L’arte di pensare

id-10035732Dott. Psicologa Pascu Mirela

Le ricerche psicologiche negli ultimi decenni hanno dimostrato che la nostra vita è il risultato dei nostri pensieri, ed il nostro modo di pensare esercita sulla nostra esistenza un’influenza molto maggiore di quella che noi supponiamo. Le nostre idee , i nostri pensieri sono come dei semi che prima o poi danno i loro frutti. Quindi alla base della nostra vita si trova il funzionamento della nostra mente, ovvero quello che possiamo definire l’arte di pensare. Vi siete mai chiesti perché pensiamo e come pensiamo? Anche gli animali, quelli considerati superiori, probabilmente pensano quando, per esempio, devono fare una scelta ma questa scelta generalmente è dettata dalle condizioni fisiche o psichiche dell’animale. A differenza dell’animale, l’essere umano può scegliere deliberatamente se iniziare o sospendere un’azione, può ragionare sul risultato delle proprie azioni e prevedere le conseguenze. Inoltre, fa delle supposizioni sul futuro delle proprie azioni e può decidere per il meglio, in base al bagaglio di conoscenze accumulate. Infatti, in Proverbi 14:8, la Parola di Dio dice che “la sapienza dell’uomo accorto sta nel discernere la propria strada”. Abbiamo immagazzinato il passato nella nostra mente, e questo passato è continuamente presente in noi: le nostre qualità e i nostri difetti, le azioni e gli impulsi, i desideri e le tentazioni sono il risultato delle nostre esperienze fatte nel passato, specialmente quelle della nostra infanzia. In base a tutto ciò, si può affermare che l’arte di pensare è l’arte di introdurre nella nostra mente soltanto nozioni degne di far parte di noi stessi e che possano fungere e servire come base nella costruzione del nostro carattere. L’arte di pensare è compresa nella sua totalità nella parola dell’apostolo Paolo nella sua epistola ai Filippesi:

“Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8).

Ogni giorno tutti parlano dell’importanza della salute. Ci sono varie trasmissioni T.V. che si occupano della salute, giornali e riviste che ogni giorno ci danno dei consigli per mantenere la salute. Ma noi, spesso e volentieri, non ci pensiamo affatto ed è soltanto quando la perdiamo che ci rendiamo conto di questo bene prezioso che Dio ci ha donato. Cos’è la salute, quindi? L’organizzazione mondiale della sanità la definisce come un benessere bio-psico-sociale. Non c’è la salute se viene a mancare uno di questi tre componenti. Dio, il primo ed il più grande dottore, si è preoccupato non solo della salute fisica d’Adamo, ma anche di quella psichica e sociale, quindi ha deciso di creare Eva (vedi Genesi 2:18)

Noi diamo importanza all’alimentazione perché sappiamo quanto è importante per il nostro benessere fisico, ma quale importanza diamo quando si tratta di assumere del cibo spirituale o intellettuale? I nostri pensieri sono la trama della nostra vita, quindi dobbiamo porre una grande attenzione alla qualità degli elementi che la compongono. Questo ci porta a riflettere sui nemici del pensiero, ossia su quelle circostanze che possono allentare la protezione dell’attenzione che vigila alla porta della nostra mente. Anzitutto si può parlare della stanchezza dell’intelletto. Nelle ricerche fatte in laboratorio, si è visto che quando siamo stanchi e stressati psicologicamente, la nostra mente riceve più facilmente delle immagini, pensieri o idee senza un adeguato discernimento o un controllo ideale, e queste entreranno a far parte, inconsapevolmente, di noi stessi.

E.White (Sulle orme del Gran medico) afferma che dobbiamo sperimentare costantemente la potenza nobilitante dei pensieri puri. Questa è l’unica salvaguardia per lo spirito. Un uomo è frutto di ciò che pensa. La capacità di controllo si rafforza con l’esercizio e grazie alla ripetizione costante i pensieri positivi e le buone azioni diventeranno un’abitudine.

Oltre alla stanchezza ed allo stress, la nostra mente può essere influenzata anche dai pregiudizi che fanno si che noi non soppesiamo in giusta misura le varie circostanze, dando o poco peso oppure troppo peso ad esse. L’essere umano a volte, può padroneggiare le circostanze, ma non deve mai permettere che queste lo limitino o lo condizionino. Dobbiamo trarre vantaggio e servircene come strumenti di lavoro: dominare le circostanze senza lasciarci dominare da esse, e questo riusciremmo soltanto con l’aiuto di Dio. Tornando ai pregiudizi si può affermare che difficilmente chi ha un pregiudizio rinuncia a quell’idea o a quel punto di vista, e questo succede spesso e volentieri perché la persona non ha abbastanza informazioni che possano fornirli un giudizio adeguato. A questo proposito mi viene in mente un apologo che illustra bene come il pregiudizio possa influenzare il nostro modo di pensare.

