Una sola Carne

0614236Genesi 1:26-27

Quando Dio creò Adamo, Eva non c’era e, quando creò Eva, Adamo era assente, questo dato esistenziale, indica che la prima relazione interpersonale che i nostri progenitori ebbero, fu con Dio tutto solo.

Adamo prese coscienza della sua esistenza da Dio e non dagli animali o da un essere consimile. La prima immagine che si presentò ai suoi occhi e che interiorizzò nella sua mente, grazie all’azione dello Spirito Santo, fu Dio nella persona di Gesù Cristo. Egli determinò e affermò la sua identità psicologica, spirituale, sociale, la sua mascolinità a partire da Cristo. Il primo dialogo, le prime emozioni, le prime gioie, la consistenza della sua esistenza, furono motivate e suscitate dalla presenza di Dio. Adamo fu l’uomo secondo Dio a partire da Dio e non da se stesso o da esseri creati.

Quando Dio decise di creare Eva, Adamo era assente: dormiva. Il testo c’informa che Dio “fece cadere un profondo sonno sull’uomo”, fu perfettamente e totalmente anestetizzato.

Quando Eva aprì gli occhi fu sola con Dio. Ella prese coscienza della sua femminilità, grazie alla potenza dello Spirito Santo, a partire da Dio nella persona di Cristo Gesù. La prima visione fu quella di Dio e non di Adamo. La sua esistenza intanto che donna non può essere riferita al confronto con la mascolinità di Adamo, ma in e da Dio. Eva è stata creata ad immagine e somiglianza di Dio. Le sue prime espressioni femminili, il suo essere donna, mamma; le sue prime impressioni gioiose, furono suscitate da Dio. Eva fu la donna secondo Dio a partire da Dio e non da se stessa o da Adamo.

Il Significato e le profonde implicazioni relazionali ed esistenziali, di queste affermazioni, per Adamo ed Eva e per tutti coloro che sono uniti in matrimonio o che un giorno lo contrarranno, sono di un’inestimabile ed ineguagliabile bellezza.

Una sola Carne

In Genesi 2:24 si legge che Adamo ed Eva divennero “una sola carne”.

Noi sappiamo e comprendiamo che una sola carne o una sola persona, evidenziamo unità di pensiero, di spirito, d’azione e d’intimità. Come, in che modo e in che misura ciò è possibile? In riferimento a chi o a che cosa?

Se crediamo che l’uomo e la donna sono stati creati individualmente ad immagine di Dio, l’uno indipendentemente dall’altro, s’impone la seguente verità: “E’ possibile essere «una sola carne», una sola persona nella misura in cui si è «una sola carne» con Dio.

Non lo si è avendo come riferimento o modello l’uomo o la donna, la sua bellezza fisica o l’aspetto esteriore, ecc.; non i comuni punti d’appoggio o d’incontro: le idee, i progetti, i beni materiali, ecc.; non le normali o struggenti emozioni, non l’attrazione fatale; non i propri sentimenti, non il carattere con i suoi risvolti belli e oscuri di cui si ha una limitatissima conoscenza. Questi sono aspetti importanti paragonabili alla cornice di un quadro, ma «una sola carne» a partire da Dio.

Non lo si è affermando la propria esistenza a partire dall’altro o da ciò che si possiede di materiale o culturale, ecc., ma da Dio.

Sto parlando di fusione, d’incarnazione, di spostamento verso l’interno, di internalizzazione di Dio della persona di Cristo Gesù, per mezzo dello Spirito Santo, nella nostra vita. Sto parlando del «non più io, ma Cristo che vive in me». Non sto parlando del ‘noi’ io e Gesù, ma dell’Io, quello di Cristo nei nostri cuori.

Nella creazione, la pienezza della divinità, nella sua essenza caratteriale, somatica, spirituale, morale e sociale, era pienamente in Adamo come in Eva. Questi erano profondamente e intimamene e singolarmente in Dio. Dio era in loro come Cristo desidera essere in noi. Infatti, sta scritto che Egli bussa alla porta del nostro cuore, per entrare nell’intimo della nostra vita, per trarre a sé i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri sogni, la nostra vita, per mettere in essa le sue gioie, le sue emozioni, il suo affetto, il suo amore, se stesso.

L’io di Adamo e l’io di Eva, la loro identità, la loro personalità, la loro esistenza, la loro consistenza intanto che maschio e femmina erano dovuti alla presenza di Dio nella loro vita interiore.

E’ possibile dunque essere «una sola carne» solo quando Gesù diventa parte integrante della nostra vita personale, quando Egli abita nei nostri cuori in tutta la sua pienezza.

  • “Una sola carne” significa che due fiumi (o rigagnoli) nascenti da due sorgenti diverse per natura e distanti tra loro, nel solco della loro vita si incontrano, si accarezzano, si baciano, si toccano, si ingarbugliano e poi decidono di canalizzarsi in un unico solco della vita – tracciato da Dio – per far nascere un unico fiume e sfociare nell’immensità dell’eternità.

