Il tempo della speranza

Le settanta settimane

0614226Abbiamo lasciato Daniele sofferente e sfinito, questa sua indisposizione era dovuta al fatto che era egli svenne e fu «malato per diversi giorni» e ciò a motivo «della visione» (Dan 8:27). Era difficile per il vecchio profeta mettere insieme i 70 anni di cattività predetti da Geremia (Ger. 25:11-12), che stavano per scadere e la durata di 2300 anni per la «purificazione del santuario». Si chiedeva: Dio ha forse cambiato parere?

L’angelo Gabriele, a cui era stato dato l’incarico di spiegare la visione (v.16) interrompe la spiegazione perché Daniel sviene. Pertanto Daniele 8, anche se la profezia spiega i tre precedenti elementi (montone, capro e piccolo corno), non fa luce sulla visione dei 2300 giorni (letteralmente, al versetto 26, si parla di «sere e mattine»).

La soluzione la troviamo al capitolo successivo, circa 12 anni dopo; a seguito della preghiera di Daniele (9:1-19),[1] l’angelo Gabriele – lo stesso che interpreta la visione di Daniele 8 (v.16) – appare al profeta annunciandogli di essere venuto affinché «possa comprendere» (9:22).

Hason e Mareh

Gabriele dice a Daniele: «Fa’ dunque attenzione al messaggio e comprendi la visione» (v.23), si tratta della visione dei 2300 giorni.

Il termine che Daniele adopera per descrivere la visione in senso generale riferita al capitolo ottavo è «hazon». «Nel terzo anno del regno del re Baldassar, io, Daniele, ebbi una visione (hazon) dopo quella che avevo avuto prima. Quando ebbi la visione (hazon) ero a Susa, la residenza reale che è nella provincia di Elam, ma nella visione (hazon) mi trovavo presso il fiume Ulai» (8:1,2)

Al contrario, quando parla specificatamente dei 2300 giorni, Daniele usa un termine diverso per indicare la visione: «mareh». «La visione (mareh) delle sere e delle mattine, di cui è stato parlato, è vera… Allora, io, Daniele, svenni e fui malato per diversi giorni; poi mi alzai e feci gli affari del re. Io ero stupito della visione (mareh), ma nessuno se ne accorse» (8:26,27).

Al capitolo 8 vengono quindi usate due parole diverse riferite alla visione: «hazon», che fa riferimento alla visione generale; «mareh», in riferimento al versetto 14, la visione sui 2.300 giorni relativa alla purificazione del santuario, che non era stata dovutamente spiegata (8:27).

Quando Gabriele si ripresenta al profeta, queste due parole compaiono di nuovo al capitolo nono. «Mentre stavo ancora parlando in preghiera, quell’uomo, Gabriele, che avevo visto prima nella visione (hazon), mandato con rapido volo, si avvicinò a me all’ora dell’offerta della sera. Egli mi rivolse la parola e disse: “Daniele, io sono venuto perché tu possa comprendere. Quando hai cominciato a pregare, c’è stata una risposta e io sono venuto a comunicartela, perché tu sei molto amato. Fa’ dunque attenzione al messaggio e comprendi la visione (mareh) (9:21-23).

Comprendere quale mareh? Una sola possibilità: il mareh dei 2.300 giorni che Daniele ammise di non avere capito. Infatti la parola tradotta con «comprendi» deriva da «bin», che si collega anche con la visione (mareh) di Daniele 8:26, che il profeta aveva bisogno di comprendere (bin). L’interpretazione di Daniele 9:24-27 è palesemente legata ai 2300 giorni del capitolo precedente. Gabriele venne da Daniele affinché comprendesse la visione (mareh) delle 2300 sere e mattine! In breve, Daniele 8 termina con la visione (mareh) dei 2300 giorni non spiegata. Gabriele, lo stesso angelo che aveva interpretato la visione del capitolo 8, appare anche al capitolo 9 e dice a Daniele di comprendere la visione (mareh).

Le settanta settimane

L’angelo presenta immediatamente a Daniele un’altra profezia temporale, che ha un preciso punto di partenza: «Settanta settimane sono state fissate (isolate)[2] riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l’iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo. Sappi dunque e comprendi bene: dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all’apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane ed (essa) sarà restaurata e ricostruita, piazza e mura, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d’un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un’inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra. L’invasore stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore» (vv. 24-27).

