Il numero del nome della bestia

“666”

«Chi ha intendimento conti il numero della bestia, perché è un numero d’uomo e il suo numero è 666» (Apocalisse 13: 18).

666-mark-of-the-beast-artIntroduzione

«Arithmos gar tou anthropou estin» – letteralmente: poiché è una cifra dell’uomo. Può avere questi significati: «è una cifra umana» o «è una cifra di un uomo». La prima traduzione è preferibile, poiché questa visione identifica il mostro che emerge dal mare, che è manifestato come potenza politico-religiosa piuttosto che individuale. La bestia, nel contesto apocalittico, non rappresenta mai una persona, ma un sistema, un potere, una dinastia. Essa però può anche rappresentare, in un momento specifico della storia, una persona che incarni, esprima il sistema, il potere che rappresenta. In questo caso, la seconda traduzione indicherebbe la persona rappresentante l’uomo del peccato, la bestia. Nome di persona, non come individuo, ma come espressione di un’autorità, istituzione. Il numero del suo nome non si riferisce al nome e cognome anagrafico di una persona, come qualcuno ha cercato di fare, ma corrisponde sempre a quello del sistema, del potere che incarna e/o pretende di rappresentare.

Forma letteraria

Un’arte praticata soprattutto dagli ebrei che s’applicava a rappresentare un nome con un numero uguale alla somma delle lettere. Questo metodo era conosciuto però anche sia presso i Greci che presso i Latini sotto il nome di ghematria. Né gli Ebrei, né i Greci, né i Latini avevano i numeri con segni diversi dalle lettere dell’alfabeto. Addizionando le lettere dell’alfabeto, secondo il loro valore numerico, si arrivava a un totale che indicava il nome. Se ne sono trovati degli esempi presso i grafici di Pompei. Un innamorato scriveva: «Amo colei il cui nome è 545», un altro diceva: «Amerimnos serba un buon ricordo della sua diletta Armonia (nome convenzionale), 45 è il numero del suo bel nome».

Spiegazione del numero 666

De Morgan Augustus nella sua opera A Budget of Paradoxes, pubblicata a Londra nel 1872 con una seconda edizione nel 1915, presenta più di cento interpretazione di questo numero.

Ireneo, discepolo di Policarpo, che era stato a sua volta discepolo di Giovanni, diceva: «Se questo nome della bestia avesse dovuto essere apertamente esposto al suo tempo, colui che ebbe le visioni apocalittiche (Giovanni) lo avrebbe fatto conoscere».

Questo è un indizio che ci dovrebbe portare a capire che Giovanni non pensava a qualche personaggio o potere del suo tempo.

Nella Genesi il numero 6 indica la creazione senza il riposo di Dio, la creazione imperfetta; il numero 7 indica la perfezione. Se il triplo di sette indica il massimo della perfezione, il triplo di sei indica il massimo dell’imperfezione anche se vicino alla perfezione. Il potere spirituale di Roma nel suo fasto, nella sua universalità, nelle sue suggestioni è certamente ciò che sulla terra più evoca la maestà di Dio, pur essendone la sua massima caricatura.

Sei «è la fine della creazione senza il completamento della benedizione divina e del riposo sabbatico (dove si ha la benedizione del dialogo nell’adorazione). È l’uomo che arriva al termine dell’evoluzione dove il fine si ferma a se stesso e rifiuta di considerare Dio come il suo scopo supremo perché egli si divinizza».

«Il numero 6 è il simbolo dell’imperfezione e come tale è il numero dell’uomo che non è perfetto. L’uomo mancante e difettoso non potrà mai, con le sue forze, arrivare alla perfezione… Il numero 666 è un numero triplo e rappresenta la massima espressione dell’uomo imperfetto nel suo triplice aspetto di uomo senza timore di Dio, senza dipendenza da Lui, senza comunione con Lui…».

«Una moderna definizione del numero 666 rafforza il concetto del marchio della bestia come personaggio evoluto. Essa è suggerita da Beatrice Neall e accredita alcune sue idee a Hermas Hoeksema e a Hans LaRondelle: “Sei è legittimato quando porta a sette; esso rappresenta l’uomo nella prima notte della sua esistenza che entra nella celebrazione del potere creativo di Dio. La gloria della creatura è giusta se porta alla gloria di Dio. 666, sempre, rappresenta il rifiuto dell’uomo di procedere verso il sette, di dare gloria a Dio come Creatore e Redentore. Esso rappresenta l’uomo fissato a se stesso, l’uomo che cerca la gloria in se stesso e nelle sue proprie creazioni. Essa parla della pienezza della creazione e di tutto il potere creativo senza Dio… la pratica dell’assenza di Dio. Esso dimostra che un uomo non rigenerato è persistentemente malvagio. Le bestie di Apocalisse XIII rappresentano l’uomo che esercita la sua sovranità lontano da Dio, l’uomo conformato all’immagine della bestia piuttosto che all’immagine di Dio. L’uomo lontano da Dio diventa bestiale, demoniaco… Il marchio della bestia quindi è un rifiuto della sovranità di Dio… il principio del sabato è designato per incoraggiare l’uomo a cercare la sua dignità non in se stesso o nella natura, ma nella comunione con Dio e nella partecipazione al riposo di Dio. È il sabato che, tra la creatura e il Creatore, rivela chi merita adorazione e colui al quale non è dovuta. È il sabato che dimostra la sovranità di Dio e la dipendenza dell’uomo. Il 666, per contro, è il simbolo dell’adorazione della creatura piuttosto che del creatore”».

