Il Cristianesimo alla sbarra

L’uomo profeta

lesson_03Introduzione

«Nella misura in cui ci si avvicina alla fine della storia del mondo è necessario rivolgere un’attenzione speciale alle profezie di Daniele, in quanto si riferiscono al tempo in cui viviamo. A esse sono collegati gli insegnamenti dell’ultimo libro del Nuovo Testamento. Satana ha indotto molti a credere, nel corso dei secoli, che le predizioni profetiche degli scritti di Daniele e di Giovanni siano incomprensibili. Invece fu detto a Daniele: «…i saggi comprenderanno quel che avviene», a proposito delle visioni che sarebbero state riscoperte negli ultimi giorni. Questa è la promessa relativa alla rivelazione che Cristo diede a Giovanni per la guida del popolo di Dio nel corso dei secoli: «…beato dunque chi legge e chi ascolta questo messaggio profetico, e fa tesoro di quanto qui è scritto» (Apocalisse 1:3).[1]

Con il capitolo 7 inizia la seconda parte del libro di Daniele. I primi sei capitoli sono storici, gli ultimi sei sono profetici, precisamente apocalittici.

Gli eroi del libro di Daniele sono fedeli osservanti della legge ma anche insuperabili campioni della fede. Essi non cedono alle lusinghe dei cibi (c.1) ma nemmeno alle attrattive degli idoli, o alle minacce dei carnefici. Le nuove prove pongono i tre compagni (c.3) e Daniele (c.6) nell’alternativa suprema: o rinunciare alle proprie convinzioni monoteistiche «Dio unico sovrano» o alla vita. É la scelta che raramente o mai si ritrova nella storia religiosa dei popoli. Solo il giudaismo e più tardi il cristianesimo hanno i martiri. Alla metà del diciannovesimo sec., l’esegeta inglese E. B. Pusey scriveva che il libro di Daniele rappresenta un “campo di battaglia tra la fede e l’incredulità”.[2] Daniele e suoi compagni hanno combattuto e ne sono usciti vincenti grazie alla potenza divina, che premia colui che sceglie di onorare Dio nella sua vita (Giosuè 24:14,15).

Il capitolo sette segna la venuta del Figlio dell’uomo, il trionfo della giustizia e di coloro che hanno amato la verità. É uno dei capitoli più entusiasmanti e imbarazzanti di tutta la Bibbia. Con esso inizia la parte profetica, precisamente quella apocalittica. Mentre i primi sei capitoli si riferiscono ad episodi che forniscono dei principi di comportamento per la preparazione in vista dei tempi della fine, gli ultimi sei trattano degli eventi che precedono la fine e il giudizio, espressione dell’intervento conclusivo di Dio, nella storia dell’uomo.

“Daniele fu il primo a intravedere la storia mondiale tutta intera come preparazione al regno di Dio”.[3] E, dopo aver studiato con cura i primi sei capitoli, avendo acquisito conoscenze superiori circa il nostro rapporto con Dio e la nostra preparazione in vista del ritorno di Cristo, entriamo senza paura nel mondo del capitolo sette, pervenendo alla conoscenza di eventi futuri e dell’inestimabile Regno del Figlio di Dio.

Dal semplice al complesso

Se voi insegnaste in una scuola partireste da ciò che è semplice per passare poi gradatamente al complesso. Le profezie di Daniele cominciano con un profilo storico anticipato. Nel capitolo due, una statua composta di quattro differenti metalli, i quali rappresentavano quattro grandi imperi. Le dita dei piedi della statua indicavano la divisione del quarto impero, mentre la pietra staccata dal monte senza opera di mani, rappresenta l’evento finale relativo al regno di Cristo. Passando al capitolo sette troviamo lo stesso profilo di base. Però qui i simboli non sono metalli, ma quattro bestie. Perciò il profilo di Daniele due viene allargato, ingrandito e completato nella visione di Daniele.

Crampon scrisse: “Le potenze politiche rappresentate dalla statua del cap. 2 si ripresentano nella visione del cap. 7, sotto forma di bestie feroci”.[4]

Il libro di Daniele comprende quattro principali profili profetici: Daniele 2; 7; 8 e 9 e 11. Queste principali linee profetiche coprono praticamente lo stesso terreno però ciascuna di esse aggiunge dei particolari che non si trovano in quelle precedenti. Nel nostro odierno studio di Daniele 7 noteremo come la profezia si spiega da sé. D’altra parte non può essere diversamente considerando che ogni profezia viene da Dio (2Pietro 1:19-21).

