Antropologia Biblica

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1. La natura dell’uomo

ehushtan_main1In Genesi 1: 27 si legge: ” E Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina “. Questa dichiarazione è di un’importanza fondamentale per la comprensione dell’uomo secondo la Parola Dio. Gli esseri umani sono degli esseri creati; in altre parole, noi siamo parte integrante del mondo creato. In primo luogo, ciò significa che noi abbiamo avuto un inizio. Noi non siamo eterni; non apparteniamo al divino. Il nostro modo di esistere è essenzialmente differente da quello di Dio: Egli è sempre esistito; noi siamo venuti all’esistenza. Il nostro ruolo nel cuore dell’universo è di essere creati. In secondo luogo, gli uomini sono esseri limitati. La loro esistenza è paragonabile ad un prestito, quindi non sufficiente a se stessa. Noi non siamo degli esseri indipendenti, capaci di produrre energia propria in grado di garantire la nostra esistenza. Di conseguenza, un giorno siamo venuti al mondo, e così possiamo tornare al nulla; in parole diverse, noi possiamo smettere di esistere. Tuttavia, benché la nostra vita ci sfugga, noi siamo chiamati a collaborare con il Creatore per preservare la nostra vita: noi siamo amministratori della vita.

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2. Lo stato dei morti nell’Antico Testamento

diapositiva1La parola ebraica sheol (65 volte nell’Antico Testamento) è solitamente tradotta con «tomba», «inferno», «fossa» o «morte». Queste varie traduzioni rendono difficile per il lettore capirne il significato. Per esempio, la versione della Bibbia King James (KJV) traduce sheol 31 volte «tomba», 31 volte «inferno» e 3 volte «fossa». Ciò significa che i lettori della KJV sono spesso indotti a credere che l’Antico Testamento insegni l’esistenza dell’inferno dove gli empi sono tormentati per i loro peccati. Nel Salmo 16:10 è tradotto così: «Perché tu non lascerai l’anima mia nell’inferno». Un lettore poco preparato darà per scontato che il testo significhi: «Poiché tu non lascerai l’anima mia esser tormentata nell’inferno». Una simile lettura è una falsa interpretazione del testo che dice semplicemente: «Poiché non mi consegnerai allo sheol », cioè alla tomba. Il salmista qui esprime fiducia che Dio non lo abbandonerà nella tomba. Infatti, questo è il modo in cui il testo è applicato in Atti 2:27 a Cristo, che non è stato lasciato nella tomba dal Padre.

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3. Lo stato dei morti nel Nuovo Testamento

strada_nel_boscoL’interesse primario del Nuovo Testamento è negli eventi che segnano la transizione da quest’era all’era futura: il ritorno di Cristo e la risurrezione dei morti. La nostra maggiore fonte di informazione in merito allo stato dei morti sono i riferimenti all’ ades (l’equivalente greco dell’ebraico sheol ) e cinque passi generalmente citati a sostegno di un’esistenza cosciente dell’anima dopo la morte. I cinque brani riguardano: la parabola del ricco e Lazzaro (Lc 16:19-31), la conversazione tra Cristo e il ladrone in croce (Lc 23:42,43), l’espressione paolina di «partire ed essere con Cristo» (Fil 1:23), la similitudine della casa terrena e celeste e del vestire o essere svestito (2 Cor 5:1,10) dove Paolo esprime il suo desiderio di «partire dal corpo e abitare con il Signore» (2 Cor 5:8) e le anime dei martiri che gridano a Dio perché vendichi il loro sangue (Ap 6:9,11).

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4. Il termine nefesh (anima) nell’Antico Testamento

shofar_main1La seconda importante affermazione biblica per capire la natura umana si trova in Genesi 2:7. Non deve sorprendere che questo testo costituisca il fondamento per la riflessione concernente la natura umana. Esso è, dopo tutto, l’unico racconto biblico che informi su come Dio abbia creato l’uomo. Il testo dice: «E il Signore Iddio formò l’uomo del la polvere della terra, e gli alitò nelle nari un fiato vitale; e l’uomo fu fatto anima vivente» (Diodati). La nuova Riveduta molto più correttamente traduce: «Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente».