Per Ernest Renan «il libro di Daniele dà in qualche modo alle speranze messianiche la loro ultima e definitiva espressione».[3] Vittorio Messori, autore di Ipotesi su Gesù, soffermandosi sulla profezia di Daniele 9, afferma: «C’è in questo testo, una progressione continua e davvero impressionante, che sfocia nella celebre Magna Prophetia, la grande profezia del capitolo nono. Qui, seppure tra le oscurità dell’oracolo e nella logica costante del Dio che “sceglie la penombra”, sembra davvero che venga suggerita la data in cui sarebbe apparso il Messia. È la prima e unica volta nella Scrittura che si stabilisce un vero e proprio “calendario”».[4]

Dato che su questa profezia è stato scritto in abbondanza, ci limiteremo in questo caso a sottolineare alcuni aspetti.[5]

Primo: questa profezia, a differenza di quella delle 2300 sere e mattine, ha un preciso punto di partenza: «Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme» (v.25).

Secondo: questa profezia, come la precedente, richiede l’applicazione del principio un giorno uguale a un anno.

Il Talmud precisa: «Una settimana in Daniele 9 significa una settimana d’anni» (Yoma 54a). Questo modello d’interpretazione lo troviamo negli scritti degli Esseni (manoscritti del mar Morto). Le 70 settimane sono convertite in 490 anni, periodo che si conclude con la venuta del «Maestro di giustizia».[6]

Se la cattività è durata 70 anni, la grazia di Dio sarà 7 volte più abbondante, cioè 7 volte 70 = 490 anni – (Matteo 18:21,22).

Terzo: al versetto 25 troviamo la data d’inizio dei 490 anni. Questa data coincide con il decreto riguardante la costruzione di Gerusalemme. Il libro di Esdra ci informa che la città di Gerusalemme e il tempio furono ricostruiti a partire da tre decreti promulgati da Ciro (536 a.C. Esdra 1:1-4; 2Cron 36:22,23); Dario (520 a.C. Esdra 6:6-12) e Artaserse I (457 a.C. Esdra 7:12-26). I decreti di Ciro e di Dario, in effetti, concernono la costruzione del tempio. Bisogna aspettare l’editto di Artaserse I, dato nell’autunno del 457, che oltre a confermare i precedenti, riguardanti il tempio, sancisce la costituzione di giudici, di magistrati per amministrare la vita civile della città. Ora il potere di ricostruire politicamente e giuridicamente Gerusalemme includeva anche la costruzione della città: le sue mura e case, riunire dei cittadini e farvi regnare delle leggi.

La profezia afferma dunque che a partire dall’editto di Artaserse (457 a.C.) «fino all’apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane» – in altre parole sarebbero passate 62 settimane, più 7 settimane, per un totale di 69 settimane fino all’apparizione di un «Unto capo», che gli studiosi quasi universalmente identificano con la figura di Gesù.

Dato che 69 settimane equivalgono a 483 giorni (69 x 7) e che un giorno equivale a un anno, l’arco di tempo copre almeno 483 anni. Quindi, secondo questa straordinaria profezia, il Messia sarebbe apparso 483 anni dopo il 457 a.C. cioè la data dell’editto di ricostruire Gerusalemme. È accaduto esattamente questo. Aggiungendo 483 anni al 457 a.C. si arriva al 27 d.C., anno in cui Gesù, «l’Unto capo»[7], fu battezzato e iniziò il proprio ministero.

La profezia offre dettagli più precisi per quanto riguarda l’ultima settimana, o gli ultimi sette anni (la prima parte si riferiva solo a 69 settimane, o 483 anni), periodo che comprende anche la crocifissione di Cristo.[8]

“In mezzo alla settimana”. «Con questa precisazione l’angelo indica il centro della profezia, ma anche il centro del tempio dell’universo. Il messaggio biblico comincia con la creazione e termina con la nuova creazione all’ultimo giorno che ne è lo scopo e il fine. Tra questi due momenti si situa l’avvenimento decisivo della croce…» L’ elezione di Gesù Cristo, la cui morte sulla croce e risurrezione costituiscono il centro della salvezza (O. Culman, Le retour de Christ, p. 13, Neuchâtel, 1943).[9 La profezia delle 70 settimane copre dunque un periodo di 490 anni, che vanno dal 457 a.C. al 34 d.C.

Immagine 2

In breve:

Quarto: al versetto 24 ci viene detto che le 70 settimane sono state «fissate o (isoalte) per il popolo…» da un periodo più lungo, cioè dai 2300 anni di Daniele 8:14. Questo significa che il punto di partenza dei 490 anni vale anche per la visione specifica di Daniele 8:14 e che riguarda la purificazione del santuario celeste.

