Gli Schofar della morte

Capitoli 8-9

shofarIntroduzione
Capitolo 8:1-6

La visione delle sette trombe (schofar) è congiunta all’altare dei profumi; l’angelo, «riempie un turibolo d’oro del fuoco dell’altare e lo getta sulla terra». La visione dell’angelo s’ispira al rituale levitico che obbligava il sommo sacerdote a mantenere un fumo permanente davanti a Dio «ogni mattina», ma anche «tra le due sere» (Es 30:7,8). Il rituale era praticato per tutto l’anno su un altare di forma quadrangolare, sul quale dei carboni ardenti erano gettati con l’aiuto, probabilmente, di un aspersorio d’oro. Una volta l’anno, durante la festa dell’espiazione, l’incenso era messo direttamente nell’aspersorio, riempito di braci e portato «di là dalla cortina», all’interno del luogo santissimo (Lv 16:12,13). La visione dell’Apocalisse ci porta, quindi, nel contesto del rituale quotidiano nel corso del quale il sacerdote, come l’angelo del testo, gettava il suo braciere incandescente a terra, tra il portico del tempio e l’altare.

Pertanto, l’intero rituale dell’angelo segue la cerimonia levitica caricandosi di significati simbolici. I profumi che si alzano davanti al trono di Dio rappresentano le preghiere degli uomini e delle donne che hanno gridato dal fondo della loro sofferenza affinché giustizia sia fatta. «Signore, io t’invoco; affrettati a rispondermi. Porgi orecchio alla mia voce quando grido a te. La mia preghiera sia in tua presenza come l’incenso, l’elevazione delle mie mani come il sacrificio della sera» (Sal 141:1,2).

La visione fa eco al quinto sigillo che faceva ascoltare grida di vittime provenienti dai lati dell’altare (Apoc. 6: 9,10). Finalmente «le preghiere dei santi» (Apoc. 8:3), col loro postulato centrale: «Fino a quando… non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?» (Apoc. 6:10), si avviano ad essere esaudite. Ora, gli schofar portano questa vendetta sugli «abitanti della terra» (8:13).

Questa intenzione è chiaramente rivelata al suono del settimo schofar: «la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare… e di distruggere quelli che distruggono la terra» (v. 18).

La descrizione dettagliata dei 7 angeli, con le rispettive trombe, segnano il ruolo di Gesù nel gran giorno del giudizio universale, il quale si richiama al Kippour ebraico, giorno in cui il peccato veniva rimosso, mediante un atto espiatorio e di giudizio. L’elemento simbolico caratteristico è la tromba, precisamente «i sette schofar». Il Kippour era preceduto da una festa chiamata: «Festa delle trombette» (Lv. 23:24-29).

È la festa che segue la Pentecoste. Si celebrava il primo giorno del settimo mese (Tishri: settembre-ottobre) del calendario ebraico (cfr. Lv 23:23-25). Essa diventerà il primo giorno dell’anno ebraico (Rosh hashanah). Per dieci giorni, seguito dal suono degli schofar, l’israelita si preparava alla venuta della festa delle Espiazioni (il dieci di Tishri). Ogni mattina, i selioth (richieste di perdono) venivano recitati, e nel cuore della preghiera si ricordavano i tredici attributi della misericordia di Dio (cfr. Es 34:6:7). La lettura della Torah è tratta dal racconto della nascita e del sacrificio d’Isacco che apporta alla festa la nota positiva del Dio che provvede ed esaudisce le preghiere impossibili (cfr. Gn 21,22).

Nel contesto dell’Apocalisse, l’evocazione della festa degli schofar arricchisce la profezia degli stessi accenti di speranza e di giudizio, lanciando, nello stesso tempo, un appello al pentimento e alla conversione.

L’angelo vestito di lino fino che fa bruciare l’incenso davanti a Dio, rappresenta Gesù Cristo; il quale, dopo la sua intronizzazione, intercede presso Dio nel cielo. L’incenso è il simbolo della grazia e del perdono in Gesù Cristo (Numeri 16:46-48). Sono le preghiere dei santi (Apoc. 5: 8). Nello stesso tempo, il braciere riempito di carboni ardenti, lanciato dall’angelo tra il portico e l’altare, è inteso come un appello al pentimento che fa eco ai drammatici squilli del corno.

