Vivere la sofferenza

occhio_che_lacrimaNel 1660, l’evangelista John Bunyan fu arrestato per aver predicato l’evangelo. Un amico cristiano che l’aveva accompagnato in prigione narra quanto segue:

«Quando vidi chiudersi dietro di lui la pesante porta di ferro, il mio cuore fu stretto dall’emozione e dalla tristezza. Mi recai a casa sua per esprimere la mia simpatia alla sua cara moglie e per cercare di incoraggiarla: “ È un mistero, le dissi, che uomini come il nostro caro amico siano imprigionati mentre tante persone malvagie sono in libertà. Questo va oltre la mia comprensione…”

“Non può capirlo? Rispose quella donna di fede. Anche i miei figli chiedono spesso: perché? Per me, non si sono perché. Quando un padrone affida un lavoro ad un suo servitore, gli dà sempre una spiegazione? No, indubbiamente! Si aspetta di essere ubbidito senza discussione. Il servo deve pensare che il padrone ha i suoi buoni motivi nell’assegnargli quel tipo di lavoro. Allora il Signore non può serbare per se stesso i suoi motivi? Non pensa lei che nella maggior parte dei casi non li potremmo comprendere? Dio è infinitamente saggio e ci ama. È con piena fiducia che possiamo rimetterci nelle sue mani.

Sì, Signora Bunyan, lei ha ragione. Il nostro compito non è di giudicare, di voler capire tutto, ma di obbedire, se vogliamo essere servitori fedeli”».

Se mi chiedessero di scrivere una lettera ad una bambina che sta per nascere, lo farei così:

“Cosa hai sentito finora del mondo attraverso l’acqua e la pelle tesa della pancia della mamma? Cosa ti hanno detto le tue orecchie imperfette delle nostre paure? Riusciremo a volerti senza pretendere, a guardarti senza riempire il tuo spazio di parole, inviti o divieti? Riusciremo ad accorgerci di te anche dai tuoi silenzi, a rispettare la tua crescita senza gravarla di sensi di colpa e di affanni? Riusciremo a stringerti senza che il nostro contatto sia richiesta spasmodica o ricatto d’affetto? Vorrei che i tuoi Natali non fossero colmi di doni – segnali a volte sfacciati delle nostre assenze – ma di attenzioni. Vorrei che gli adulti che incontrerai fossero capaci di autorevolezza, fermi e coerenti: qualità dei più saggi. E la consapevolezza che nel mondo in cui verrai esistono oltre alle regole le relazioni e che le une e le altre non sono meno necessarie delle altre, ma facce di una stessa luna presente. Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a inseguire le emozioni… tutte anche quelle che sanno di dolore…”. (Non siamo capaci di ascoltarli – P. Crepet)

Spesso i genitori si lamentano di non essere riusciti ad educare i figli come avevano sperato, oppure che non hanno voluto, portare il bambino al funerale del nonno o della nonna per timore di “impressionarlo”. C’è una cosa, infatti, che i genitori d’oggi sembrano temere soprattutto: parlare ai propri figli del dolore e della morte. Forse non si sentono adeguati, forse temono troppo questi termini perché riflettono la loro stessa fragilità.

“L’incapacità di soffrire ci pone di fronte alla morte con disperazione. La morte è brutta perché appare definitiva… Quasi nessuno oggi pensa più che la sofferenza potrebbe essere un’esperienza che apre nuove prospettive di comprensione della vita. Però è chiaro che la Bibbia presenta la sofferenza come parte necessaria della vita. La vita non è solo rose e fiori , però sappiamo di non essere lasciati soli con i nostri problemi , Dio ci è vicino per aiutarci e ci mette in condizione di andare avanti senza dubitare” (Comincia a vivere – pag. 37).

L’attuale generazione non ha imparato o non le è stato insegnato ad affrontare la sofferenza, ma ad evitarla, cercare di eluderla, esorcizzarla (talismani, amuleti, droga), di rimuoverla o addirittura di “ucciderla” (suicidio).

I fatti di cronaca d’inaudita violenza, come quelli di ragazzi che pongono fine all’esistenza di un genitore o di un figlio o dell’ex fidanzata, sono l’espressione violenta di una società che non accetta più la sofferenza.

Si ama una persona al punto di ucciderla, per non soffrire, perché la persona amata, non essendo innamorata, è diventata causa di sofferenza.

