La via degli altari

La risposta di Dio ai nostri più profondi interrogativi

0505040Robert S. Folkenberg (1)

Nel suo straordinario libro intitolato Night (La notte), Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto e difensore dei diritti umani, racconta un incidente verificatosi nel campo di concentramento in cui aveva trascorso gli anni della sua adolescenza, colpevole soltanto di essere un ebreo. Nel campo c’era un ragazzo, che probabilmente non aveva più di 12 anni, che era stato sorpreso a rubare del cibo, forse alcuni pezzi di pane per riempire quel suo corpo vuoto ed emaciato.
Scoperto dalle guardie fu condannato a essere impiccato quel giorno stesso. Ma non sarebbe stato solo a morire: le guardie gli affiancarono altri prigionieri in una pubblica esecuzione.
Gli internati erano inorriditi: dovevano assistere all’esecuzione. Il ragazzo, spaventato e tremante, si avvicinava al patibolo; ma si presentò un problema: era così leggero (avendo perso peso nel campo di concentramento) che la forza di gravità non poteva assicurare i suoi effetti mortali. Infatti il ragazzo rimase appeso al collo, piccolo e sottile, vibrando, contorcendosi, dimenando le braccia e le gambe come un uccello in una macabra danza. I prigionieri guardavano con orrore, impotenti; il ragazzo rantolava, aveva conati di vomito e penosi spasmi muscolari mentre si aggrappava ancora alla vita. La scena continuava – il ragazzo non voleva morire – e davanti a tutta questa sofferenza senza significato uno dei prigionieri gridò, esprimendo la sua disperazione: «Dov’è Dio?».
Dov’è Dio? Dov’era Dio? Perché Dio ha permesso che succedesse? Queste grida disperate sono rimbalzate nella storia dell’umanità. Per secoli gli uomini si sono dibattuti impotenti come uccelli intrappolati nello spaventoso laccio del male. Dalle pulizie etniche in Bosnia ai bambini morti in un incendio nel giorno di Natale a Filadelfia, da un terremoto in India all’affondamento di un traghetto sulle coste della Finlandia in cui sono morte centinaia di persone, la forza del male ha strappato dai cuori il grido: «Dov’era Dio?».
La risposta è semplice, quanto profonda: Dio era sul Calvario a morire per i peccati del mondo. Questa è la sola vera risposta che può aiutarci; noi «… vediamo come in uno specchio, in modo oscuro…» (1 Corinzi 13:12) nel nostro tentativo di dare un senso al mondo che da tanti punti di vista sembra non averne affatto. Per migliaia di anni gli insegnamenti del Calvario sono stati trasmessi tramite il sistema dei sacrifici, istituito dopo il peccato in Eden.
La cultura contemporanea tende a considerare la storia del peccato raccontata dalla Genesi come un’allegoria, mentre gli avventisti – in particolare grazie agli insegnamenti dello Spirito di profezia – lo accettano come un racconto letterale delle origini del male e della sofferenza che è scaturita dopo la sua comparsa nel mondo.

