Il Gran perdono

L’uomo e il perdono divino

“Quel che sappiamo per conto nostro è che tutto deve finire. Non sappiamo di più. Quel che vediamo e proviamo ogni giorno ci conferma nella sensazione che nulla sia perfetto. Quando guardiamo al vasto mondo che ci circonda siamo afferrati dallo sgomento. Qual è il senso della storia della terra, un briciolo di tempo  e di spazio, sperduto nell’universo infinito ove i mondi sorgono e scompaiono in miliardi di anni? E qual è il senso della storia dell’umanità, di queste poche centinaia d’anni, quando la paragoniamo ai milioni di milioni di anni d’esistenza della terra? E nella trama di questa storia dell’umanità dove, come da inesauribile sorgente, irrompono alla luce dell’esistenza i popoli, per scomparire presto, quale è il senso della tua breve vita, di questi settanta «o, per i più forti, ottanta anni»? Ma, ha poi davvero un senso? No!, risponde l’universo. Si!, dice la Parola di Dio, cioè il Creatore degli astri e dei viventi, la Parola del tuo Creatore”.[1]

Da questo sconfinato universo stellato che ci sgomenta emergerà un giorno Colui che è al centro dell’universo; il Risorto verrà di nuovo con potenza e gloria per tutti noi e per un’altra vita: quella eterna

Nei capitoli 7, 8 e 9 del libro di Daniele sono collegati fra di loro, diremmo, sotto certi aspetti “interdipendenti”.  A. Crampon scriveva: «La visione presentata in questo capitolo si riallaccia strettamente alla visione del capitolo precedente, che essa sviluppa e chiarisce. Tra le due si pone un intervallo di due anni circa».

In Daniele 7 è possibile cogliere:

  1. La nascita e la caduta di Babilonia, della Medo-Persia, della Grecia e di Roma.
  2. L’apparizione di un potere conosciuto come “piccolo corno”, che  opprime il popolo di Dio e altera le verità divine.
  3. La scena del giudizio e susseguente venuta di Gesù.

0601109In Daniele 8 la profezia si concentra in modo particolare su quel periodo noto come giudizio e sulla strada da percorre per essere salvati.

Al versetto 2 ci attende una sorpresa. La visione è accordata a Daniele mentre egli si trovava a Susa. Questa città diverrà la capitale (Ester 1:2) sotto la dominazione dell’impero Persiano.  Sembra che Daniele stia progettando 12 o 14 anni prima, l’avvenire del regime persiano. Il fiume Ulai era conosciuto dai greci sotto il nome di «Eulaeus». La spiaggia a ridosso del fiume era larga 300 metri e si gettava nel fiume Karun a sud di Susa.

«Alzai gli occhi, guardai, ed ecco in piedi davanti al fiume, un montone che aveva due corna; erano alte, ma un corno era più alto dell’altro; il più alto era cresciuto dopo. Vidi il montone che cozzava a occidente, a settentrione e a mezzogiorno. Nessun animale poteva resistergli e non c’era nessuno che potesse liberare dal suo potere; esso faceva quello che voleva e diventò grande […] Il montone con due corna, che tu hai visto, rappresenta i re di Media e di Persia» (Daniele 8:3-4, 20).

Il montone (versetti 3-4) rappresenta l’Impero Medo Persiano (cfr. ver. 20). Questi agisce su tre direzioni: Occidente settentrione e mezzogiorno. Queste tre direzioni corrispondono alle tre costole nella bocca dell’Orso di Daniele 7.[3]

«Mentre stavo considerando questo, ecco venire dall’occidente un capro, che percorreva tutta la terra senza toccare il suolo; questo capro aveva un grosso corno fra gli occhi. Il capro si avvicinò al montone dalle due corna, che avevo visto in piedi davanti al fiume, e gli si avventò addosso, con tutta la sua forza. Lo vidi avvicinarsi al montone, infierire contro di lui, colpirlo e spezzargli le due corna; il  montone non ebbe la forza di resistergli e il capro lo gettò a terra e lo calpestò; non ci fu nessuno che potesse liberare il montone dal potere di quello. Il capro si irrobustì ma, quando fu al culmine della sua potenza, il suo gran corno si spezzò; al suo posto spuntarono quattro grandi corna verso i quattro venti del cielo […] Il capro irsuto è il re di Grecia; e il suo gran corno, fra i suoi occhi, è il primo re» (Daniele 8:5-8, 21).

