Visita al quartiere generale celeste

Capitoli 4 e 5

porta (magritte)Introduzione

“L’apocalisse è per eccellenza il libro biblico della fine dei tempi. Naturalmente in varie parti dell’Antico e del Nuovo Testamento si parla degli ultimi avvenimenti, ma non in modo concentrato, sostenuto ed esteso come nell’Apocalisse. Ogni lettore si rende conto che questo libro giustamente occupa il posto che ha attualmente nella Scrittura, cioè alla fine, in quanto opera, potremmo ben dire, specializzata nella fine dei tempi.” (Introduzione al N.T., E. F. Harrison, La parola del Signore, pag. 469).

Le sette lettere mettono a confronto la realtà con l’ideale della Chiesa. I cristiani si vedono posti energicamente dinanzi al loro ideale: Gesù Cristo. La fiamma della conversione si è spenta, si è perduto di vista l’ideale di una vita conforme alla volontà di Dio, che riguardi a Cristo, «Via che conduce alla vita eterna» (Giov. 14:6), «Porta dell’ovile celeste» (10:7), perciò «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Giov 14:6), . Dimentichi, con abili compromessi socio/culturali, di ideali di vita legati agli uomini di successo del tempo e al benessere materiale, si percorrono sentieri equivoci. Equivoca, infatti, è la condotta e la moralità dei Laodicesi, verso i quali Gesù non riscontra nessun motivo di elogio, ma di biasimo per una porta chiusa: quella del cuore, che nel significato metaforico presenta una chiesa arricciata, individualista, senza affetto, asociale ed arroccata su dei valori privi dello Spirito Santo. Non così per la chiesa di Filadelfia, la cui porta del cuore è aperta (Apoc. 3:1) al «fraterno amore» (Filadelfia, nel suo significato etimologico significa: Amore Fraterno).

Il capitolo 4, parlandoci di (ciò) «ciò che deve accadere da ora innanzi», rileva che la porta celeste è aperta (4:1). Questa è simbolo dell’auto rivelazione di Dio nella persona di Gesù Cristo. Tutti coloro che hanno aperto a loro volta la porta del loro cuore a Gesù, possono far visita al quartiere generale celeste, contemplando la grandiosa scena del trono di Dio e della sua corte, la quale mostra chiaramente che al di sopra e all’inizio delle cose create e degli avvenimenti che in esse si svolgono si erge la maestà divina: «Il Signore onnipotente». E’ il padrone assoluto d’ogni avvenimento.

I capitoli da 4 a 5 contengono una sola e medesima visione, quella del trono di Dio. Questa visione dirige il nostro sguardo verso il cielo scoprendo nuovi aspetti del ministero di Cristo. Con l’apostolo Giovanni veniamo introdotti nel quartiere generale dell’universo. Per comprendere questa visione si deve tenere conto delle visioni similari dell’Antico Testamento, di cui Giovanni utilizza il linguaggio simbolico.

È interessante notare che la visione riguarda il giudizio dei credenti, i quali, grazie al sacrificio dell’Agnello (Cap. 5), ricevono la gioia della salvezza. Anche nel libro di Daniele al capitolo sette ci troviamo di fronte al giudizio, ma questo riguarda gli empi (Daniele 7:9-14; cfr. Isaia 6:17; Ezechiele capitoli da 1 a 10).

Daniele 7:9-14
Il giudizio degli empi

Apocalisse cap. 4 e 5
Il giudizio dei credenti

1. Descrizione di Dio come un vegliardo – v. 9 1. Descrizione di Dio, simile ad una pietra di diaspro e di sardonico (v. 3).
2. Troni vuoti – v. 9 2. Troni e i 24 anziani, come testimoni dell’A.T. e del N.T. (v. 4).
3. Libri – v. 10 3. L’arcobaleno, “La misericordia divina” (v. 3).
4. Gli angeli – v. 10 4. Quattro creature viventi – simboli degli attributi divini  (v. 6).
5. Il piccolo corno con le bestie/regni, oggetto di giudizio. 5. Un mare di vetro simile al cristallo – Simbolo dei credenti, i quali, grazie a Gesù, nel giudizio finale sono visti e considerati degni di ricevere la gloria eterna (6).
6. Il Figlio dell’Uomo = Gesù Cristo in potenza e gloria. 6. Gesù Cristo – cap. 5 “Il garante, l’Agnello salvifico immolat

Capitolo 4 – La visione del Padre

Versetti 2-3 – Giovanni è più discreto di Daniele e di Ezechiele nel descrivere l’apparizione del Dio onnipotente. Al capitolo 1:13-16, descrive il Figlio dell’Uomo con forti dettagli, ma riguardo a Dio Padre si limita alla semplice evocazione della sua presenza: «sul trono v’era uno a sedere» (4:2-3).

