Vivere senza complessi

Conferenza del pastore Da Costa José Carlos personalizzata da Francesco Zenzale

085102617-1e4d7c11-fd91-4c1b-a19e-af0bd4d51a94Sono pochi coloro che si considerano felici. Un giorno è stato chiesto a Napoleone Bonaparte, quando era prigioniero nell’isola di Sant’Elena, se egli era mai stato un uomo felice. Egli rispose che solo durante sei giorni si era sentito felice.

Molte persone pensano che per essere felici sono necessarie tre cose: essere giovani, belli e ricchi.

Tuttavia, noi ascoltiamo famose e ricchissime stelle del cinema frequentemente dichiarare di non essere persone felici. Percepiscono d’avere difetti fisici e si sottopongono ad un numero infinito d’interventi di chirurgia plastica per modificare qualsiasi parte del loro corpo.

Siete delle persone felici?

Nell’arco del mio ministero ho cercato di sapere ciò che realmente rende felice ogni persona. Ho preso atto che tutte le persone «felici» hanno in comune una cosa: sono sane fisicamente, psichicamente e spiritualmente. Questo non significa che non abbiano problemi, ma sanno gestire, semplicemente, le situazioni e le emozioni.

Non c’è dubbio che l’equilibrio a livello fisico, psichico e spirituale è fondamentale, e questi tre livelli sono interdipendenti. Quando una persona é ammalata ad uno di questi tre livelli, anche gli altri aspetti soffrono. Io conosco persone che quando sono fisicamente ammalate smettono di avere il desiderio di leggere la Bibbia e di pregare.

Ho anche accertato che le persone che più soffrono sono quelle che hanno qualche complesso. Non si tratta di un difetto fisico, di mancanza di ricchezze o qualsiasi altra cosa. Alcuni sono complessi così piccoli, che sembra non abbiano alcun valore, ma con il trascorrere del tempo, prendono consistenza e diventano il centro della vita di quella persona. La vita si trasforma in un inferno.

Per alcuni, i complessi sono dei fardelli terribili, che arrivano ad essere addirittura insopportabili. Ci sono persone che diventano prigioniere del letto a causa di malattie fisiche, ma nella realtà l’origine del problema é di natura psicologica. Gli psicologi pensano che i complessi hanno un ruolo importante nel pensiero di tutti noi, anche di coloro che affermano di lasciarsi orientare unicamente dalla pura ragione. Il complesso entra nel nostro DNA culturale, o software, l’informazione inconscia e programma il modo in cui vediamo “la realtà”.

Esperienza: La perla.

La perla è una concrezione sferica, che si forma intorno a corpi estranei (un granello di sabbia) tra il mantello e la conchiglia di certi molluschi, chiamati bivalvi, specialmente l’ostrica. Nel tentativo di difendersi di un granello intruso che provoca sofferenza, l’ostrica cerca d’isolarlo con un liquido che secreta. Da questa sofferenza risulta poi questa preziosità.

Il cervello é una macchina del tempo, un metronomo che regola secondo dopo secondo, il funzionamento del nostro corpo in un processo continuo d’evoluzione e mutamenti dalla nascita alla vecchia.

Sulla formazione dei complessi, che provocano tristezze, angosce, depressioni ed altri mali che c’impediscono di vivere in forma equilibrata e felice, ho letto il seguente pensiero di un famoso scienziato del cervello:

“Penso che solo una persona su mille riesca a vivere realmente il presente. La maggior parte spende 59 minuti d’ogni ora per vivere nel passato, con rimpianto per le perdute gioie oppure con vergogna per gli errori commessi, o in ansia per un futuro che teme. L’unica forma per vivere é accettare ogni minuto come un miracolo che non si ripete, dato che é esattamente ciò che è – un miracolo che non si può ripetere”. – Storm Jameson

Questo scienziato fa la diagnosi ed indica anche la soluzione. Che meraviglia sarebbe se ciascuno di noi, in questo momento interiorizzasse questo pensiero tale da diventare come una molla capace di dare impulsi per vivere ed accettare ogni minuto come un miracolo che non si ripete.

Ma per quale motivo rimaniamo ancorati al passato e perdiamo la capacità di vivere intensamente il presente?