Prima di porre la nostra attenzione sul contenuto profetico – spirituale di questo magistrale capitolo è indispensabile sottolineare che la profezia ha un suo linguaggio; un modo di esprimersi del tutto particolare. Le visioni profetiche – apocalittiche hanno dei simboli, che sono spiegati dalla Parola di Dio.

«Nel primo anno di Baldassar, re di Babilonia, Daniele fece un sogno, mentre era a letto, ed ebbe delle visioni nella sua mente. Poi scrisse il sogno e ne fece il racconto. Daniele disse: «Io guardavo, nella mia visione notturna, ed ecco scatenarsi sul mar Grande i quattro venti del cielo. Quattro grandi bestie salirono dal mare, una diversa dall’altra» (Daniele 7:1-3).

  • Venti: guerra, conflitto, distruzione, agitazione – Geremia 49:35-37; 25:32,33;
  • Mare, Acqua: popoli, umanità, moltitudini – Apocalisse 17:15; Isaia 17:12-13;
  • Bestie: Regni. Le società politiche sono viste sotto il simbolo di bestie feroci (Leone, Orso, Leopardo, Dragone, ecc. – Daniele 7:23.

A questo punto è importante aggiungere una parola di avvertimento. Non è detto che ogni volta che nella Bibbia incontriamo la parola «vento» significhi invariabilmente guerra. Ogni volta che troviamo la parola «acqua» non dobbiamo pensare che si tratti immutabilmente di popoli, o ogni volta che troviamo la parola «bestia» significhi necessariamente regno, impero. Questi simboli vanno benissimo in Daniele e nell’Apocalisse, in quanto sono applicati a delle profezie che sono un genere letterario diverso da quello letterario, dove la parola vento indica semplicemente vento, ecc…

Ed infine, cronologicamente noi torniamo indietro. Daniele ha ricevuto la rivelazione del capitolo 7 nel primo anno di Baldassar, circa nel 553. Il profeta ha più di 70 anni e dopo la morte di Nebucadnetsar, avvenuta nel 562, viene allontanato dagli affari, messo da parte dai successori.

Il grande circo

Versetti 4 – 8

La prima era simile a un leone e aveva ali d’aquila. Io guardai, finché non le furono strappate le ali; fu sollevata da terra, fu fatta stare in piedi come un uomo e le fu dato un cuore umano. Poi vidi una seconda bestia, simile a un orso; essa stava eretta sopra un fianco, teneva tre costole in bocca fra i denti e le fu detto: “Alzati, mangia molta carne!” Dopo questo, io guardavo e vidi un’altra bestia simile a un leopardo con quattro ali d’uccello sul dorso; aveva quattro teste e le fu dato il dominio. Io continuavo a guardare le visioni notturne, ed ecco una quarta bestia spaventosa, terribile, straordinariamente forte. Aveva grossi denti di ferro; divorava, sbranava e stritolava con le zampe ciò che restava; era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva dieci corna. Stavo osservando queste corna, quand’ecco spuntare in mezzo a quelle un altro piccolo corno davanti al quale tre delle prime corna furono divelte. Quel corno aveva occhi simili a quelli di un uomo e una bocca che pronunziava parole arroganti».

Le quattro bestie rappresentano quattro re/regni. Si può notare che la parola re è interscambiabile con la parola regno. Daniele, osservando dalla riva del mare, nota i conflitti esistenti fra le nazioni e vede quattro regni che sorgono e che domineranno il mondo.

Il leone alatoleone

Il primo simbolo viene direttamente dall’ambiente in cui vive il profeta, Babilonia (cfr. anche Ezechiele 1:10) nella cui arte sono comuni leoni e altri animali alati, come pure ali divelte e la posizione eretta. Nel corso di ricerche archeologiche sono state rinvenute delle monete babilonesi che recavano come effige un leone con le ali d’aquila. Riguardo l’interpretazione, tutti gli studiosi concordano nell’identificare il leone all’impero Babilonese, ed ecco cosa scrive Gaebelein:

“Così come l’oro è il più prezioso dei metalli, il leone è il re degli animali della foresta (come l’aquila lo è degli uccelli – ndr.). L’oro della grande statua e la prima bestia, rappresentano ambedue l’impero di Babilonia. Al principio era un leone con delle ali; ma gli furono divelte e perdette la sua forza; benché gli fosse dato un cuore d’uomo, era nondimeno una bestia. Questo può anche riferirsi alla follia di Nebucadnetsar”.[5]