Un rimedio costoso

In questa sede non voglio puntualizzare le origini del male, ma la soluzione prevista. Poiché il peccato è una violazione che intacca la santità della natura stessa di Dio (il suo carattere è espresso nella legge), l’errore di Adamo ed Eva creò una barriera fra il Creatore e le sue creature e nessuna forma di pentimento, o impegno da parte loro, avrebbe potuto risolvere il problema. Immediatamente, nel quadro del conflitto fra Dio e Satana, il dramma provocato da Adamo ed Eva si ampliò superando la loro realtà fino a interessare tutta l’umanità.
Successe come per l’assassinio dell’arciduca Ferdinando dell’impero austro-ungarico da parte di Gavrilo Princip che scatenò la Prima Guerra mondiale. La tragedia non rimase limitata alla semplice figura di Gavrilo Princip, un fanatico anarchico. Si verificò la stessa situazione del peccato in Eden, con la differenza che in questo caso sarebbero state necessarie delle forze superiori a quelle americane o degli altri alleati per risolvere il problema.
«La trasgressione della legge divina richiedeva la morte del peccatore. Poiché questa legge è santa, come Dio stesso, in tutto l’universo solo un essere uguale a Dio avrebbe potuto rimediare all’errore dell’uomo. Cristo si sarebbe assunto la colpa e la vergogna del peccato: esso costituisce un’offesa così grande per un Dio santo, da separare perfino il Padre dal Figlio. Gesù avrebbe conosciuto le estreme profondità della miseria per liberare l’umanità condannata».(2)
La decisione di Cristo di assumersi la colpa e sopportare la vergogna del peccato venne presa in occasione di quel «patto eterno» in cui il Figlio rinunciò volontariamente alla gloria del cielo, assunse la natura umana e accettò di assoggettarsi alle conseguenze del peccato al nostro posto. Egli avrebbe donato la sua vita, subendo personalmente la pena di morte che quindi non avrebbe più colpito chi, per fede, si sarebbe avvicinato al Redentore: «Egli era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto: diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro. Abbassò se stesso, fu obbediente fino alla morte, alla morte di croce» (Filippesi 2:6-8 Tilc).
Anche se questa verità è meravigliosa gli uomini hanno bisogno di saperne di più, hanno bisogno di conoscere e capire il grande sacrificio che Cristo ha fatto per loro per poter accettare e ricevere i benefici che ne derivano. Dio desiderava che gli uomini comprendessero, in particolare, due verità fondamentali: la natura della ribellione nei confronti di Dio e il grande sacrificio necessario per assicurare la salvezza ai peccatori pentiti e sedare la ribellione affinché non si ripetesse più.
Queste verità furono trasmesse, in un certo senso, tramite il sistema del santuario che servì come modello, come rappresentazione plastica del piano della salvezza.
In Eden Dio avvisò Satana (sotto le spoglie del serpente) che la discendenza della donna, che egli aveva ingannato, si sarebbe schierata contro di lui per affrontarlo. Anche se il Figlio della donna avrebbe sofferto terribilmente nel conflitto, si sarebbe affermata la vittoria del Figlio e la distruzione di Satana. Poi, davanti ad Adamo ed Eva, Dio compì uno strano atto: «Allora Dio, il Signore, fece per Adamo e la sua donna tuniche di pelle e li vestì» (Genesi 3:21 Tilc). Gli animali, di cui avevano la responsabilità, sarebbero stati uccisi. Iniziò così il sistema dei sacrifici e dei severi insegnamenti sul prezzo del peccato. Esso era così odiato da Dio, così contrario alla sua natura, che il problema poteva essere risolto solo con la morte. Senza dubbio il corpo insanguinato e riverso sull’erba del loro agnello preferito o della loro capra o della loro pecora avrebbe trasmesso ad Adamo ed Eva il messaggio duro ma chiaro che la conseguenza del peccato è la morte e che Dio, come soluzione, può prevedere soltanto il sacrificio di una vittima innocente al loro posto.
Dio non è assetato di sangue. Il sangue non placa la sua collera nell’ottica della vendetta, come accade spesso fra gli uomini. Dio non vuole vendicarsi, al contrario egli assicura giustizia e misericordia. In realtà lo spargimento di sangue dimostrava agli uomini la gravità del peccato e la serietà della ribellione; rafforzava il principio della giustizia e della misericordia divine: una giustizia per cui il peccato deve essere contrastato e una misericordia che dimostra come Dio desidera perdonare coloro che hanno peccato. Poiché la creazione è in armonia con il carattere di un Dio d’ordine, la violazione di quell’ordine procura effetti disastrosi. Queste conseguenze priveranno il peccatore della maggior parte delle benedizioni di Dio e della vita stessa.
Ecco perché i sacrifici prevedevano lo spargimento di sangue come simbolo del prezzo della redenzione. L’offerta di Abele fu accettata, quella di Caino respinta. Qual era la differenza sostanziale? L’offerta di Caino rappresenta tutti i tentativi di redimerci con i nostri sforzi, secondo il nostro giudizio; Abele, invece, sa che solo tramite il sacrificio di una vittima innocente gli uomini possono essere riconciliati con il loro Creatore. Caino rappresenta la salvezza per opere, Abele la salvezza per fede.
Anche i patriarchi, che vissero al tempo del sistema dei sacrifici, nonostante avessero compreso questa verità, aprirono una «via degli altari», celebrando una serie di atti motivati dalla fede in un Salvatore che sarebbe venuto, che avrebbe pagato per i nostri peccati. L’atto, naturalmente, era il sacrificio. Uscendo dall’arca Noè riunì la sua famiglia intorno a un altare appena costruito per offrire un sacrificio a Dio. In quel mondo grande e vuoto, quel pugno di uomini avrebbe ripopolato il paese con altri peccatori. Dando inizio a questo nuovo mondo, davanti all’altare di Dio, Noè pregava sinceramente affinché la sua famiglia e le generazioni future servissero l’unico e vero Dio.
Gli altari di Abramo rimasero in seguito come pietre miliari della sua fede. Non era semplicemente dall’adempimento di un rituale che sarebbero scaturiti effetti positivi, ma la profondità delle convinzioni e le opere, come frutto della fede, gli avrebbero permesso di essere considerato giusto (cfr. 15:6).
Anche oggi non è un’adorazione superficiale che ci permette di presentarci davanti a Dio.
Al contrario, come ai tempi di Abramo, la fiducia e l’amore nascono dalla fede, che caratterizza la nostra vita interiore, dando significato all’adorazione.
Tutti possono andare in chiesa e cantare, proprio come chiunque può uccidere un animale. Tutto ciò non significa salvezza.
Il rituale dei sacrifici era presente in tutta la Bibbia come simbolo del piano di Dio per riscattare dal peccato, redimere l’umanità ed eliminare il male che provoca tante sofferenze. Dal rituale levitico, in cui i sacerdoti officiavano presso l’altare nel tabernacolo e più tardi nel tempio, fino a Samuele, Elia, Davide e Salomone, tutti condussero il popolo davanti al trono di Dio. Il sacrificio aveva l’obiettivo di far comprendere loro la verità relativa alle profonde conseguenze del peccato.
Mentre offrivano il loro sacrificio davanti all’altare, essi riconoscevano la debolezza della loro posizione nei confronti di Dio. Essi potevano avvicinarsi a lui con le mani protese, certi che egli non avrebbe mai respinto un uomo pentito. Non dovevano avvicinarsi all’altare con timore, ma con la certezza che avrebbero ottenuto la riconciliazione, ripristinando un legame con il loro Creatore, e la speranza eterna.