I sette schofar

Gli schofar stanno ai sigilli, come la «vendetta» risponde all’oppressione. Mentre i sigilli mostravano l’oppressione del potere usurpatore attraverso le epoche, gli schofar mettono in evidenza un giudizio immanente, effettivamente inserito nel corso degli eventi storici e preparatore del giudizio finale, proveniente dal cielo… Come le preghiere salgono in ogni momento verso il cielo, similmente gli schofar fanno udire la loro voce continuamente.

Gli schofar corrispondono al ciclo dei sigilli, ma solamente tra il secondo e il sesto sigillo l’apostasia e l’oppressione della chiesa si esplicano nella storia umana; gli schofar coprono esattamente questo periodo. Il primo e il settimo sigillo che incorniciano questa epoca, sono immuni da ogni ingiustizia. Durante il primo sigillo, all’inizio dell’esperienza cristiana, la chiesa è pura, resta fedele alle sue radici e si lascia ancora condurre da Gesù Cristo. L’ultimo sigillo segna la fine della storia umana e annuncia la discesa di Dio. É dunque da sottolineare che gli schofar fanno eco ai sigilli, inserendosi precisamente tra il secondo e il sesto sigillo.

Primo sigillo: cavallo bianco
Secondo sigillo: fuoco, sangue Primo e secondo schofar: fuoco, sangue
Terzo sigillo: mancanza di pane (fame) Terzo schofar: mancanza d’acqua (sete)
Buio Quarto schofar: oscurità
Quarto sigillo: morte (due nomi) Quinto schofar: morte (due nomi)
Quinto sigillo: il grido dei martiri – voce davanti all’altare – numero parziale dei salvati, da completare in seguito. Sesto schofar: voce davanti all’altare – numero parziale dei martiri – numero parziale dei salvati, da completare in seguito.
Sesto sigillo: «il giorno della sua ira è venuto». Settimo schofar: «La tua ira è venuta».
Settimo sigillo: silenzio nel cielo

Capitolo 8:7-10
Fuoco e sangue

Il primo e il secondo dei quattro schofar sono complementari. I cataclismi di cui parlano colpiscono la terra e il mare. Il primo schofar produce un fiume di fuoco e una pioggia di grandine che inaridiscono la terra (v. 7). Il secondo schofar produce una massa solida incandescente, «una grande montagna», che insanguina Il mare (v. 8). Nel primo caso come nel secondo, il risultato è lo stesso: la terza parte ne risulta contaminata. Il fuoco e il sangue rappresentano la violenza delle guerre che devastano tutto; nello stesso tempo ricordano le piaghe d’Egitto.

Anche in quella circostanza, l’oppressore d’Israele è colpito dal fuoco e dalla grandine (cfr. Es 9:23-25). Quanto alla «terza parte», ciò significa che gli effetti della piaga saranno parziali e che la maggior parte della terra sopravvivrà al flagello (cfr. Ezechiele 5:2; Zaccaria 13:8). I primi quattro schofar corrispondono al secondo e al terzo sigillo, segnano la fine dell’Impero Romano e si applicano all’epoca in cui la chiesa di Roma è lacerata dalle guerre contro i barbari (IV e VI secolo d.C.), in modo particolare quelli d’origine ariana:

♦ Eruli – di fede Ariana, governati da Odoacre, si stabilirono a Roma nel 476. Odoacre venne sconfitto la prima volta sull’Isonzo presso Aquileia il 28/08/489, il mese dopo sull’Adige presso Verona. L’11/08/490, venne nuovamente sconfitto sull’Adda. Si rifugiò a Ravenna dove subì un assedio di 3 anni e nel febbraio del 493 cedette. Odoacre venne ucciso il 15/03/493.
♦ Vandali – avevano abbandonato il cattolicesimo per l’arianesimo, quando si stabilirono in Spagna e poi in Africa; ma Giustiniano arrestò la loro violenza ereticale distruggendo il loro impero nel 534.
♦ Ostrogoti o Goti – Teodorico era ariano, inizialmente era in buoni rapporti con il vescovo di Roma «Gelasio», ma quando Giustiniano cominciò a perseguitare gli Ariani fu costretto a reagire, perseguitando i cattolici, e si trovò subito in urto con il Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. Giustiniano, dopo aver neutralizzato i Vandali in Africa nel 534, si preoccupò dell’Italia, dove inviò Belissario con un esercito di 7500 persone. Nel 553 Narsete, successore di Belissario, nella battaglia sul monte s. Angelo sconfisse gli Ostrogoti, i quali scompaiono dall’Italia definitivamente nel 538.