Questo animale era anche abbondantemente rappresentato sui bassorilievi di Babilonia; corrisponde alla testa d’oro della statua del capitolo due. «Le ali sono strappate… e gli fu dato un cuore d’uomo…». L’impero ha perduto la sua nobiltà, il suo vigore, la sua vastità, ma ha guadagnato in cultura.

orsoL’orso famelico

La seconda bestia, che rassomiglia ad un orso, rappresenta lo stesso impero che nel sogno della statua viene rappresentato «col petto e le braccia d’argento», cioè l’impero Medo – Persiano. Una zampa era alzata per mostrare che l’elemento persiano era più forte di quello dei Medi. Quest’orso aveva tre costole in bocca, indicanti le tre grandi conquiste di Ciro: l’Egitto, la Lidia e Babilonia. Il regno di Babilonia coprì un periodo storico che va dal 605 al 539 a.C., ad esso seguì il regno Medo – Persiano (539-331).

leopardoIl leopardo a quattro ali e quattro teste

“Il terzo regno macedone – dalla visione della statua sappiamo che «aveva il ventre e i lombi di bronzo» – viene paragonato ad un leopardo, belva ferocissima e impetuosa che viene attirata irresistibilmente dal sangue e con un salto ti atterra morto. «E portava quattro ali»: nessuna vittoria, infatti fu più fulminea di quella di Alessandro, il quale con una corsa dall’Illirico e dal mare Adriatico fino all’oceano Indiano e al fiume Gange passò non tanto da una battaglia all’altra ma da una vittoria all’altra, e in sei anni pose sotto il suo dominio parte dell’Europa e tutta l’Asia”.[6] (Girolamo Su Daniele, p. 103).

Nota storica

Alessandro, piccolo di taglia, quando cominciò la sua marcia verso la conquista del mondo, mobilitò solo 10.000 uomini. Nella battaglia di Granico sconfisse l’esercito persiano di 150 mila soldati e di 400 mila a Isso. Ad Arbela, 331 a.C., la Grecia con solo 30 mila soldati sconfisse i Persiani che disponevano di circa 1 milione di uomini. In 12 anni, il suo impero si estese dall’Egitto all’India, con l’ideale dell’ellenizzazione.

Proseguendo nel nostro esame notiamo che a questo punto la profezia fa una singolare predizione la cui accuratezza è sorprendente. Dopo la morte di Alessandro, causata dai suoi stravizi e dalla malaria, che lo stroncarono giovanissimo, all’età di 33 anni, il suo impero fu diviso. I suoi quattro generali «diadochi»: Lisimaco, Tolomeo, Cassandro e Seleuco (Macedonia, Tracia, Egitto e Siria), rappresentati dalle 4 teste, si divisero l’impero, dopo aver messo a morte la stirpe di Alessandro.

Morendo, Alessandro, disse: “I miei generali mi faranno un funerale di sangue”.

0512048Il mostro innominabile

La quarta bestia, ultima potenza mondiale, è così feroce che non v’è animale sulla terra a cui paragonarla, con cui descriverne il carattere. Questo è il quarto impero, quello di ferro, Roma, ed è descritto in maniera differente da tutti gli altri, “è l’impero romano che domina attualmente il mondo”.[7]

Nella battaglia di Pidinia, nel 168 a.C. Roma prende nelle sue mani di ferro il destino del mondo mediterraneo.

La bestia che Giovanni vide levarsi è l’impero romano, questa bestia ha sulla testa dieci corna, paragonabili alle dieci dita della statua di Daniele 2 (Dan 7:8). La decadenza politica – morale – economica dell’impero romano determinarono il sorgere delle invasioni barbariche che gli misero fine. Praticamente l’Impero Romano cessò di esistere nel 476 e il suo smembramento diede vita, nella sua configurazione, all’Europa.

