Interludio: i due testimoni

Capitolo 11

0509085I due testimoni

La visione seguente mette Giovanni nuovamente a confronto con l’esperienza profetica di Ezechiele. Come lui, riceve una verga per misurare il tempio della Gerusalemme futura (cfr. Ap 11: 1; Ez 40:3). Questo gesto simbolico diventa chiaro quando lo si mette in parallelo con il ciclo dei sigilli.

Dopo l’apertura del sesto sigillo, la serie si era interrotta per consentire a Dio di segnare il suo popolo, esperienza che gli consentirà di vivere in tempi difficili (7:3). Allo stesso modo, dopo lo squillo del sesto schofar, il profeta si ferma a misurare il tempio di Dio annunciandone la restaurazione (cfr. 11: 1; Ez 2:2).

Più esattamente, Giovanni deve misurare «l’altare» e contare «quelli che vi adorano». La visione si applica al popolo di Dio attraverso la storia. Questo popolo ha ricevuto la missione di «profetizzare» (11: 3). La sua missione è simile a quella del popolo di Dio dei tempi ultimi: testimoniare della rivelazione che viene dall’alto. Mentre in precedenza la testimonianza verteva su Daniele e l’Apocalisse, ora, arrivati alla fine della storia umana, la testimonianza si allarga all’intero messaggio biblico. L’oracolo paragona questo popolo «profetico» a «due testimoni» (11:3) e spiega: «Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra» (11:4).

Il profeta Zaccaria riporta un’analoga immagine di due olivi e di un candelabro (4:1-6,11-14). Alla domanda del profeta: «Che significano queste cose?» (v. 4), l’angelo risponde: «Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio, dice il SIGNORE degli eserciti» (v. 6).

La spiegazione dell’angelo si basa sul rapporto tra l’olio d’oliva e il candelabro. Come il candelabro illumina grazie all’olio versato dall’alto, così la parola profetica rischiara grazie allo Spirito che scende dall’alto.

Nella Bibbia, la parola di Dio è spesso paragonata alla luce. Il salmista ne trae un principio dinamico proprio del cammino verso Dio: «La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero» (Sal 119: 105). I proverbi compongono giochi verbali per riferire la torah, la legge di Dio rivelata, alla luce, ór (cfr. Pr 6:23); le due parole derivano dalla stessa radice. Nel Nuovo Testamento «Dio è luce» (1 Gv 1:5) e, quando Gesù si identifica con la luce, egli la riferisce alla via (cfr. Gv 8:12) nello spirito del Salmo 119, facendo, in questo modo, allusione alla «torah», la rivelazione di Dio.

All’immagine dell’ulivo e del candelabro si aggiunge un’altra identificazione dei due testimoni. I miracoli che essi compiono ricordano due personaggi importanti dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia. Mosè è ricordato per il miracolo delle acque mutate in sangue e delle piaghe che colpiscono la terra (cfr. 11:6; Es 7:14-18). Elia è ricordato dall’evento del fuoco che divora il nemico e della pioggia sottomessa al controllo (cfr. 11:5,6; 1 Re 19:10; 17:1).

Ora, il solo testo dell’Antico Testamento che associa questi due personaggi si trova in Malachia, l’ultimo profeta canonico delle Scritture ebraiche. «Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo, al quale io diedi sull’Oreb leggi e precetti, per tutto Israele. Ecco, lo vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del SIGNORE, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio» (4:4-6).

Il testo in questione è orientato in due direzioni diverse e opposte; la prima si riferisce a Mosè e guarda, di conseguenza, al passato. È un appello alla memoria, alla fedeltà all’antico patto stipulato tra Dio e il suo popolo. Mosè rappresenta l’Antico Testamento. Per i cristiani contemporanei di Giovanni, Mosè era associato alla rivelazione del primo patto (Matteo 23:2; Giovanni 1:17; Atti 15:21).

Secondo la tradizione ebraica, Mosè era all’origine di tutto l’Antico Testamento. «Mosè ricevette la Torah sul Sinai e la trasmise a Giosuè. Giosuè la trasmise agli anziani, gli anziani ai profeti e i profeti ai membri della grande Assemblea» (Pirqey Aboth 1: 1).

La seconda direzione si riferisce a Elia ed è orientata verso l’avvenire. Si tratta della promessa della venuta del Messia e incoraggia la speranza. I cristiani dell’epoca di Giovanni associavano Elia alla venuta del Messia (Luca 1:13-17, Matteo 17:10-13). Lo stesso fa la tradizione giudaica. Le leggende che si tramandano, i gesti liturgici durante le sere pasquali del seder, i canti nostalgici del Shabbat sul far della sera «sono pieni dell’attesa del Messia».