Capitolo 8:10-12
Né acqua né luce

Il terzo e il quarto schofar riguardano entrambi i corpi celesti: la stella, il sole e la luna. Tutto ciò che era stato creato per essere fonte di luce e di vita, diventa tenebre e morte. Curiosamente, questo processo di decomposizione inizia dalla stella, contrariamente alla normale sequenza di: sole, luna e stelle (cfr. Gn 1:16). Questa anomalia traduce l’intenzione dell’autore di far emergere il primato del ruolo della stella in rapporto agli altri corpi celesti. La stella mette in moto il meccanismo degli eventi.

Un’altra anomalia consiste nel fatto che «la stella» è al singolare. Raramente vi si trova nella Bibbia e comunque sempre al plurale, in associazione al sole e alla luna. L’autore vuole attirare l’attenzione sulla «stella» al singolare. Nella Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, si parla di stella al singolare quando si fa riferimento al Messia. Nella profezia di Balaam, la stella designa il Re Messia chiamato a salvare Israele dai suoi nemici (cfr. Nm 24: 17). Nel Nuovo Testamento, la stella rappresenta Gesù Cristo (cfr. Mt 2:2; Ap 2:28; 22:16).

Il solo passo dove la parola «stella» al singolare non si riferisce al Messia, si trova nel libro del profeta Isaia, dove si applica all’angelo decaduto Lucifero, personificato dalla potenza di Babilonia (cfr. Is. 14:12). Qui, la stella rappresenta il potere malefico che vuole, al pari dell’antica Babele (cfr. Gn 11:1-9), elevarsi fino a Dio per prenderne il posto, intenzione che causerà la sua caduta «nell’abisso»:

«Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell’aurora? Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni? Tu dicevi in cuor tuo: “Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio; mi siederò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del settentrione; salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all’Altissimo”. Invece ti hanno fatto discendere nel soggiorno dei morti, nelle profondità della fossa!» (vv. 12-15).

Il testo dell’Apocalisse si riferisce a questo brano. Vi si ritrova lo stesso motivo di caduta della stella, quale potere usurpatore. L’unica differenza è che, in questo caso, la stella nasce sulla terra e si colloca nella dinamica della storia della chiesa. Il profeta Daniele ne aveva ricevuto la rivelazione quando parlava del piccolo corno che si sarebbe elevato «fino a raggiungere l’esercito del cielo… e fino al capo di quell’ esercito» (8:10,11).

Nell’Apocalisse, come nel libro d’Isaia, la caduta di questa stella è associata alla morte. In Isaia, si identifica direttamente con il soggiorno dei morti. Nell’Apocalisse, provoca l’inquinamento dei fiumi e delle sorgenti e, di conseguenza, la morte di «molti uomini» (Ap 8:10, 1), sia a causa della sete, sia per avvelenamento.

Nel linguaggio simbolico del nostro libro, permeato dalle Scritture ebraiche, i fiumi e le sorgenti rappresentano il nutrimento spirituale (Deuteronomio 8:7,9; Salmo 36:8,9; Geremia 17:8,13). D’altra parte, l’identificazione della stella con l’assenzio, richiama l’esperienza degli israeliti a Mara (cfr. Es 15:23).

I motivi si riuniscono nel tema comune dell’amarezza che la Bibbia, generalmente associa all’apostasia (Deuteronomio 29:17,18; Geremia 9:15, 23:15).

Il popolo muore di sete perché l’acqua non è più potabile. La verità è stata adulterata, quindi non può più vivificare i credenti. Il quarto schofar dice la stessa cosa in altri termini. Il sole, la luna e le stelle, cioè il popolo di Dio (cfr. Gn 37:9; Ap 12:1), passa attraverso le tenebre.