Riassumendo

Nel cap. 2, una statua composta di 4 differenti metalli, i quali rappresentavano quattro grandi imperi. Le dita dei piedi della statua indicavano la divisione del quarto impero, mentre la pietra staccata dal monte senza opera di mani, rappresenta il regno di Cristo. Passando al capitolo 7 troviamo lo stesso profilo di base. Crampon scrisse: “Le potenze politiche rappresentate dalla statua del cap. 2 si ripresentano nella visione del cap. 7, sotto forma di bestie feroci”.[8]

Il piccolo corno

piccolo_cornoVersetti 15 – 28

«Quanto a me, Daniele, il mio spirito fu turbato dentro di me e le visioni della mia mente mi spaventarono. Mi avvicinai a uno dei presenti e gli chiesi il vero senso di ciò che avevo visto. Egli mi rispose e mi diede l’interpretazione delle visioni: “Queste quattro grandi bestie sono quattro re che sorgeranno dalla terra; poi i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, eternamente”. Allora volli conoscere la verità intorno alla quarta bestia che era diversa da tutte le altre, straordinariamente terribile, che aveva denti di ferro e unghie di bronzo, che divorava, sbranava e calpestava il resto con le zampe. Chiesi pure spiegazioni delle dieci corna che aveva sul capo, del corno che spuntava e davanti al quale ne erano caduti tre; quel corno aveva occhi e una bocca che proferiva parole arroganti, e appariva maggiore delle altre corna. Io vidi quel corno fare guerra ai santi e avere il sopravvento, finché non giunse il vegliardo. Allora il potere di giudicare fu dato ai santi dell’Altissimo, e venne il tempo che i santi ebbero il regno. Ed egli mi disse: “La quarta bestia è un quarto regno sulla terra, diverso da tutti i regni, che divorerà tutta la terra, la calpesterà e la frantumerà. Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; e dopo quelli, sorgerà un altro re, che sarà diverso dai precedenti e abbatterà tre re. Egli parlerà contro l’Altissimo, esaspererà i santi dell’Altissimo, e si proporrà di mutare i giorni festivi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo”».

All’ottavo versetto la visione aggiunge un elemento nuovo: il piccolo corno. Nel pensiero semitico «un corno» designa un potere, una potenza, uno Stato e/o Regno (Daniele 7:21; Apocalisse 17:12). L’undicesimo potere (stato/Regno) è di natura diversa rispetto ai precedenti ed ha caratteristiche religiose(versetti 24,25).

I versetti 17 – 18 costituiscono un breve riassunto della visione e della spiegazione e nei versetti 19 – 23, si trovano degli elementi che sfuggono alla comprensione del profeta, sono giustamente le varianti che non sono menzionate al cap. 2. Questi dettagli particolari riguardano le 10 corna e l’undicesimo corno (v.24).

I Padri della Chiesa (Giustino, Ireneo, Lattanzio, Girolamo, Agostino, Crisostomo) credevano che il «piccolo corno» sarebbe apparso dopo la divisione dell’impero romano in dieci regni.

Cirillo, vescovo di Gerusalemme, verso il 348 scriveva: «l’Anticristo apparirà, quando i destini di Roma saranno compiuti… Sui resti di questo impero si eleveranno dieci re che regneranno forse in diversi luoghi, tuttavia nello stesso tempo. A questi dieci re succederà l’anticristo».[9]

San Girolamo, nel 407 d. C., a proposito del piccolo corno scrisse: “Il nuovo corno – per non farci pensare – come opinano alcuni – che si tratti del diavolo o di un demone, bensì di uno degli uomini nel quale Satana tutt’intero abiterà corporalmente… è l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, quanto che ha il coraggio di piazzarsi nel tempio di Dio proclamandosi lui stesso Dio (2Tess 2:3-4)… (è) l’anticristo, infatti ingaggerà battaglia contro i santi e li vincerà e salirà a un tale grado di superbia da tentare persino di cambiare le leggi di Dio e le pratiche cultuali; anzi si eleverà al di sopra di tutto ciò che è Dio e religione, sottoponendo ogni cosa al suo potere… L’anticristo, ossia il piccolo corno che proferiva parole grosse… dev’essere annientato per sempre”.[10]

Questo potere emergente sorge nell’Europa occidentale dopo la divisione dell’Impero Romano per opera dei barbari e inaugurerà il suo percorso storico dopo l’abbattimento o all’annientamento di tre delle prime 10 potenze (corna) stabilendosi al loro posto (v.8,20,24).

Al versetto 25 ci viene detto che «Egli parlerà contro l’Altissimo, esaspererà i santi dell’Altissimo, e si proporrà di mutare i giorni festivi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo» (Daniele 7:25).