Si racconta che un giovane occidentale si è appassionato alla cultura orientale ed in particolare ad una certa filosofia di vita, quindi si è messo a leggere tanti libri che spiegavano questa filosofia. Una volta acquisite molte nozioni su tale filosofia, ha deciso di andare a trovare un famoso uomo saggio che aveva adottato questa filosofia come proprio modo di vivere. Quindi, il nostro giovane si è preso una settimana di ferie per andare a conoscere il vecchio saggio. Arrivato a casa sua, si mise subito a parlare, enfatizzando la sua passione per questa filosofia, come modo di vivere, facendo un vero riassunto di tutti i libri che aveva letto a riguardo, cercando di convincere il vecchio signore del suo desiderio di apprendere molto di più e di approfondire le sue conoscenze. Il giovane continuava a parlare, in modo euforico, mentre il vecchio saggio lo ascoltava in silenzio, senza dire nemmeno una parola. Quando il giovane finì di parlare, il vecchio si alzo, andò in cucina e tornò con un vassoio con l’occorrente per il the, senza dire niente. Quindi, si mise a preparare il the, sempre restando in silenzio. Il silenzio del vecchio creava un certo imbarazzo nel nostro giovane, ma sapeva che è buona educazione non parlare durante la preparazione del the. Pertanto, il pensiero che lo sfiorò, immediatamente fu: “Speriamo che non sia una di quelle preparazioni ufficiali che durano due-tre ore !”, e intanto fremeva nell’attendere la risposta del saggio… E il vecchio continuava a preparare il the in silenzio….”Finalmente il the è pronto”, pensò il giovane, e difatti il vecchio signore iniziò a versare del the nella tazza del giovane. La tazza era ancora poggiata sul vassoio e il vecchio saggio la riempì, ma una volta piena continuava a versare del the, senza dire una parola, e presto il the traboccò dai bordi, quindi riempì il piattino sottostante. Tutto nel perfetto silenzio e sotto lo sguardo stupefatto del giovane che non riusciva a capire il comportamento del vecchio signore. Il the continuava a scendere, e dal piattino scorreva sul vassoio….A questo punto, il nostro giovane rompe la regola del silenzio e disse : “la tazza è già piena, è inutile aggiungere dell’altro the, tanto non ci sta più !”. Il vecchio saggio, alzo gli occhi e, guardandolo gli disse : “vedi, tu sei come questa tazza ; se non ti liberi di tutti i tuoi pensieri, di tutte le preoccupazioni e di tutti i tuoi pregiudizi, non potrai mai imparare la nostra filosofia ; le mie parole arriveranno alla tua mente, ma essendo già piena d’altre cose, scivoleranno via come il the è scivolato fuori dalla tazza poiché era colma!”….. Liberandoci dai nostri pregiudizi, dai nostri pensieri negativi, la nostra mente, come quella del giovane, potrà ricevere lo Spirito Santo che ci indurrà a dare dei nuovi frutti. L’uomo è frutto di ciò che pensa.

“La capacità di autocontrollarsi si rafforza con l’esercizio e grazie alla ripetizione costante, i pensieri positivi e le buone azioni diventeranno un’abitudine. Dobbiamo sperimentare costantemente la potenza riabilitante dei pensieri puri. Questa è l’unica salvaguardia per lo spirito.” (E. G.White Testimonianze, vol.3)

La formazione spirituale è il processo mediante quale Dio realizza la nostra salvezza facendoci partecipe alla sua natura divina e al suo carattere. La conferma di ciò si può trovare in 2 Pietro 1:3 4. Intanto che la nostra formazione spirituale è il lavoro dello Spirito Santo in noi, ci sono delle dimensioni umane che conlavorano con questo processo santo. Mediante l’uso della nostra volontà e della disciplina cristiana noi apriamo la nostra vita a Dio, così Lui ci trasforma e rende solida la nostra mente.