Al terzo schofar, la verità è stata alterata; al quarto addirittura cancellata. I due schofar annunciano, dunque, due misure complementari che riguardano la stessa epoca, inquadrata dal terzo sigillo. È il momento in cui la chiesa romana si fa rappresentante di Dio sulla terra (VI-X secolo). Roma assume il ruolo di «città di Dio».

La tradizione, il potere temporale ed ecclesiastico prendono il posto degli interessi spirituali. La verità si fa introvabile, le tenebre s’impadroniscono del popolo che muore di sete spirituale, come durante il terzo sigillo moriva di fame (cfr. Ap 6:6). A seguito della sua usurpazione, la chiesa perde il senso della sua missione e della verità di cui è depositaria. Per aver voluto elevarsi fino a Dio e prenderne il posto, la chiesa conoscerà la confusione. L’esperienza di Babele si attua per l’ennesima volta.

Capitolo 8:13; 9:1-12
Le cavallette

Come nel ciclo dei sigilli, anche durante quello degli schofar, al quarto, abbiamo una svolta. Il capitolo 8, verso 13, segna una transizione che introduce i tre schofar seguenti: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra, a causa degli altri suoni di tromba che tre angeli stanno per sonare!».

Il quinto e il quarto schofar sono direttamente collegati dal punto di vista storico. L’attenzione è ancora fissa sulla stella caduta dal cielo (9:1).

Ancora lo stesso potere usurpatore che agisce, una potenza che ricorda quella dell’antica Babele, una chiesa che pretende un’autorità che solo Dio possiede, autorità che non può essere delegata a nessuna organizzazione umana. Fino a questo momento, gli schofar introducevano delle azioni divine di tipo cosmico, provenienti dall’alto. Da questo momento in poi, gli schofar annunciano delle azioni prodotte da forze che provengono dal basso, «dall’abisso» (vv. 1,2). Il termine greco abyssos è quello che la Settanta utilizza per tradurre la parola ebraica tehom (abisso). Questa parola caratterizza lo stato della terra prima dell’intervento creatore di Dio (cfr. Gn 1:2).

ll tehom – abyssos è il luogo della negazione di Dio. Più tardi, i profeti ne faranno la sede simbolica del nemico di Dio, il dragone marino (cfr. Is. 51:9; Sal. 74:13). Nel libro apocrifo di Enoc (167-164 a.C.), il tehom designa la dimora degli angeli decaduti (Enoc 18:12-16; 19:1,2).

L’oracolo apocalittico arriva a personificare questo luogo con il nome ebraico di abbadon (9:11), che significa annientamento, perdizione (Giobbe 26:6-, 28:22: 31:12; Proverbi 15:11, 27:20). Il termine deriva dalla radice abad (perire, scomparire), utilizzato generalmente per descrivere il destino dei malvagi (Proverbi 11:10, 19:9; 21:28; 29:3.). Il termine Apollyon (9:11), che l’accompagna, viene dal sostantivo apoleia che significa perdizione, distruzione; e, come abyssos, traduce nella Settanta lo stesso termine tehom. La parola ebraica abbadon e il termine greco apollyon ripetono lo stesso concetto di nulla e di negazione di Dio, rafforzandolo maggiormente.

Le tenebre che invadono la scena (9:2), non sono della stessa natura di quelle del quarto schofar. In quella circostanza le tenebre erano determinate dal fatto che i corpi celesti erano stati colpiti (8:12). Ora, le tenebre hanno un’altra origine. Associate al tehom, sono quelle del tempo precedente la creazione. Le cavallette che il profeta vede sorgere dall’abisso (9:3) portano in loro la qualità di quel terribile luogo. La spessa nube che esse formano, oscura la luce proveniente dall’alto e negano, in qualche modo, l’esistenza del cielo.

Il quinto schofar svela il meccanismo di negazione di Dio che caratterizzò quel periodo storico. La stella cade nell’abisso, questo provoca lo scatenarsi delle forze del nulla, delle tenebre. In altre parole, l’usurpazione dell’autorità divina, con tutto quello che implica, in termini di orgoglio, presunzione, intolleranza e oppressione, porta inevitabilmente alla negazione di Dio.