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5. “Psyche” nel Nuovo Testamento

dove3_5194La parola greca psyche, anima, è usata nel Nuovo Testamento secondo i significati propri dell’ebraico nefesh che abbiamo già esaminato al capitolo 2. Vale la pena considerare brevemente il significato di psyche , ponendo particolare attenzione al significato più ampio del termine, alla luce degli insegnamenti e della redenzione di Cristo. L’anima psyche nel Nuovo Testamento indica l’intera persona nello stesso modo in cui nefesh la indica nell’Antico Testamento. Per esempio, nella sua difesa davanti al Sinedrio, Stefano menziona che «settantacinque anime (psyche)» della famiglia di Giacobbe scesero in Egitto (At 7:14), figura e usanza, queste, presenti nell’Antico Testamento (cfr. Gn 46:26, 27; Es 1:5; Dt 10:22). Nel giorno della Pentecoste, «tremila anime (psyche)» (Atti 2:41) furono battezzate e «ogni anima (psyche)» era presa da timore (At 2:43). Parlando della famiglia di Noè, Pietro dice «otto anime (psyche) furono salvate attraverso l’acqua» (1Pt 3:20).

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6. Immortalità dell’anima: Conseguenze del dualismo antropologico

calvin_4847Il concetto dualistico classico della natura umana ha enormi implicazioni dottrinali. Un gran numero di dottrine derivano o dipendono grandemente da questo. Per esempio, la convinzione che al momento della morte l’anima possa trasmigrare nel paradiso, nell’inferno o nel purgatorio riposa sul presupposto che l’anima sia immortale per natura e che abbia una sua vita autonoma. Questo significa che, se l’immortalità innata dell’anima poggiasse su una concezione non biblica, allora la dottrina relativa all’aldilà, (paradiso, purgatorio e inferno), dovrebbe essere radicalmente modificata se non addirittura rifiutata. Dal dualismo antropologico dipende anche la mediazione di Maria e l’intercessione dei santi che nella chiesa cattolica e nelle chiese ortodosse hanno un posto rilevante. Se le anime dei santi sono in cielo, si potrebbe pensare che esista la loro intercessione a favore dei peccatori che si rivolgono a loro. La devozione mariana e il culto dei santi anche se scaturiscono da una pietà popolare molto sentita, sono in contrasto con l’insegnamento biblico. L’apostolo Paolo ribadisce: «Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (1 Tm 2:5).

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7. Chi è l’uomo? Dal Buddismo al Cristianesimo

GoYe_mainLo scrittore, Michael Ende, recentemente scomparso, autore di Momo, La storia infinita, racconta le vicende di un mondo che va in rovina, verso l’annientamento, perché una parola era stata smarrita e senza questo codice ogni cosa correva inesorabilmente verso la distruzione e la frammentazione. Chissà se questa parola smarrita, tra le svariate altre possibili interpretazioni, non possa essere l’uomo stesso. Infatti l’universo, la terra, il mondo degli animali, delle piante e degli uomini vengono interpretati, amati, desiderati e conosciuti dall’uomo e da nessun altro. Chi dà il nome ai viventi è l’uomo. Se l’uomo si smarrisce, tutto si frammenta.

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8. Per un’antropologia relazionale

study_main_smallL’uomo, oggetto di studio dell’antropologia, vive oggi un paradosso. D’un lato rappresenta il pilastro, il punto di riferimento, la misura di ogni cosa, su cui la società contemporanea ha costruito la sua grandezza. Dall’altro lato egli è oggetto d’una critica radicale che gli addebita le crisi che più contraddistinguono il nostro tempo; incominciando dalla crisi ecologica passando per quella sociale e finendo con quella che colpisce l’uomo in sé. Questo paradosso in realtà non nasce con la modernità ma con l’uomo stesso e quindi è il cuore dell’antropologia. Nella modernità, casomai, questo assume una nuova veste; si radicalizza e diventa contrapposizione estrema. L’uomo è allora solo razionale o solo irrazionale, affidabile o inaffidabile, eroe o vittima, pieno di dignità o miserabile…

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9. Il senso di colpa

palms_mainPer Freud l’Es costituisce la matrice originaria, la base più profonda della nostra psiche. Possiamo trovare una chiara esposizione di ciò che l’Es rappresenta nello scritto Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni), di cui vorremmo presentarvi uno stralcio, forse un po’ lungo, ma quanto mai esemplificativo: «È la parte oscura, inaccessibile della nostra personalità […] All’Es ci avviciniamo con paragoni: lo chiamiamo un caos, un crogiuolo di eccitamenti ribollenti […] Attingendo alle pulsioni, l’Es si riempie di energia, ma non possiede un’organizzazione, non esprime una volontà unitaria, ma solo lo sforzo di ottenere soddisfacimento per i bisogni pulsionali nell’osservanza del principio di piacere. Le leggi del pensiero logico non valgono per i processi dell’Es, soprattutto non vale il principio di contraddizione. Impulsi contrari sussistono uno accanto all’altro, senza annullarsi o diminuirsi a vicenda…

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10. Cultura dell’emozione ed esperienza religiosa

sunrise_main_smallLa riflessione che segue analizza, in breve, il rapporto che intercorre tra alcune tendenze socioculturali e le esperienze religiose, tentando di individuare le dinamiche che si innescano all’interno di uno schema culturale che chiameremo «dell’emozione». L’ipotesi di fondo è che è in atto ormai da tempo una trasformazione della modalità di esperire la realtà, i fenomeni che la compongono, dovuta in parte a un approccio emozionale verso le cose, siano esse beni di consumo o di tipo culturale, quale appunto può essere l’ambito del religioso. È quindi innanzitutto opportuno stabilire una definizione dei due concetti chiave, quelli di cultura dell’emozione e di esperienza religiosa.