I versetti 5-8, offrono un breve racconto sulle imprese di Alessandro il Grande, rappresentato dal capro. “Weinstock «Journ. Rom. St.» 38, 1948, 43 s.; (cfr, H. Fuchs, in TZ 5, 1949, 233 s.) richiama l’attenzione sul fatto che in tradizioni astrologiche Dario è figurato col simbolo del montone (ariete) e Alessandro magno con quello del capro (capricorno)”.[4]

Le quattro corna dell’ottavo versetto sono da comparare con le 4 teste del leopardo di Daniele sette, quindi i quattro diadochi o generali di Alessandro il Grande.

Dopo 12 anni di conquiste, a 32 anni, moriva a Babilonia lasciando l’impero  con problemi all’interno per la successione. Prima di morire aveva detto ai suoi 34 generali:  «Voi mi farete dei funerali sanguinosi… ». Infatti nella lotta che seguì la sua famiglia fu massacrata.  Per qualche tempo, sotto la reggenza prima dell’uno poi dell’altro dei generali, governarono il fratello Filippo Arideo e il figlio postumo di Alessandro Magno, Alessandro II, sua moglie Rossana, la madre Olimpia e nel 308 la sorella Tessalonica. Ma poi tutti quanti perirono. E così il «gran corno cospicuo» che il capro aveva fra gli occhi, cioè la stirpe del Macedone, di Alessandro il Grande, venne spezzata.

Nel 306 a.C. alcuni generali presero il titolo di re, ma dopo la battaglia di Isso, in Frigia, nel 301 a.C., l’impero fu diviso in quattro regni indipendenti con qualche frammento trascurabile. L’angelo aveva detto a Daniele, spiegando la visione, che sarebbero sorti dopo di lui quattro regni, situati verso i quattro punti cardinali, che però «non apparterranno alla sua progenie e non avranno la sua stessa potenza».[5]

«I regni dei diadochi non uguagliarono mai quello del loro fondatore».[6]

L’abate Fabre d’Envieu commenta: «L’Impero di Alessandro o l’Impero Greco fu continuato sotto la forma di quattro regni greci. Gli Stati del conquistatore formarono quattro monarchie situate verso i quattro punti cardinali: all’Est il regno di Siria con Babilonia e le altre contrade orientali (dinastia Seleucida); al Nord il regno d’Asia con la Tracia (dinastia di Lisimaco); al Sud il regno d’Egitto con la Fenicia e la Palestina (dinastia Tolomaica); all’Ovest il regno della Macedonia e della Grecia (dinastia di Cassandro)».[7]

Fin qui l’accordo tra i diversi interpreti è pressoché totale.

daniele8«Da uno di essi uscì un piccolo corno, che si ingrandì enormemente in direzione del mezzogiorno, dell’oriente e del paese splendido» (Daniele 8:9). Una traduzione infelice di questo testo fa credere che questo piccolo corno sorge da una delle 4 corna Elleniche. In realtà il testo dice «da uno dei quattro venti del cielo». La spiegazione data ai versetti 23-25 conferma ciò: il piccolo corno sorgerà «alla fine del loro regno…», in altre parole dopo la distruzione di questi o dei rispettivi regni.

Questo piccolo corno è identico alle gambe di ferro della statua e al mostro a 10 corna: è Roma nel suo divenire politico – religioso. Chi oltre al procuratore romano, Ponzio Pilato, si è scagliato contro «il principe dei principi», cioè Gesù Cristo (ver. 25) e lo ha messo a morte?