Perché il complesso é come un granello di sabbia che é entrato nella conchiglia della nostra vita e là si é fermato. Sebbene non abbia senso, ma é questo granello che orienta la nostra vita, e diventa un complesso, un circolo vizioso, al quale ci ancoriamo e ci affliggiamo. Può anche essere un segreto sgradevole, irritante, angosciante, che ci dà un senso d’inferiorità. Lo reprimiamo e lo nascondiamo nella memoria. Ma se qualcuno ci parla di questo, consciamente o inconsciamente, reagiamo, ci sentiamo male e vogliamo nasconderci.

Gridiamo, ci sentiamo infastiditi e piangiamo. Non abbiamo voglia di parlare con nessuno. Vi é già capitata questa cosa? Ovviamente, si!

Il nostro umore si altera senza che nessuno sappia che “animale ci ha morso”. E ciò che è peggio è che nemmeno noi stessi abbiamo la nozione del perché agiamo o reagiamo in questo o in quell’altro modo.

Questo atteggiamento agisce sul nostro comportamento e ci fa soffrire. Non solo fisicamente ma anche mentalmente: la persona s’irrita più facilmente, incomincia a perdere interesse per la vita, pensa di non avere valore.

Ci sono persone in queste situazioni che tentano il suicidio. L’anno scorso più di 12 mila persone si sono tolte la vita perché sono arrivate alla conclusione che vivevano con sofferenza i loro stati d’animo. Queste persone sono sia giovani sia uomini o donne o addirittura persone anziane.

Nessun altro argomento richiede il consiglio ispirato come questo di questa sera. Realmente abbiamo bisogno del sostegno e della guida dello Spirito Santo

Il complesso

La parola complesso o depressione non si trova nella Bibbia, così come la parola Trinità. Tuttavia, nulla c’impedisce di affermare che la Trinità sia una realtà. Gesù non ha parlato di Trinità, ma ha parlato di tre personalità che costituiscono un solo Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Così anche i principali complessi sono menzionati nella Bibbia ed essa ci dà la chiave per la loro guarigione. Ed é ciò che in definitiva conta.

Per complesso s’intende la presenza di rappresentazioni e pensieri rimossi, che hanno un forte grado emozionale negativo. Proprio per questa carica affettiva i complessi, conservati nell’inconscio, influiscono sul comportamento della persona.

Il complesso all’inizio può essere sopportabile, ma a misura che gli anni passano si radica sempre più nel profondo del nostro essere e, se non ce ne liberiamo, finirà per distruggerci.

  • Un complesso ha la tendenza a rinforzarsi continuamente, perché ogni avvenimento della vita è interpretato, erroneamente, dalla persona complessata come una conferma di ciò che pensa.

Ad esempio: qualcuno che ha il complesso di considerarsi un fallito non riesce a cogliere il successo. Allora dimentica ciò che fa di bene, contesta il bene che fa e lo attribuisce al caso. Ma quando capita veramente di fallire nella vita, il complessato pensa che questo sia il suo destino. É in pratica, la conferma di ciò che pensa, ed il fallimento assume allora una dimensione gigantesca. Porta la persona verso il fondo del pozzo, dandole l’idea di non potere più risalire.

  • Un complesso é sempre eccessivamente esagerato. Esso si genera da un fatto insignificante, da un dettaglio.

Ad esempio: una persona che soffre del complesso d’emarginazione (sono un escluso, nessuno mi apprezza) reagirà sproporzionatamente al semplice fatto di non essere salutato come abitualmente.

Un dirigente passa distrattamente vicino ad una persona che ha questo complesso e non lo saluta, oppure non lo saluta con l’effusione abituale, e così la persona considera che questo è stato fatto di proposito con l’intento di ferirlo. É capace di rimuginare su questo fatto per giorni e giorni e forse anche per settimane.

  • Il complesso é stereotipato, monotono, ripetitivo, é in pratica un automatismo. Gli stessi avvenimenti determinano sempre le medesime conseguenze.

Ad esempio: il timido diventerà rosso ogniqualvolta diventa bersaglio del gruppo. Chi si sente escluso, pensa che gli altri non lo apprezzano, anche quando questi lo assicurano del contrario.

L’origine dei nostri complessi

Da dove vengono i nostri complessi? Essi provengono da avvenimenti del passato, dal modo in cui li abbiamo vissuti, elaborati e interiorizzati.

Siamo tutti uguali, ma anche diversi gli uni dagli altri, nel senso che nelle stesse circostanze ciascuno di noi agisce diversamente. Ad esempio: un bambino può portare gli occhiali senza che ne sia disturbato. Un altro invece può sviluppare un complesso.