Per un attimo di “felicità”, di una soddisfazione transitoria, uomini e donne, si concedono reciprocamente senza che alla base del rapporto ci sia amore. Solo per colmare il vuoto interiore che favorisce una sofferenza inesprimibile.

Ci si avvicina a qualsiasi cosa o persona nel tentativo di sopprimere il dolore interiore, quel senso di vuoto: l’angoscia esistenziale. Uomini e donne si rivolgono ai maghi televisivi di turno, oppure si danno allo shopping, o ancora si tuffano nell’alcool, nella droga, per un temporaneo perverso piacere. Un’estasi letale.

Ho incontrato dei bambini che con facilità si legavano ad ogni persona che offriva loro un semplice sorriso, per ricevere affetto, senza mai creare un legame effettivo e duraturo.

Tempo fa, una ragazzina di circa 8 anni, figlia di genitori divorziati, per un semplice sorriso, un abbraccio, mi ha sussurrato nell’orecchio: vorrei che tu fossi mio padre.

Tutto ciò rappresenta una fuga dalla sofferenza, un dribblarla, illudendosi di vincerla, di superarla. Gli anni passano e ci si rende conto che le ombre, non solo si sono intensificate, ma anche moltiplicate.

La società edonista, del piacere fine a se stesso, del culto del non dolore, non ci aiuta a superare le oscurità della nostra vita.

I bambini sono privati del valore della sofferenza, ad ogni pianto, vero o capriccioso che sia, i genitori intervengono, per sottrarli al dolore. La motivazione, che regola tale comportamento, è: “Io ho sofferto, non voglio che i miei figli soffrano”, quindi li allevano nella bambagia, come se fossero in una campana di vetro.

In questo modo i figli non acquisiscono quella giusta dose di tolleranza e di sopportazione al dolore, e rischiano di rimanere eterni bambinoni e cercheranno sempre di evitare la sofferenza creando delle dipendenze psicologiche, ecc.

La gente divorzia con facilità perché non ha imparato a confrontarsi, con serenità, con la sofferenza legata agli aspetti oscuri del partner. Le convivenze erroneamente considerate «anticamera o prova pre-matrimonio», nella realtà nascondono la paura di non volere soffrire. Molti giovani per quello che hanno visto, udito e saggiato nelle loro rispettive famiglie, preferiscono rimanere single per non avere contrasti col partner.

Per ogni lieve disturbo fisico o mentale c’è il confetto adatto. L’ansiolitico, l’analgesico, Voltaren, Muscoril, Seroxat, Lexotan, ecc. Ma la sofferenza è inevitabile! Questa verità è ben evidenziata nella Parola di Dio.

La sofferenza nella Parola di Dio

“Ma ora così parla l’Eterno, il tuo Creatore, o Giacobbe, Colui che t’ha formato, o Israele! Non temere, perché io t’ho riscattato, t’ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando passerai per delle acque, io sarò teco; quando traverserai de’ fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco, non ne sarai arso, e la fiamma non ti consumerà. Poiché io sono l’Eterno, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore; io t’ho dato l’Egitto come tuo riscatto, l’Etiopia e Seba in vece tua. Perché tu sei prezioso agli occhi miei, perché sei pregiato ed io t’amo, io do degli uomini in vece tua, e dei popoli in cambio della tua vita. Non temere, perché, io sono teco; io ricondurrò la tua progenie dal levante, e ti raccoglierò dal ponente”. – Isaia 43:1-5

Questo brano biblico contiene dei preziosi insegnamenti sulla natura di Dio e sul modo come Egli si relaziona con l’uomo, in rapporto ai suoi bisogni.