Quattro aspetti:

  1. «proferirà parole contro l’Altissimo». É un potere politico – religioso che bestemmierà Dio appropriandosi di attributi divini. Nella nostra cultura la bestemmia è l’insulto verbale all’indirizzo della Divinità, ma nell’ambiente giudaico essa si configurava come l’attribuzione indebita di prerogative divine a creature umane o la rivendicazione di siffatte prerogative da parte di una creatura umana. Il vangelo di Giovanni ricorda un episodio in cui Gesù, essendosi eguagliato a Dio, venne accusato di bestemmia dai giudei che tentarono di lapidarlo (Gv 10:30-33).
  2. «ridurrà all’estremo i santi dell’Altissimo» (cfr. v.21). Persecuzioni.
  3. «pensare di cambiare i tempi e la legge di Dio», ovvero i dieci comandamenti; in particolare il secondo e il quarto comandamento (leggere Esodo 20:1-17).
  4. «il tutto per «3 tempi ½ o 3 anni ½».

Questo periodo lo troviamo in Daniele 12:7, come anche nel libro dell’Apocalisse (12:6,14; 13:5) sotto la forma di 42 mesi o 1260 giorni.

Nel linguaggio apocalittico, 1 giorno equivale ad 1 anno civile (linguaggio crittografico, sistema segreto di scrittura in cifre o codice). Questo simbolismo lo troviamo in Ezechiele, che viveva nel tempo stesso di Daniele e della medesima età e, abitava come deportato in una colonia presso il «fiume Kebar» (Ezechiele 1:3), attualmente il «Nar Kabari», principale canale di irrigazione vicino alla città di Nippour, ad est di Babilonia. Daniele ed Ezechiele utilizzano simultaneamente lo stesso codice: un giorno uguale ad un anno (Ezechiele 4:2-6; cfr. Levitico 25:3-4; Numeri 14:34).

In aramaico ‘ad ‘iddan we‘iddanîn ûfelag ‘iddân, letteralmente “fino a un tempo, tempi e la metà di un tempo”. Per largo consenso dei commentatori in questo contesto ‘iddân – ‘iddanîn si deve intendere “anno – anni”.[11]

I massoreti lessero il gruppo consonantico ‘ddnn come una forma plurale e così lo vocalizzarono, ma è opinione diffusa tra gli studiosi di Daniele che esso dovrebbe leggersi come un duale (‘iddanaîn). Sta di fatto che lo stesso periodo profetico ricorrente nell’identica forma in Ap 12:14 (“un tempo, dei tempi e la metà di un tempo”, greco ’ekei kairòn kaì kairoùs kaì ‘emisu kairou), nel v. 6 dello stesso capitolo compare in una forma diversa che autorizza a leggere kairoùs “due tempi”, cioè nella forma “milleduecentosessanta giorni” (greco ‘eméras chilias diakosìas ‘exekonta). Milleduecentosessanta giorni equivalgono esattamente a tre anni e mezzo calcolando gli anni come formati da 360 giorni (non sono giorni ed anni di calendario, ma giorni ed anni profetici). In definitiva, la durata del sopravvento del “piccolo corno” sui santi dell’Altissimo è fissata in Daniele 7:25 in tre anni e mezzo profetici.

Espositori ebrei di Daniele equipararono ad anni solari i giorni degli anni profetici prima ancora dei commentatori cristiani. Agli inizi del IX secolo il dotto giudeo Nahawendi interpretò come anni solari i 1290 e i 2300 giorni profetici di Daniele 12:11 e 8:14. Altri studiosi ebrei nei secoli X, XI, XII e XIII applicarono lo stesso principio d’interpretazione ai “giorni” delle profezie danieliche.[12]

Fra i cristiani l’abate Gioacchino da Fiore, nel XII secolo, fu il primo espositore delle profezie apocalittiche ad eguagliare ad anni solari i giorni profetici.[13] Da allora fino ai nostri giorni sono stati numerosi, in particolare fra gli acattolici, gli espositori di Daniele e dell’Apocalisse di Giovanni che hanno seguito questo criterio esegetico.[14] Gli avventisti, da William Miller in poi, lo hanno applicato senza eccezioni. Dunque per 1260 anni i santi dell’Altissimo dovevano essere alla mercé di un potere autoritario e persecutore.

Infine, durerà fino al ritorno di Cristo o giorno del giudizio, dove “gli sarà tolto il dominio, verrà distrutto ed annientato per sempre” e il regno di Dio sarà dato al popolo di Dio (Daniele 7:26,27). Daniele vide “uno simile al Figlio dell’Uomo” (7:13), Gesù Cristo (Matteo 24:30), il quale inaugurerà il suo Regno ponendo fine alla malvagità del piccolo corno e a tutte le ingiustizie di questo mondo.