Alcuni reagiscono senza problemi ad un’educazione colpevolizzante, altri invece rimangono segnati da quest’esperienza per tutta la vita.

Prima di elencare alcuni complessi, vorrei mettere in risalto che la situazione che determina maggiore sofferenza o che genera maggiori complessi nei bambini, è il trauma d’abbandono dai genitori. Sapete perché? Perché il bambino si considera responsabile, ossia colpevole.

  •  Difetto fisico o mentale: l’uso di occhiali, orecchie grandi, rossore sul viso, brufoli, ecc.
  •  Etnici (ossia la razza), sociali: origini sociali umili, genitori alcolizzati, o al contrario, l’appartenenza ad una classe sociale influente.

Tuttavia i più comuni avvenimenti che sono all’origine dei complessi, sono:

  •  Essere stato considerato un genio o addirittura idolatrato.
  •  Essere stato considerato un idiota, incapace nella scuola elementare.
  •  Invidia nascosta nei confronti di un fratello o sorella.
  •  L’impossibilità di esprimersi in maniera spontanea, come conseguenza di un’educazione rigida in famiglia oppure di un’istruzione severa a scuola.
  •  L’ossessione come conseguenza della mancanza di denaro in famiglia.
  •  Traumi affettivi e psicologici vissuti in tenera età: il distacco dalla madre, lunga degenza in ospedale, divorzio dei genitori.
  •  Rifiuto conscio o inconscio della madre, che desiderava un figlio di sesso diverso.
  •  Genitori costantemente ansiosi.
  •  Relazione troppo privilegiata con una madre possessiva, “madre chiocciola”.
  •  Messaggi contradditori dei genitori, uno autorizza e l’altro rifiuta.
  •  Inibizione causata da una relazione con un padre molto autoritario.
  •  Intense grida durante il processo d’apprendimento del linguaggio (questo può provocare il balbettare).

Quattro modalità negative di gestire i complessi.

Citerò le quattro modalità principali, tra le 20 circa che sono state selezionate dagli psicologi. Queste sono frequentemente utilizzate, perché possono essere incluse nel nostro comportamento (in relazione agli altri e a noi stessi), e tramite questo ci permettono di trovare un certo equilibrio.

Di fatto, il complesso rimane semplicemente nascosto dai nostri meccanismi di difesa. Si ha l’impressione di essere liberi, o perlomeno vivere un certo equilibrio, ma in realtà il nostro comportamento, invece di essere un’espressione del nostro essere interiore non è altro che un avvicendamento di meccanismi di difesa.

La compensazione

Annullo gli effetti perturbatori dei miei complessi sviluppando un atteggiamento opposto a quello cui sono soggiogato.

Ad esempio: un bambino poco dotato fisicamente, farà il possibile per sviluppare una capacità intellettuale o artistica negli ambiti in cui potrà essere brillante ed invidiato.

La sovracompensazione

Si tratta di uno sforzo di negoziazione del complesso. Consiste, nelle medesime situazioni, nello sviluppo di atteggiamenti che sono esattamente l’opposto dei complessi.

Ad esempio: assumere un atteggiamento arrogante, mettersi in mostra, vantarsene, quando invece si avverte paura. Il timido diventa insolente. Il colpevole cronico critica ed accusa gli altri.

I farisei si sentivano colpevoli e complessati in rapporto a Gesù e cercavano di accusarLo avvalendosi della legge di Dio, travisandola.

La sublimazione

Trasporto il mio problema in un contesto sociale, intellettuale o spirituale accettabile. Il complesso di colpevolezza é sublimato in una morale costrittiva e d’accettazione della sofferenza. L’aggressività può essere sublimata in spirito di competizione, in agonismo sportivo, o addirittura in forme di militarismo espansionistico, in nazionalismo fanatico, esasperato, in alcune ideologie politiche, ecc.

Il razionalismo difensivo

É la negoziazione attiva del mio complesso tramite un sistema di difesa cronico e definitivo, che diventa il mio io, il mio carattere. Nego il mio complesso stabilmente, costruendo un modo d’essere che proibisce qualsiasi difetto in rapporto al mio stesso complesso.

Colui che soffre del complesso di colpevolezza svilupperà un carattere perfezionista ed accetterà unicamente ciò che è impeccabile o perfetto.