Ora, partendo dall’autunno del 457 a.C. aggiungendo i 2300 giorni – anni si arriva all’autunno dell’anno 1844 della nostra era; anno in cui iniziò l’ultima fase della storia dell’umanità; l’opera di purificazione del santuario celeste, corrispondete ad un’opera di giudizio. Conseguentemente:

1.  Il giudizio ha luogo prima del ritorno di Gesù

2.   è un giudizio preliminare o investigativo (Dan 7:21,22; 25,26; Sal 98:4-9).

Immagine 7Anno 0 (zero) = 1 anno.
457 a.C. + 490 anni = 34 d.C.
34 d. C. + 1810 = 1844
457 d.C. + 2300 anni = 1844  d.C

L’angelo Gabriele aveva dichiarato che questo periodo concerneva il tempo della fine (Dan. 8:17), pertanto, noi viviamo nella fase finale della storia dell’umanità, nel periodo del giudizio che si svolge immediatamente prima del ritorno di Cristo in gloria.

Infatti, quando Gesù ritornerà avrà con sé il premio della vita eterna (Ap 22:12); ovviamente occorre già in precedenza che venga stabilito chi dovrà ricevere questo premio. Dio stesso rassicurò Daniele dicendogli che «alla fine dei giorni, avrebbe ricevuto il premio, la sua parte d’eredità» (Dan. 12:13).

Oggi viviamo nell’ora del giudizio (Ap 14:7). Come al tempo dell’antico Israele, nel giorno del gran perdono (Yom kippur) coloro che non si pentivano dei loro peccati e non offrivano la loro vita a Dio erano esclusi dal campo, separati dal popolo, cosi anche noi oggi siamo invitati a non vanificare la grazia di Dio (2Corinzi 6:1-2). Questo è il nostro momento! Per quel che riguarda il passato possiamo fare ben poco: esso ormai appartiene all’eternità. Il futuro potrebbe anche non venire. Solo questo momento, questo attimo fuggente è nostro. Perché non abbandonare completamente la vostra vita a Cristo, ora, in questo preciso istante? Perché non dirgli: Signore, in questo momento io ti consacro la mia vita, perdona i miei peccati. Purificami con la tua grazia e rendimi idoneo per il tuo Regno?

Nota di approfondimento

Daniele 9:26,27 – «Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d’un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un’inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra. L’invasore stabilirà un patto con molti, per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore».

Questa dichiarazione annuncia la distruzione di Gerusalemme che avvenne nel 70 d.C. ad opera di Tito. Gesù stesso ha annunciato la distruzione del tempio e della città prima che fosse passata quella generazione.[10]

Alcuni studiosi identificano il «capo» con il generale Tito. Però credo che sia più corretto vedere in questo nagid (capo) ancora lo stesso Messia, ovvero Cristo Gesù.

Se, come alcuni credono che si tratti di Tito, credo che il termine scelto sarebbe stato “melek” e non “nagid”.

Gesù Cristo risponde alla descrizione dettagliata della profezia: è lui il Messia Principe che è apparso alla fine delle 69 settimane (versetto 25); è lui il Messia che è stato sterminato (soppresso) (versetto 26a). Dovrebbe dunque anche corrispondere al Principe del popolo che, venendo, causerà la distruzione della città e del santuario (versetto 26b). Riconoscendo in lui il «principe che verrà», si è in sintonia con le indicazioni cronologiche date nei versetti precedenti.

I Romani appaiono anche in questa profezia, ma solamente sotto i tratti del “devastatore” di cui si parlerà più avanti (v.27).

Già nell’Antico Testamento Dio si servì delle varie nazioni, Assiria e Babilonia, per compiere un suo giudizio parziale. Di loro dice: «…L’Assiria, verga della mia ira! Il bastone che ha in mano è lo strumento della mia indignazione».[11] «O Babilonia, tu sei stata per me un martello, uno strumento di guerra; con te ho schiacciato le nazioni, con te ho distrutto i regni».[12]

L’abate Fabre d’Envieu fa notare: «A torto si è supposto che il titolo di Nagid era dato al principe romano che doveva distruggere Gerusalemme, Tito, indicato al versetto seguente sotto il nome di Devastatore. Egli non era che il luogotenente del Messia, il quale, solo, è propriamente il Capo, il Conduttore, il Veniente. Colui che è stato stabilito capo delle nazioni e che ha ricevuto i popoli come un’eredità che gli spetta di diritto, si è posto alla guida dei romani per esercitare i suoi castighi su una nazione che aveva rifiutato di essere suo popolo. Egli stesso ha condotto l’esercito che doveva punire l’insolenza e l’ingratitudine dei Giudei».[13]

