Interludio: L’angelo e il libro

Capitolo 10

angeloL’angelo e il libro

Dopo il sesto schofar il profeta fa una pausa, come era accaduto dopo il sesto sigillo. Questa introduce il settimo schofar. Come nella serie dei sigilli, l’interludio si svolge nella dimensione di Dio.

Il passo inserito tra la sesta e la settima visione delle trombe fa salire la tensione al massimo, giacché dopo il settimo ed ultimo squillo di tromba «non vi sarà più indugio» e si «compirà il mistero di Dio» (Ap 10:6ss).

Questo inserto di transizione si suddivide in due gruppi di testi e di motivi: la visione del libro e l’evento storico che viene annunciato e la visione dei tempio e dei testimoni che considereremo nella prossima conferenza.

L’angelo di luce

Alla stella caduta, angelo dell’abisso che richiama il nulla e la morte (cfr. Ap 9:1,2) si oppone, ora, un angelo potente di luce che guarda al Dio creatore (cfr. 10:1). L’arcobaleno sulla sua testa è il segno dell’alleanza tra il Dio dell’universo e l’uomo (Gn 9:12,13). I suoi piedi, posati successivamente sul mare e sulla terra (cfr. Ap 10:2,5), ricordano l’azione creatrice di Dio, la quale si attua, prima sulle acque (cfr. Gn 1:1-8), poi, sulla terra (v. 9 e ss.). Questo personaggio ricorda il Figlio dell’uomo della prima visione dell’Apocalisse. Come lui, ha il volto che splende come il sole (10:1; 1:16), i suoi piedi ardono come il fuoco (10:1; 1:15), la sua voce è come il tuono (10:3; 1:15). Come lui, scende sulle nuvole del cielo (10:1; 1:7).

Ma, quando si considera la visione nel suo insieme, la memoria va al profeta Daniele. Al capitolo 12 del suo libro. Daniele riporta la visione di un personaggio in piedi, sulle acque, che alza le mani verso il cielo che giura «per colui che vive in eterno» (v. 7). Questo solenne giuramento dell’uomo vestito di lino risponde alla domanda di un altro essere celeste: «Quando sarà la fine?» (v. 6). La risposta non è completamente soddisfacente, tanto che Daniele non comprende; la cosa obbliga l’uomo vestito di lino a precisare che quelle parole sono sigillate «fino alla fine dei tempi» (v. 13).

É qui l’ultimo periodo della profezia e, di conseguenza il solo che contiene la risposta completa e definitiva alla domanda «fino a quando?» Solo questo periodo profetico conduce a quel «fine dei tempi». Infatti, il tempo della fine era già stato l’oggetto di una rivelazione precedente.

Il capitolo 8 del libro di Daniele riporta la stessa visione dei due personaggi celesti che dialogano. Anche in questo caso l’incontro prende il via con la domanda «fino a quando?» (v. 13). Nuovamente, la risposta conduce al tempo della fine. E un periodo profetico viene tracciato.

In Daniele 8, il «tempo della fine» che risponde alla domanda «fino a quando?» è posto al termine di duemilatrecento sere e mattine, cioè nel 1844, ed è descritto come una festa dell’espiazione e purificazione del santuario (vedi: lezioni su Daniele «Il gran perdono»).

É da notare come il personaggio celeste che annuncia questo Kippur del tempo della fine è vestito con l’abito di lino finissimo, proprio del sommo sacerdote, durante la festa dell’espiazione. Questo tempo di giudizio (a partire dal 1843-44) è la risposta alla domanda «fino a quando?», grido dei martiri del quinto sigillo (Ap 6:10).

È il tempo definito dal profeta Daniele come «tempo della fine» (Daniele 8:17,19,26). Ora, questo tempo è appunto quello che è attraversato dal suono del sesto schofar. Si comprende bene, adesso, il senso di questa parentesi letteraria. Essa è un modo per situare la visione dell’angelo di luce nel tempo. Il profeta Daniele aveva avvertito che la sua visione sarebbe stata sigillata «sino al tempo della fine» (12:9). L’angelo dichiara, ora, che «questo tempo della fine» è arrivato e non ci sarà «più indugio» (10:6). Il tempo del sesto schofar segna il momento in cui la profezia di Daniele è aperta, la si può comprendere.

