La Trinità

Scutum-Fidei-Arma-Trinitatis1C’è un unico Dio e ciononostante noi lo conosciamo come tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Cosi sono rivelate nelle Scritture. La Bibbia non cerca di risolvere il mistero della Trinità – tre in uno – ma lo presenta con chiarezza, sconcertando l’uomo e la sua matematica.

La Trinità Nell’Antico Testamento

La dottrina dell’Antico Testamento su Dio è rigorosamente monoteista. Tanto la legge di Mosè quanto i profeti insistono sull’unità e unicità del Dio d’Israele (Deut. 4:35,39; 6:4; 32:39; 1 Sam. 2:2; 1 Re 8:60; 37:20).

Tuttavia, ferma restando la realtà del rigoroso monoteismo mosaico/profetico, è pur vero che in vari punti della rivelazione, antico testamentaria, lascia intravedere una pluralità all’interno della divinità. Diversi argomenti chiaramente desumibili dai libri dell’Antico testamento confortano questa tesi.

A. La forma plurale del nome divino e dei verbi e pronomi riferiti a Dio

Molti teologi hanno richiamato l’attenzione sulla forma plurale di uno dei nomi più comuni con il Dio d’Israele fu conosciuto nel tempi del Vecchio Testamento: Elohim (Gen. 1:1; «nel principio Dio (Elohim) creò»; come pure sulla forma plurale dei verbi e dei pronomi in certe frasi poste sulla bocca di Dio (Gen. 1: 26; «facciamo l’uomo a…»; Gen. 3:22 «uno come noi»; Gen. 11:17; Isaia 6:8).

Non si tratta di un plurale di maestà, come hanno pensato alcuni, perché l’ebraico non conobbe tale forma letteraria (Vedi dizionario di Teologia Biblica a cura di Xavier Lèon-Dufour, art. Dio, col. 275).

B. Il valore di un aggettivo numerale riferito a Dio

La dichiarazione più classica dell’Antico testamento sull’unità di Dio è senza dubbio quella che si trova in Deuteronomio 6:4.

«Ascolta Israele: l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno»

Per cogliere tutta l’importanza di questa dichiarazione, che gli Ebrei hanno sempre considerato la loro professione di fede monoteistica, occorre leggere il passo nell’originale. Prima però di procedere, dovremo fare alcune considerazioni preliminari su un uso particolarmente significativo che fecero gli scrittori sacri dell’Antico Testamento dell’aggettivo numerale.

L’ebraico conosce diverse parole per esprimere il concetto di unità. La più comune è senz’altro l’aggettivo numerale «‘ehad» che corrisponde esattamente al nostro “uno”. Come “uno” nella nostra lingua, «‘ehad» nella lingua ebraica, può esprimere tanto il concetto di unità semplice, quanto il concetto di unità composta.

Ecco due esempi banali per chiarire questi due concetti. Se diciamo: “Un uomo” l’aggettivo “uomo” esprime l’idea d’unità semplice (un uomo non si può dividere in più parti); se invece diciamo: “Un popolo”, l’aggettivo “uno” rende l’idea di unità composta, perché un popolo è formato da tanti uomini.

Ora, quando gli scrittori ispirati dell’Antico testamento hanno voluto esprimere il concetto di unità composta o hanno inteso ridurre idealmente la pluralità all’unità. Hanno usato invariabilmente l’aggettivo numerale «‘ehad», laddove quando hanno inteso restringere il concetto di unità per esprimere l’idea di unicità, unità assoluta e indivisibile, hanno adoperato l’aggettivo «yahîd», che è generalmente tradotto “unico”. Ecco una serie di testi che comprovano questa affermazione.

‘ehad – unità composta

  1. Gen. 1:5 «fu sera, poi fu mattina: e fu il primo giorno» Si potrebbe riassumere questo versetto nella formula seguente: 1 sera + 1 mattina = un giorno (‘ehad). ‘Ehad è formato da due elementi: la sera e il mattino.
  2. Gen. 2: 24 «saranno una sola carne» – Uomo + donna = una (‘ehad) sola carne.
  3. Gen. 11: 6; Esdra. 2: 64 – la moltitudine nell’insieme formano un’unità composta – ‘ehad – come se fossero una sola persona (Atti. 4:32).
  4. Esempi in cui troviamo ‘ehad riferito alla divinità: Deut. 6:4; Isaia. 42:8; 45:6; 48:12.
  5. Altri esempi: 1 Samuele 11:7; Giudici 20:8; 2 Samuele 19:14; 1 Re 22:13; Giudici 20:1

Dio Padre e Gesù sono “uno” ‘ehad (Giov. 10: 30). Gesù ha pregato affinché fossimo “uno” con il Padre e il Figlio (Giov. 17:21). Noi siamo “uno”- ‘ehad – in Cristo. Unità di pensiero, d’azione, d’intenti, negli affetti, ecc.