Nella visione, Roma non viene vista sotto il profilo prettamente politico, ma principalmente religioso. Infatti, scrive Oscar Culman «il culto dell’imperatore era il punto in cui lo Stato romano superava i suoi limiti, in cui si ergeva per così dire ad istituzione divina, al fine di dominare anche selle anime dei suoi sudditi… Rifiutare di offrire i sacrifici all’immagine dell’Imperatore e di pronunciare Kyrios Kaiser (Signore Cesare) comportava d’ufficio la condanna a morte».[8]

Il cattolico Wladimir d’Omersson, accademico francese e ambasciatore per otto anni presso la santa sede, scrive: «Sul piano storico il Papa è l’erede dei Pontefici Romani e questo titolo interessa sia l’antico impero di Roma sia l’era cristiana».[9]

Poco a poco – così ci mostra la storia – l’Impero Romano d’occidente fece posto alla Chiesa Romana così bene da far dire che il primo non è completamente scomparso, ma ha subito una metamorfosi. Se, come in un puzzle, mettiamo l’uno accanto all’altro gli attributi del corno, così come li descrive Daniele, constateremo stupefatti di trovarci davanti a una predizione che si è avverata in ogni suo particolare.

“Il Papa che s’intitola re e Pontifex Maximus (Pontefice Massimo) è il successore di Cesare. Tutta penetrata di spirito romano del III e del IV secolo, la Chiesa ha restaurato, nella sua propria costituzione, l’impero Romano. Dopo il VII e l’VIII secolo i patrioti cattolici di Roma e d’Italia non l’hanno mai compreso diversamente”.[10]

Scrive J. H. Waggoner: “C’è una differenza tra il piccolo corno del cap. 7 e quello del cap. 8. Il primo rappresenta Roma papale, mentre il secondo rappresenta Roma in tutte le sue fasi della sua storia, la fase pagana e la fase papale”.>[11]

Inoltre, l’angelo Gabriele, oltre ad evidenziare alcuni aspetti del corno blasfemo di Daniele 7, aggiunge che questo potere politico-religioso farà «cadere parte dell’esercito»: «il popolo di Dio»  e «delle stelle del cielo»: «capi religiosi» (Daniele 9:10; Apocalisse 1: 20). «Perseguita i santi» (v. 24), «contamina il santuario gettando a terra la verità calpestandola» (v. 12) e il tutto «fino a 2300 sere e mattine, poi il Santuario….» (v.14). «Insorgerà contro il Principe dei principi», cioè Gesù Cristo, con prerogative e privilegi divini al punto che gli «tolse il sacrificio perpetuo e il luogo del suo santuario fu abbattuto», «ma sarà infranto…» (v. 25).

La parola ebraica tradotta “perpetuo” o “Continuo” è “tamid”. Essa richiama la nostra attenzione sul santuario israelita, costruito sul modello celeste (Es 25:8). É importante notare che il centro del culto nel vecchio testamento era appunto il “continuo”. In altre parole quando una persona peccava, «continuamente», mediante il sacrificio dell’agnello, che rappresentava Gesù, poteva ottenere il perdono. Questo costante ciclo di cerimonie rivelava la fede del credente nel Cristo promesso: il Messia.

Quindi, in opposizione a questo servizio, raffigurante l’opera di intercessione di Cristo nel cielo (1Giovanni 2:1-2), Daniele predice che sarebbe sorto un sistema politico-religoso che avrebbe reclamato per sé prerogative di Dio e stabilito il proprio sistema salvifico e di adorazione, basato su tradizioni umane, pagane, caratterizzate da cerimonie esteriori e blasfeme.

Per quanto tempo questo sistema politico religioso fatto di tradizioni e riti umani avrebbe esercitato il suo dominio? Per quanto tempo i suoi insegnamenti avrebbero alterato la verità divina relativa al sacerdozio di Cristo nel santuario celeste? La risposta che l’angelo Gabriele da a Daniele concerne il tempo della fine[12]: “Fino a 2300 sere e mattine e poi il santuario sarà purificato” (Daniele 8:14).

Le 2300 sere e mattine

Vi sono due aspetti da considerare:

1. il periodo di tempo: 2300 sere e mattine
2. l’evento: la purificazione del santuario

La visione – teniamolo presente – si riferisce al tempo della fine. Il santuario del quale qui si parla, non è quello antico, di Gerusalemme. Infatti quel tempio fu distrutto dagli eserciti romani da Tito nel 70 d.C. Il solo santuario esistente al tempo della fine è quello celeste. Infatti l’apostolo Paolo ci informa che Gesù dopo la risurrezione è entrato nel santuario celeste (Ebrei 9:11 e 24). Pertanto, la visione si riferisce agli ultimi giorni, ad un’epoca in cui la verità di Dio è sfidata; un epoca in cui il sistema religioso umano cerca di oscurare la bellezza della verità relativa al piano della salvezza alla funzione sacerdotale di Cristo nel santuario celeste.