Come Mosè riporta alle radici dell’Antico Testamento, Elia chiama alla speranza messianica del Nuovo Testamento.

Per Giovanni, nutrito alle sorgenti giudeo-cristiane, l’allusione a Mosè ed Elia non è casuale. Essa è carica di allusioni alle due rivelazioni di Dio, che comunemente sono chiamate Antico e Nuovo Testamento. I due testimoni sono qui presenti e giocano un ruolo nel processo profetico.

Tramite questo doppio riferimento scaturisce la lezione del rispetto per tutta la Bibbia. La complementarietà dei due testimoni è ancora una volta testimoniata e sottolineata. Senza l’Antico Testamento, che profetizza la venuta del Messia e pone i principi fondamentali di una vita ispirata alla legge di Dio, proveniente dall’alto, non sarebbe possibile né riconoscere il Messia, né comprendere il suo messaggio, né riceverlo. Senza il Nuovo Testamento, che compie le profezie e rivela il senso profondo della legge dall’alto, non si potrebbe comprendere l’intenzione delle antiche istituzioni ebraiche né cogliere l’orientamento delle profezie messianiche.

Ma, al di là di questi due documenti ispirati, l’immagine dei due testimoni si applica ai popoli che li hanno trasmessi. Infatti, il profeta vede, prima di tutto, degli uomini e delle donne che profetizzano e che soffrono (Ap. 11:3,7).

Occorre, innanzitutto, pensare al popolo ebraico, che ha portato nella propria carne e al ritmo della sua esistenza quotidiana, la testimonianza della legge che viene dall’alto. Essi hanno conservato coscienziosamente e appassionatamente le Sacre Scritture ebraiche con le profezie, specialmente quelle di Daniele.

Sono stati gli ebrei fedeli, quelli che hanno pagato con la loro vita o con lacerazioni sociali e affettive, per il solo fatto di essere ebrei. Ma occorre anche pensare alla chiesa, quella che ha portato al mondo la buona notizia della salvezza e dell’amore di Dio e ha fatto conoscere il nome di Gesù Cristo, che ha conservato con cura e competenza gli scritti del Nuovo Testamento; con le sue profezie, con l’Apocalisse. Pensiamo a quei cristiani che hanno conosciuto il martirio e sono morti per aver proclamato la loro fede, rifiutando ogni compromesso.

Senza questi due popoli, noi non avremmo potuto accedere alle Sacre Scritture, all’Antico e Nuovo Testamento né alle verità di cui sono carichi. Senza di loro, persone in carne e ossa, inseriti in una cornice storica, questi documenti sarebbero rimasti lettera morta e ridotti a pezzi da museo.

In definitiva è perché l’uno o l’altro di questi testimoni, è stato trascurato, ignorato o addirittura rigettato, che si è reso necessario il fatto che Israele e la chiesa, sopravvivessero insieme, testimoni complementari per il mondo, ma anche utili reciprocamente.

Ignorare una di queste due testimonianze conduce inevitabilmente a una deformazione, se non a un’amputazione della rivelazione di Dio. Essi, non soltanto si illuminano a vicenda, ma anche si completano, portando una verità che manca all’altro.

Il principio dell’unità e della complementarietà dei due testimoni è fondamentale per la comprensione del libro dell’Apocalisse. Senza il libro di Daniele, l’Apocalisse rimane oscuro, non soltanto a causa delle sue allusioni e referenze a questo libro, ma perché si situa idealmente sulla stessa linea, utilizzandone il linguaggio e la stessa simbologia, riferendosi allo stesso filone di avvenimenti.

Ne abbiamo un esempio eloquente in quelle cronologie, periodi di tempo, che richiamano il calendario profetico di Daniele (Ap 11:2,3). In entrambi si parla di oppressione che deve durare milleduecentosessanta giorni profetici, l’equivalente di quarantadue mesi (42×30). Daniele prevede una persecuzione che durerà «un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo» (Dn 7:25).

L’analisi di questa espressione nel contesto del libro di Daniele rivela che il profeta pensa a un anno (360 giorni), due anni (360×2) e la metà di un anno (360:2), per un totale di milleduecentosessanta giorni-anni.

Per descrivere questo tempo di persecuzione, Giovanni utilizza un linguaggio che richiama quello di Daniele: «…le nazioni… calpesteranno la città santa» (Ap 11: 2), come il piccolo corno calpesterà i santi (Daniele 8: 10).