Yahîd – Unità semplice

  1. Gen. 22:2,12,16 – «prendi il tuo unico figlio». Per insistere sul fatto che Abramo non aveva altri figli e che quello che aveva era il figlio unico, il testo impiega l’aggettivo numerale «yahîd».
  2. Altri esempi dove troviamo «yahîd» indicante una sola persona in Ger. 6:26; Giud. 11:14; Salmo 22:20; 35:17; Geremia 6:26; Zaccaria 12:10.

Adesso leggiamo Deuteronomio 6:4 nel testo originale:

“Shema’ ‘Israel Yahweh ‘elohênû yahweh‚ ehad“.

Tradotto letteralmente: “Ascolta Israele: Yahweh nostro Dio (è) Yahweh uno”.

In questa solenne dichiarazione normativa della Torah sull’unità del Dio d’Israele, lo scrittore sacro non si è valso dell’aggettivo yahîd, che come abbiamo visto significa “uno indivisibile”, “unico”, ma si è servito del comune numerale ‘ehad, che era usato in tutti i casi nei quali si voleva esprimere l’idea di unità composta.

Ne consegue che se l’Antico Testamento, insiste sull’unità del Dio d’Israele, esso nel medesimo tempo lascia trasparire che questa unità è “un’unità composta”. Se Mosè avesse voluto dirci il contrario, avrebbe avuto a disposizione l’aggettivo yahîd per farlo, un aggettivo che conosceva benissimo perché lo adopera tre volte nel capitolo 22 della Genesi.

Altri testi dell’Antico Testamento indicano la presenza di una o più persone divine.

Proverbi 30:4

“Chi è salito in cielo e n’è disceso? Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuse l’acque nella sua veste? Chi ha stabilito tutti i confini della terra?”

Ognuno sarà d’accordo nel rispondere a queste domande: il Dio creatore, ma proseguendo la lettura leggiamo: «Qual è il suo nome e il nome del suo figlio? Lo sai tu?». E’ dunque chiaro che nel pensiero dell’Antico Testamento c’è un Padre e un figlio creatore.

Il Salmo 110 presenta un’altra forma interessante:

“L’Eterno ha detto al mio Signore: siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi”.

Traslitterando dall’originale i due nomi, “Signore”, avremo: Yahweh, dice al mio Adonaj…” L’ebraico presenta dunque due termini che abitualmente si applicano alla divinità. Il Midrasch commentando Numeri 18:23 spiega che il secondo personaggio del Salmo 110:2 è il Messia: “Lo scettro è destinato ad essere tenuto nella mano del Messia-Re… come è detto: lo scettro della tua potenza stenda il Signore da Sion perché tu domini in mezzo ai tuoi nemici”.

Si potrebbe dunque trascrivere il testo del Salmo 110:1-2 nel modo seguente: Yahweh (termine impiegato per la divinità) dice al mio Adonaj”… (altro termini impiegato per la divinità, applicato dalla Midrash al Messia-Re). Il dialogo senza dubbio è fra due persone divine.

La Trinità negli evangeli

Il termine «trinità» fu usato dai teologi della chiesa a partire dal secondo secolo, pertanto è preferibile adoperare il termine «divinità» (Atti 17:29).

Quando leggiamo i vangeli, notiamo che in diverse circostanze della vita terrea di Gesù, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono menzionati insieme o sono associati strettamente nell’opera della salvezza. Ecco alcune circostanze rilevanti:

A. L’annuncio a Maria della nascita del Salvatore

“E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà sarà chiamato Figliuolo di Dio”. Luca 1:35

Il mistero dell’incarnazione che l’angelo annuncia a Maria doveva segnare l’inizio del piano redentivi di Dio. Ora, come si vede dal passo di Luca, nel primo annuncio dell’evento della salvezza che segnerà l’avvento del tempo di grazia, cogliamo il Padre, lo Spirito Santo ed il Figlio di Dio pienamente e intimamente associati e coinvolti nell’in iniziativa della salvezza stessa.