Colui che soffre del complesso di rifiuto, d’esclusione, schernisce chi lo ama. Per questo é sufficiente che egli intuisca un sentimento d’accettazione o d’affetto da parte di qualcuno che gli dà amore e comprensione. Diventa critico nei confronti di coloro che soffrono dello stesso suo complesso.

Le persone che più maltrattano gli altri, sono quelle che sono state maggiormente maltrattate. Si tratta in pratica di spostare le proprie sofferenze sugli altri. La propria auto-colpevolizzazione sugli altri.

Serena umanità

Nel libro dei salmi leggiamo quanto segue:

“Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore. Provami, e conosci i miei pensieri. E vedi se v’è in me qualche via iniqua, e guidami per la via eterna” (Salmo 139:23-24).

“Chi conosce i suoi errori? Purificami da quelli che mi sono occulti. Trattieni inoltre il tuo servo dai peccati volontari, e fa’ che non prendano il sopravvento su di me; allora sarò integro e puro da grandi trasgressioni” (Salmo 19:12-13).

Questi testi ispirati ci offrono significati insegnamenti:

  •  Dio conosce il nostro cuore e può esplorarlo aiutandoci a capire le nostre debolezze o l’origine dei nostri complessi.
  •  Nel nostro cuore c’ è qualcosa che non va, delle «vie inique», in altre parole delle modalità espressive dell’essere interiore negative. Degli «errori occulti».
  •  Questi errori occulti possono avere il sopravvento su di noi tale da indurci ad avere comportamenti discutibili, che disonorano Dio e la nostra persona.
  •  Per una corretta autoanalisi abbiamo bisogno dello Spirito Santo. “Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili” (Romani 8:26).

Qualche giudiziosa domanda

  • Chi ci ha causato «questa» sofferenza? I genitori o le nostre scelte sbagliate?
  • La sofferenza ch’io vivo è una conseguenza logica di traumi dell’infanzia o perché ho fatto del male a qualcuno?
  • Ci sentiamo in colpa? Perché?

Quando siamo bambini, impariamo dalle reazioni degli adulti a provare sensazioni riguardo a noi stessi e all’esistenza – Ciò che non è buono, né cattivo, né giusto, né sbagliato, è semplicemente ciò che riconosciamo dentro di noi come «famiglia». Tendiamo a ripetere, nei rapporti personali, lo stesso tipo di relazioni che abbiamo avuto con la madre o con il padre, o con quella che essi avevano fra di loro. Inoltre, trattiamo noi stessi come ci hanno trattato ì genitori. Ci sgridiamo e ci puniamo nello stesso modo. Se ci ascoltassimo, risentiremmo quasi le stesse parole – se da bambini siamo stati amati e incoraggiati, ci amiamo e incoraggiamo allo stesso modo.

In ogni caso non incolperei i miei genitori per questo. Siamo tutti vittime di altre vittime, ed era impossibile che c’insegnassero qualcosa che non conoscevano. Hanno fatto del loro meglio in base a ciò che era stato loro insegnato da bambini. Se vogliamo comprendere meglio i nostri genitori facciamoli parlare della loro infanzia e se ascolteremo con comprensione, capiremo da dove hanno origine le loro paure e i loro rigidi schemi mentali – erano proprio impauriti e terrorizzati quanto noi.

Ma, dobbiamo avere, anche, la saggezza di ricoscere che abbiamo fatto del male a noi stessi e agli altri, che abbiamo peccato, che abbiamo agito in maniera sbagliata.

La prima condizione per guarire è di essere onesti con noi stessi e accettare i nostri genitori per l’amore che hanno cercato di darci, nel modo in cui sapevano darlo.

La seconda condizione consiste nel dare spazio, allo Spirito Santo affinché Egli ci convinca, interiormente, «quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Giovanni 16:8).

Convincere del peccato significa dimostrare la nostra colpevolezza in rapporto ai nostri peccati occulti o repressi. Assumersi le proprie responsabilità.

La terza condizione, si fonda nel lasciarci guidare dallo Spirito Santo che ci porta a vedere la “giustizia” ossia, come agire correttamente. Egli illumina il cammino affinché con forza possiamo proseguire l’itinerario della guarigione.

David, è indubbiamente uno dei personaggi più interessanti della Bibbia. Sapete cosa egli scrisse nel Salmo 32?