Si tratta, dunque, dello stesso avvenimento visto da due profezie. La storia mostra, in effetti, che per milleduecentosessanta anni, a partire dal 538 a.C., data nella quale la chiesa diventa un potere temporale, fino al 1798, data in cui esso viene duramente scosso, i testimoni delle Scritture vengono costantemente colpiti. Durante tutto questo tempo, ci dice l’Apocalisse, i due testimoni profetizzano «vestiti di sacco» (11:3), precisa, in seguito, che essi saranno colpiti a morte dalla «bestia che sale dall’abisso» (11:7).

Il luogo del dramma si colloca in un senso spirituale (11:8) in rapporto a tre luoghi che hanno segnato la storia biblica: «La grande città», cioè Babilonia (14:8), che personifica l’usurpazione dell’autorità di Dio; l’Egitto, che rappresenta la negazione di Dio; e Sodoma che incarna la degradazione morale e l’ignoranza di Dio. In questi luoghi Dio è morto; è stato sostituito, negato o semplicemente ignorato.

Perseguitando i testimoni di Dio, in realtà si è colpito più in alto. Il crimine è assimilato ad un vero e proprio deicidio. L’accusa è portata in modo esplicito dall’Apocalisse che vede in questo luogo un altro Golgotha, «dove anche il loro Signore e stato crocifisso» (11:8).

Nel vento della Rivoluzione francese, che è rappresentata dalle forze che salgono dall’abisso (9: 1,2), non soltanto la religione ufficiale viene attaccata, ma anche tutto ciò che la ricorda o la ispira. Il nuovo culto della Ragione promuove la distruzione delle Scritture e la negazione di Dio. Sulle pubbliche piazze, i libri considerati come sacri, dai cristiani come dagli ebrei, vengono bruciati. La seguente testimonianza è riportata da un giornale dell’epoca: «Ieri, giorno della Decade sono state cancellate le ultime tracce della superstizione: una grande catasta di legna alzata sulla piazza era cosparsa da una moltitudine d’immagini e di quadri portati via dalle chiese. La folla ha buttato sulla legna circa seimila volumi cosiddetti religiosi; mentre lo faceva cantava degli inni repubblicani. Persino degli ebrei presenti in città sono venuti a portare libri sacri rinunciando alla loro ridicola attesa del Messia. La massa dei libri portati era così tanta che il fuoco acceso arde ancora alle dieci di questa mattina» (Le Moniteur. 1.mo tr., anno II.).

Nel novembre 1793, la Convenzione promulgò un decreto che aboliva tutti i culti. Per la prima volta, nella storia della chiesa, è proclamata la fine della religione cristiana: «La ragione ha riportato una grande vittoria sul fanatismo; una religione di errori e di sangue è stata annientata; dopo diciotto secoli essa non ha causato che dei mali per la terra e nonostante questo è stata chiamata divina! I vespri siciliani, il massacro di San Bartolomeo, le Crociate, i Valdesi, ecco le sue opere, ecco i suoi trofei: che essa sparisca dalla faccia della terra» (Le Moníteur, 14 novembre 1793).

Scrisse Edgard Quinet nella sua “Philosophie de l’ Histoire”: «Ci fu qualcosa di più odioso dei supplizi. Voglio dire i disprezzi, le brutalità, gli oltraggi verso le convinzioni. Si davano otto giorni a una popolazione per convertirsi: dopo di che la sciabola. Si rideva di queste anime dopo averle fiaccate. Il duca di Noailles scriveva a Louvois: ‘Il numero dei religionari di questa provincia è di 240.000. Io credo che alla fine del mese tutto sarà finito.’ Mai un simile cinismo nella persecuzione. L’ateismo doveva uscire da lì; Bayle ebbe il merito di annunciarlo per primo. Luigi XIV, Louvois, Tellier (gesuita, confessore del re) estirparono Dio… Il XVIII secolo continuò a massacrare, a impiccare, a strangolare, per divertimento… Così il Terrore è stato l’alleato fatale della storia della Francia».

La storia ha dei risvolti ironici. La chiesa che ha soffocato la testimonianza delle Scritture, ha prodotto per reazione la Rivoluzione francese che ha bruciato le Scritture. La chiesa ha negletto la rivelazione che viene dall’alto, ha perseguitato e di fatto generato il suo proprio distruttore che in un attimo ne ha carpito l’anima; la Parola di Dio è stata rigettata.