Dio è alla sorgente della vita, Egli è presente lungo il nostro singolo percorso vita, poi ci conduce verso un unico percorso, e per quanto differenziata può essere la vita dei due, Egli si offre come letto del fiume della vita a due, li fa camminare insieme, ed infine li spetta alla foce dell’eternità.

«Una sola carne nel Signore Gesù», non significa perdere la propria individualità.

“Nonostante diventiate una sola carne, la vostra individualità non deve dissolversi in quella dell’altro, perché la vostra personalità appartiene a Dio” (Messsages to Young People, p. 451)

“Né, il marito, né, la moglie dovrebbero annullare la propria personalità in quella dell’altro coniuge. Ognuno ha una personale relazione con Dio. A lui ognuno deve domandare: <> (Sulle Orme…, p.152), con la persona che amo.

  • “Una sola carne” significa parità di rapporto, di diritti e di doveri pur nei differenti o coinvolgenti ruoli.

La capacità di decidere liberamente è l’impronta fondamentale della personalità umana. La violazione della libertà individuale richiama alla nostra attenzione un comportamento autoritario, dispotico e pone il partner in stato di prostrazione, di sottomissione o di ribellione e di fuga dal rapporto coniugale. L’identità è qualcosa di sacro, essa appartiene a Dio, nessuno a diritto di violarla. Essere una sola carne implica il rispetto della persona: la «carne della propria carne».

  • “Una sola carne” significa vivere, cogliere l’intimità come l’incarnazione dell’amore. Da quell’amore caratterizzato dall’affettività, dall’ascolto, dalla comprensione, dall’espressività.

L’intimità non è aspetto marginale della coppia, non è, secondo la Parola di Dio, concepito in funzione del piacere, ma come l’apice di un’intesa a due, di due cuori che si incontrano, di due amori che si amano, che dialogano, che hanno piena fiducia.

L’intimità è l’incarnazione dell’amore. Il fine ultimo non è il sesso o il culto del sesso, ma l’amore! L’amore vissuto nel segno del rispetto, della dolcezza, della misericordia, del perdono, della spiritualità, della concretezza di due vite, dell’apertura del sé, della gentilezza e del dolce abbandono in Gesù.

  • “Una sola carne” significa dare un senso unitario, umano, spirituale, comunitario, coinvolgente alla prole, ai figli. Umano perché non siamo dei; spirituale perché siamo figli di Dio, comunitario perché facciamo parte del corpo di Cristo; coinvolgente perché nessuno può vivere da solo.
  • “Una sola carne” significa imprimere al matrimonio e alla famiglia l’ideale divino. Interiorizzare e trasmettere dei valori superiori, eterni con misericordia, gentilezza, pazienza, con costanza, ma mai con freddezza e con puntigliosità.

Conclusione

La relazione tra la moglie e il marito non è diretta, ma mediata dal Signore, mediante la preghiera, lo studio personale della Parola ispirata. La moglie ami il marito secondo Cristo Gesù: i Suoi consigli e non secondo quelli del marito, come Cristo desidera che la Chiesa lo ami secondo Dio.

L’apostolo Pietro suggerisce l’idea che la moglie può santificare il marito e renderlo capace di vita eterna mediante una condotta rispettosa, devota, pura, casta, mediante un cuore sereno, pacifico e misericordioso (1 Pietro 3:1-4).

Così anche il marito ami la moglie a partire da Cristo, perché solo Cristo è il modello d’ispirazione dell’amore: «mariti amate le vostre mogli come Cristo ha amato al Chiesa».

La relazione tra marito è moglie è mediata da Cristo, dal modo come Egli ci ama, dalla sua capacità di incarnare la nostra sofferenza e le nostre gioie.

L’apostolo Paolo invita il marito a santificare la moglie, con il dono di se stesso caratterizzato dall’amore, dalla tenerezza, dalla bontà, dalla disponibilità, dall’affetto, dalla gentilezze, premure e purificando se stesso in Cristo Gesù (Ef 5:25-28).

Dio vi ama e il suo amore è costante, sdolcinato ed eterno e promuove la certezza che il vostro amore è santificato nel suo: amatevi come Dio ama (Isaia 43).

“Molti considerano le espressioni d’amore una debolezza e mantengono un riserbo che respinge. Quest’atteggiamento ostacola la corrente di simpatia. Quando gli impulsi socievoli e generosi sono repressi, essi si inaridiscono e il cuore diventa freddo e triste. L’amore non può vivere a lungo se non è espresso. Fate in modo che il cuore di chi è unito a voi non languisca e si consumi per mancanza di tenerezza e simpatia” (Sulle Orme del Gran Medico, pag. 152).

Past. Francesco Zenzale

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