«Quando Tito entrò nella città (dopo averla espugnata) ammirò le alte fortezze… osservando… l’altezza della loro massicciata, la grandezza di ciascun macigno, l’accuratezza delle connessioni e come fossero ampie ed elevate, esclamò: “Davvero abbiamo fatto la guerra con Dio e fu Dio che da questa fortezza tirò abbasso i Giudei! Poiché mani d’uomini o macchine, che cosa possono contro queste torri?”».[14]

Gesù, dopo aver presentato la parabola dei cattivi vignaioli, parlando di coloro che lo avrebbero rifiutato, disse: «La pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella ch’è diventata pietra angolare… Perciò io vi dico che il Regno di Dio vi sarà tolto, e sarà dato ad una gente che ne faccia i frutti. E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà».[15]

«La morte del Messia comporta due conseguenze: la prima sarebbe l’abbandono del popolo ebraico, Dio lo lascerebbe andare a se stesso, il Messia rinuncerebbe al popolo che aveva rinunciato a lui. La seconda, un po’ più lontana nella sua realizzazione, era la desolazione della città e del santuario. Il rinnegamento e la crocifissione del Messia portarono alla distruzione della città e del tempio, alla dispersione della nazione ebraica».[16] Gesù stesso annunciò il giudizio su Gerusalemme nella parabola delle nozze in cui gli amici del re, il popolo d’Israele, rifiutano l’invito alla salvezza e subiscono la distruzione: «Allora il re s’adirò, e mandò le sue truppe a sterminare quegli omicidi e ad ardere la loro città».[17]

La distruzione di Gerusalemme, come quella di Sodoma e Gomorra, è una raffigurazione, un tipo del giudizio finale ed è la dimostrazione della distruzione del male e di tutti coloro che avranno rifiutato la vita che solo l’Eterno può dare

La persona del Cristo è salvezza per gli uni ed è condanna per gli altri. Non ci si può disinteressare di lui. È la pietra sulla quale si edifica la propria vita o è la pietra sulla quale si schianta la propria esistenza. Queste parole possono sembrare dure, ma l’uomo non può ridere del suo Creatore, la storia d’Israele lo dimostra. Se l’uomo non accetta Dio, si causa la morte.[18]

J. H. A. Ebrard scriveva: «Il Salvatore è chiamato Unto quando si tratta della sua sofferenza e del suo rigetto; è chiamato Principe quando si tratta del giudizio che esercita su coloro che l’hanno rifiutato».[19]

Considerando che Gesù Cristo, l’Unto Capo, risponde perfettamente a tutti i dettagli di questa profezia ed è il solo protagonista di questo testo, è lui il Messia Principe che è apparso alla fine delle 69 settimane; è lui che è stato soppresso ed è quindi ancora lui che dovrebbe, quale Principe del popolo, venire per distruggere la città.

Il testo biblico si esprime in termini causali e potrebbe dire che sia il popolo ebraico la causa della distruzione di Gerusalemme. Si può avere la seguente lettura: «Il popolo a causa del Capo che verrà (del Capo veniente), – distruggerà – sarà la causa della distruzione della città e del santuario». «Il popolo di Capo il veniente causerà la distruzione della città e del santuario». In altre parole, il popolo d’Israele non avendo accettato il Messia causerà la distruzione della propria nazione, che sarà materialmente realizzata dai Romani. Gesù piange su Gerusalemme perché la città ha rifiutato la sua protezione e si è esposta alla distruzione.[20]

Negli anni sessanta d.C. la causa della ribellione dei Giudei nei confronti dell’impero di Roma va proprio ricercata nell’attesa messianica e nella convinzione che i tempi a lui attribuiti per il presentarsi al popolo erano compiuti.

Per i giudei il Messia conquistatore, che avrebbe fatto risplendere il trono di Davide, doveva prendere il potere. Gli Ebrei si ribellarono ai Romani sperando che il Messia finalmente si manifestasse e prendesse nelle sue mani la sorte del popolo. Questa ribellione della nazione nella convinzione che il Messia sarebbe dovuto venire è stata la causa della distruzione di Gerusalemme.