“Cristo non solo conosce ognuno di noi, le sue esigenze, e le sue difficoltà, ma anche le circostanze che preoccupano e minano lo spirito. Non è saggio vivere in funzione di noi stessi, preoccupandoci solo delle nostre sensazioni. In questo modo il nemico ci presenta le tentazioni che indeboliscono la fede e il coraggio. Soffermarci sulle proprie percezioni ed emozioni rischiamo di esporci all’influenza del dubbio, di cadere vittime delle nostre perplessità. Dobbiamo guardare Gesù , distogliendo il pensiero da noi stessi. Entrando in comunione con lui, entriamo nel regno della pace. Una serenità duratura, un vero riposo per lo spirito, derivano da un unica fonte”. Di questo parlava Gesù quando diceva : “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo “ (Matteo 11:28).

Oppure: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace..” (Giov. 14:27). Chi ha creato la mente umana conosce veramente le sue reali necessità. Solo Dio è capace di assicurarci la pace, quindi la salute mentale. La pace è solo in Cristo e noi possiamo riceverla solamente se accogliamo Cristo nel nostro cuore.

Nonostante siamo desiderosi di accogliere Cristo nella nostra mente di modo che solo lui possa guidare i nostri pensieri, a volte può capitare che altri pensieri, non sempre coerenti con la Parola di Dio, entrino a far parte di noi. Come abbiamo detto poc’anzi lo stress è uno dei fattori che favoriscono uno scarso discernimento. Ma, certe volte, nonostante siamo perfettamente consapevoli che quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che pensiamo non sia in perfetta armonia con la Parola, facciamo quasi finta di niente oppure cerchiamo di sdrammatizzare o di sminuire, senza preoccuparci che anche quello entrerà a far parte di noi. Le situazioni che lo favoriscono sono tra le più svariate e vanno dalla lettura alla musica, dal guardare la TV al parlare con qualcun’altro, dal divertirsi al viaggiare fisicamente o in modo virtuale, ecc.