Tramite la sua morte

Ogni sacrificio diventava significativo solo se si riferiva al Redentore, il cui sacrificio avrebbe segnato il trionfo nei confronti di Satana, sul potere della morte e sul male. Il profeta Isaia ci offre uno scorcio di questo sacrificio: «Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via; e l’Eterno ha fatto cader su lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, umiliò se stesso, e non aperse la bocca…» (Isaia 53:6,7).
Molte volte gli autori biblici sottolineano il legame fra l’altare dei sacrifici e Gesù. In occasione del battesimo di Cristo, Giovanni Battista richiamò l’attenzione della folla con queste parole: «Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo» (l’agnello, naturalmente, evocava un’immagine sacrificale).
L’apostolo Pietro scrive: «Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come d’agnello senza difetto né macchia, ben preordinato prima della fondazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per voi, i quali per mezzo di lui credete in Dio che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, onde la vostra fede e la vostra speranza fossero in Dio» (1 Pietro 1:18-21).
Nella lettera agli Ebrei, Cristo è descritto come un sommo sacerdote, secondo l’ordine di Melchisedec, che officia in virtù del proprio sangue l’unico vero sacrificio che può cancellare ogni peccato e ripristinare la piena armonia fra Dio e coloro per i quali il sangue era stato sparso.
«Ma venuto Cristo, Sommo Sacerdote dei futuri beni, egli, attraverso il tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto con mano, vale a dire non di questa creazione, e non mediante il sangue di becchi e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, è entrato una volta per sempre nel santuario, avendo acquistata una redenzione eterna» (Ebrei 9:11,12).
Con la sua morte Cristo ha aperto le porte del regno dei cieli a ogni uomo pentito che si avvicina umilmente ai piedi dell’altare della fede. Noi, che eravamo votati alla distruzione, senza speranza, senza aiuto, soffocati dalle spire mortali del peccato, ora siamo liberati grazie al suo sacrificio. Siamo passati dalla morte alla vita, qui e ora: «Chi ha il Figliuolo ha la vita; chi non ha il Figliuolo di Dio, non ha la vita» (1 Giovanni 5:12).
Nel libro dell’Apocalisse Gesù è presentato spesso come l’Agnello. L’introduzione di ogni grande quadro profetico presenta l’Agnello di Dio che officia nel santuario. Inizialmente appare fra sette candelabri, poi vicino all’altare, poi vicino al propiziatorio, dove nel santuario terreno il sommo sacerdote spargeva il sangue del sacrificio. Viene anche presentato come l’Agnello onnipotente che, trionfante, scende sulla terra, percorrendo lo spazio, per redimere il suo popolo, un popolo che lo segue ovunque egli vada. Essi saranno gli abitanti del glorioso regno di Dio, quel mondo restaurato che alla fine sarà in armonia con il suo Creatore. «E asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro e la morte non sarà più; né ci saran più cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21:4).
Oggi vediamo questa «via degli altari» attraverso la luce del Calvario, l’unico modo in cui il suo messaggio possa essere compreso pienamente. Illuminati dalla luce della croce proveremo profonda gratitudine, amore per il Signore, nella speranza di vederlo presto a tu per tu per cadere ai suoi piedi sopraffatti dalla gioia. Abbiamo ricevuto la promessa che, grazie alla croce e all’adempimento di ognuno di questi sacrifici, ogni delusione o difficoltà di questa vita verrà eliminata e vivremo con Dio in una dimensione che supera ogni nostra immaginazione.
Questa speranza ci guida e ci sostiene giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Nonostante il male che ci circonda, una speranza nasce da un amore che supera quella sofferenza che ora ci sembra così incomprensibile. È un amore che scaturisce dalla croce e dice: «Abbi fiducia in me, ti amo. Abbi fiducia in me, sono morto per te. Abbi fiducia in me, un giorno risponderò a tutte le tue domande, anche a quelle che sembrano irrisolvibili, anche a quelle che nascono di fronte a un ragazzo impiccato che non riesce a morire».
Questo è il messaggio del sistema dei sacrifici. Questo è il messaggio che scaturisce dalla croce. Possa il Signore aprire le nostre orecchie non solo per sentire ma per ascoltare.

NOTE:
(1) Presidente della Conferenza Generale delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° Giorno.
(2) E.G. White, Patriarchs and Prophets, p. 63.

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