Il libro

Per meglio esprimere questa verità, Giovanni si alza e, per ordine di una voce celeste e in seguito dell’angelo, s’impadronisce del «libro… aperto» che è nelle mani dell’angelo e lo mangia (Ap 10:8,9). Questo gesto è significativo: la parola è ricevuta e assimilata. «Il libretto» rappresenta dunque il libro di Daniele che, dopo essere stato sigillato per molto tempo, è infine «aperto» e mangiato (cioè, letto e compreso).

L’esperienza del profeta dell’Apocalisse ricorda quella di Ezechiele: anche lui udì la voce dello stesso angelo di luce (cfr. 1:28; cfr. Ap 1:2-15) che gli ordina di mangiare un libro (cfr. Ez 3:1). Questo gesto strano è spiegato dai versetti seguenti. Indica il ministero del profeta che, dopo aver «assimilato» il contenuto del libro, lo comunica ai suoi contemporanei (vv. 2-6).

Il parallelo fra i due testi non si ferma qui. Come Giovanni, Ezechiele trova il libro «dolce come del miele» (v. 3; cfr. Ap 10:9, 10). Come per Giovanni, l’esperienza è ambigua. Alla dolcezza si mescola un retrogusto amaro. Questo libro contiene «lamentazioni, gemiti e guai» (Ez 2:10). La ragione di questa ambiguità risiede nella natura stessa del messaggio profetico da trasmettere al popolo. Si tratta, nello stesso tempo, di un messaggio di giudizio e di restaurazione.

Il giudizio di cui parla Ezechiele è diverso dagli altri annunciati fino a quel momento dai suoi predecessori: «La fine viene» (7:2,3,6). Ezechiele, profeta dell’esilio, annuncia la venuta imminente del giudizio di Dio. La distruzione di Gerusalemme è alle porte. Il profeta è posto in Israele come una sentinella che grida e avverte il popolo del disastro imminente. Ezechiele non si accontenta di predicare la notizia per mezzo di oracoli, parabole e gesti simbolici (cfr. 33:2). Il profeta vive l’avvenimento doloroso, sulla sua propria carne. Sua moglie, «la delizia» dei suoi occhi, muore (24:15-27). Egli porterà il lutto per tre anni; il tempo dell’assedio di Gerusalemme, fino alla sua caduta (33:22).

Da un altro lato, oltre agli avvertimenti di morte e di distruzione, Ezechiele annuncia la promessa della restaurazione. Il ritorno degli esuli è profetizzato, le tribù d’Israele saranno nuovamente riunite (37:21). La città di Gerusalemme sarà ricostruita (40-48). Il paese rifiorirà (47:12). Gli uomini e le donne avranno un cuore nuovo. La profezia vede l’avvenimento come una vera risurrezione. Le ossa, toccate dalla parola di Dio si ricopriranno di carne, di nervi, di pelle, si alzeranno e torneranno in vita (cap. 37). Il miracolo della creazione è nuovamente proclamato. Come in Genesi 2:7, lo Spirito soffia per far vivere la polvere della terra (37:9). Questo doppio messaggio, dolce e amaro nello stesso tempo, di giudizio e di creazione, si trova nell’Apocalisse e trova un’eco in Ezechiele. Questo è il messaggio per eccellenza contenuto nella festa dell’espiazione.

Le luci di Daniele e di Apocalisse convergono per rivelare il carattere del tempo della fine. In Daniele, questo tempo è esplicitamente designato quale festa dell’espiazione, cioè, un tempo ambiguo di speranza che annuncia, contemporaneamente, il giudizio e la ricreazione del mondo. Nell’Apocalisse, questo tempo è descritto attraverso la visione del profeta che mangia il libro di Daniele e lo trova sia dolce che amaro.

I libri di Daniele e Apocalisse si completano. Il fatto stesso che il profeta Giovanni sia chiamato a mangiare il libro di Daniele è significativo e parla di una relazione di interdipendenza tra le due rivelazioni.

Questo reparto acquista tutto il suo senso quando, dopo aver avvallato il libro, Giovanni è chiamato a profetizzare «su molti popoli, nazioni, lingue e re» (10:11). La stessa frase la ritroveremo in seguito, al capitolo 14, per caratterizzare la missione del messaggero profetico dei tempi della fine, anche lui chiamato a parlare «ad ogni nazione, tribù, lingua e popolo» (v. 6). Anche in questo passo il messaggio è centrato sul giudizio e sulla creazione (14:7-11). Il popolo di Dio del tempo della fine, impersonato da Giovanni che ha assimilato il libro di Daniele, è annunciato come un popolo di profeti la cui missione è di portare al mondo il messaggio di Daniele riassimilato dall’Apocalisse.