Appunti storici

Tra i vari regni barbarici che invasero l’impero romano tre di essi erano di origine ariana: Eruli, Vandali e Goti o Ostrogoti.

Eruli – di fede Ariana, governati da Odoacre, si stabilirono a Roma nel 476. Odoacre venne sconfitto la prima volta sull’Isonzo presso Aquileia il 28/08/489, il mese dopo sull’Adige presso Verona. L’11/08/490, viene nuovamente sconfitto sull’Adda. Si rifugiò a Ravenna dove subì un assedio di 3 anni e nel febbraio del 493 cedette. Odoacre venne ucciso il 15/03/493.

Vandali – avevano abbandonato il cattolicesimo per l’arianesimo, quando si stabilirono in Spagna e poi in Africa; ma Giustiniano arrestò la loro violenza ereticale distruggendo il loro impero nel 534.

Ostrogoti o Goti – Teodorico era ariano, inizialmente era in buoni rapporti con il vescovo di Roma «Gelasio», ma quando Giustiniano cominciò a perseguitare gli Ariani fu costretto a reagire, perseguitando i cattolici, e si trovò subito in urto con il Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. Giustiniano, dopo aver neutralizzato i Vandali in Africa nel 534, si preoccupa dell’Italia, dove invia Belissario con un esercito di 7500 persone. Nel 553 Narsete, successore di Belissario, nella battaglia sul monte s. Angelo sconfisse gli Ostrogoti, i quali scompaiono dall’Italia definitivamente nel 538.

Scrive Von Dollinger: “Dalle rovine dell’Impero Romano, sorse gradualmente un nuovo ordine di stati, di cui il punto centrale era la sede papale. Perciò tutto questo diede origine ad una posizione non solamente nuova, ma nettamente differente dalle precedenti”.[15]

Di fatto, “L’abbandono di Roma (da parte dei Cesari), fu la liberazione dei pontefici… la Provvidenza di Dio permise l’invasione e la desolazione dell’Italia da parte dei Goti, dei Longobardi e degli Ungheresi in maniera da cancellare le ultime vestigia dell’impero; ed allora i pontefici vennero ad essere i soli depositari dell’ordine, della pace, della legge e della sicurezza. In Roma si era formata una potenza che imperava assai più sulla volontà e sulla ragione dell’uomo, del dispotismo di ferro dell’impero. Tale potenza interiore e soprannaturale, dispiegantesi sulle nazioni e sui cuori…, si incarnava in una persona: il vescovo di Roma. La mareggiata che aveva spezzato tutti gli altri poteri, diede maggior rilievo e più preminenza alla suprema autorità dei Vicari di Gesù Cristo”.[16]

Il cattolico F. Mourret dichiara che, quando Costantino trasferì la sede dell’Impero da Roma a Costantinopoli, nel 329: «qualunque sia stata la sua intenzione personale, lascia il Papa a occupare liberamente e più ostensibilmente il primo posto nella città di Roma… Il Pontefice (allora vescovo) è ormai incaricato dell’intrattenimento degli acquedotti, ponti e mura; egli è il protettore legale di ognuno contro le vessazioni dei giudici; il giorno del combattimento, egli deve essere il primo sulle roccaforti. “Il Papa” dice Ernest Lavisse, “è fin da quel momento il vero padrone di Roma”».[17]

A proposito dei 1260 anni di supremazia del piccolo corno, partendo dall’anno 538, dove l’ultimo corno ariano viene tolto di mezzo, aggiungendo i 1260 anni, arriviamo al 1798 (538 + 1260 = 1798); anno in cui il direttorio della rivoluzione francese inviò a Roma il generale Berthier che, alla testa di un poderoso esercito, occupò la città eterna il 15 febbraio proclamando la repubblica di Roma o Tiburtina. A sua volta il generale veniva nominato liberatore del Campidoglio. Pio VI veniva fatto prigioniero e portato a Valenza dove, dopo un atroce viaggio e un breve soggiorno moriva. La Rivoluzione francese pose fine agli stati pontifici e al «Sacro Impero Romano Germanico».