Le 2300 sere e mattine ci portano al tempo della fine, al tempo in cui avrà inizio in cielo il giudizio (kippur cosmico). O meglio l’ultima fase della storia dell’umanità prima del ritorno di Cristo. Evidentemente questo periodo non può riferirsi al tempo di Daniele, in quanto, escludendo il valore profetico-simbolico, grosso modo corrispondono a circa sette anni reali (2.300 giorni diviso 360 = 7 anni circa).

Dove troviamo l’indicazione che ci consente di capire il vero significato di questi 2.300 giorni?

Se osservate una carta geografica, vedete che in calce essa reca la cosiddetta «scala», cioè il rapporto fra le misure sulla carta e quelle reali. Esempio: un centimetro uguale a 30, 50, 80, chilometri. Nella Bibbia c’è una sola «scala», cioè una regola profetica che si applica alle profezie cronologiche di Daniele e dell’Apocalisse, la troviamo in Numeri 14:34; Ezechiele 4:6.[13]

Numeri 14:34 – è un brano storico. Presenta i 40 giorni che le spie d’Israele hanno trascorso in Palestina, nel visitare la terra promessa. Questi giorni sono presi a simbolo per indicare altrettanti anni durante i quali il popolo avrebbe dovuto soggiornare nel deserto del Sinai come risultato della mancanza di fede nell’accettare la protezione dell’Eterno.

Ezechiele 4:6 – presenta una parabola espressa mediante l’azione. Il profeta riproduce nei suoi gesti il tempo del passato. 390 anni per la casa di Israele e 40 anni per la casa di Giuda, 430 anni – che ricordano la durata della schiavitù d’Egitto, Esodo 12:40 – e sembrano riportarsi in grosso alla durata della monarchia ebraica e allo stato di peccato che si è progressivamente sviluppato in seno alla società di quell’epoca, nei due regni. I giorni simbolici durante i quali il profeta doveva portare questi peccati (390 giorni doveva stare adagiato sul fianco sinistro, 40 giorni sul fianco destro) corrispondevano al tempo preso da Dio per giudicare il suo popolo e pronunciare la sentenza finale, sul tempio di Gerusalemme, secondo la scena descritta in Ezechiele 1 e 9-10 .

Nel 1729 T. Crinsoz scriveva: «Io non penso che le 2300 sere e mattine, dopo le quali il santuario deve essere purificato, significhino duemilatrecento giorni naturali. L’avvenimento ha fatto fin troppo vedere che il santuario e l’esercito dovevano essere calpestati per un periodo molto più lungo. Trattandosi qui di una profezia, è ragionevole intendere attraverso questo numero di sere e mattine, non dei giorni naturali, ma dei giorni profetici. E secondo una abitudine dello Spirito Santo di rappresentare in abbreviato le grandi rivoluzioni del sole, attraverso le piccole rivoluzioni dello stesso astro»,[14] cioè il tempo che la terra impiega a girare attorno al sole è raffigurato dal tempo che la terra impiega a girare su se stessa.

Che le 2300 sere e mattine debbano essere prese non in senso letterale è dato dall’evidenza del testo stesso. Alla domanda: «Fino a quando durerà la visione…» si risponde con 2300 sere e mattine. La «visione» riguarda tutto il quadro che viene presentato. Per tre volte nei versetti 1 e 2 si parla della visione. Inoltre viene detto che questa visione riguarda un tempo lontano e concerne il tempo della fine. La visione va quindi dal tempo dell’Impero Medo Persiano alla fine. È fare violenza all’intenzionalità del testo se si vuole sostenere 2300 giorni come tempo letterale.

Sulla base dell’affermazione di Daniele, “fino a 2300 sere e mattine”, poi il santuario sarà purificato, possiamo affermare che partendo da una data fissata nel Vecchio Testamento, ci sarà un periodo di 2300 anni, dopo i quali il santuario celeste sarà purificato.