«Nella tradizione biblica il numero 6 è riferito all’uomo creato nel sesto giorno, l’uomo che non è ancora entrato nella comunione religiosa con Dio, l’uomo senza Dio. Il numero 6 simboleggia l’orgoglio umano che non tiene conto di Dio. Il numero 6 è ripetuto tre volte, e questo ritmo di tre accresce ancora l’intenzione di usurpazione delle dignità divina. Poiché tre è il numero di Dio. Ripetere tre volte il numero 6 è elevare l’uomo al livello del Dio “tre volte santo” (Isaia VI:3; Apocalisse IV:3)».

Identificazione

Indubbiamente in questo numero si nasconde l’’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo che è Dio (2Tessalonicesi 2:3-8).

Ireneo, già nel II secolo, aveva identificato il «piccolo corno» del profeta Daniele, con «l’uomo del peccato» di Paolo e la «bestia» di Apocalisse XIII.

Secondo S. Girolamo (nel 407 d. C.): “Il nuovo corno (Daniele 7) […] è l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, quanto che ha il coraggio di piazzarsi nel tempio di Dio proclamandosi lui stesso Dio (2Tess. 2:3-4)…(è) l’anticristo, infatti ingaggerà battaglia contro i santi e li vincerà e salirà a un tale grado di superbia da tentare persino di cambiare le leggi di Dio e le pratiche cultuali; anzi si eleverà al di sopra di tutto ciò che è Dio e religione, sottoponendo ogni cosa al suo potere…L’anticristo, ossia il piccolo corno che proferiva parole grosse…deve essere annientato per sempre” (Girolamo su Daniele, pp. 107,111).

Pertanto questa cifra simboleggia una potenza diabolica, ostile a Dio e alla sua chiesa.

“VICARIUS FILII DEI”.

«Vicarius filii Dei». Questa espressione, per una strana coincidenza, ha lo stesso significato del nome aborrito dell’Anticristo. Anticristo, all’origine significa un pro-Cristo, o un delegato del Cristo, o un falso Cristo, che usurpa la sua autorità e che agisce al suo posto».

Il titolo che ha unito la storia di 150 papi è stato: VICARIUS FILII DEI. Questo titolo è riportato per la prima volta nel documento delle false “donazioni di Costantino” creato negli Uffici Vaticani negli anni 750. Con quel documento papa Adriano ricordava a Carlomagno ciò che Costantino avrebbe donato alla Chiesa e come i re avrebbero dovuto relazionarsi con il Vescovo di Roma. Questo documento inizia con le parole: «Sembra utile, a noi e a tutti i nostri satrapi, al senato unanime, all’aristocrazia e a ogni popolo sottomesso al glorioso impero di Roma, che, sull’esempio del beato Pietro, che è stato stabilito sulla terra come “vicario del figlio di Dio” (sicut beatus Petrus in terris Vicarius Filii Dei esse videtur constitutus), i pontefici che esercitano questa funzione al suo posto, ottengano, concessa da noi e dal nostro impero, una potenza sovrana superiore a quella che possiede qui sulla terra la nostra benevola serenità imperiale».

Sembra che il titolo di Vicarius Filii Dei fosse riportato sulla tiara che il papa aveva sul capo nel giorno di Pasqua del 1845.

Il giornale cattolico Our Sunday Visitor, del 18 aprile 1915, alla domanda: «“Quali sono le lettere che si suppone siano sulla tiara del papa, e che cosa significano?” Risponde: “Le lettere iscritte sulla mitra del Papa sono queste: VICARIUS FILII DEI, cioè Vicario del Figlio di Dio. I cattolici sostengono che la Chiesa, società visibile, debba avere un capo visibile”».

Conclusione

Indipendentemente dal numero 666 e la sua associazione a «Vicarius Filii Dei», è possibile identificare il potere anticristiano che si presenta come una bestia (mostro) che sale dal mare, esaminando tutti gli elementi storici e simbolici che Giovanni, richiamandosi a Daniele 7, presenti nel capitolo 13 dell’Apocalisse.

Pertanto, si ritiene pura speculazione giocare sul numero per cercare di capire chi si nasconde dietro. Ė un numero d’uomo, ovvero un’istituzione molto umana pur presentandosi con caratteristiche religiose.

Past. Francesco Zenzale

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