Il quinto schofar descrive il processo che porta al castigo di Dio. Il giudizio colpisce la chiesa dall’interno, quale conseguenza neutrale delle sue opere. Il giudizio è già presente nell’errore. Sono le pretese di essere rappresentanti di Dio sulla terra che hanno prodotto intolleranza e persecuzione, da queste è derivata la ribellione degli uomini e il rigetto di Dio e delle istituzioni ecclesiastiche.

La storia conferma la Profezia. La reazione popolare e laica prodotta dalla Rivoluzione francese trae origine anche da quei comportamenti del cristianesimo corrotto. I movimenti anticlericali del XVII e del XVIII secolo, non sono altro che una risposta allo spirito delle crociate, dell’Inquisizione che hanno segnato la storia dal XI al XVI secolo.

L’oracolo profetico utilizza l’immagine delle cavallette per rendere meglio la natura di questo assalto. Le cinque parole del flagello corrispondono al ciclo della vita di una cavalletta: dalla nascita alla morte, passando dallo stato di larva. Si ritrova la stessa immagine nel libro di Gioele. Anche lì, il giudizio divino è rappresentato da un’invasione di cavallette che assomigliano a dei veri cavalli (cfr. 2:4; Ap 9:7). In quel passo veterotestamentario, le cavallette devastano i raccolti e oscurano il cielo (cfr. GI 1: 10), esattamente nel lasso di tempo di una generazione (vv. 4-6).

Gli effetti del flagello previsto dal quinto schofar sono limitati nello spazio e nel tempo. Nello spazio, perché toccano solo coloro che non hanno ricevuto il marchio di Dio sulla fronte (cfr. Ap 9:5), cioè tutti coloro che hanno perduto il senso dell’adorazione di Dio creatore. Soltanto la chiesa in quanto istituzione viene attaccata dai rivoluzionari laici. Il popolo, dal canto suo ne esce più libero e audace, nel pensiero come nella ricerca della verità. Il momento è propizio per una rimessa in questione della tradizione, per la fioritura di quelle idee che furono della Riforma. Nel tempo, perché le cavallette si accontentano di ferire come degli scorpioni (9:5). Il loro morso non è fatale: non uccide. La sofferenza non dura che un istante. La chiesa (apostata) sopravvivrà al flagello. Secondo l’oracolo profetico, il suo tormento durerà cinque mesi (5 moltiplicato per 30 giorni), centocinquanta anni secondo il calcolo profetico che vuole un giorno corrispondere ad un anno.

Una simile depressione è senza precedenti nella storia della chiesa. Il suo inizio è segnato dal grande urto della Rivoluzione francese che fa tremare le fondamenta della chiesa, tanto da imprigionare il papa (1798). La fine di questo periodo si attua completamente nel dopoguerra (1948), quando il papato ha ritrovato la sua sovranità temporale, grazie alla ratificazione dei patti lateranensi (1929). Inoltre, una delle particolarità più salienti della politica del dopoguerra, è l’ascesa di quei partiti detti «democratico-cristiani» attraverso tutta l’Europa; largamente dominati da membri della chiesa cattolica, essi sono stati spesso a capo di governi, detti di coalizione. La chiesa si impone allora sulla scena internazionale su tutti i piani; su quello politico, di fronte al comunismo, nella lotta contro le ingiustizie sociali e su quello religioso, impegnandosi nel dialogo ecumenico.

Certo, si potrebbero fare altri calcoli e dare altri punti di partenza nella cronologia in questione. Ma, quale che sia il risultato, il messaggio è sempre lo stesso. L’irruzione delle cavallette nel cielo della chiesa deve essere letto come un giudizio di Dio che colpisce chi si è macchiato di crimini orrendi. I precedenti esistono nella storia biblica e parlano di giudizio di Dio (Geremia 51:14; Gioele 1:4; Amos 7:1; Salmo 105:34). Questo è il senso particolare dei cinque mesi, un tempo che ricorda il racconto del diluvio, il primo giudizio di Dio, nella storia umana (cfr. Gn 7:24).