B. Il battesimo di Gesù

“E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuor dell’acqua; ed ecco i cieli s’apersero, ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figliuolo nel quale mi son compiaciuto”. Matteo 3:16-17 (cfr. Marco 1:10-11; Luca 3:22).

Nel momento solenne in cui Gesù con l’atto pubblico del battesimo inaugura il suo ministero terreno e si manifesta ad Israele come Messia e Salvatore, ecco che lo Spirito Santo discende visibilmente su di lui e il Padre ne proclama udibilmente la divina filialità.

La scrittura attesta che Gesù è stato unto di Spirito Santo (Vedi luca 4:17-18 e Atti 10:37-38). L’antico rito dell’unzione significava consacrazione ad un ufficio per il quale Dio aveva eletto. La discesa dello Spirito Santo su Gesù al momento del battesimo non è può avere avuto altro significato che quello della consacrazione al ministero messianico (vedi Luca 4:17-21). La presenza dello Spirito Divino in quel momento solenne attestava che il Padre consacrava il Figlio come Salvatore d’Israele e del mondo.

La dichiarazione da parte di Dio della divina filialità di Gesù, tenuto conto dell’ambiente religioso e psicologico in cui venne fatta, implicava l’affermazione della sua natura divina. Infatti, per i Giudei dichiarare o dichiarasi figlio di Dio significava attribuire o rivendicare un’identità di natura come Dio. Tant’è vero che quando Gesù in una certa occasione chiamò Dio Padre suo, i Giudei cercarono di ucciderlo perché, spiega Giovanni, «chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Giovanni 5:17).

Dunque il battesimo di Gesù fu uno dei rari momenti in cui la Divinità nella sua pienezza – Padre – Figlio e Spirito Santo – si manifestò agli uomini in parzialmente visibile e udibile.

C. La promessa dello Spirito Santo

“E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi”. Giovani 14:16-17 (cfr. Giovanni 11:25; 15:26; 16:7-11; Luca 24:19)

Il Figlio promette ai discepoli che domanderà al Padre per loro il dono dello Spirito Consolatore e li rassicura, aggiungendo che il Padre elargirà ad essi tale dono in modo permanente. Ancora una volta cogliamo nel Vangelo le tre persone della Divinità – il Padre – il Figlio e lo Spirito Santo – perfettamente e intimamente unite nell’iniziativa della salvezza.

D. Il comando di Battezzare

“Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo” (Matteo 28:19).

Questa è la dichiarazione più pregnante di tutto il Nuovo Testamento sul mistero della Divinità una e trina. Gesù Cristo riunisce in un solo nome, il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.

Per cogliere tutta la portata di questa dichiarazione di Gesù, è necessario riferirsi alla nozione semantica di «nome».

Per noi il nome designa del tutto esteriore e convenzionale, una specie di etichetta che apponiamo alle cose o alle persone per distinguerle tra loro. Ma per gli antichi semiti il nome aveva ben altra importanza. Possiamo avere un’idea leggendo i versi iniziali dell’antichissimo poema mitico babilonese “Eunuma elish”:

“Quando lassù il cielo non era ancora nominato e quaggiù la terra non portava ancora nome…”

Il significato di questi versi è esattamente il seguente: quando lassù il cielo e quaggiù la terra ancora non esistevano.

Per i semiti «avere un nome» significava «esistere». Era inconcepibile per loro un’esistenza senza un nome. Il nome dunque si identificava con l’essere, ne racchiudeva in qualche modo e ne manifestava la natura e l’essenza (Ecclesiaste 6:10)

Tanto era radicata nello spirito semitico – e gli ebri erano semiti – l’idea della con naturalità del nome all’essere che lo portava, che conoscere il nome di qualcuno equivaleva a conoscere la sua intima essenza al punto da averlo in proprio potere. Non a caso fu celato a Giacobbe, e dopo di lui a Manoah, il nome dell’Angelo dell’Eterno che si era rivelato ad essi (Genesi 32:29; Numeri 13:17-18). Né Giacobbe, né a Manoah fu dato di conoscere il nome ineffabile di quell’essere meraviglioso, perché Egli era l’Inconoscibile (cfr. Genesi 32:30; 35:9-11)

Biblicamente mutare il nome a qualcuno significava mutare il carattere e il destino di questi. (Abramo – Abrahamo; Sarai – Sara (Genesi 17:4-8 e 15-16; Giacobbe in Israele – genesi 32:26-28 e 35:9-11). Il mutamento del nome del pescatore in Cefa nel vangelo (Giovanni 1:42), riveste l’identico significato.