“Il trono in sé è in pratica indescrivibile. Giovanni si accontenta di menzionarlo. Lo stesso vale per il personaggio che prende posto sul trono. Non si azzarda nessuna descrizione. Una vaga comparazione è appena abbozzata. Il profeta utilizza la parola greca «omoios» «come, avente l’aspetto di…. simile a … » (4:3). Giovanni è incapace di identificare quello che vede. La realtà va oltre le parole. Il profeta descriverà la sua visione in poesia, utilizzando immagini che fanno parte del suo mondo. Il personaggio divino gli appare sotto forma di tre pietre preziose: il diaspro, il sardonio e lo smeraldo. Il fatto che queste tre pietre siano menzionate così esattamente, dimostra che la loro citazione non è d’ordine semplicemente stilistico o strettamente sensoriale. Quelle tre pietre figurano nel pettorale del sommo sacerdote (cfr. Es 28:17). Infatti, si trovano associate solo in quel contesto. Giovanni non vede i tratti somatici del personaggio divino, coglie l’essenziale, che sono le tre pietre. L’intenzione rimane quella di evocare l’ambiente del tempio. L’arcobaleno che sovrasta il trono, oltre ad aggiungere grandiosità alla scena, ricorda il diluvio. Dio assicura la sua misericordia a temperare l’esigenza della giustizia” (J. Doukhan, op. cit. pag. 63-64).

Versetti 4-5 – I ventiquattro anziani che siedono su ventiquattro troni, sono vestiti di vesti bianche, indicanti la giustizia di Cristo (Apoc. 7:14) ed hanno sul capo delle corone. La parola corona traduce due termini dal greco. L’uno «Diadema», rappresenta il potere regale, l’altro «Stéphanos» indica la corona d’alloro data ai vincitori in occasione dei giochi.

I 24 anziani sono dei vincitori (cap. 2:10), dei rappresentati dell’umanità, le primizie, i risuscitati con Gesù (Mat. 27:53-53). Essi indicano la totalità d’Israele: i 12 patriarchi e i 12 apostoli (Apoc. 21:12-14).

Il numero 24 è, certamente, simbolico; gioca sul numero 12, numero dell’alleanza (4, numero della terra e 3, numero di Dio). Le dodici tribù d’Israele nell’Antico Testamento, i dodici apostoli nel Nuovo Testamento, testimonia¬no dello stesso simbolismo presente nell’Apocalisse (21:12,14). Il numero 12 rappresenta il popolo dell’Alleanza.

Versetti 6-11 – Il mare, di un vetro trasparente come il cristallo, si stende all’infinito davanti al trono di Dio, accentuando la dimensione cosmica dell’avveni¬mento. Il trono di Dio, sospeso sull’elemento acqueo, proclama il controllo di Dio e il suo potere sulle acque. Dio è presentato come il Creatore. Nel libro della Genesi, nella prima pagina della Bibbia, la creazione è descritta, in effetti, come la vittoria sull’acqua, simbolo del nulla e delle tenebre. Il tema è ripre¬so del resto, nei Salmi e nel libro di Isaia. Quando il Salmo 104 pone il trono di Dio al di sopra delle acque, vuole intendere la sovranità del Signore sulla creazione: «Egli costruisce le sue alte stanze sulle acque» (v. 3)” (idem. pag. 65).

Riguardo alle quattro creature viventi, “Nella Bibbia come nella cultura mediorientale, il numero quattro simboleggia l’universo terrestre. I quattro punti cardinali, ad esempio (Geremia 49:36; Daniele 7:2), e i quattro angoli della terra (Apocalisse 7:1; 20:8). Il profeta Daniele parla dei quattro venti del cielo (7:2) per alludere alla totalità dello spazio terrestre, poi, si riferisce ai quattro regni per descrivere il cammino di tutta la storia umana. Da notare, a questo proposito, l’aspetto di queste quattro creature viventi. La prima fa pensare ad un leone, la seconda ad un vitello, la terza ad un uomo e la quarta a un’aquila. Un’antica parabola ebraica, un midrash, riprende la stessa immagine. Secondo Rabbi Abahu, sono quattro le creature più possenti: l’aquila, tra i volatili, il bue tra gli animali domestici, il leone tra gli animali selvatici, l’uomo, fra tutte le creature. Secondo questa tradizione, i quattro animali, rappresentano la creazione intera, come i ventiquattro anziani sono il simbolo dell’umanità” (J. Doukhan, op. cit. pag. 66).