L’evento: La purificazione del santuario celeste

Per comprendere la purificazione del Santuario celeste è necessario conoscere le cerimonie che si svolgevano nel santuario terreno, costruito da Mosè per ordine di Dio, fatto in base al modello di quello celeste (Esodo 25:8-9; Ebrei 9:1-5).

Il santuario terreno si componeva di due parti: Il cortile e il santuario propriamente detto, diviso in luogo santo e luogo santissimo. Nel cortile vi erano l’altare per gli olocausti, i sacrifici; la conca di rame per le abluzioni sacerdotali. Il luogo santo conteneva il candelabro con sette bracci, la tavola dei pani di presentazione e l’altare dei profumi. Nel luogo santissimo vi era l’arca del patto, nella quale erano conservate le due tavole della legge sulle quali Dio aveva scritto i dieci comandamenti.

I servizi liturgici

“Due rituali distinti si celebrarono nel santuario israelitico fin dai tempi del deserto: il rito quotidiano e il rito annuale.

A. Il rito quotidiano

Il rituale quotidiano si svolgeva nel cortile e nel luogo santo. L’elemento più importante era l’offerta del sacrificio. Ogni giorno venivano immolati e bruciati sull’altare dei sacrifici due agnelli: uno la mattina e uno la sera prima del tramonto. Contemporaneamente si faceva fumare il profumo sul piccolo altare posto nel luogo santo. Questo era il rito del sacrificio continuo. Tra i due olocausti del mattino e della sera, i sacerdoti offrivano i sacrifici espiatori ed eventualmente i sacrifici di ringraziamento e le offerte incruente (farina, focacce olio, vino). Il sacrificio espiatorio era offerto dal sacerdote, ma la persona che aveva peccato doveva essa stessa sgozzare l’animale che aveva condotto al sacerdote dopo che aveva confessato la sua colpa ponendo le mani sul capo della vittima. Con questo atto la colpa era trasferita simbolicamente sull’animale. Il sangue raccolto dal sacerdote serviva per fare l’espiazione. Parte di questo sangue era asperso dal sacerdote davanti alla cortina del luogo santissimo e posto sui corni dell’altare degli olocausti; il resto era versato ai piedi di quest’ultimo. L’espiazione si faceva nel luogo santo o nel cortile secondo che a espiare la colpa fosse un sacerdote o il popolo intero oppure un capo o un uomo comune del popolo. Mediante questo rito la colpa veniva trasferita sulla vittima sacrificale al santuario.

I sacrifici di ringraziamento erano bruciati nell’altare dopo che i sacerdoti ne avevano versato il sangue ai piedi d’esso. Le offerte incruente – focacce, farina, olio, vino – venivano anch’esse bruciate o versate sull’altare (Levitico cap. 1,2,3,4).

Completavano il servizio quotidiano le abluzioni dei sacerdoti (costoro si lavavano mani e piedi prima di entrare nel santuario).

B. Il rituale annuale

santuario1

Il rituale annuale si svolgeva principalmente nel luogo santissimo ed era celebrato dal sommo sacerdote il giorno dell’espiazione o il Grande giorno del perdono (Kippour). Questa solennità, che ricorreva al principio dell’autunno, era da ogni pio israelita trascorsa nel digiuno e nell’umiliazione, perché in quel giorno il Signore giudicava il suo popolo. Gli ebrei celebrano ancora lo Yom Kippur o giorno dell’espiazione col digiuno, e sogliono augurarsi l’un l’altro: «Possa il tuo nome essere scritto nel cielo».

Nell’antico santuario d’Israele la parte centrale del rituale consisteva nell’aspersione del sangue di un capro nel luogo santissimo e nell’invio di un capro vivo nel deserto.

I due capri erano offerti dal popolo e mediante la sorte erano destinati l’uno all’Eterno e l’altro ad Azazel (Azazel nella tradizione giudaica era il nome di un demone del deserto). Il capro in sorte all’Eterno era immolato nel cortile da sommo sacerdote dopo che questi aveva confessato i peccati del popolo con le mani sulla testa dell’animale, e parte del suo sangue era da lui asperso sul coperchio dell’arca o propiziatorio nel luogo santissimo. Con questo rito il sommo sacerdote compiva la purificazione del santuario, cioè rimoveva i peccati del popolo ivi trasferiti mediante i sacrifici espiatori quotidiani.