Capitolo 9:13-21
I cavalieri

Il sesto schofar risponde al grido del quinto sigillo. Alle voci che piangono davanti all’altare (6:10), fa eco una voce che libera i quattro angeli sull’Eufrate (9:13-14). Ancora una volta, l’avvenimento in esame deve essere letto come un castigo contro l’oppressore, identificato qui chiaramente con Babilonia. Il riferimento all’Eufrate ricorda, nella memoria biblica, la caduta di Babilonia (Geremia 51:59-64, cfr. Isaia 44:27,28; Geremia 50:38). Allo stesso modo, «gli idoli d’oro, d’argento, di rame, di pietra e di legno» (v. 20) ricordano l’idolatria di Babilonia, come essa è ricordata dal profeta Daniele alla vigilia della distruzione di Babilonia (v. 23). «I demoni» (v. 20) e le «loro magie» (v. 21) costituiscono, ugualmente, secondo il profeta Isaia, le caratteristiche di Babilonia e la causa della sua caduta (cfr. 47:12).

Lo schofar precedente aveva sentito la venuta di un potere la cui mentalità arrogante e orgogliosa ricordava lo spirito di Babele. Delle cavallette sorte dall’abisso, con la coda di scorpione, erano state scatenate contro di lui. Il profeta aveva descritto questa minaccia con l’immagine di un esercito a cavallo che corre «alla battaglia» (9:9). Questa armata viene annunciata dal sesto schofar. Anche in questo caso, l’esercito è comparato a dei cavalli che hanno il loro potere offensivo nella coda (v. 19).

Il sesto schofar riprende il filo della storia accennato nel quinto. Il combattimento, qui, s’intensifica. Il nemico di Babilonia diventa più minaccioso. I cavalli del quinto schofar hanno denti di leone. Questa volta, tutta la testa è leonina (v. 17). Il potere malefico dei soldati del quinto schofar si esercita attraverso la coda. Questa volta non solo essa è fatale, ma anche la bocca (v. 19). La corazza dei combattenti del quinto schofar era di ferro (v. 9). Questa volta è del «colore del fuoco» (v. 17). Le cavallette scorpione del quinto schofar si accontentano di ferire senza uccidere (v. 5). I cavalieri del sesto schofar uccidono (9:18). Il fumo del quinto schofar (v. 2) diventa fuoco e zolfo nel sesto (v. 18). Il numero dei nemici è aumentato (9:16).

La battaglia non è mai stata così grave. La forza uscita dall’abisso, laica e anticlericale, si sviluppa oltre ogni previsione. Contro la chiesa e contro tutto ciò che rappresenta in termini religiosi e di fede in Dio, le correnti politiche e filosofiche si moltiplicano e si sostengono a vicenda.

A partire dal XIX secolo le ideologie nate dalla Rivoluzione francese, marxiste, materialiste, evoluzioniste e razionaliste, mettono le basi dì una mentalità che formerà le menti fino ai giorni nostri. Le vedute laiche e atee penetrano ovunque e s’infiltrano anche negli ambienti religiosi per affermare idee che eliminano il concetto di Dio, sostituendolo con la ragione umana e con le sue risorse. É una delle ironie più notevoli della storia. Per aver voluto sostituirsi a Dio sulla terra, la chiesa ha trovato il suo più feroce nemico proprio al centro della terra, nell’abisso che è la negazione di Dio. L’Apocalisse conferma la visione di Daniele. Al capitolo 11 del suo libro, il profeta aveva previsto un confronto tra i due poteri. Il primo viene dal nord, Babilonia, e incarna il movimento d’usurpazione di Dio, che ha caratterizzato, purtroppo, la chiesa attraverso i secoli. L’altro, viene dal sud, l’Egitto, che incarna quei movimenti laici e atei che hanno segnato l’occidente durante l’era moderna e contemporanea.