Le 4 creature viventi o «esseri viventi» in Ezechiele sono descritti come «cherubini» (10:14-2). Nessun dettaglio c’è stato dato sulla loro natura. Questi possono anche simboleggiare gli attributi di Dio: regalità, onnipotenza, onniscienza e onnipresenza. Possiamo compararli ai serafini visti da Isaia (Isaia 6:2). Sembrano essere le «guardie del corpo» di Dio. Ezechiele li vede trasportare il trono glorioso del Signore (10:18-20).

Segue un inno di lode al Dio creatore. «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente (Pantokrator)». Santo (Kadosch), tre volte ripetuto, pronunciato in continuità dai 4 esseri celesti è copiato da Isaia 6:3. Il trisagio sottolinea la solennità di Dio, la sua santità e la perenne glorificazione. Possiamo cogliere indirettamente la confessione della trinità di Dio.

“Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono» (4:11). «Ciò che rende Dio degno di essere adorato, in qualità di giudice e re, deriva dal fatto che egli è il creatore dell’universo. Senza questo aspetto, l’adorazione perde ogni senso e diviene idolatria. Infatti, o si adora il Creatore, o una delle creature. Dio solo, per il fatto di essere il Creatore, può giudicare e decidere del destino dell’universo, il nostro destino e la nostra salvezza. «Dio solo è degno»” (Idem, pag. 67).

Capitolo 5 – La visione di Cristo e dello Spirito Santo

Versetto 1-3 – Nella visione, Giovanni «vide nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro – una pergamena – scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette suggelli» (5.1), che «nessuno poteva aprire o guardare».

L’angelo pone una decisa domanda: Chi è degno d’aprire il libro? La risposta è tagliente: «nessuno».

La creazione, in tutti i suoi tre settori, quello del cielo, quello della terra e quello sotto la terra (5,3), è incapace di conoscere i misteri di Dio e dell’avvenire del mondo. L’universo resta a bocca aperta, incapace di proferire parola. Il veggente di Patmos, se da un lato intuisce quanto necessario e vitale sia il contenuto del rotolo del destino sigillato, dall’altro è pienamente conscio della sua completa impotenza e della sua assoluta incapacità, per cui scoppia in lacrime. «Nessuno è degno…». Perché?

Paolo dichiara che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» cioè incapaci di arrivare a Dio. Sin dal seno materno si è tarlati dal virus del peccato (Sal. 51).

Il peccato è associato a dei vizi come l’alcool, il fumo, la droga, o qualcosa di meno chiaro come guardare troppo la televisione, leggere libri inadeguati, ascoltare musica troppo eccitante, seguire la moda, avere un comportamento eccentrico, ecc.

Il peccato è associato alle tradizioni ai costumi del paese che sono in netto contrasto con la parola di Dio, al parlare scurrile, ad una mentalità ristretta, bigotta e intransigente.

Noi siamo figli del peccato (Efes. 2:1-3), esiste in noi una dipendenza biologica (Sal. 50:4-5) e psicologica (Rom 7:14-18) che ci riporta alle vecchie abitudini, alla maldicenza, al rancore, alla vendetta. Siamo onesti con Dio e con noi stessi nella forma; forse segretamente ci si compiace delle proprie debolezze e mentre cerchiamo di liberarcene, nello stesso tempo ci permettiamo di pensarle e sognarle.

Versetto 4-5 – Che fare? Piangere! É quello che Giovanni fa. L’apostolo Paolo esclamò «Misero me uomo! Chi mi trarrà da questo corpo di morte?». Nessuno è degno di essere salvato! Di cogliere il mistero della salvezza dell’uomo. Cosa fare per essere salvati? Una sola risposta:

«…Ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide; egli dunque aprirà il libro e i suoi sette sigilli… un Agnello come immolato».

Gesù, il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, sottolinea la regalità, la forza e il coraggio come anche la discendenza genealogica di Gesù (Gen. 49:9). Sin dalle più remote età, era stato predetto che l’unico che avrebbe dato vita, significato al nulla a ciò che ormai tutto si riduce alla polvere è Gesù Cristo. Gesù è l’unica certezza della vita.

Gesù, l’agnello che «pareva immolato in mezzo al trono». L’immagine paradossale del leone e dell’agnello che insieme non convivono, mira ad annunziare in modo realistico l’inaudito messaggio del Cristo crocifisso e nel contempo risorto, in altre parole un agnello forte. In Gesù Cristo, Regno di Dio inaugurato, il Leone e l’Agnello mangeranno assieme (Isaia 65:24-25). Due persone che si odiavano, che si detestavano, si amano, s’incontrano, si vogliono bene; il debole e il forte, il ricco e il povero, genitori e figli (Mal. 4:6) insieme per l’eternità.