Sempre in forma simbolica, detti peccati erano portati via sulla propria persona dal sommo sacerdote il quale, tornato nel cortile, li deponeva a sua volta sul capro destinato ad Azazel posando le sue mani sul  capo dell’animale. Questo capro, unica eccezione in tutto il rituale israelitico, non veniva immolato, ma era condotto e abbandonato nel deserto da un uomo appositamente designato per queto compito. Col capro, il popolo vedeva allontanarsi i suoi peccati. Dopo quattro giorni, e per sette giorni di seguito, il popolo celebrava la festa più gioiosa dell’anno, la festa delle capanne”.[15]

Il kippur Cosmico

Tipologicamente quanto veniva compiuto una volta all’anno in Israele era simbolo di ciò che l’unico e vero sommo sacerdote Cristo Gesù avrebbe compiuto una volta nella storia nel vero santuario, che è la dimora di Dio nei cieli. Gesù è stato rivestito della funzione di sommo sacerdote a seguito della sua morte ed ascensione al cielo, come Daniele ha annunciato con le parole per «ungere un luogo santissimo».[16] In cielo, quale Figlio dell’uomo che ha vinto il peccato e l’Avversario, svolge un’opera di rappresentante della Chiesa, dei credenti ed opera in favore del suo popolo che è sulla terra.[17]

A questa opera di salvezza che il Signore svolge in cielo per l’umanità, che corrisponde a ciò che il sacerdozio israelitico compiva quotidianamente nel santuario israelitico, mediante la cerimonia che veniva compiuta nel luogo santo, dall’autunno del 1844[18] aggiunge un secondo ministero: quello di giudizio, che si conclude con l’investitura del Figlio dell’uomo a Re dei popoli, dei salvati, come presenta Daniele VII:13,14 e che ha come conseguenza la purificazione del santuario celeste come anticamente il sommo sacerdote israelita faceva una volta sola all’anno, nel luogo più interno, nel santissimo, quale conseguenza del giudizio compiuto da Dio sul popolo.

Nel capitolo VII Daniele aveva già presentato il giudizio preliminare che si ha prima del ritorno di Cristo Gesù, a seguito del quale il Signore, tornando, potrà dare ai suoi credenti la salvezza, introdurli nel suo Regno e separare da essi i non salvati,  anche se hanno dichiarato durante la vita di essere figli di Dio. Questo giudizio del preavvento sarà poi seguito dal giudizio ultimo, dopo che Satana, il vero Azazel, sarà stato abbandonato nel deserto di questo mondo per un lasso di tempo che Giovanni, in Apocalisse XX, designa con l’espressione mille anni.

Ora viviamo nel tempo in cui nel cielo si compie quest’opera di giudizio, di separazione tra i veri adoratori e coloro che non lo sono, tra chi ha riconosciuto il Signore e coloro che pur avendolo confessato non hanno accettato la sua parola. È un tempo di grande importanza. È un tempo nel quale gli esseri celesti comprendono la realtà del cuore delle persone e la veridicità della valutazione dell’Eterno.

Conclusione

«Allora, io, Daniele, svenni e fui malato per diversi giorni; poi mi alzai e feci gli affari del re. Io ero stupito della visione, ma nessuno se ne accorse» (Daniele 8:27). Il versetto 27 ci informa che Daniele «sviene» e, nonostante gli sforzi dell’Angelo Gabriele, non riesce a comprendere.

Probabilmente, Daniele ha paura che la cattività d’Israele e la rovina del Santuario sarebbero durate 2300 anni al posto dei 70 anni annunciata dal profeta Geremia (Geremia 25: 11). Il suo problema era: Dio ha cambiato parere? Geremia s’è sbagliato? Forse ho mal capito? A prescindere da ogni considerazione il  profeta è «immobilizzato» e la visione si interrompe  ed è incompleta perché Daniele non riesce più a seguire. Come risultato e che a Daniele non viene trasmesso il punto di partenza dei 2300 anni. Soltanto dodici anni più tardi riceve il seguito della visione. Durante questo tempo, il vecchio profeta studia il testo sacro, prega e digiuna. Nel capitolo 9 riprenderà la visione interrotta.