Dunque, questa caratteristica peculiare dello spirito semitico la troviamo anche nel Nuovo Testamento e non c’è da meravigliarsene perché gli scrittori e i protagonisti di questa parte della scrittura – specie nei vangeli – erano ebrei e quindi semiti. Una prova ulteriore dell’equivalenza nome-persona nei vangeli si ricava dal confronto di Giovanni 20:31 con 3:15,36.

In Giovanni 20:31 leggiamo:

“Ma queste cose sono scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figliuol di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”.

In Giovanni 3:15 e 36 recitano:

“Affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” e chi crede nel Figliuolo ha vita eterna”.

E’ evidente che le espressioni «nel suo nome», «in Lui» e «nel suo Figliuolo» in questi passi si equivalgono.

Così in Matteo 10:22 e 24: 9, in Marco 13:13 e in Luca 21:17, l’espressione «a cagione del mio nome» è un semitismo che significa esattamente «a cagione di me», e in Matteo 19: 29 la frase «per amore del mio nome» è ancora un semitismo che vuol dire «per amore di me».

Alla luce di quanto detto nei paragrafi precedenti, è evidente che quando Gesù, nato e cresciuto in ambiente ebraico, dice ai suoi discepoli, anch’essi nati e cresciuti nel medesimo ambiente: «Nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo», con le parole «nel nome», non poteva avere voluto significare altro che «in un’entità personale», in quell’espressione i suoi discepoli non potevano avere inteso diversamente.

Afferma bene J. M Dal man nell’enciclopedia della Bibbia, LDC, vol. 6, col 1010:

“Colui nel cui nome uno può essere battezzato, può essere solo un essere personale”

Più avanti lo stesso autore dichiara ancora, molto giustamente:

Le tre persone hanno la natura e il potere divino; infatti essere battezzati nel nome di qualcuno, come rito religioso indica sia la consacrazione al culto di quella persona sia l’autorevole potestà di questa nel santificare (Romani 6:3ss. 1 Corinzi 1:12,15, ecc.) Ibidem.

La trinità nelle lettere apostoliche

A. Negli Atti

Nel libro degli Atti l’intima associazione e unione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nell’opera della redenzione traspare con chiarezza nella dottrina della salvezza esposta da Pietro:

“Egli (Gesù) dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio, e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (Atti 2:33).

“E Pietro a loro: Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Poiché per voi è la promessa, e per i vostri figliuoli, e per tutti quelli che son lontani, per quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà” (Atti 2:38-39).

“Esso (Gesù) ha Iddio esaltato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e remissione dei peccati. E noi siam testimoni di queste cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che gli ubbidiscono” (Atti 5:31-32).

“E questa è la parola ch’Egli ha diretta ai figliuoli d’Israele, annunziando pace per mezzo di Gesù Cristo. Esso è il Signore di tutti. Voi sapete quello che è avvenuto per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Iddio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come egli è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Iddio era con lui” (Atti 10:36-38).

B. Nelle lettere di Paolo

Nelle epistole di Paolo sono una quarantina i passi nei quali il Padre , il figlio e lo Spirito Santo sono presentati insieme. Tra i più significativi ricorderemo: 1 Corinzi 12: 4-6; 2 Corinzi 13:13; Efesini :18; Tito 3:4-6; Ebrei 9:14. Vale la pena esaminare ad un ad uno questi sei passi di Paolo.

1 Corinzi 12:4-6

“Or vi è diversità di doni, ma v’è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri, ma non v’è che un medesimo Signore. E vi è varietà di operazioni, ma non v’è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti”.

In questo brano i beni spirituali elargiti ai credenti sono presentati come provenienti dalle tre persone della Divinità. I doni differenti (Karìsmata) sono attribuiti all’unico Spirito, la diversità dei ministeri, o servizi sacri (diakonìa), all’unico Signore e le diverse operazioni, o opere miracolose (energémata) all’unico Dio.