Egli racconta di avere un segreto, e mentre lo teneva nascosto le sue ossa si consumavano. Egli provava “amarezza”, “complesso” e “depressione”. Causati da cosa? Davide aveva commesso adulterio con Betsabea che era la moglie di uno dei suoi ufficiali. Davide la desiderava. L’unico modo per possederla era di uccidere il marito in guerra. Così, con l’autorità regale, Davide ordinò che il marito di Betsabea fosse inviato in prima linea durante la battaglia, di modo che perisse in guerra.

Dopo averlo fatto, ha provato rimorso, e oramai non poteva più nasconderlo alla gente e neanche alla sua coscienza e tanto meno a Dio. La sua anima si è ammalata, complessata dinanzi a Dio.

Finalmente un giorno, solo con Dio, egli chiese perdono, si pentì e si sentì una nuova creatura:

“Beato l’uomo a cui il SIGNORE non imputa l’iniquità e nel cui spirito non c’è inganno! Finché ho taciuto, le mie ossa si consumavano tra i lamenti che facevano tutto il giorno. Poiché giorno e notte la tua mano si appesantiva su di me, il mio vigore inaridiva come per arsura d’estate. Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho taciuto la mia iniquità. Ho detto: «Confesserò le mie trasgressioni al SIGNORE», e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato”. – Salmo 32: 2-5

La sofferenza di Davide era motivata dal fatto di non avere ricevuto il perdono di Dio, e dal fatto di non aver perdonato se stesso. Quando ricevette il perdono di Dio, simultaneamente egli perdonò se stesso ed il miracolo della guarigione si è realizzò.

Quando sentiamo che Dio è al nostro fianco, nessun’ombra ci può turbare.

Se siamo tristi e feriti a causa degli altri e dei nostri complessi; se pensiamo che Dio é rattristato con noi e che ha tutte le ragioni per esserlo, che non siamo degni di tale bontà, volgiamo lo sguardo verso il Golgota.

C’è soltanto una strada da percorrere, accettare il perdono di Dio e imparare a perdonare. Non essere perdonato o non perdonare ha lo stesso effetto nella nostra vita: ci consuma interiormente, ci corrode come la ruggine fa col ferro.

Chi non perdona, in fondo, é arrabbiato, ha nel cuore avversione, odio e rancore, anche se non sempre la persona é cosciente di questo, ma la verità è che è arrabbiata, ed è nell’incontro con Dio che può capire il motivo per cui è arrabbiato.

“Quando odiamo i nostri nemici, diamo loro potere su noi stessi – sul nostro sonno, i nostri desideri e la nostra felicità. Essi esulterebbero se sapessero quanto ci preoccupano. Il nostro odio non li disturba e trasforma in un inferno le nostre giornate e le nostre notti.” – Dale Carnegie, em “Como Deixar as Preocupações e Começar a Viver”.

L’apostolo Giovanni scrisse:

“Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo figlio per essere il sacrificio”. (1 Giovanni 4:8-10)

Conclusione

Oggi, più che mai, l’uomo ha un profondo bisogno d’incontrarsi con se stesso e con la misericordia di Dio, per sentirsi totalmente compreso nella debolezza della propria natura ferita e, soprattutto, per vivere l’esperienza spirituale dell’amore di Dio che accoglie, vivifica e resuscita ad una nuova vita.

Nelle nostre difficoltà, nei momenti di prove e sconforto, quando sembra che la vita sia soltanto un fallimento, complessi, ferite e dolori. Una vita destituita di un senso e di valore, dobbiamo essere coscienti che Dio conosce i nostri affanni. Dio ci ama, uno ad uno. E’ vicino a ciascuno di noi e ci comprende!

Lasciate che Dio vi trovi ed il vostro cuore riacquisterà la pace. Sarà facile rispondere con amore al Suo amore. Per comprendere basta pensare a Gesù mentre é sulla croce ed al ladrone crocifisso con Lui, al Suo fianco. Gesù gli garantisce: “Sarai con me in paradiso!” (Lucas 23:43)

Dio, é vicino al nostro cuore, più dei nostri stessi sentimenti. Quando c’invade la tristezza e ci sentiamo oppressi dall’amarezza dell’incomprensione e dell’abbandono, nulla ci può impedire di aprire il nostro cuore alla preghiera e al dialogo con Dio.

Vale la pena di seguire Gesù. Egli è l’unico che non ci delude! A ciascuno Gesù offre una parola, che dobbiamo accogliere nel nostro cuore, per metterla poi in pratica. Gesù Cristo è la chiave per guarire i nostri complessi (Matteo 11:28-30).

Past. Francesco Zenzale

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