Insegnamenti

1. Nel santuario israelita ci sono due simboli fondamentali: l’agnello e il sacerdote o il sommo sacerdote. Entrambi rappresentano Cristo Gesù (Giovanni 1:28; Ebrei 10:19-23; 8:1; 7:25,26) il nostro Sommo Sacerdote celeste.

Se siamo aggravati dal peso del peccato e ci sentiamo in colpa, ecco una bella notizia: il nosrto peccato può essere rimosso, il peso che lo schiaccia può essere tolto via, grazie a Gesù Cristo, l’agnello di Dio che è stato immolato sulla croce. Egli è il nostro Agnello, il nostro personale Salvatore. Contemplando Gesù Cristo sulla croce dobbiamo capire che non è stata la corona di spine posta sulla sua testa a dargli la morte, neanche i chiodi conficcati nella sua pelle. Non è stato neppure il colpo di lancia che gli ha forato il petto a farlo morire, ma i nostri peccati, la nostra colpa. (Atti 2) Grazie a questo immeritato sacrificio, tutti coloro che lo accettano, confessando i peccati a Lui perché “Egli è fedele e giusto da perdonarci”, saranno perdonati, perché Gesù il tuo, il mio e il nostro Sacerdote (1Giovanni 1:9; Matteo 11:2).

2. Quando il peccato veniva confessato, dal pio israelita, questo era trasferito immediatamente da esso all’animale e dall’animale al santuario, per cui la persona se ne andava felice, certa di essere stata liberata dal peccato che prima l’angosciava. Da quel momento la sua vita cambiava. Naturalmente doveva provvedere a sistemare alcune cose. Infatti vi sono delle cose che un uomo deve mettere in ordine quando ha commesso uno o più peccati gravi o meno gravi. Quindi, nella nostra vita ci possono essere delle cose che esigono un riparazione che consenta di essere in regola col prossimo e con Dio (Matteo 19).

Se Dio dovesse giudicarti domani, che dovrei fare oggi? Sei disposto ad alzare la mano con la voglia di dire a Gesù: Signore prendi la mia vita, perché voglio che essa sia tua. Io accetto la tua offerta di perdono, la tua offerta di liberazione dal peccato e vengo a Te confessando il mio peccato e chiedo a Te di entrare nella mia vita e di trasformarla?