Versetto 6 -7 – L’immagine dell’Agnello che pareva essere immolato, ci ricorda l’esperienza salvifica del popolo d’Israele legata al rituale del santuario, dove il pio israelita, per il perdono dei suoi peccati, portava con sé un agnello, puro senza macchia e difetto alcuno; entrava nel santuario, lo sgozzava alla presenza del sacerdote, il quale, poi, spruzzava il sangue sulla tenda (cortina) che separava il luogo santo dal luogo santissimo. Tutto questo era simbolo della salvezza per grazia, che Dio avrebbe operato nella persona di suo figlio.

“L’agnello è fornito anche di sette occhi, i simboli della pienezza dello Spirito (v. 6). Questa figura rappresenta, in modo evidente, Cristo Gesù, il Messia, figlio di Davide, leone di Giuda (v. 5), vincitore della morte e del male proprio grazie alla sua umiliazione e alla sua morte. Giovanni vede l’agnello avvicinarsi al trono divino e impadronirsi del famoso libro sigillato: «Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono» (v. 7). Gesù Cristo sta in piedi alla destra di «colui che è seduto sul trono», scena che l’apostolo Pietro vede compiersi durante la Shavuoth, festa delle settimane (Pentecoste), che egli interpre¬ta come l’intronizzazione di Gesù Cristo dopo la sua risurrezio¬ne: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato, di ciò, noi tutti siamo testimoni. Egli dunque essendo stato esaltato alla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite» (At 2:32-33)… L’intronizzazione di Gesù nel cielo è associata alla Pentecoste cristiana, avvenuta sulla terra (At 2:1,34). Nell’Apocalisse, la Pentecoste che prepara all’apertura dei sette sigilli, si situa in diretto rapporto con la Pasqua, che a sua volta aveva introdotto le sette lettere. L’Apocalisse segue da vicino il calendario ebraico. La Pentecoste segue immediatamente la Pasqua e segna la fine del periodo di cinquanta giorni, a partire dal secondo giorno della Pasqua (Lv 23:15-16), da qui deriva il nome di Pentecoste che, in greco, significa «cinquantesimo», mentre nell’ebraico abbiamo la parola Shavuoth , che significa settimane, allusione alle sette settimane (7×7) che copre questo periodo” (idem, pag. 68, 70).

Versetti 8-14 – «Cantano un cantico nuovo», cioè: sono testimoni di una nuova esperienza di vita (Ap. 15:3). É un canto di liberazione dalla schiavitù del peccato. È un canto di vittoria che solo i salvati hanno il privilegio di cantarlo.

  1. Inizialmente, si leva il canto delle quattro creature viventi e dei ventiquattro anziani che proclamano: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (v. 9).
    I canti sono accompagnati dall’arpa, la musica si fonde con i profumi d’incenso, simbolo delle preghiere di tutti coloro che hanno gridato alla speranza (v. 8). Questo canto è assolutamente originale, mai udito fino ad allora, una nuova poesia, nuove emozioni, nuove melodie: «è un cantico nuovo» (v. 9). L’espressione è frequente nei Salmi per introdurre la lode a Dio e tradurre i sentimenti della conversione, del passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. L’espressione appare abitualmente in un contesto di creazione (Salmo 33:3-9; 96:1,4-6; 98:1-9; 149:1,2).
  2. In seguito, miliardi di angeli rispondono all’unisono: «Degno è l’Agnello… di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode» (v. 12). Sette attributi come sette sono i corni, simbolo di potenza.
  3. Tutte le creature dell’universo (v. 13) si uniscono all’immensa corale di angeli di cui riprendono in eco, le ultime parole, ma questa volta in senso inverso. Gli angeli avevano terminato con le parole: «la forza, l’onore, la gloria e la lode» (v. 12); le creature dell’universo rispondono: «la lode, l’onore, la gloria e la potenza» (v. 13), come per ben sottolineare il loro accordo armonico e la loro comunione con il canto precedente.
  4. Infine, le quattro creature viventi concludono e donano la loro adesione con una sola parola che conferma quella confessione di fede: «Amen!» (v. 14). La scena termina con l’ingresso degli anziani che si prostrano e adorano. A questo punto le parole non servono più. Il silenzio può rendere l’ineffabile.

Per riflettere

Adora Dio (Ap. 4:11) e l’Agnello (Ap. 5:13-14)

  • Tutte le creature dell’universo si uniscono per lodare il Signore e l’Agnello. Restiamo insensibili?
  • Sappiano lodare l’Agnello nella nostra vita?
  • Quale concetto abbiamo della santità e della misericordia di Dio?

Past. Francesco Zenzale

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