La cronaca profetica degli avvenimenti contiene una lezione spirituale spesso ripetuta dall’Apocalisse: l’iniquità genera spesso il suo proprio giudizio. Ma l’Apocalisse guarda ancora più lontano. A questo giudizio immanente si unisce un giudizio dall’alto il cui effetto è duplice. Da una parte un terremoto scuote «la città» (11: 13), un luogo già definito come «la grande città», cioè Babilonia. Il potere, l’usurpatore riceve un terribile colpo.

Siamo nel 1798, nel momento in cui la chiesa, attaccata da due lati, vede il suo capo politico e spirituale, il papa, messo in prigione. Pertanto, la vitalità della chiesa non è per questo diminuita. Secondo la profezia, solo «la decima parte della città crollò e settemila persone furono uccise» (11: 13). Queste due misure hanno un significato ben preciso nella tradizione biblica. La decima simboleggia una grandezza minima (Isaia 6:13; Levitico 27:30); questo significa che il colpo è inferto su una piccola parte della città. Le «settemila persone», nella memoria biblica, sono associate all’idea di «resto» (1Re 19:18; 20:15); ciò significa che questo potere politico e religioso si rimetterà molto presto da simile aggressione, perché il colpo ricevuto non è stato mortale.

D’altra parte, il popolo di Dio e i testimoni ritornano in vita. L’avvenimento è riferito in un linguaggio che evoca il miracolo della risurrezione. Dopo l’allusione alla crocifissione di Gesù, il testo allude alla sua risurrezione. L’idea è già presente nei «tre giorni e mezzo» che ricordano la durata del soggiorno di Gesù nella tomba prima della sua risurrezione (cfr. Mc 9: 31; Gv 2: 19-22). «… uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro; essi si alzarono in piedi» (Ap 11: 11). É anche il messaggio con¬tenuto nel meccanismo di questa restaurazione che ricorda il miracolo della risurrezione descritto in Ezechiele 37: 5,9,10. Nello stesso tempo, il seguito degli avvenimenti evoca l’ascensione di Gesù dopo la sua risurrezione: «Essi salirono al cielo in una nube» (v. 12; cfr. Atti 1:9).

In effetti, a partire dagli anni 1797-98, nel momento in cui la chiesa è colpita e tre anni e mezzo dopo la proclamazione della morte della religione cristiana, per la prima volta viene indirizzato un appello alla tolleranza e alla libertà di tutti i culti. Lo scrittore e uomo politico Camille Jordan fu uno dei primi ideologi della Restaurazione; egli scrisse nel maggio 1797 al consiglio dei Cinquecento: «La fede in Dio è una garanzia di ordine e di stabilità per lo stato, cosa che nemmeno le migliori leggi sono capaci di fare. Che tutti i nostri concittadini siano dunque oggi pienamente rassicurati: che tutti, cattolici, protestanti, credenti e non credenti, sappiano che è la volontà del legislatore, come l’auspicio della legge, che essi seguano in tutta libertà la religione che il loro cuore ha scelto. Io rinnovo loro, a nome vostro, la sacra promessa che tutti i culti saranno liberi in Francia» (J. Vuilleumier, L’Apocalypse, Dammarié-lès-Lys, 1941, p. 177).

Da quel momento inizia un movimento di ritorno alle Scritture. Dopo appena un anno dalla frase di Voltaire che prediceva la sparizione della Bibbia votandola a una sorta di «calendario dell’anno scorso», il Sacro testo ritrovava un posto preponderante nella cultura e nei cuori. I due testimoni sono rimessi in piedi al momento dovuto, esattamente tre giorni profetici e mezzo, tre anni e mezzo dopo la loro morte. I testimoni sono risuscitati e ancora oggi sono vivi e vegeti. La Bibbia è diventata il più grande best-seller di tutti i tempi. Quanto a Israele e alla chiesa, essi sono sopravvissuti più dinamici che mai. Israele all’olocausto e la chiesa alle ideologie atee.