Note:
[1]
E. Brunner, “La nostra fede” Casa Ed. Battista,  p. 167, Roma, 1965
[2]
CRAMPON Auguste Joseph Théodore, La Sainte Bible, t. V,  Daniel, 1900, nota.
[3]
In questo capitolo non si parla di Babilonia perché questo impero era giunto alla sua fine e stava cedendo il posto alla potenza che la seguiva. Inoltre si può pensare che strategicamente la conquista di Babilonia da parte di Ciro sia iniziata con la campagna militare contro la Lidia nel 547 a.C. (Vedere YOUNG Cuylrt, The Early History of de Mede and the Persians and the archaemenid Empire to the Death of Cambyse, Press University, Cambridges 1988, p. 36.
[4]
Esistono monete con il montone che rappresenta la Persia e con il capro ad emblema della Grecia (SPICER W.A., Tempi odierni alla luce della profezia, London  1917, p. 205).
[5]
Daniele 11:4; 8:22.
[6]
J. Fabre d’Envieu, o.c., t. II, p. 839.
[7] 
Idem, p. 798. The Seventh-Day Adventist Bible Commentary (SDABC) vol. IV, Review and Herald Publishing Association, Washington D.C. 1955, p. 822 così riassume: «Tolomeo ebbe l’Egitto con la Palestina e parte della Siria; Cassandro ebbe la Macedonia con la sovranità nominale sulla Grecia; Lisimaco ebbe la Tracia e una buona parte dell’Asia Minore; e Seleuco ebbe il resto di ciò ch’era stato l’Impero Greco, cioè‚ una parte dell’Asia Minore, il Nord della Siria, la Mesopotamia e l’Est».
[8]<
Oscar Culman, Dieu et Césare, Neuchatel, 1936, p. 83, 84
[9]
Wladimir d’Omersson, il Papato, ed. Paoline, 1958, p. 156
[10]
Carl Gustav Adolf HarnacK, “L’essenza du Christanisme, Paris, 1907, p. 299
[11]
J. H. Waggoner, D’eden en Eden, p. 148
[12]
«Sta’ bene attento, o figlio d’uomo, perché questa visione riguarda il tempo della fine» (Daniele 8:17).
[13]
Per un efficace, completo e approfondito studio riguardante il principio «un giorno = un anno», leggere W. SHEA, Selected Studies on Prophetic Interpretation Review and Herald Pub. Assn., Washington, D.C.,1982, pp. 56-93. In Francese, SHEA William H., Le principe jour-année, in AA.VV., Prophétie et Eschatologie, Conférence Bibliques Division Eurafricaine, vol. I,  Seminaire Adventiste du Salève, 1982, p. 306).
[14]
CRINSOZ Théodore, Essai sur l’Apocalypse, avec des éclaircissements sur les prophéties de Daniel qui regardent les derniers temps, Genève 1729, pp.  p. 391.
[15]
AA. VV., Siamo pieni di speranza, I.A.D.E., ed. ADV, 1992, pp. 97,98
[16]
Daniele 9:24.
[17]
Colossesi 3:1-3; Ebrei 7:25.
[18]
L’angelo Gabriele dice a Daniele, nel capitolo IX del suo libro, che è venuto da lui per fargli comprendere la «visione» che stiamo considerando, perché a causa di quello che aveva visto precedentemente era svenuto (Daniele 9:21-23; 8:27, 16).. Un tempo di settanta settimane, 490 anni, sono  tolte da un periodo più lungo e messe da parte per il popolo d’Israele. L’angelo indica anche la data precisa da quando far partire questo periodo: l’editto di ricostruzione di Gerusalemme. (Daniele 9:25) Quindi la data dell’inizio delle settanta settimane e dei 2300 giorni è la stessa. Questo periodo profetico, iniziato con l’editto di Artaserse, nel 457 a.C. termina nel 1844.
Esdra 1. 
«Il VII anno del regno di Artaserse, 457 a.C., è una data ben stabilita nella storia antica. Secondo i dati di informazione dei documenti greci, Serse, il padre di Artaserse, morì nella seconda metà dell’anno 465 a.C. I testi astronomici egiziani suggeriscono che morì tra dicembre ed il nuovo anno della Persia che inizia in primavera. Dei testi astronomici babilonesi e dei papiri scoperti nell’isola di Elefantina in Egitto confermano che Artaserse salì sul trono nel 465 a.C. Questo fu l’anno del suo accesso al trono. Il suo primo anno completo di regno cominciò nella primavera del 464 a.C, all’inizio del nuovo anno. Il VII anno di Artaserse ci porta dunque nel 457 a.C. – Gli studi sulla cronologia dei re di Giuda ci indicano che il calendario civile utilizzato a Gerusalemme andava da un autunno all’altro. Questo veniva applicato anche al periodo dell’esilio (Ezechiele 1:2; 8:1; 40:1) e all’epoca di Esdra e di Nehemia (Nehemia 1:1; 2:1). Il calendario utilizzato da Esdra andava dunque dall’autunno all’autunno, e questo situa il settimo anno di Artaserse nel 457 a.C.» A.M. Rodriguez, o.c., p. 58.
Vedere Jsaac NEWTON, La Chronologie des Anciens Royaumes, Paris 1728, p. 43; Leonhard Sen KRENTZHEIM, Chronologia, vol. I, Goerlitz 1577, p. 131b, 136b, 159a; Sieggfried HORN and Lynn-Harper WOOD, The Chronology of Ezra 7, Washington D.C., 1953; John-Stafford WRIGHT, The date of Ezra’s Coming to Jerusalem, London 1947, 1958; The SDABC, vol. III, pp. 369-574, 400; VIII pp. 76,77.

Past. Francesco Zenzale

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