Morale e Moralismo

beatitudiniViviamo in un’epoca di degrado morale d’ogni genere (politico, sociale, familiare, ecc.). Sul nostro piccolo mondo, soffia un clima di violenza mai come nel passato. Nel nostro piccolo pianeta cristiano il “fai da te”, “l’individualismo” e la “rilassatezza” spirituale e morale si fanno sentire . Non è tempo perso riflettere un momento sui concetti di morale e di rettitudine.

All’inizio della Riforma protestante, nel sec. XVI, Lutero sottolineava che “un’azione non ha valore morale se la facciamo per evitare un danno o per avere un vantaggio. Non è morale fare il bene per paura dell’Inferno o per desiderio del paradiso”.

Quando si sono indeboliti i comandamenti religiosi, con l’umanesimo dilagante, il filosofo Kant, li ha sostituiti con i comandamenti della ragione. Anche per Kant “un’azione ha valore morale solo se non viene compita in vista di qualche interesse o per paura di una punizione”.

La persona morale dovrebbe agire in base al puro senso di responsabilità e dell’amore. Porta, nel cuore, la legge morale codificata nei dieci comandamenti (Salmo 37:31; 40:8). Non ha bisogno di controlli esterni, di giudici o di poliziotti. Non si trincera dietro scuse e giustificazioni.

L’imperativo morale divino dice:

“Ogni volta che compi un’azione, qualsiasi tipo d’azione, devi sempre agire in base alla norma divina che vorresti erigere a legge universale. Quella norma che vorresti che tutti applicassero, sempre e dovunque. Una volta stabilito quale sia, dovrai essere tu a rispettarla fino in fondo” (Matteo 7:12; cfr. Luca 6:31).

  • Vuoi che tutti dichiarino la verità? (Efesini 4:25) Allora affermerai sempre la verità.
  • Vorresti che tutti pagassero le tasse? (Efesini 4:28) Allora tu denuncerai fino all’ultima lira.
  • Vorresti che tutti rispettassero i limiti di velocità? Allora non li superare mai.
  • Vorresti che tutti rispettassero le leggi dello Stato Italiano? Allora rispettale.
  • Vorresti che tutti rispettassero la professione di fede? (Atti 26:19) Allora mettila in pratica.

Esiste una differenza tra la morale e il moralismo

La morale non dà diritti, ma solo doveri e/o responsabilità, ci si può appellare alla morale per esigere questo o quello. Non ammette nel modo più assoluto scuse del tipo: “Ma lo fanno tutti” o, “Mal comune, mezzo gaudio” o, “Un colpo al cerchio e un colpo alla botte”.

La morale non scende al compromesso con il peccato. “La morale non impone nulla agli altri, non parla degli altri. Essa impone dei doveri soltanto a te, dice cosa devi fare tu”.

La corrispondenza immediata fra sapere che cosa è bene e sentirsi impegnato a farlo è la rettitudine. Una cosa che noi italiani ed avventisti abbiamo poco. Lo diceva anche il filosofo Hegel: “Gli italiani conoscono l’universale (la morale), ma non lo rispettano”.

Anche Gesù sottolineò il medesimo insegnamento, Egli disse: “Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro” (Matteo 23:3s)

L’automobilista dice che tutti dovrebbero rispettare i limiti di velocità, però lui va a 160 l’ora. Lo studente sostiene che i professori sono ingiusti, però lui copia il compito da un compagno. Il commerciante si lamenta perché la gente non paga le tasse, però lui evade l’Iva. Il poliziotto accusa il sistema di corruzione, però lui dice il falso. Il credente sostiene l’importanza d’essere fedele ai principi divini, pero lui ne trasgredisce alcuni; parla di evangelizzazione, ma non si lascia coinvolgere.

Questa moralità ipocrita, rovesciata, tale e quale a quella dei Farisei, è il moralismo. La persona si atteggia a moralizzatore integerrimo, poi fa quello che vuole, secondo le circostanze. Ha sempre in bocca espressioni morali come diritto, dovere, bene, male, giusto, ingiusto. Però, come nella parabola del Vangelo, vede la pagliuzza nell’occhio dell’altro, non la trave nel suo (Matteo 7:3s).

I sentimenti specifici della moralità sono il senso del dovere, il senso di colpa, il pentimento e il rimorso. Invece il moralista (colui che predica la morale, ma non la mette in pratica), condanna, s’indigna, protesta, stigmatizza, chiede giustizia e punizioni esemplari. Guarda sempre gli altri, mai se stesso.

La storia del Fariseo e il pubblicano al tempio, illustrano perfettamente i sentimenti dell’uno e dell’altro, fra colui che vive la morale dilettandosi in essa (Salmo 1) e colui che si diletta nel denunciare gli errori altrui. L’uno si batte il petto, l’altro disprezza, innalza se stesso difettando l’altro.

Lo spostamento verso l’interno della morale, della volontà divina, rende possibili i rapporti fra gli uomini anche quando non c’è una legge esterna: il gendarme/pastore, gli anziani e il comitato di chiesa a controllarli. E’ la base della morale cristiana, del buon funzionamento di ogni aspetto inte-relazionale. E’ segno di sequela, unico fondamento per un’onesta politica ecclesiale.

Gesù è morto proprio perché ha accettato di vivere secondo Dio e non secondo gli uomini. Egli ha incarnato la morale divina.

In Ebrei 4:15 sta scritto che “Egli è stato tentato come noi in ogni”

Past. Francesco Zenzale

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