Cristo integra il suo destino a quello dell’uomo, cioè, lui stesso diventa uomo. Non si è affiancato per essere come loro, ma è diventato uno di loro.

Egli si identifica pienamente con lui e lo chiama fratello. Dalla simpatia passa all’empatia, dalla descrizione all’integrazione, dalla commiserazione all’incarnazione. Integra il suo orizzonte con l’orizzonte di coloro che egli ama. Assume la natura umana con dignità ed entusiasmo, con consapevolezza e trasporto (Fil 2:7).

Questa incomprensibile grandezza, spiazzante generosità, piena discesa del Figlio di Dio fra gli uomini, poteva fermarsi qui. Non aveva bisogno di andare oltre, invece ci va. Lo fa rompendo i propri limiti, trasgredendo le proprie frontiere e considerando il percorso fatto ancora insufficiente, decidendo di accompagnare l’essere umano in quello spazio terribile e misterioso, angoscioso e paralizzante chiamato morte.
Sì, Cristo decide di accompagnare l’uomo verso quest’ultima frontiera, anzi verso questa realtà costante, centrale e condizionante di tutta la vita che vorremmo fosse solo una frontiera e rimanesse solo in periferia. L’uomo ha da sempre cercato di allontanare il timore, l’angoscia o il blocco esistenziale che la morte provoca, rimuovendo anche il solo ricordo della propria mortalità. Ha guadagnato nell’immediato un apparente spazio d’azione. Successivamente, però, ha pagato e continua a pagare, con alti interessi, questa illusoria rimozione attraverso un logoramento cronico e irreversibile, onnipresente quanto sfuggente. Cristo accompagna l’uomo proprio lì. Muore con l’uomo, prima di morire per lui. Si angoscia con l’angosciato e dispera col disperato facendogli sentire così la verità del suo coinvolgimento. L’incarnazione porta Cristo al cuore dell’umanità, al centro della sua alienazione e solitudine, all’incrocio di tutti i suoi perché. Gesù non ride né festeggia davanti alla morte. Il suo non è un suicidio, né la croce una festa. Lui ama la vita. E lui, come noi, arriva alla morte volendo vivere, turbato, dubbioso e titubante, sentendosi solo e tralasciato, ingiustamente trattato dalla vita. Ma alla fine si affida e rimette la sua sorte nelle mani del Padre.

È quest’affidamento nel momento estremo e finale della propria vita che fa scattare il secondo elemento dell’incarnazione. Infatti, l’incarnazione non si esaurisce con la morte. All’identificazione con l’uomo segue il progetto della sua trasformazione. Anzi gli è concomitante. Mentre Cristo s’identifica con l’uomo, l’uomo comincia a rendersi conto di poter essere diverso. Il destino di Cristo comincia a sentirlo come suo e la sua storia come la propria storia. Cristo incarnato è luce e come tale illumina i nostri labirinti e le zone d’ombra (Gv 1:9). Quando arriva fra noi, incominciamo a vedere ciò che possiamo diventare e non solo quello che siamo nonostante noi stessi. La sua presenza crea inquietudine nel cuore umano (Lc 19:3,4). Fa nascere il dubbio benefico di poter essere diversi. Ci ricollega al nostro vero destino facendoci diventare figli di Dio (Gv 3:5; 1:12). Cristo è la possibilità dell’uomo, la sua unica speranza e la sua prospettiva migliore. L’incarnazione è discesa e ascesa, avvicinamento e sfida, identificazione e trasformazione, dono e chiamata, fondamento e vocazione, morte e risurrezione.

Come ci trasforma l’incarnazione?

Quale prospettiva apre al mondo? La vecchia tentazione è sempre in agguato. Essere finalmente forti e stabili? Coerenti e autosufficienti? No! Il nostro traguardo è seguire, rimanere legati a lui (Gv 15:5) e dipendere da lui. Provare disaggio e incompletezza quando ci allontaniamo. Senza di lui ci sentiamo deboli e instabili, scoordinati e insufficienti. Così, anche noi siamo chiamati a seguire il cammino dell’incarnazione. Il nostro traguardo, la nostra prospettiva sono l’incarnazione.

Grazie a lui, si apre per noi la missione e la sfida, la possibilità e l’allegrezza d’incarnarci in lui, nelle sue parole, nelle sue intenzioni, nelle sue idee, nel suo progetto. La nostra trasformazione prevede il bisogno di formarci come lui e in lui. Desiderare di avere gli stessi sentimenti che ebbe lui, le stesse ragioni e pensieri che lo spinsero ad agire, gli stessi atteggiamenti e motivazioni che gli permisero di venirci a trovare.

Trovando lui, troviamo noi stessi così come trovando noi, egli rivelò il meglio di sé e lo offrì al mondo come dono ineffabile e prospettiva di grazia: questo è l’incarnazione. Essa non è rinuncia ma desiderio. Desiderio dell’altro che passa attraverso la rinuncia consapevole di sé come esperienza per trovare l’altro; trovare il sé nell’altro e nell’altro trovare il proprio sé.

Di H. Gutierrez, tratto dal libro “Gesù dà senso alla vita”, ed. Adv, Impruneta (Fi)

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