Conclusione

«Io continuai a guardare e vidi collocare dei troni, e un vegliardo sedersi. La sua veste era bianca come la neve e i capelli del suo capo erano simili a lana pura; fiamme di fuoco erano il suo trono, che aveva ruote di fuoco ardente. Un fiume di fuoco scaturiva e scendeva dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano, diecimila miriadi gli stavano davanti. Si tenne il giudizio e i libri furono aperti. Io guardavo ancora, a motivo delle parole arroganti che il corno pronunziava; guardai fino a quando la bestia fu uccisa e il suo corpo distrutto, gettato nel fuoco per essere arso. Le altre bestie furono private del loro potere; ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un tempo determinato. Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto» (Daniele 7:9-14).

«“Poi si terrà il giudizio e gli sarà tolto il dominio; verrà distrutto e annientato per sempre. Allora il regno, il potere e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutte le potenze lo serviranno e gli ubbidiranno”. Qui finisce il racconto. Quanto a me, Daniele, fui molto spaventato dai miei pensieri e il mio volto cambiò colore. Ma conservai tutto questo nel mio cuore» (Daniele 7:26-28).

Ecco il tema centrale di tutto il libro di Daniele, il resto n’è l’introduzione. Nonostante l’apparizione di un mostro spaventoso, malgrado le persecuzioni del piccolo corno, Dio regna! Nulla sfugge al suo sguardo, tutto è registrato e nessuna lacrima è versata invano (Salmo 56:9). Nel giorno fissato «i libri saranno aperti!» e ciascuno sarà giudicato secondo le proprie opere.

Il giudizio qui enunciato precede la venuta del «figlio dell’uomo» ovvero il ritorno di Cristo. Dio giudica il suo popolo in modo aperto davanti all’universo che fa da spettatore. Questo avviene affinché, una volta terminato, si possa dire: «Perciò sei giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi» (Salmo 51:4). Ma nello stesso tempo il giudizio offre una valutazione che determinerà la distruzione del piccolo corno e l’affermazione del regno di Dio. Questo avvenimento ha luogo in presenza di una moltitudine di esseri celesti. «Mille migliaia… diecimila miriadi» è un modo per descrivere una moltitudine sconfinata. Il testo ci presenta quindi un universo attento che osserva Dio esecutore di quel giudizio che conduce alla proclamazione del suo regno eterno.

Turbato, e spaventato dallo spettacolo della violenza umana (v.15), Daniele alza gli occhi al cielo. Egli vede venire «sulle nuvole del cielo» un «Figlio dell’Uomo»: Gesù Cristo (Matteo 24:30).

Se lo spettacolo del mondo ci spaventa, leviamo lo sguardo verso il cielo e con fede, contempliamo Gesù che «viene sulle nuvole del cielo» per instaurare un regno di giustizia e di pace «che non sarà mai distrutto» (v.14).

Applicazione

1.   Chi prenderà possesso del regno di Dio? (versetto 22).
2.   Perché Gesù si è presentato come Figlio dell’Uomo?
3.   La storia conferma la profezia?

Note:
[1] E. G. White, Profeti e re, ed. Adv, Impruneta (Fi) p. 276
[2]
Daniel the Prophet, Oxford, 1864
[3]
M.J. Lagrange, Le Judaisme avant Jesus-Christ, p. 72, 1931
[4]
Crampon, La Sainte Bible, V, 1900, p. 646
[5]
Op. cit. p. 83
[6]
Girolamo Su Daniele, p. 103
[7]
Idem, p. 103
[8]
Crampon, La Sainte Bible, V, 1900, p. 646
[9]
Cirillo di Gerusalemme, «Catechesi», XVI, 12
[10]
Girolamo, op. cit. pp. 107,111
[11]
Cfr. S. D. A. B. C., vol. IV, p. 833.
[12]
Cfr. Le Roy Edwin Froom, op. cit., p. 713.
[13]
Ibidem, pp. 712-713.
[14]
J. Gelmi, I Papi da Pietro a Giovanni Paolo II, Milano 1987, pp. 214-215.
[15] JJ. Ing. Von Dollinger, storico cattolico, The Church and the Churches, pp. 42,43
[16]
Cardinale Manning, “The temporal Power of the Vicar of Jesus Christ”, pp. 28-29, cit. da M Maggiolini in Segni dei Tempi, n° 3, p 156, 1966
[17]
F. Mourret, La papauté, Paris 1929, p. 24,26

Past. Francesco Zenzale

Daniele     Torna su

Share Button