A questo proposito, le ultime ricerche sulle nuove tecnologie ci mettono in guardia riguardo all’uso che possiamo farne, uso senz’altro molto utile da una parte ma che può diventare una specie di boomerang se utilizzate in modo abnorme. I computer, per esempio, si rivelano molto utili per lavoro, per dare e ricevere informazioni, per comunicare, per sperimentare e testare idee in modi che non sono possibili con gli altri media. Non li utilizzano solo gli adulti, ma anche i bambini, dando così un importante contributo al suo sviluppo intellettuale. Certi giochi elettronici aiutano anche a sviluppare abilità di concentrazione e riflessione, incrementando, in tal modo, la fantasia e la confidenza del bambino. Tuttavia, da molte parti viene sottolineata l’importanza del contesto sociale in cui avviene l’attività di esplorazione svolta col computer. L’interazione con la macchina deve essere un’interazione sociale che non porti all’isolamento. Se usati in modo adeguato, i programmi di wordprocessing possono aiutare a migliorare la qualità dell’esperienza dell’apprendimento. Una recente indagine ha rivelato che in Inghilterra circa 60% dei giovani possiede il PC e l’80% di questi ci giocano regolarmente. In Italia troviamo risultati diversi, ovvero, in un campione preso tra bambini tra 5 e 13 anni è ancora la TV al primo posto tra le preferenze, mentre il PC viene adoperato solo dal 25% del campione. Però, oltre a guardare la Tv i bambini amano giocare. Un tempo giocavano con i soldatini o con le bambole di pezza, giocatoli inerti e del tutto passivi, solo la loro fantasia poteva animarli. Ma le cose stanno velocemente cambiando ; oggi giorno la vendita dei robot interattivi, capaci di apprendere dai loro piccoli padroni dei comportamenti ed emozioni, è incrementata radicalmente. Così c’è Furby, un peluche-robot capace di parlare ed esprimere una vasta gamma di comportamenti, dalle lacrime alla gioia, ecc. Poi c’è Aibo, un cagnolino tecnologico che impara a rispondere ai comandi del bambino e sa atteggiarsi almeno in sei stati d’animo diversi. I suoi costruttori l’hanno progettato per stare in compagna. Quando viene accarezzato, scodinzola mentre quando ci si allontana diventa triste… E la nostra lista dei giochi di nuova tecnologia potrebbe prolungarsi… La domanda che dobbiamo porci, però, è di quali rischi psicopatologici le nuove supertecnologie possono essere portatrici ? L’enorme successo commerciale avuto da questi giochi (basti pensare che tutti gli esemplari di Aibo messi a disposizione della Sony, sono stati venduti in 20 minuti via Internet), impone una riflessione sui possibili rischi psicologici connessi all’uso poco coretto di questa tecnologia. La maggior parte di questi robot sono stati costruiti per adempiere un funzione di primitiva socializzazione. Sono in grado, cioè, di stabilire una forma di rapporto basato sulla componente emotiva e sulla capacità di suscitare emozioni nell’essere umano. E’ questo l’elemento chiave che interviene nella costruzione di legami interpersonali che spiegano alcuni fenomeni psicologici, come per es. quello relativo al pulcino interattivo Tamagotchi. Questo gioco è stato distribuito in tutto il mondo è fu il primo giocatolo evoluto che ha allarmato non poche famiglie per la sua forte capacità di interagire con il bambino. In pratica, era la morte virtuale del pulcino a provocare crisi di angoscia. I bambini sentivano che era affidato a loro per la vita e per la morte, e quando per una loro dimenticanza moriva, allora si poteva verificare una destabilizzazione psichica. Era come una sorta di lutto, con un profondo vissuto di perdita seguita da una profonda tristezza. Le nuove creazioni artificiali, anche se progettate per non morire, appaiono verosimili e più vive del pulcino virtuale. La loro capacità di crescere e di modificarsi fino ad acquisire una propria “identità” può offuscare nel bambino vulnerabile la percezione del confine che separa la realtà della fantasia, come peraltro accade con altri fenomeni virtuali di massa, come per esempio l’Internet. Queste creature artificiali possono evocare nel bambino, grazie al loro aspetto vulnerabile e infantile, un forte senso dio maternità o paternità, investendo il bimbo di una responsabilità troppo forte. Il rischio di fondo di questi giocatoli e giochi è che a causa dell’elevato potere di coinvolgimento emotivo della machina, sostituisce quella reale tra il bambino e i suoi coetanei. Sono particolarmente esposti i bambini con problematiche relazionali di inibizione sociale o privi di una figura adulta in grado di decodificare le informazione ambigue del rapporto con la macchina. E’ interessante notare che il rapporto dei genitori con questi giocattoli tecnologici. Spesso, i genitori regalando questo tipo di giocattoli, gli presentano quasi come un essere vivente che necessita di attenzioni, cure e coccole da parte del bambino. Generalmente si tende a sottovalutare la componente ansiosa nel rapporto che il bambino stabilisce con il giocatolo-robot. Non bisognerebbe perdere di vista la solitudine del bimbo e la possibilità che questa intervenga nel favorire le interazioni virtuali. Non a caso, le realtà virtuali e le interazioni tecnologiche tendono ad incrementare nei bambini e negli adolescenti la depressione. La tecnologia, ha dei forti limiti per quello che riguarda la sostituzione dell’elemento umano. Possono essere proposte all’infanzia le nuove tecnologie, con finalità educative, per avvicinarsi e conoscere in modo adeguato. Il ruolo dei genitori e degli educatori dovrebbe essere proprio questo.

Tuttavia, le nuove tecnologie non colpiscono solo i bambini, ma anche gli adulti. Nel 1995, Ivan Goldberg psichiatra americano, propose di introdurre nel più diffuso manuale di psichiatria , una nuova sindrome che egli definì I.A.D. – Internet Addiction Disorder. All’inizio sembrò uno scherzo, ma col passare del tempo si è resi conto che il problema esiste sul serio e che i rischi di questa sindrome incominciano a farsi sentire tra i navigatori accaniti. In rete si discute molto di I.A.D., e digitando gli indirizzi giusti si possono trovare delle informazioni più o meno scientifiche relativo all’abuso di Internet, ed è possibile trovare dei gruppi di auto-aiuto per retomani. Tutto ciò è un segnale di un problema : che si può effettivamente diventare dipendenti da Internet e che il rischi di I.A.D. è in aumento. Numerosi psichiatri e psicologi, hanno rilevato dei fenomeni psicopatologici connessi ad un uso erroneo di Internet. Tra 1996 e 1998 in Italia si sono verificati quattro casi di questa sindrome. Dunque, la rete è una sorta di spazio in cui è possibile girovagare, innamorarsi, nutrirsi, informarsi, insomma vivere, sia pure on-line.