Il risveglio nel mondo cristiano

Cerchiamo di conoscere più nel dettaglio le caratteristiche del risveglio profetico – spirituale annunciato da Daniele e da Giovanni riguardante il «tempo della fine» che risponde alla domanda «fino a quando?» ed è posto al termine delle duemilatrecento sere e mattine, vale a dire nel 1844.

Nella prima parte del XIX secolo, sia in Europa che in America, gli studiosi evidenziano l’apparizione di un singolare e potente risveglio dello studio delle questioni finali. Degli scritti che proclamano l’avvicinarsi del ritorno del Signore appaiono in Inghilterra sotto la penna di Thomas Newton, vescovo di Bristol, di Edouard Irving, di Masso, d’Elliott, di Keith; in Germania, in Svizzera, in Olanda, in Francia, sotto i nomi del celebre commentatore Bengel, di Hentzepeter, di Lacunza, di P.J. Agier, di Louis Gaussen, ecc.

Agli scritti si aggiunge la predicazione di numerosi ecclesiastici animati da un gran fervore. Nel Sud della Germania, il pastore evangelico Gosznes, recandosi da Manoca a Düsseldorf, si rivolgeva a degli auditori di quindicimila anime.

In Scandinavia, fatto inaudito, ma perfettamente autentico, queste predicazioni essendo state proibite, si videro salire su tavoli dei bambini di dieci e quattordici anni, che ispirati, predicavano le stesse cose! Dal 1821 al 1825, viaggiatore infaticabile, Joseph Wolff seminò la buona novella del secondo avvento in un gran numero di paesi orientali, dalla Grecia all’Hindoustan e dal Tibet all’Arabia, in Palestina, in Persia, in Bulgaria.

In Inghilterra e in Scozia, Edouard Irving, pastore presbiteriano di rara eloquenza, predicava davanti a degli auditori che si elevavano a seimila e a dodicimila persone, portando così delle decine e delle migliaia d’anime ad attendere gioiosamente il ritorno e il regno di Gesù Cristo. Scrisse inoltre una dozzina di opere su questa grave questione. In Irlanda un centinaio e in Inghilterra diverse centinaia di predicatori seguivano il suo esempio” (J. Vuilleumier, “L’Apocalypse – Hier, Aujourd’hui, Demain”, Dammarie-les-Lys 1938 – p. 830).

Questo risveglio, manifestatosi in un momento in cui le possibilità economiche e materiali stavano migliorando sensibilmente e in cui ai secoli di persecuzione e di lotte succedeva un’era di pace, diede origine a diverse organizzazioni per la diffusione della Parola di Dio; una quindicina in quarantacinque anni tra la Svizzera e la Francia.

Tuttavia quel risveglio non fu perfetto né completo; si può affermare con sicurezza che nel 1850 l’era del risveglio era ben chiusa, per la vecchia Europa, ma non per gli Stati Uniti d’America.

Il risveglio negli Stati Uniti d’America

Negli Stati Uniti la predicazione dell’avvento ebbe un carattere accentuato che prese presto delle proporzioni considerevoli. Alla sua testa, dall’inizio del movimento, si trovava il vecchio fattore e capitano di fanteria, William Miller, portato alla fede cristiana dallo studio personale e solitario della Bibbia.

Il movimento cosiddetto «millerita» era stato l’espressione popolare di un rinnovato ed esteso interesse per gli studi profetici che era venuto sviluppandosi in certi settori del Protestantesimo europeo e nord-americano fra gli ultimi decenni del secolo XVIII e i primi del XIX.

Studioso attento e appassionato delle profezie bibliche, in modo particolare quella di Daniele 8:14, William Miller nel 1818 era giunto alla conclusione che fra il 1843 e il 1844 Gesù cristo sarebbe tornato per giudicare il mondo, ma non espresse pubblicamente questa sua convinzione prima del 1831. Dal 1840 una schiera crescente di laici e predicatori di varie chiese evangeliche nord – americane venne aggregandosi a Miller e ai suoi collaboratori, contribuendo a divulgare l’annuncio del secondo avvento.