  1. Dio è il creatore, Colui che è all’inizio dell’esistenza stessa (Genesi 1:1).
  2. Dio è Colui che forma, nel senso che modella l’esistenza, in modo particolare all’uomo (Genesi 2:7; Salmo 139:15-16).
  3. Dio è Colui che riscatta, nel senso che egli è in grado di rientrare in possesso, di recuperare l’esistenza. Riacquistare l’esistenza, presuppone un dato oggettivo, quello d’averla perduta a causa del peccato (Genesi 3:1-6).
  4. Dio, dà all’uomo la gioia di esistere, offrendogli il dono del senso d’appartenenza a Colui che è l’esistenza stessa. Nell’ambiente biblico, dare un nome ad una persona significa farla esistere e possederla, nel senso d’appartenenza: «Tu sei mio», vale a dire appartieni a me.
  5. La natura dell’uomo, la condizione esistenziale è caduca, instabile, ma Dio è con l’uomo in ogni sua disavventura. Dio non è né lontano, né vicino, è con l’uomo. La sofferenza non è un optional, ma «una» condizione di vita. La sofferenza è come il sale nel mare. Essa è la conseguenza logica del peccato (Genesi 3:16-19).
  6. La sofferenza non annulla l’uomo, non lo distrugge, non pone fine alla sua esistenza, perché Dio è Salvatore, è Colui che salva (Daniele 3 e 6).
  7. Dio è amore! Noi siamo delle creature preziose. Egli ci stima e ci ama, nonostante le nostre disobbedienze e cattiverie. Ci ama al punto che, in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, è disceso nei meandri oscuri della nostra singola vita, per raccoglierci e offrendoci la gioia della salvezza (Matteo 23:37).
  8. Il fatto che Dio ci ama, che siamo preziosi ai suoi occhi, non significa che siamo esclusi dalla sofferenza. Dio stesso ha sofferto per e con noi!
    “Per poter attuare il suo disegno d’amore per la razza decaduta, Egli divenne ossa delle nostre ossa, e carne della nostra carne. Il nostro Salvatore assunse la nostra umanità, con tutti i suoi rischi. Egli prese la natura umana con la possibilità di cedere alla tentazione (The Faith I Live By, p. 48). Per quaranta giorni digiunò e pregò. Dimagrito, indebolito, estenuato per l’angoscia, tanto era disfatto il suo sembiante sì da non sembrare più uomo” (The Destre of Age, p. 118).
    L’amore, a causa del peccato, include la sofferenza (Giovanni 16:33; Ebrei 2:7).
    “Fortificando gli animi dei discepoli ed esortandoli a perseverare nella fede, dicendo loro che dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14:22).
  9. Fino a quando la salvezza non avrà il suo adempimento, che avverrà col ritorno di Cristo, la sofferenza è il pane quotidiano di ogni essere vivente (Isaia 35; Apocalisse 21:1-8).
  10. La sofferenza, nel piano della redenzione dell’uomo, è diventata un mezzo attraverso la quale è possibile acquisire la maturità affettiva e spirituale, che ci rende idonei per il cielo. “Le prove e gli ostacoli sono il metodo di disciplina scelto da Dio, e le condizioni da lui poste perché i suoi figli giungano al successo. Il fatto che noi siamo chiamati a sopportare la prova dimostra che il Signore vede in noi qualcosa di prezioso che Egli desidera sviluppare… É oro di valore quello che Egli raffina” (The Ministry of Healing, p. 471). (Romani 8:28; 8:31-39).

“Siccome il mondo diventa sempre più malvagio, nessuno di noi ha motivo di illudersi che non avremo difficoltà. Sono proprio queste che ci porteranno fino nella sala di udienza dell’Altissimo” (Christ’s Object Lesson, p. 172).

La sofferenza fa parte dell’amore.

“L’amore, è un sentimento da imparare, è tensione e completamento. É desiderio profondo e ostilità. E’ gioia ed è pena. Non c’è una cosa senza l’altra. La felicità è soltanto una parte dell’amore. E’ questo che si deve imparare. Anche la sofferenza fa parte dell’amore. É questo il mistero dell’amore, la sua bellezza e il suo fardello” (Walter Trobisch).

La sofferenza è inevitabile, come lo sono i conflitti interiori e relazionali, ciò è dovuto alla caducità della vita, alla fragilità umana, al peccato.

Il peggiore male dell’uomo è quello non di accettare di essere uomo, di essere fallibile e di condividere la propria umanità con quella altrui.

La sofferenza è come il sale nella minestra.

É vero! Non abbiamo bussato alla porta della vita, in ogni caso, in un modo o in un altro, per amore o per capriccio, ci siamo. Qualcuno ha deciso di metterci al mondo e nel mondo e per dare continuità alla vita.

Non ha senso prendersela con chi ha collaborato con la vita, con chi ci a messi al mondo, anche loro sono vittime; l’importante è vivere con dignità ogni circostanza della vita, bella o brutta che sia.

Esperienza:

Ho conosciuto una donna che è stata molto provata dalla vita. Aveva tre figli piccoli, due maschi e una femmina quando il marito l’ha lasciata sola. All’età di sei anni il più piccolo moriva in un incidente stradale e all’età di circa 60 anni è caduta ammalata e per oltre un mese ha lottato tra la morte e la vita. Un anno dopo questa dolorosa esperienza, il figlio divorzia con la moglie e nel successivo muore, come il primo, in un incidente stradale.

