Paolo: speranza vissuta

la speranza può essere sia una parola che una realtà

Y021Gabriele Stangl*

Arrivando a casa alla fine di un lungo giorno di lavoro ricevetti la notizia della morte di Susan. Era giovanissima e la notizia mi colse impreparata. L’infermiera m’informò che tutto era successo prima che potessero mettersi in contatto con me. «Avrebbe dovuto vedere com’era serena!» mi disse. «Prima d’ora non avevamo mai visto nessuno morire sorridendo!».
In pochi istanti mi passarono davanti agli occhi i ricordi delle ultime sei settimane. Nonostante Susan fosse di tempra forte, il cancro aveva in breve tempo avuto la meglio sul suo corpo. Lei stessa infermiera, si era subito resa conto che la diagnosi era disperata ma aveva riposto la sua fiducia nel Signore, pronta ad affrontare la malattia insieme a lui. Le ultime settimane erano state occupate da molte conversazioni pastorali e da tante telefonate. Fu subito chiaro che non si sarebbe lasciata sopraffare dalla malattia, anzi tutto il contrario. La speranza della risurrezione diventò incrollabile ed estremamente rassicurante. Nel suo stato diventò lei stessa un raggio di speranza. La sua morte fu la testimonianza che la grazia e l’amore di Dio ci rendono forti. La sua pace è a disposizione di tutti coloro che accettano la grazia di Dio. Grazia che ci rende giusti davanti a Dio per i meriti di Cristo. Per Susan, le promesse di Dio erano assolutamente certe.

Un caso da studiare

Paolo spiega quali sono le prove che il cristiano deve affrontare in questo mondo di peccato e di morte: «Non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5:3-5).
Chiunque faccia una tale affermazione deve essere passato attraverso questa esperienza. Saulo, pieno di fede, conduce una vita «giusta», pur impegnandosi a fondo per rimanere fedele a Dio. «Ebreo figlio d’ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile» (Fil 3:5,6). Ma sulla via di Damasco qualcosa cambia per sempre la sua vita: Saulo incontra Gesù. La gloria che circonda il Figlio di Dio lo rende cieco. La sua mente è illuminata a tal punto da capire quanto sia necessario impegnarsi con il Cristo. Capisce che solo Cristo può liberarlo dal peso del peccato; solo il Figlio di Dio può rinnovare la sua vita e dargli nuovi obiettivi. Viene assalito dal rimorso di quanto ha fatto contro i discepoli di Gesù, ma pensando a colui che è stato crocifisso e che è risorto dalla morte anche per lui, viene rianimato dalla speranza della vita eterna. Da quel momento in poi, non vuole sapere altro che «Cristo e Cristo crocifisso» (1 Cor 2:2).
Sulla via di Damasco, Saulo diventa Paolo: una nuova creatura. Il messaggio del Vangelo riscoperto è che Cristo gli ha già fornito quello di cui ha bisogno e che quindi può affrontare il futuro con fiducia, in quanto figlio di Dio amato e redento.
Quando Gesù c’incontra e tocca il nostro cuore, tutto cambia. Improvvisamente capiamo per fede che Dio è diventato uno di noi in Cristo Gesù. Ha pagato per i nostri peccati sulla croce, e poi è risorto! Gesù è vivente! Paolo lo sa. Offre totalmente la sua vita al Signore e si unisce ai quei credenti che lo aiutano e lo sostengono nella sua nuova vita. I primi cristiani rafforzano la fede di Paolo, gli parlano di Cristo e del suo amore, lo aiutano in tanti modi.

La speranza e la chiesa

La speranza ha bisogno di basi solide se non vuole svanire o morire. Nel lavoro che svolgo con donne che vogliono rinunciare ai propri figli dopo averli visti nascere, mi sono trovata spesso di fronte a questa verità. Non è sufficiente aver trovato un posto dove poter parlare dei propri problemi, e aver trovato qualcuno di cui fidarsi. Queste donne hanno bisogno di basi solide e di un partner valido che le sostenga con i fatti e le parole. Qualcuno che le assista a trovare l’aiuto di cui hanno bisogno e che offra un luogo sicuro per i momenti difficili.
Fummo in grado di aiutare una donna che aveva deciso di tenere il bambino. Un anno dopo mi disse: «Ora mi sento fiduciosa e coraggiosa. Oggi ho una speranza e mi sento forte, più forte di quanto non sia mai stata prima».
Chi è all’inizio del suo percorso di fede ha bisogno di altri cristiani che hanno già avuto un’esperienza di fede e che possono incoraggiarlo. La speranza guarda al futuro, ma le sue radici sono piantate nel passato e nel presente. La speranza deve essere messa alla prova e in genere sono le esperienze che ci maturano. È l’aver conosciuto Dio e aver fatto un’esperienza con lui, che ci permette di riconoscere il suo amore all’opera nella nostra vita quotidiana. Possiamo sempre confidare nelle sue promesse anche davanti all’incertezza del futuro.
Paolo testa questa esperienza. Anania lo soccorre dietro ordine di Gesù (cfr. At 9:10-19). Gesù si serve di Anania per rivelare a Paolo, indebolito, sofferente e reso cieco, quali grandi cose ha in mente per lui (cfr. At 22:12-16). Attraverso Anania, Dio consegna a Paolo un progetto di vita nuova, lo ricolma di Spirito Santo e lo equipaggia per il servizio. Qual è l’obiettivo di Paolo? Stare con Gesù, forza motrice del suo lavoro, e quest’amore lo incita a superare i momenti difficili. Gesù, nessuno e nient’altro sono alla base della speranza radicata di Paolo. Alla rivelazione, che lui, Paolo, avrebbe dovuto soffrire molto per il nome di Cristo (cfr. At 9:16), Paolo non si tira indietro. Al contrario, questa rivelazione lo spinge a immergersi sempre di più nella Parola di Dio. Ecco quanto scrive: «Dimentico le cose che stanno dietro e mi protendo verso quelle che stanno davanti» (Fil 3:13).
È questo il Paolo che conosciamo: gioioso, fiducioso, capace di sopportare il dolore, forte, paziente, pieno di Spirito Santo. Un uomo che si dona completamente a Dio e che oggi ci conforta con le sue parole: «Siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12:12). Il suo invito ci perviene scavalcando i secoli. «Avendo in Dio la speranza, condivisa anche da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti» (At 24:15) La luce che vede quando incontra Gesù diventa la sua forte convinzione: «Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo» (Rm 8:18).

Una speranza per noi

Una cara, anziana signora prima di affrontare un’operazione disse: «Io non ho paura. Ho messo nelle mani di Dio la mia intera vita. Mi verrà dato un anestetico e mi addormenterò. Quando mi sveglierò, vedrò o il viso dell’infermiera o il volto del mio amato Salvatore. Perché dunque dovrei aver paura?».
Paolo ha la stessa certezza. Il viaggio terreno della speranza raggiunge il suo apice alla fine della sua vita, quando scrive: «Quanto a me, io sto per essere offerto in libagione, e il tempo della mia partenza è vicino. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione» (2 Tm 4:6-8).
Paolo concorda con le parole del magnifico inno avventista che rappresenta la confessione di fede di ogni avventista: «Viva speranza!».

* Cappellano dell’ospedale avventista di Berlino, e fondatrice del primo programma per i bambini abbandonati. Vive a Berlino insieme al marito.

Il viaggio della speranza       Torna su
Share Button