D.T. Taylor riporta: “Delle centinaia di pastori furono guadagnati alla fede dell’avvenimento pre-millenario imminente. Diversi giornali settimanali furono fondati e, nello spazio di qualche anno, si videro negli Stati Uniti e in Canada millecinquecento predicatori e conferenzieri prestare la loro penna e la loro voce alla predicazione di questa speranza. Alle loro predicazioni sobrie, calme, ma solenni, accorrevano delle folle che se ne ritornavano stupefatte per quanto avevano udito. L’immagine espressiva della visione (di Giovanni) – “e gridò con gran voce, nel modo che rugge il leone” – corrisponde perfettamente alla potenza del messaggio annunciato…” (J. Vuilleumier, o.c. – p. 151).

Miller aveva ben capito che il ritorno di Gesù doveva avvenire prima del Millennio di cui parla Apocalisse cap. 20. Tuttavia, cadde in un altro inganno: accettò l’idea corrente del tempo secondo la quale la Terra era il santuario di Dio, quindi identificò la sua purificazione con il ritorno di Cristo in gloria, piuttosto che la purificazione del santuario celeste (1).

Conseguentemente, il 22 ottobre del 1844, fu l’anno fatale per i seguaci di Miller (il movimento annoverava più di 50.000 aderenti), la delusione cocente che subirono i milleriti nell’autunno di quell’anno per aver atteso invano il ritorno di Cristo, li fece precipitare in una crisi profonda in seguito alla quale una gran parte di loro abbandonò il movimento e un’altra parte si frazionò in diversi gruppi i quali, tuttavia, serbarono come comune denominatore la fede nel ritorno di Cristo.

All’attesa dolce e gloriosa subentra l’amarezza crudele della delusione. Tristi, inconsolabili, dovettero riprendere le occupazioni e il tran-tran della vita ai quali credevano aver detto un eterno addio (2).

Alcuni proposero nuove date e soffrirono nuove delusioni; altri attenti alle parole dissuasive del Vangelo riguardo al tempo dell’avvento, pur mantenendo viva la speranza originaria, abbandonarono la tendenza a fissare date e cercarono una differente spiegazione dell’evento escatologico che era stato atteso per 1844.

Quest’ultimi trovarono in uomini di gran tempra morale, come i pastori Joseph Bates e James White, dei leader attivi e consacrati. Più tardi il gruppo riconobbe virtù profetiche ad una giovane credente di nome Ellen Harmon, che sarebbe poi divenuta la moglie di James White. Sebbene Ellen White non fosse mai stata alla testa del gruppo, il suo ministero contribuì in modo decisivo a rinsaldarne l’unità e a promuovere lo sviluppo.

Nel 1860, il gruppo, essendo nel frattempo notevolmente cresciuto, si dette una denominazione ufficiale: «Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno». Tre anni dopo si dette anche un’adeguata struttura organizzativa. Tutte le comunità furono poste sotto la guida di un organo direttivo centrale, la «Conferenza Generale», con sede a Battle Creek, nello stato del Michigan.

John Byngton fu il primo presidente della Conferenza Generale degli Avventisti del 7° Giorno. In quel tempo facevano parte del movimento 125 chiese e 3.500 membri. Nacque così una delle chiese più attive del mondo evangelico sul piano dell’evangelizzazione e dell’impegno sociale.

Dagli Stati Uniti, gli avventisti, con il loro spirito missionario, fondarono delle chiese nella maggior parte del mondo, portando il messaggio di speranza fondato sulla certezza che Dio guida la storia. In questo messaggio è contenuto un invito a prepararsi per la seconda venuta del Signore, attraverso l’adozione di sane abitudini di vita e il rispetto della volontà di Dio espressa nella sua Parola.

Oggi, la Chiesa Cristiana Avventista conta circa 14 milioni di membri battezzati e circa 30 milioni di simpatizzanti. Ogni giorno si aggiungono circa 2500 persone.