La settima tromba

Il settimo schofar annuncia il «terzo guaio» (11: 14) che colpirà durante gli ultimi momenti della storia umana. L’avvenimento è descritto come un tempo della fine. Nel corso della visione precedente, il settimo schofar è atteso come la realizzazione del «mistero di Dio» (10:7). L’espressione è familiare nel linguaggio biblico-apocalittico (Apocalisse 1:20; 17:5-7; Daniele 2:22); essa si applica al senso nascosto della storia. Paolo la utilizza per descrivere l’atto finale dell’azione di Dio nella storia (Romani 16:25,26; cfr. Colossesi 1:25,26). Poiché è solo alla fine dei tempi che il mistero sarà svelato, al compimento della profezia in questione. Il settimo schofar fa dunque da specchio al sesto sigillo. Entrambi si rapportano agli stessi avvenimenti esprimendosi nei medesimi termini: questo è il tempo dell’ira di Dio e del giudizio delle nazioni (cfr. 11:18; 6:15-17). I due passi hanno una prospettiva, comunque diversa. Il sesto sigillo illumina uno scenario terrestre, mentre il settimo schofar si apre a una prospettiva celeste. Nel sesto sigillo, la visione parte dalla terra e progredisce verso l’avvenire, per culminare nel cielo, dove Dio regna sul suo trono. Nel settimo schofar, la visione parte dal cielo per finire sulla terra, un processo logico tipico del pensiero ebraico.

La visione presenta quattro fasi.

La prima concerne il momento in cui delle voci tonanti gridano che tutto è compiuto. «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli» (11: 15). Un raffronto con il capitolo 4 rivela un certo numero di temi in comune. É la stessa cerimonia di adorazione e sono gli stessi attori. Anche in questo passo abbiamo «ventiquattro anziani che siedono sui loro troni» (11:16; cfr. 4:4), anche qui, Dio è invocato con lo stesso titolo: «Dio onnipotente, che sei e che eri» (11:17; cfr. 4:8). Solo la menzione del «Dio che viene» di Apocalisse 4:8, è assente in Apocalisse 11:17. La sola spiegazione per questa omissione è che la parusia è già avvenuta, in quel momento.

La seconda riguarda il giudizio dei morti che significa «la distruzione» dei malvagi, «le nazioni adirate» che «distruggono la terra» (11: 18). La profezia riporta a una visione ulteriore dell’Apocalisse (20: 12-15), che colloca questo avvenimento dopo i mille anni. Nei due testi si parla, difatti, di giudizio dei morti utilizzando lo stesso linguaggio «grandi e piccoli». «E vidi i morti, grandi e piccoli in piedi davanti al trono. I libri furono aperti, e fu aperto anche l’altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro» (20:12).

La terza si riferisce al giudizio dei «santi» che porta alla loro ricompensa (11: 18). La visione fa qui allusione al momento della parusia, quando Gesù Cristo verrà a prendere i suoi, un avvenimento che precede i mille anni. Anche qui, la visione rimanda a un passo ulteriore sulla base di temi comuni: «Ecco, io sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere» (22:12). In effetti, i due giudizi sono dipendenti l’uno dall’altro: nel distruggere «coloro che distruggono la terra», Dio salva la terra.

La quarta fase riguarda il tempio di Dio e l’arca del patto. L’arca dell’alleanza, che era collocata nella misteriosa oscurità (1 Re 8:12) del Santo dei Santi (debìr) e poteva essere vista unicamente dal sommo sacerdote una volta all’anno, nel giorno della riconciliazione (jom Kippùr), si presenta adesso visibile a tutti, e circondata dai segni caratteristici che nell’Antico Testamento preannunziavano la presenza e la parola di Dio.

I comandamenti di Dio, contenuti nell’arca, espressione del carattere di Dio, che è amore, calpestati per secoli dal piccolo corno o dal potere politico/religioso (Daniele 7:25) ostile alla volontà di Dio, e/o ritenuti dalla stragrande maggioranza delle comunità religiose, non più adeguati ai tempi d’oggi, rifulgono della stessa luce sinaitica. Dio non cambia! «Egli è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13:8). La legge di Dio, legge di libertà, nel giorno del giudizio diventa strumento di giudizio.

«Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: “Non commettere adulterio”, ha detto anche: “Non uccidere”. Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà. Perché il giudizio è senza misericordia contro chi non ha usato misericordia. La misericordia invece trionfa sul giudizio» (Giacomo 2: 10-13).

Il vecchio patto era stato stipulato mediante il sangue dell’agnello, dove la legge ne indicava le esigenze morali e spirituali; così anche il nuovo patto, che è stato suggellato col sangue di Gesù Cristo. Al suono del settimo schofar, il tempo dell’attesa è compiuto, il mistero di Dio s’è realizzato ed Egli viene adorato dai ventiquattro anziani:«hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno» (Apocalisse 11: 17); non c’è più bisogno di sangue da spargere, è già stato sparso una sola volta per sempre (Ebrei 10:10) sul Golgota, e, grazie al quel sacrificio, i figli di Dio vivono in armonia con Dio e la sua legge «santa, giusta e buona» (Romani 7:12), per l’eternità.

Past. Francesco Zenzale

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