In altre parole Paolo vede nello Spirito Santo, nel Signore Gesù e in Dio Padre le tre sorgenti distinte dei differenti doni divini che sono stati elargiti alla Chiesa. Dei tre ordini di doni non si può affermare che l’uno valga più dell’altro; tutti rivestono pari importanza nell’economia della fede. Nella medesima maniera i donatori da cui procedono sono collocati sul medesimo piano, tutti e tre sono divini.

2 Corinzi 13:13

“La grazia del Signor Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.

E’ l’augurio con cui Paolo chiude una delle sue epistole. Un augurio nel quale si esprime l’ardente desiderio dell’apostolo per i destinatari della sua lettera. Qual è questo desiderio? E’ che i fratelli di Corinto siano resi partecipi dei supremi beni spirituali che procedono dal signore Gesù Cristo, da Dio Padre e dallo Spirito Santo.

Da Signore Gesù Cristo procede la grazia, ovvero il dono della remissione dei peccati (Luca 24:17) e della vita nuova (Galati 5: 20). Da Dio Padre procede l’amore che trovò nel dono del suo figlio per la salvezza dell’umanità l sua più alta espressione (Giovanni 3: 16) e che continuamente si rinnova nei doni della sua provvidenza (Matteo 5:45). Lo Spirito Santo. Promuove e realizza la comunione coi credenti, ovvero quella intima relazione interpersonale tra essi e il Padre e il Figlio per cui Gesù pregò alla vigilia della crocifissione (Giovanni 17:21).

La grazia, che nel saluto augurale di Paolo ai Corinzi appare come un dono un dono del Signore Gesù Cristo, è anche il dono del Padre: Romani 5:15; Efesini 3:7; Colossesi 1:6; Tito 2:11, ecc. E’ il dono del Padre e del Figlio nel medesimo tempo: 1 Timoteo 1:2; 2 Timoteo1:2; Tito 1:4; 2 Giovanni 3.

Nel saluto augurale ai destinatari dell’Apocalisse, Giovanni invoca la grazia congiuntamente da Dio Padre (Colui che è, che era e che viene), dallo Spirito Santo (i sette spiriti di Dio che sono davanti al trono) e da Gesù Cristo (Apocalisse 1:4-5).

L’amore, che nel suo saluto ai Corinzi Paolo fa proceder da Dio, è anche la qualità dl Figlio (Romani 8:35; Efesini 3:18). L’umanizzazione del Figlio di Dio culminante nella sua mote sostitutiva, fu la dimostrazione suprema dell’amore di Dio per noi (Romani 5:8) e fu per la mediazione dello Spirito che prese forma concreta l’amore di Dio per noi nell’incarnazione del Figlio (Luca 1:35). Ed è ancora per la mediazione dello Spirito Santo che l’amore di Dio continua a giungere sino a noi (Romani 5:5).

La comunione di cui Paolo parla in 2 Corinzi 13:13 indica nello Spirito Santo il promotore, è comunione con lo Spirito, ma anche col Padre (1 Corinzi 1:9) e col Padre e il Figlio (1 Giovanni 1:3)

Se gli stessi doni salvifici procedono dal Padre, dallo Spirito santo e dal figlio si deve dedurre che i Tre esercitano lo stesso potere e partecipano della medesima natura, e perciò formano una perfetta unità.

Efesini 2:18

“Poiché per mezzo di lui e gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito”.

Giudei e Gentili – afferma in sostanza Paolo – hanno potuto accedere a Dio Padre in virtù della mediazione di Gesù Cristo e dell’azione dello Spirito Santo.

Gesù Cristo, con la sua morte sulla croce, ha distrutto l’inimicizia che ci separava da Dio, e con l sua vita (vale a dire mediante la sua intercessione in cielo) ha dischiuso a noi la via della salvezza (Romani 5:10; Ebrei 7:25). Lo Spirito Santo, col promuovere in noi la rinascita spirituale che ci rende idonei per il regno di Dio (Giovanni 3:5), realizza a livello individuale quella salvezza che Gesù ha procurato a livello universale. Ma il Padre non è estraneo a tutto questo. Egli partecipa direttamente e pienamente sia alla riconciliazione degli uomini con sé (2 Corinzi 5:18), sia alla loro rinascita spirituale (Giovanni 1:13; 2 Corinzi 5:17-18).