Conclusione

La chiesa Cristiana Avventista del 7° giorno è nata come movimento profetico – perché è proprio in seguito alla comprensione delle profezie ancora sigillate di Daniele che nacque come movimento, prima trasversale in tutte le denominazioni, in seguito come Chiesa separata da queste (data ufficiale della formazione come Chiesa è il 1863). La riscoperta della dottrina del Santuario Celeste li portò poi a riscoprire il valore del Decalogo contenuto nell’arca, e in particolare il riposo sabbatico e, a mano a mano, tutta la verità biblica.

Per questo, in tutta umiltà, gli avventisti del 7° giorno, credono di aver ricevuto da Dio il compito di annunciare con potenza l’imminente ritorno di Cristo sulle nuvole del cielo. Le due caratteristiche che lo contraddistinguono come “Il popolo del rimanente” si leggono in Apocalisse 12: 17 e 14: 12 e cioè «l’osservanza dei comandamenti di Dio e la fede in Gesù», ovvero: la salvezza per grazia, che si ottiene per fede, e che ha come risultato l’ubbidienza a tutta la Legge divina; e «la testimonianza di Gesù». Quest’ultima, in Apocalisse 19:10b, è identificata con “lo spirito di profezia”, quindi con una comprensione del tutto particolare delle profezie escatologiche della Bibbia e con il «dono di profezia», promesso in modo preciso alla Chiesa di tutti i tempi, ma che avrebbe avuto una manifestazione più eclatante nel popolo di Dio proprio in vista degli ultimi giorni (Gioele 2:28-32).

Note:
(1)
L’epistola agli Ebrei riservava a loro una luce inattesa. Il “santuario” che doveva essere purificato alla fine dei tempi era non la nostra Terra, ma il «Santuario Celeste»… La purificazione del Santuario Celeste, prefigurata dai riti e cerimonie della purificazione del santuario levitico corrispondeva a una fase del giorno del giudizio chiamata l’ora del giudizio. É questa fase del giudizio che doveva essere conosciuta e proclamata al mondo intero, e non la data della sua chiusura e del ritorno del Signore… “E mi fu detto: Bisogna che tu profetizzi di nuovo sopra molti popoli e nazioni e lingue e re”. Questa parola – che avrebbe potuto prevenire l’errore del 1844 – annunciava che l’opera non era che cominciata. Così, ad errore spiegato, il nuovo compito fu coraggiosamente intrapreso e perseguito, al punto che esso abbraccia oggi le cinque parti del mondo.
(2) Anche gli apostoli fraintesero la profezia di Daniele 9: 24-26. Essi avevano annunciato che “il tempo era compiuto”, ma senza accorgersi che nello stesso tempo si doveva realizzare la “soppressione del Messia”. Imbevuti della credenza popolare, essi attendevano, per la fine delle settanta settimane, un Messia-Re che li avrebbe liberati dal giogo dei Romani. Come si sa, davanti alla crocifissione del Salvatore, essi conobbero una delusione vicina allo scoraggiamento. Ma questo sbaglio non dimostrava per nulla che le profezie annuncianti la gloria del Messia fossero menzogne, nè che i discepoli non fossero i Suoi inviati. Qualche giorno prima – in armonia con la profezia di Zaccaria – i dodici discepoli avevano acclamato Gesù entrando trionfalmente a Gerusalemme, cosa che essi non avrebbero fatto se avessero compreso la sorte che attendeva il loro Maestro e Amico. La loro ignoranza parziale era dunque necessaria al compimento della profezia.
I cristiani del 1844, pure, spinti da una volontà irresistibile, compirono la volontà di Dio, proclamando un messaggio basato su dei principi incontestabili. Il loro errore fu di accettare un’interpretazione non controllata dei vv. 13 e 14 dell’ottavo capitolo di Daniele. Lo studio del Santuario Celeste – studio che i teologi fino a quel momento non avevano ancora abbordato, e che essi ignorano disgraziatamente oggi – fatto con lacrime e preghiere all’indomani della delusione, aprì davanti a loro degli orizzonti nuovi inondati di luce celeste. Pieni di gloria, animati di un coraggio senza limiti, si misero all’opera che era stata loro assegnata. Questo compito, più vasto, più potente, più universale del primo era formulato al vers. 11: “Bisogna che tu profetizzi di nuovo sopra molti popoli e nazioni e lingue e re” (J. Vuilleumier, o.c. – pp. 156-158).
(-) la prima parte di questa lezione è stata tratta dal libro “Il grido del cielo”, op. citata.

Past. Francesco Zenzale

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