Gesù aveva detto: «La pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella che è diventata la pietra angolare. Chiunque cadrà su quella pietra sarà sfracellato; ed ella stritolerà colui sul quale cadrà». Gesù, piangendo su Gerusalemme, annuncerà: «Affinché venga su voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia… Io vi dico in verità che tutte queste cose verranno su questa generazione… Ecco la vostra casa sta per essere lasciata deserta».[21]

Note:
[1] Il primo versetto ci offre un dato cronologico interessante: «il primo anno di Dario…», cioè nel 539 – 538 a.C. (vedere il cap. 6), l’anno in cui Daniele fu gettato nella fossa dei leoni. Tra il capitolo 8 e il 9, passano circa 12 anni durante i quali Daniele prega e studia la Parola di Dio! Quale lezione di perseveranza! Durante tutti questi anni di ricerca, di studio e di comprensione, Dio agisce in favore di Daniele, liberandolo dalla fossa dei leoni, ma non risponde alle sue angosciose domande. I versetti da 3 a19 presentano una straordinaria preghiera composta di 4 parti: (1) l’umiltà del profeta che si identifica con il popolo colpevole; (2) confessione dei peccati (Prov 28:13; 1Giov 1:8-9); (3) ricordo della bontà divina (v. 17); (4) fiducia in un Dio fedele (v.19). La preghiera è una specie di medicina miracolosa che se bene «agitata» dà risultati sorprendenti; è la chiave che apre i forzieri celesti e ci permette di accedere alla conoscenza superiore; questa fu l’esperienza di Daniele.
[2]
Per tradurre questo verbo sono state usate molte varianti (la radice è chatchak) come «determinate» oppure «deliberate», il significato basilare dello stesso è «isolare», ed è così che la maggior parte dei dizionari di ebraico lo definiscono. Purtroppo questa parola non compare in alcuna altra parte della Bibbia e questo non ci permette di vedere eventuali altri modi di utilizzo. In ugaritico, una lingua simile all’ebraico, gli studiosi hanno scoperto che il sinonimo di chatchak significa anch’esso «isolare». Possiamo allora riformulare il significato essenziale della frase biblica: «70 settimane sono state isolate». Isolate da che cosa, se non da un’altra profezia temporale? E da quale altra profezia? Non può che trattarsi della visione (mareh) dei 2300 giorni di Daniele 8:14, alla quale ha fatto riferimento Gabriele, che indica un periodo più lungo.
[
3] E. RENAN citato da V. MESSORI, Ipotesi su Gesù, Editrice Sei, Torino, 2001, p. 75.
[4]
V. MESSORI, Ipotesi su Gesù, Editrice Sei, Torino, 2001, p. 75.
[5]
Per uno studio dettagliato di questa profezia, leggere «The Seventy Weeks of Daniel 9: An Exegetical Study», in The Sanctuary and the Atonement, pp. 252-276. Anche God Cares, pp. 189-257. Antonio Caracciolo, Capire Daniele, Edizioni ADV snc – Falciani – Impruneta – FI
[6]
«Ma ricordandosi del patto fatto con i Patriarchi, Egli (Dio) lascerà un resto in Israele… e ai tempi della collera, 490 anni dopo che erano stati dati nelle mani di Nebucadnetsar, re di Babilonia, egli li visiterà e susciterà loro un maestro di giustizia, per condurli nella via cara al suo cuore e per fare conoscere alla generazione, quel che farà nell’ultima generazione». (Scritto di Damasco, «l’esortazione». Manoscritto A, 1:4-11; cfr. A. Dupont Sommer, Les Ecrits Esséniens découvert prés de la mer Morte, p. 137).
[7]
Versetto 26 – il termine «Unto – ebr. masah, gr. Chrisma», «Messia – ebr. masiah» o «Cristo – gr. Cristos», sono sinonimi.
[8]
Vedere Ellen G. WHITE, Il gran conflitto, Edizioni ADV, Falciani, 2000, pp. 257,258.
[9]
Versetto 27. Cristo stabilirà nel mezzo di una settimana un’alleanza grazie al suo sacrificio (Luca 22:20). Egli «farà cessare sacrifico e oblazione…» – Matteo 27:50-52.
[10]
Matteo 24:34
[11]
Isaia 10:5.
[12]
Geremia 51:20.
[13]
J. Fabre d’Envieu, op. cit. t. II, p. 983.
[14]
Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, VI.
[15]
Matteo 21:42,44.
[16]
J. Fabre d’Envieu, op. cit. t. II, p. 980.
[17]
Matteo 22:7.
[18]
Geremia 2:19; 5:25; 6:19; 7:19.
[19]
Ebrard, cit. K. Auberlen, op. cit. p. 132.
[20]
Matteo 23:37,38.
[21]
Luca 20:16-18; Matteo 23:35,36.

Past. Francesco Zenzale

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