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono dunque pienamente e perfettamente uniti nell’opera della Salvezza per l’umanità.

Tito 3:4-6

“Ma quando la benignità di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore verso gli uomini sono stati manifestati, Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatte, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, ch’Egli ha copiosamente sparso su noi per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore”.

L’attributo di «nostro Salvatore» in questo passo è riferito a Dio Padre (vers. 4) quanto a Gesù (vers. 6. Noi non abbiamo due salvatori, ma uno solo. Il Padre e il figlio dunque sono uno nel proponimento e nell’azione salvifica.

Inoltre, lo scrittore ispirato sottolinea che Dio ci ha salvati per la sua misericordia quando la sua benignità e il suo amore «sono stati manifestati», vale a dire nel momento in cui Gesù spirò sulla croce per riscattare una umanità nel peccato e nemica a Dio (Romani 5:8). E ci ha salvati per mezzo dell’azione rinnovatrice dello Spirito Santo. E lo Spirito rigeneratore ci è stato dato per mezzo di Gesù Cristo e compimento della sua promessa (Giovanni 16:7).

Ebrei 9:14

“Quanto più il sangue di Cristo che mediante lo Spirito eterno ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire all’Iddio vivente?”

Secondo questa dichiarazione dell’epistola agli Ebrei, Gesù, per mezzo dello Spirito eterno, offerse se stesso a Dio, alieno da ogni colpa, affinché il sangue del suo martirio ci rendesse puri dalle opere di peccato e noi fossimo resi idonei per il servizio di Dio.

Ancora notiamo una relazione strettissima, una continuità ininterrotta da azione tra Cristo, lo Spirito Santo e l’Iddio vivente, nell’opera unica e concorde, tesa alla riconquista dell’uomo per la sua salvezza.

C. Nelle lettere di Pietro

1 Pietro 1:1-2

“Pietro, apostolo di Gesù Cristo, agli eletti che vivono come forestieri nella dispersione del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, ad ubbidire e ad esser cosparsi del sangue di Gesù Cristo: grazia e pace vi siano moltiplicate”.

E’ il saluto augurale che Pietro rivolge nella dedica della sua lettera ai credenti della dispersione. Nel saluto è incorporato un breve inciso di indole teologica riguardante l’elezione dei credenti. Risulta da questo inciso, come ognuno può notare, che l’elezione dei credenti procede dalla preconoscenza di Dio Padre e si attua verso la santificazione dello Spirito Santo, per rendere i credenti stessi atti ad ubbidire e ad essere cosparsi del sangue di Gesù Cristo.

Come nelle epistole di Paolo, anche in questo scritto Dio Padre, lo Spirito Santo e Gesù Cristo sono presentati come operanti nell’unione più perfetta per il recupero dell’uomo peccatore. L’elezione di Dio Padre si realizza nella santificazione dello Spirito Santo, che è resa possibile dal sangue di Gesù Cristo.

1 Pietro 4:14

“Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi! perché lo Spirito di gloria, lo spirito di Dio, riposa su voi”.
In quest’altro passo di Pietro sono ricordati, in relazione alla persecuzione dei cristiani, Cristo, lo Spirito e Dio. L’apostolo consola i credenti vessati dai persecutori, dicendo loro di reputarsi felici di soffrire per Cristo perché lo Spirito di Dio è su loro.

D. Nelle lettere di Giovanni

1 Giovanni 4:13-15

“Da questo conosciamo che dimoriamo in lui ed Egli in noi: ch’Egli ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figliuolo per essere il Salvatore del mondo. Chi confessa che Gesù è il Figliuol di Dio, Iddio dimora in lui, ed egli in Dio”.

In sostanza Giovanni in questo punto della sua lettera trae la conseguenza che chi ha ricevuto il dono dello Spirito dimora in Dio, come dimora in Dio colui che, avendo accolto la testimonianza degli apostoli, confessa che Gesù è il Figlio di Dio. Dio Padre, lo Spirito Santo e il Figlio di Dio sono dunque strettamente uniti e coinvolti nell’esperienza umana della comunione col divino

E. Nell’Apocalisse

Apocalisse 1:4-5

“Giovanni alle sette chiese che sono nell’Asia: Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette Spiriti che son davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il fedel testimone, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A lui che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue”.