L’Apocalisse, come Daniele, fa allusione a Babilonia, come all’Egitto. Babilonia si vede nel quinto squillo di Schofar, nella stella caduta; nel sesto squillo, si percepisce nell’associazione con l’Eufrate. Il potere dell’Egitto è ugualmente evocato dalle piaghe. Le cavallette, gli scorpioni, i serpenti, le tenebre, sono altrettanti motivi che richiamano l’esperienza dell’Egitto; in modo particolare nella sua irriducibile negazione di Dio (cfr. Es 5:2). L’Egitto è descritto nel nostro oracolo, soprattutto, per l’allusione ai carri e ai cavalli; nella tradizione biblica, questi elementi sono sempre stati associati alla potenza egiziana (Isaia 31:1-3; 2Re 10:28; Geremia 46:8,9).

Sono quindi le stesse circostanze storiche a essere visualizzate da Daniele, come da Giovanni. Ma le convergenze non si fermano qui. Come in Daniele 11, anche nell’Apocalisse si prevede la vittoria di Babilonia.

I cavalieri del sesto schofar eliminano un terzo degli uomini (Ap 9:18). I due terzi sopravvissuti continueranno nel loro atteggiamento idolatrico, senza pentimenti. Poi, non si dirà più nulla sul nemico, come se fosse stato trascinato dal passo di Babilonia. Come in Daniele 11, la storia termina con la fusione dell’Egitto con Babilonia (v. 43).

Oggi, si può intravedere il compimento della profezia. Gli ultimi avvenimenti lasciano indovinare gli sbocchi di questo antico cammino. La caduta del marxismo e la sconfitta del razionalismo mostrano che sia Daniele sia Giovanni potrebbero avere ragione.

Il processo non ha riguardato solo la cristianità occidentale. Il conflitto tra le forze rappresentate da Babilonia e dall’Egitto esce dai limiti propri della chiesa cattolica e dei movimenti laici nati dalla Rivoluzione francese. L’influsso della Rivoluzione si è esteso al di là delle frontiere religiose e politiche. Lo spirito laico, giudicato come inoffensivo, si è agevolmente inoltrato nelle società cristiane ed è penetrato anche nel giudaismo e nell’islam; fino a produrre anche in quegli ambienti, una passione umanistica e anticlericale. In queste due tradizioni si è cristallizzato un nuovo movimento. In reazione allo spirito critico e razionalista, rigettato per la sua origine occidentale e imperialista, si è assistito al sorgere di movimenti fondamentalisti, sia nel giudaismo che nell’islam. Più che mai, gli ayatollah hanno detto parole importanti per i destini politici delle nazioni. In Iran, in Algeria e in Egitto, come anche in Israele, la politica è stata messa al servizio della religione.

Mentre negli ambienti cristiani, i movimenti laici sono nati in contrapposizione alla religione, qui è avvenuto il contrario. La religione è stata assunta per reagire contro i movimenti laici.

Lo stesso fenomeno comincia a prendere piede in ambienti cristiani occidentali. Anche qui, in reazione alle correnti laiche, nazionaliste e liberali, alcuni movimenti fondamentalisti si sono formati per proclamare il ritorno alle radici e prendere il potere.

Negli Stati Uniti, in particolare, una nuova destra si è posta l’obiettivo di vincere le elezioni e creare un paese più cristiano. La tendenza è presente praticamente in tutta l’Europa. “Rifacciamo l’Europa con Carlo Magno” è il titolo di un articolo, di Marco Politti, apparso su “Repubblica”, il 17 dicembre del 2000, in ricordo dei milleduecento anni dall’incoronazione di Carlo Magno. L’articolo presenta un’intervista a Monsignor Brandmueller, presidente del prestigioso comitato pontificio di scienze storiche, il quale afferma che «il passato cristiano d’Europa è la base su cui costruire il futuro».

Questa storia, in sintesi, si è sviluppata in quattro fasi:

  1. La chiesa prende i connotati dell’antica Babele, si eleva sino a Dio per rappresentarlo sulla terra, imponendosi come Magistero morale e religioso su tutte le coscienze.
  2. Nel XIX secolo, sotto l’impulso della Rivoluzione francese e per reazione alla chiesa, i valori umanistici e laici vengono affermati e sviluppati nel corso del XIX secolo dal marxismo, dal positivismo e dall’evoluzionismo. Profeticamente potremmo dire che l’«Egitto» ha attaccato «Babilonia».
  3. A partire dal XIX secolo fino all’inizio del XX secolo lo spirito laicista si spande nelle differenti culture religiose, paradossalmente, attraverso i canali missionari cristiani, ma anche a causa della politica colonialista dei governi dell’epoca.
  4. Dopo la seconda guerra mondiale, sotto l’impulso dei movimenti d’indipendenza e di rinnovamento nazionale, nel ricordo degli orrori della guerra, si assiste ovunque, in reazione allo spirito nazionalista e liberale, a un certo ritorno ai valori religiosi, tradizionali e nazionali. É il tempo dei best sellers religiosi e dei predicatori che assurgono a star.