Una donna distrutta dal dolore, dal peso della vita, ma, nonostante tutto, guarda a Gesù con speranza e ogni giorno riceve da Dio la forza per andare avanti.

L’apostolo Paolo scriveva:

“Per questo io mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinzi 12:10).

“Tutti vogliamo in qualche modo avere una vita facile, eppure non è la cosa fondamentale. Ciò che è veramente importante è che ritroviamo un senso alla nostra esistenza e lo realizziamo per quanto possibile, sia agendo energicamente, sia in un’esperienza umana, sia anche con un eroico atteggiamento verso la sofferenza. Niente e nessuno può limitare la libertà spirituale della persona se non è essa stessa a farlo, e nessun destino può metterci in ginocchio se non siamo disposti a piegarci” (E. Lukas).

I grandi uomini devono la loro grandezza alla sofferenza, mediante la quale sono stati forgiati nel carattere. Non si sono sottratti ad essa, ma l’hanno affrontata, sopportata e superata. Hanno pianto, sofferto e vinto.

Molte persone si sono temprate nel fuoco della sofferenza, e spesso la maturità interiore – e anche quella spirituale – si raggiunge solo attraverso un doloroso processo di crescita psico-spirituale.

La sofferenza ha un senso se tu diventi un altro in Cristo. É possibile «trasformare la sofferenza in una prestazione umana» (V. Frankl) molto dipende dall’atteggiamento che si ha verso di essa: «dire, nonostante tutto, sì alla vita».

Conclusione

La sofferenza può essere una scuola dove il Signore é un sublime Maestro nel modo come si presenta davanti ai miei occhi e alla mia fede.

Quante volte é successo, nella mia vita, di vedere di più in una lacrima negli occhi di uomini e donne, piccoli e grandi. Il dolore e la sofferenza, non sono segnali dell’ira di Dio come molta gente pensa, ma esattamente il contrario.

“Alcune volte Dio lava gli occhi dei Suoi figli con lacrime, affinché questi possano vedere correttamente la Sua provvidenza ed i Suoi comandamenti” (T. L. Cuyler).

“In qualunque ansietà o prova vi troviate, presentate il vostro caso al Signore. Sarete rafforzati e diverrete capaci di superarle. Vi sarà dato il modo di liberarvi dalle prove e dalle difficoltà. Quanto più vi sentite deboli e privi di aiuto, tanto più diverrete forti per la Sua forza. Quanto più sono pesanti i vostri fardelli, tanto più sarà dolce il riposo quando vi sarete affidati a Colui che li porta per voi” (E. G. White, The Desire of Ages, pag. 329).

“Dio è amore”, questa è la più bella definizione sulla natura divina. Ma per cogliere la profondità di questo amore è sufficiente volgere lo sguardo alla croce, contemplare le ultime ore della vita di Gesù, le sue lacrime.

La sofferenza quando arriva accettala, prima o poi se ne va! Ad essa succederà la felicità. Quando sopraggiunge la felicità goditela, non cercarla di trattenerla, perché se ne andrà prima del tempo; comunque tornerà, e un giorno ritornerà e non se andrà mai più. Questa è la nostra speranza!

“Il corpo è seminato corruttibile, e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile, e risuscita glorioso; è seminato debole, e risuscita potente; è seminato corpo naturale, e risuscita corpo spirituale. Se c’è un corpo naturale, c’è anche un corpo spirituale. Così anche sta scritto: il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente; l’ultimo Adamo è spirito vivificante. Però, ciò che è spirituale non vien prima; ma prima, ciò che è naturale; poi vien ciò che è spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è terreno; il secondo uomo è dal cielo. Quale è il terreno, tali sono anche i terreni; e quale è il celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine del terreno, così porteremo anche l’immagine del celeste. Or questo dico, fratelli, che carne e sangue non possono eredare il regno di Dio né la corruzione può eredare la incorruttibilità. Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo mutati, in un momento, in un batter d’occhio, al suon dell’ultima tromba. Perché la tromba suonerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo mutati. Poiché bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità, e che questo mortale rivesta immortalità”. (1 Corinzi 15:42-53)

Vivere la sofferenza, significa accettarla avendo nel cuore la speranza dei nuovi cieli e della nuova terra.

Past. Francesco Zenzale

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