E’ il classico saluto augurale con cui gli apostoli sogliono introdurre le loro lettere alle chiese o ai singoli rappresentanti di esse. Nel saluto di Giovanni alle chiese dell’Asia, cui dedica l’Apocalisse, l’apostolo invoca per quelle comunità di credenti i doni divini della grazia e della pace congiuntamente da Dio Padre (Colui che è, che era e che viene), dallo Spirito Santo (i sette spiriti di Dio che sono davanti al trono) e da Gesù Cristo che riceve gli epiteti del «fedel testimone; primogenito dei morti e principe dei re della terra».

La designazione di Dio Padre come «Colui che è, che era e che viene» s’ispira al nome con quale Egli si rivelò ad Israele per mezzo di Mosè: «Colui che è» (Esodo 3:14).

I “sette spiriti di Dio che sono davanti al trono” non sono, come hanno pensato certi commentatori,”i sette angeli della faccia” di cui fa menzione la letteratura giudaica. Se Giovanni attinse a piene mani nella rivelazione profetica dell’Antico Testamento, non ebbe niente da prendere in prestito dalla tradizione rabbinica che non era per niente ispirata. Dopo tutto, non è pensabile che Giovanni invocasse per i credenti dell’Asia i doni divini della grazia e della pace dagli angeli – che non sono mai oggetto di culto nella Bibbia – nello stesso tempo da Dio Padre e da Gesù Cristo.

Nel capitolo 3: 1, sono ricordati i “sette spiriti” ed è specificato che chi ne dispone è Gesù Cristo. Nel capitolo 4:5 “i sette spiriti di Dio”, ricompaiono sotto il simbolo di “sette lampade ardenti” che stanno davanti al trono: figura della luce divina che illumina gli uomini; e nel capitolo 5: 6 li troviamo ancora sotto l’emblema di “sette corna” (simbolo di onnipotenza) e di “sette occhi” (simbolo di onniveggenza) che appartengono alla figura dell’Agnello nella quale traspare fin troppo evidente la figura del Cristo redentore.

Nell’Apocalisse il numero 7 esprime l’idea di totalità, pienezza, compiutezza e perfezione. Così nel capitoli 2 e 3 le sette chiese rappresentano la Chiesa nella sua totalità, la chiesa universale. Conseguentemente, i messaggi rivolti valgono per l’universale corpo dei credenti: “Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”.

In Apocalisse 3:1 gli Spiriti sono sette come sette sono le stelle nella mano di Gesù Cristo (e che rappresentano gli angeli, ovvero i ministri delle chiese) e come sette sono candelabri (che raffigurano le chiese stesse (Apocalisse 1:20).

Lo Spirito così rappresentato che sta davanti al trono di Dio è lo Spirito Santo nella pienezza dei suo attributi e dei suoi doni.

Apocalisse 5: 6-7

“Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che pareva essere stato immolato, ed avea sette corna e sette occhi che sono i sette Spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. Ed esso venne e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono”.

In questa visione di Giovanni, l’Agnello, Colui che siede sul torno e i sette Spiriti di Dio sono designazioni profetiche – simboliche rispettivamente del Cristo Redentore, dello Spirito Santo agente sulla terra e dell’Iddio Altissimo Signore dell’universo. Ancora una volta – e questa volta in una visione di indescrivibile splendore – i tre membri della divinità si sono mostrati insieme in un’unione perfetta.

Conclusione

Indubbiamente, la formula «uno uguale a Tre» è un’equazione che non torna secondo la logica umana, è un concetto che sfugge alla nostra razionalità. Ma nella Bibbia questa formula, non solo è applicata alla divinità, ma è anche riferita alla realtà umana «i due saranno una sola carne» (Matteo 19: 4 – 6). L’uomo e la donna nel matrimonio sono considerati come una singola unità ‘ehad, eppure fisicamente e psicologicamente rimangono due individui distinti.

Dio supera la nostra comprensione, ma Egli ha scelto di farsi conoscere solo da coloro che lo cercano. Infatti sta scritto che dobbiamo cercare Dio per conoscerlo» (Osea 6:3; Geremia 29:13) e cercarlo deve essere il nostro primo interesse (Matteo 6:33)

Past. Francesco Zenzale

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