Siamo dunque arrivati alla fase 4 del ciclo che annuncia una fase 5 nel corso della quale i due campi sono in procinto di riunirsi nello stesso sforzo di usurpazione dell’autorità di Dio, nello spirito di Babele. I primi sintomi sono già visibili. All’interno stesso della moda del risveglio religioso, si avverte un forte accento antropocentrico che caratterizzava le correnti laiche dell’ottocento. La religione diviene sempre più «umana». Il Dio immanente del «profondo» prende il posto del Dio tra¬scendente della Bibbia che si rivela per sua iniziativa, dall’alto, mettendo in crisi la natura umana.

Questo ritorno alla spiritualità, lo si deve, tra l’altro, al successo del New Age, la cui influenza si esercita su tutte le religioni. Questo nuovo «evangelo» che non rinnega l’antico, viene predicato da personalità cristiane e non cristiane. Padre Teilhard de Chardin, e sulle sue orme «ecoteologi» come Thomas Berry, esaltano la verità della «madre terra». L’evoluzione è interpretata come un «processo sacro» attraverso il quale Dio si sarebbe incarnato nelle pulsazioni della natura.

Dio è in tutto e dappertutto. Da questo presupposto, credere alla relazione tra Dio e la natura, tra i morti e i viventi, il passo è breve; compierlo è facile grazie alla dottrina dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione. Le manifestazioni paranormali, gli astrologi, le comunicazioni con l’aldilà non hanno mai conosciuto tanta popolarità. Tutti questi fenomeni traggono origini da uno stesso spirito. Il Dio creatore che è nel cieli non è più invocato. L’uomo e le potenze che provengono dal basso, lo hanno sostituito.

Sul versante cristiano, questa «ricerca del cosmo sacro» ha trovato un fervente interprete nella persona di Vaclav Havel. Durante un recente discorso tenuto presso l’università di Stanford, il presidente ceco ha sostenuto la tesi di una dimensione spirituale che collegherebbe tutte le culture e, in definitiva tutte le creature umane.

Questo appello a una «democrazia planetaria» non è priva di affinità con l’ideale dell’Internazionale marxista. Ma dopo la caduta del comunismo e sull’onda delle nuove spiritualità, un linguaggio simile acquista un significato particolare. I valori umanistici e antropocentrici si sono uniti ai valori religiosi.

Il mondo dello spettacolo non è estraneo a questo fenomeno. Madonna ha dedicato un canto a Gesù e a Maria nel film di Lelouch. Mescolando il profumo d’incenso con lo splendore dei gioielli, è nata una nuova cultura carica di tutti gli ingredienti della profezia apocalittica. L’Egitto e Babilonia cominciano ad andare proprio d’accordo. Non è ancora tutto determinato. La chiesa, le religioni, sono tutte entità presenti e separate, di fronte ai movimenti laici e atei. Gli indizi sono, nonostante tutto, sufficienti per riconoscere una tendenza e riconoscere il cammino di una storia, così come è stata vista dal profeti della Bibbia. Presto Babilonia ed Egitto danzeranno allo stesso ritmo.

Conclusione

Lo sguardo profetico del settimo schofar, che sarà oggetto nei prossimi studi, segna l’instaurazione definitiva del regno di Dio, prosegue con il castigo delle nazioni e si conclude con l’evento che aveva innescato tutto il processo: la venuta di Gesù Cristo.

Note:
1. Questo studio è stato tratto dal libro di Jacques Doukhan, “Il Grido del Cielo, ed. AdV, 2001

Past. Francesco Zenzale

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