Oltre agli innegabili vantaggi che Internet offre, negli ultimi anni stanno diventando, sempre più evidenti le conseguenze sull’uomo, di questa nuova tecnologia. I.A.D. è una dipendenza concreta che provoca problemi sociali e relazionali, una sorta di patologia caratterizzata di sintomi che potremo dire assistenziali e problemi economici. Se all’inizio l’utente avverte solo il bisogno di aumentare il tempo trascorso in rete, col passare del tempo, si instaura, in modo subdolo, la consapevolezza di non poter riuscire a sospendere o almeno ridurre l’uso di Internet. Secondo la letteratura sull’argomento, sono particolarmente esposte a questa sindrome, le persone con difficoltà ad avere rapporti interpersonali. In tal senso, la I.A.D. costituisce un comportamento di evitamento : il soggetto si rifugia nella rete per non affrontare le proprie problematiche esistenziali. Probabilmente, il rischio psicopatologico connesso ad Internet consente di annullare le distanze, di essere molto rapido ad avere tutto ciò che si vuole nei vari campi, di superare i normali vincoli spazio-temporali, ecc. Nell’I.A.D., nonostante la consapevolezza dei problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici, persistenti il soggetto non riesce a tenere sotto controllo l’uso abnorme di Internet. Pertanto, compare la deprivazione di sonno, difficoltà conguagli , ritardi agli appuntamenti importanti, difficoltà lavorative, e così via. Tutto ciò non fa altro che determinare la compromissione della vita relazionale, sociale e professionale. L’indicatore più importante per un possibile rischio di psicopatologia è il tempo trascorso nella rete. Sembra che il valore critico, per evitare questa sindrome, sia di circa 5-6 ore al giorno. Naturalmente, vengono esclusi tutti quelli che per lavoro devono trascorre tante ore davanti al computer, indi in Internet. Oltre a tale limite, il rischio di diventare rete-dipendenti aumenta in modo esponenziale. Difatti, i soggetti con disturbi da I.A.D. trascorrono in media 50-60 ore ogni settimana, per un periodo di 10-12 mesi consecutivi e in condizioni di off-line manifestano malessere generale, ansia e irrequietezza. A differenza dei soggetti non-dipendenti, che usano la rete per raccogliere informazioni e mantenere le relazioni preesistenti, per mezzo della posta elettronica, quelli dipendenti tendono invece ad accedere alla rete per “incontrare” nuove persone, per partecipare ai giochi di ruolo, per avere uno scambio di idee, ecc. anche se è una conversazione illusoria con persone dell’identità illusoria.

Le implicazioni delle nuove tecnologie, naturalmente, non tutte portano a delle psicopatologie negli adulti oppure nei bambini. E non per questo si vuol sconsigliare il loro uso. Questa riflessione, infatti, vuol essere solamente un avvicinamento alla consapevolezza del uso erroneo delle nuove tecnologie.

E.G.White scriveva : ”Esistono modi di ricreazione che portano dei benefici sia alla mente che al corpo. Una mente illuminata dai principi di Dio troverà in abbondanza mezzi di divertimento e di distrazione che non sono soltanto innocenti, ma anche istruttivi… Non fissate ai giovani delle regole rigide o delle restrizioni che gli faranno sentire oppressi, di modo che poi tenderanno ad evadere sulla via della non ubbidienza e dell’allontanamento da Dio”.

… Come abbiamo appurato, l’Internet è un mezzo molto utile per lavorare, comunicare, raccogliere tutte le informazioni necessarie, ma può diventare anche un ottimo mezzo di evasione. La rete da l’illusione di conoscere molte persone, di comunicare con molte persone, di essere al centro del pensiero altrui, di avere tanti amici, ecc. Tuttavia, quando le nostre relazioni sociali si limitano soltanto a quelle della rete, quando i rapporti interpersonali si verificano o si riducono solamente a quelli on-line, la nostra vita diventerà sempre più povera, e più piatta sia dal punto di vista emotivo-affettivo che sociale.

A questo punto, possiamo affermare che saper scegliere e saper discernere quello che è meglio per sé stessi, sapere evitare tutte le situazioni o i fattori che ci fanno vivere in una condizione di stress, saper evitare di formulare pregiudizi prima di avere i dati necessari per un giudizio obbiettivo, sapere prendere solo la parte utile delle nuove tecnologie, ci permetterà di mantenere una “mens sana in corpore sano”, e questa è un’arte, ovvero è l’arte di pensare.

L’uomo più felice è quello che è in grado di collegare la fine della sua vita con l’inizio di essa.

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