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11. La tecnica capovolge lo scenario dell’uomo

radioViviamo nell’era dell’ottimismo tecnologico; questo è il messaggio mille volte ripetuto dai mezzi di comunicazione di massa. Lo spot più riuscito, che meriterebbe una riflessione attenta, è quello di Gandhi che comunica il messaggio della non violenza attiva attraverso i potenti canali odierni e il claim dice: «Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?». E se al posto di Gandhi vi fosse un Hitler, uno Stalin o un Grande Fratello (quello vero)? Il messaggio si colorerebbe di inquietudine e diventerebbe tragico nelle sue prevedibili conclusioni. Il Mahatma è riuscito a catalizzare l’attenzione di un grande paese come l’India senza l’ausilio della radio (non c’era corrente elettrica) e dei giornali (il 75 per cento della popolazione era analfabeta), e se fosse vissuto ai nostri giorni forse non avrebbe fatto ricorso ai mezzi di cui andiamo fieri, continuando a privilegiare il tam tam da persona a persona. La pubblicità però induce a credere che il nostro potrebbe essere un mondo migliore solo perché la tecnica ci fa godere di maggiori e più ampi spazi di libertà.

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12. La natura della morte

Plife_mainer illustrare il concetto biblico della morte, Oscar Cullmann mette in contrasto la morte di Socrate con quella di Gesù. Nel Fedone, Platone fa una descrizione impressionante della morte di Socrate. Nel giorno della sua condanna a morte, Socrate insegna ai suoi discepoli la dottrina dell’immortalità dell’anima, mostrando come vivere quel convincimento personale. Spiega quanto sia importante liberare l’anima dalla prigionia del corpo tramite l’accettazione delle verità eterne della filosofia. Dal momento che la morte compie il processo della liberazione dell’anima, Platone racconta, che Socrate ha bevuto la cicuta in pace e in compostezza. Per Socrate, la morte era la miglior amica dell’anima perché la liberava dalle catene del corpo. Quanto è stato diverso l’atteggiamento di Gesù! Alla vigilia della sua morte nel Getsemani, Gesù è stato «spaventato e angosciato» (Mc 14:33) e non si è vergognato di condividere i suoi sentimenti con i suoi discepoli, dicendo: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate» (Mc 14:34). Per Gesù, la morte mantiene tutto il suo orrore, è la terribile nemica che lo avrebbe separato dal Padre. Egli non ha affrontato la morte con la sublime serenità di Socrate, anzi quando è stato confrontato con la sua dura realtà ha gridato: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi» (Mc 14:36).

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13. Quality of life… Now

rejoice_mainForse nel mondo arido dell’economia è nato un fiore, inaspettato. Da alcuni anni, infatti, si dice sempre più spesso che al centro dell’economia c’è l’uomo e che perciò ogni azione economica deve essere focalizzata proprio sulle risorse umane. Mi sono chiesta spesso cosa questo possa significare. Quando, infatti, penso ai grandi che si sono soffermati sulle prospettive e sulle conseguenze aperte dalla rivoluzione industriale e capitalistica, per esempio Fromm, Marx, Horkheimer e altri, ricordo che tutti ebbero solo presagi funesti rispetto al destino dell’umanità. Videro infatti un uomo che si sarebbe potuto liberare dalla schiavitù del lavoro (forse), ma che nel contempo sarebbe sprofondato nella tragedia dell’alienazione da se stesso e nell’asservimento all’ideologia del profitto, prostrato ai voleri dei grandi capitalisti.

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14. Il destino dell’uomo nell’Apocalisse

ThePromise_main_mediumIl tema del giudizio finale nel libro dell’Apocalisse riveste un ruolo importante perché rappresenta il modo in cui Dio risolve l’opposizione del male contro di sé e contro il suo popolo. Non sorprende che quanti accettano l’idea del «fuoco eterno» trovino sostegno per la loro posizione nelle drammatiche immagini del giudizio finale di questo libro. Le parti citate per sostenere la punizione eterna nell’inferno sono due: la visione dell’ira di Dio di Apocalisse 14:9-11, e la visione del lago di fuoco e della morte seconda di Apocalisse 20:10,14,15. …

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La redazione    

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